Who

Who

The kids are alright

di Mauro Vecchio

Dal beat irriverente degli esordi, che sconvolse il cuore e la mente della generazione mod, alle complesse partiture di opere rock come "Tommy" e "Quadrophenia", nate dalla penna visionaria di Pete Townshend. La leggenda dei "kids" londinesi, tra performance incendiarie, liti e tragedie. Una storia cui non è stata ancora apposta la parola fine

"Da ragazzo giocavo moltissimo a bowling e il modo con cui lanciavo la palla verso i birilli mi ha influenzato parecchio quando ho preso in mano la chitarra"
(Pete Townshend)

"Vuoi sapere la verità, chi è Keith Moon? Oh no, non te la dico. La verità non esiste. E’ quella che vuoi sentire. Io non so qual è"
(Keith Moon)

"Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai il tuo futuro"
(Cameron Crowe)


Intro - Folgorato dagli Yardbirds

Londra, 1963. A diciotto anni, Pete Townshend non ama particolarmente i concerti. Guidato dalla necessità di creare un proprio, unico stile musicale, il giovane chitarrista rifiuta la maggior parte delle serate dal vivo che popolano la scena britannica. Una sera, tuttavia, decide di fare un’eccezione e va a vedere un concerto degli Yardbirds nelle cui fila è appena entrato, alla chitarra, un giovane studente d’arte di nome Eric Clapton.
Pete rimane profondamente colpito dalle improvvisazioni incendiarie con cui la band esegue classici del blues ma, soprattutto, apprezza l’idea di posizionare l’amplificatore all’altezza della chitarra. Uscendo dalla sala, inizia a coltivare una visione: anche la sua attuale band sarà in grado, come gli Yardbirds, di suonare classici interpretandoli in modo unico e diverso da ogni altro gruppo. La band della visione del giovane Townshend si chiama The Detours, ma ben presto cambierà nome.
Ladies and gentlemen, The Who.

The Detours

Nel 1962, Roger Harry Daltrey (Londra, 1/03/1944) viene espulso dalla Acton County Grammar School. Tipico teddy-boy, il ragazzo viene più volte sorpreso a fumare in classe, pensando più alla sua passione per la musica che a mettersi sui libri. Roger suona una chitarra elettrica da lui stesso costruita e ha da poco formato una band di musica strumentale a nome The Detours, in bilico tra rock and roll fifties e rhythm & blues.
Alcuni mesi dopo, incontra un coetaneo che vive nel suo stesso quartiere, John Alec Entwistle (Chiswick, 9/10/1944) che possiede un basso e un amplificatore. Roger rimane colpito dalla buona preparazione musicale del nuovo amico e, così, lo invita a entrare nella sua band.
Anche John Entwistle frequenta la Acton County ed è un vecchio, raro amico di Peter Dennis Blandford Townshend (Chiswick, 19/05/1945), ragazzo introverso cresciuto nella solitudine del suo amore viscerale per la musica. John propone, quindi, a Roger di far entrare nei Detours anche il suo amico che, nel frattempo, ha ricevuto in regalo dalla nonna la sua prima chitarra.
A completare la giovane band ci sono altri due ragazzi del quartiere: Doug Sanden alla batteria e Colin Dawson alla voce, rimpiazzato dallo stesso Roger dopo il suo veloce abbandono.

Mentre Pete si iscrive alla Ealing Art School per studiare disegno grafico, i Detours si esibiscono più volte a Londra, guadagnandosi le prime, sudatissime sterline.
Nel frattempo, Richard Barnes, amico di Townshend, suggerisce al gruppo di cambiare nome, proponendo The Who che viene subito accettato all’unanimità.
La nuova band decide di modificare alcune cose: Roger abbandona la chitarra per dedicarsi esclusivamente al canto e all’armonica, mentre Doug Sanden viene scaricato perché dotato di uno stile troppo statico.
E’ l’aprile del 1963 quando uno strampalato batterista di nome Keith John Moon (Londra, 23/08/1946) si presenta alle audizioni degli Who per il posto rimasto vuoto.
Il giovane indossa vestiti più che sgargianti e si presenta, ubriaco, con i capelli tinti di rosso. Salito sul piccolo palco, inizia a suonare con foga tale da rompere il pedale della grancassa e un paio di bacchette. La sua aura da folle convince Pete, John e Roger che decidono di assumerlo, a patto che ripari il danno.
La formazione dei neonati The Who è, così, completa.

Mods & Rockers: The High Numbers

Nell’estate del 1964, il Times pubblica un articolo che parla, nel dettaglio, di numerosi scontri violenti accaduti tra band di mod e rocker nelle zone di Margate e Hastings. I mod fanno parte di un movimento giovanile londinese molto legato allo stile della propria immagine: amano i vestiti eleganti, si tagliano i capelli alla francese ed esprimono il loro senso di ribellione a bordo di scooter Vespa. Fulcro delle loro serate anfetaminiche, il club The Scene, nel quartiere di Soho, dove impazzano il soul e il rhythm & blues.
Esponente del movimento mod, Pete Meaden incontra gli Who nella stessa estate di violenza, fermamente convinto, dopo averli visti all’opera, di poter trasformare i quattro nel gruppo icona del "mod style".
Nonostante lo scetticismo del teddy-boy Roger, la proposta viene accolta e gli Who cambiano nuovamente nome trasformandosi, su consiglio dello stesso Meaden, in The High Numbers. Con questo nuovo nome, iniziano a suonare al The Scene, proponendo brani rhythm & blues ogni lunedì notte.
Passa pochissimo tempo e gli High Numbers realizzano il sogno di Meaden, diventando la più importante mod band del momento.
Lo stesso Meaden, insieme a Chris Parmeinter, decide di produrre il primo 45 giri del gruppo, "I’m The Face/ Zoot Suit" (rivisitazione di un classico di Slim Harpo), che passa per le radio inglesi nel luglio 1964.

Il problema è che gli High Numbers non si sentono affatto dei mod, né tantomeno sono seguaci dello stile di vita incitato dal movimento. In particolare, Pete Townshend è affascinato dalla creatività della coppia Lennon-McCartney e non vuole assolutamente fermarsi alla semplice rivisitazione di brani altrui.
La classica goccia arriva dopo il fallimento dell’audizione per la Emi, ma, soprattutto, dopo l’incontro con due registi di successo, Kit Lambert e Chris Stamp, che stanno cercando gruppi di talento per il loro nuovo film. Lambert e Stamp rimangono molto colpiti dall’energia della band sprigionata dal vivo e decidono di investire sui quattro assumendone il management. Kit, in particolare, riconosce immediatamente la personalità complessa di Townshend e inizia, così, a spronarlo continuamente per la creazione di musica originale.
Nel gennaio 1965, i ritrovati The Who firmano il loro primo contratto con la casa discografica statunitense Decca.

Parlando della mia generazione

Firmato il primo contratto discografico, Pete Townshend si sente ormai pronto per abbandonare la lunga serie di cover e iniziare a comporre musica originale per gli Who. Sempre più spronato da Lambert e Stamp, il chitarrista prende consapevolezza dei propri mezzi e si prepara, a danno del leader Daltrey, a guidare la band.
Nello stesso gennaio 1965, infatti, esce il loro primo singolo originale, "I Can’t Explain", che sancisce definitivamente la profonda diversità dei quattro rispetto alle altre band della sfera mod. Più che il soul e il rhythm & blues, a influenzare Townshend sono gli eroi irriverenti del rock and roll americano come Gene Vincent ed Eddie Cochran. Il brano scuote la scena inglese con il suo shout aggressivo e il riff molto simile a quello di "You Really Got Me" dei Kinks.

Gli Who sono selvaggi, incendiari, ma, soprattutto, affascinano con il loro gusto eccentrico e smaccatamente "british". La curiosità intorno alla band cresce in maniera esponenziale alcuni mesi dopo quando viene pubblicato il secondo singolo "Anyway, Anyhow, Anywhere", un boogie corale e singhiozzante che diventa presto un altro inno anarchico.
Il gruppo cattura l’attenzione dei giovani telespettatori di "Ready, Steady, Go!" con la distruzione finale degli strumenti che provoca le ire dei soliti benpensanti.

E’, tuttavia, con l’inno epocale del terzo singolo "My Generation" che gli Who fanno davvero saltare in aria la gioventù londinese degli anni 60. Il brano è distorto, fragoroso con la voce anfetaminica di Roger che accompagna il basso prepotente di Entwistle al finale esplosivo di Townshend e Moon.
Pervasa da un clapping nervoso, "My Generation" sfoga in maniera rivoluzionaria la rabbia contro tutti gli adulti e, di fatto, riscopre il vecchio furore del rock and roll con fragore quasi assordante.
Centinaia di giovani ribelli sono presi nel vortice dello slogan "Spero di morire prima di diventare vecchio", mandando il brano in vetta a tutte le classifiche e adottandolo come unico inno generazionale del periodo.
Sulla scia di tale entusiasmo, gli Who si chiudono negli studi di Regent Street per registrare, insieme al produttore della Decca Shel Talmy, il loro disco di debutto che esce nel dicembre del 1965.

My Generation (Brunswick Records, 1965) è la fotografia pirotecnica dei primi anni di attività della band e raccoglie tutti i pezzi sonori che Townshend e soci hanno sfogato sui palchi della città.
L’iniziale passione per le cover di artisti soul e rhythm & blues trova posto nelle due rivisitazioni di James Brown, "I Don’t Mind" e "Please Please Please", dove Daltrey fa il verso al "padrino" e Townshend ricama puri assoli di blues. Il chitarrista non ha mai negato una certa ammirazione per la coppia Lennon-McCartney: "La La La Lies", ma, soprattutto "The Kids Are Alright" affidano alla melodia il compito di trovare una versione personale del classico sound del Merseybeat.
E’ vero, tuttavia, che gli Who sono molto più aggressivi e selvaggi e la parola morbidezza non rientra particolarmente nel loro vocabolario musicale. "Out In The Street" si apre con una chitarra flamenco, ma vira subito verso sonorità più distorte che trovano, poi, espressione pienamente compiuta nell’inno "My Generation". Grazie alla loro imprevedibile sezione ritmica, gli Who possono permettersi il lusso di riscrivere il tipico sound beat come in "Much Too Much" e nella rollingstoniana "A Legal Matter".
La band sfrutta la propria abilità strumentale per avventurarsi nei territori inesplorati della psichedelia di "The Good’s Gone" e, in maniera più decisa, della strumentale "The Ox", dove basso, batteria e pianoforte (Nick Hopkins) si lasciano andare a briglie sciolte.
Questo, quindi, il collage sonoro che testimonia, con sfrontatezza e grande stile, la vera e propria nascita degli Who.

La sveltina del 1966

The WhoAlla fine del 1965, gli Who tengono una serie di concerti promozionali nel Nord Europa. Durante il viaggio scattano liti molto violente tra Townshend e Daltrey in merito ai ruoli decisionali in seno al gruppo.
Nonostante la realizzazione del primo album, i quattro vivono un periodo di tensione oltre che di ristrettezza economica causata soprattutto dalle continue spese per gli strumenti distrutti sul palco. A complicare le cose arriva una disputa legale con il produttore Shel Talmy (che vuole produrre il gruppo all’infinito), che costringe Lambert e Stamp a scindere il contratto con la Decca.
Gli Who, così, firmano un nuovo contratto di cinque anni con l’Atlantic Records che, tra marzo e dicembre 1966, pubblica altri tre nuovi singoli.
L’aggressività selvaggia, tuttavia, sembra smorzare i suoi toni. Il riff incendiario di "I Can’t Explain" diventa più melodico in "Substitute" mentre "I’m A Boy" e "Happy Jack" abbandonano l’inno generazionale per un gusto più surreale tra tromboni, grancasse e atmosfere in falsetto da vaudeville.
E’ soprattutto Kit Lambert che cerca di alimentare la creatività dei suoi ragazzi, spingendoli a osare, anche a costo di allontanarsi dal beat irriverente che li ha resi famosi.
Gli Who, così, decidono di seguire i consigli del loro pigmalione, mettendosi nuovamente al lavoro negli studi di Regent Street, questa volta cercando di ritagliarsi spazi compositivi individuali.

A Quick One (Reaction, 1966), tuttavia, soffre di questa mancanza di coesione interna e si presenta più come un insieme di brani che un disco vero e proprio.
A deludere è proprio Daltrey (che tanto strepita per essere il vero leader della band) che firma "See My Way", tentativo fallito di rincorrere sonorità tra lo psichedelico e il tribale. Il disco dà, invece, l’opportunità a Moon ed Entwistle di uscire dalle retrovie della sezione ritmica per guadagnarsi piccoli ruoli autoriali. Il bassista si diverte con l’ironia macabra di "Boris The Spider", ma non va oltre la melodia pop-soul di "Whiskey Man". Moon conferma, invece, la sua vena folle con la marziale ed esilarante progressione di "Cobwebs And Strange" e omaggia il sound dei Beatles in "I Need You".
Gli episodi migliori sono, ovviamente, frutto del più complesso e creativo Pete Townshend che, così, conferma la sua posizione di unica guida artistica degli Who.
E’ vero che "Run Run Run" ripropone il beat fragoroso e distorto del primo album, ma il chitarrista dimostra una crescita stilistica nel martellare melodico di "So Sad About Us" e, soprattutto, in "A Quick One While He’s Away". Qui Townshend compone una sorta di mini-opera rock di dieci minuti circa, dove sei piccoli brani si incastrano perfettamente tra loro. Una storia di adulterio viene raccontata in chiave ironica su complesse armonie tra cori a cappella, progressioni rock and roll e derive psichedeliche distorte. Il brano è la prova definitiva che gli Who non sono soltanto sfacciati reduci mod, ma hanno tutte le potenzialità per creare musica più complessa e personale.

Svendita Americana

Dopo l’uscita del secondo album, gli Who intraprendono il loro primo tour negli Stati Uniti. Mentre nel quartiere di Haight-Ashbury scoppia la "summer of love", in Inghilterra esce un certo disco che parla di un bizzarro "Sergente Pepe".
Le sognanti atmosfere psichedeliche influenzano anche la penna di Townshend che scrive "Pictures Of Lily" dove le schitarrate quasi hard si bagnano nell’acido di una storia sulla masturbazione. Il singolo viene pubblicato nell’aprile del 1967, anticipando l’incendiaria esibizione degli Who al Pop Festival di Monterey due mesi dopo.
La sfida a colpi di chitarra tra Townshend e Jimi Hendrix cattura il popolo degli hippie, ma, soprattutto, i critici della rivista Rolling Stone.
E’, di fatto, il preambolo al successo della band in terra americana che viene definitivamente sancito con il primo posto in classifica del singolo autunnale "I Can See For Miles", fantastica progressione corale tra atmosfere eteree e accelerazioni rock, guidata dalla voce in espansione di Daltrey e dalla chitarra lisergica di Townshend. Le nuove intuizioni musicali aprono una nuova strada per gli Who che dimostrano, così, di non essere soltanto chiassosi sfasciachitarre, ma un gruppo polivalente e in continua espansione.
Espansione che passa per un maggiore stile nella sensibilità compositiva di Townshend, che scrive un disco meno arrabbiato, ma con maggiori pretese intellettuali.

The Who Sell Out (Track, 1967), nuovamente prodotto da Kit Lambert, viene registrato durante la tournée estiva negli Stati Uniti e si presenta come un disco di concetto piuttosto ambizioso.
L’idea di Townshend è quella di proporre una serie di brani legati uno con l’altro da fittizi spot pubblicitari radiofonici. Una sorta di collage pop-art che, musicalmente, crea un ponte tra la genialità surreale di "Freak Out" di Frank Zappa e le atmosfere psichedeliche marca Beatles che stanno segnando la seconda metà del 1967. Gli Who "in svendita" allargano, così, la tela strumentale per un sound più progressivo che segue la strada aperta dal singolo che introduce l’album, "I Can See For Miles".
La band, tuttavia, non rinuncia al suo vibrante marchio di fabbrica e, come in "Armenia City In The Sky", filtra la psichedelia attraverso il drumming martellante e imprevedibile e la chitarra quasi hard.
E’ palese, comunque, un generale ammorbidimento dei toni che si fanno più variegati e fluidi. "Mary Anne With The Shaky Hand" (altra canzone sulla masturbazione) si insinua con una melodia acustica dal gusto zingaresco. Townshend trova, più che il riff, raffinate e innovative architetture pop nel malinconico incedere corale di "Our Love Was" e nel piano etereo di "Can’t Reach You". Il chitarrista segue la scia dei primi Pink Floyd sulle note dell’organo lisergico di "Relax" e si lascia andare addirittura al romanticismo jazz dell’acquerello acustico "Sunrise".
Mentre Entwistle gioca con il coro gregoriano di "Silas Stingy", Pete sembra inseguire in solitario tutte le sue idee. Idee ancora confuse, ma che iniziano già a incastrarsi tra loro come nella suite "Rael", che viene costruita su continue variazioni acustico-elettriche e che, da lì a poco, verrà ripresa per Tommy.
A legare insieme l’album ci pensano, poi, gli irresistibili spot commerciali inventati dalla band: la fanfara irriverente di "Heinz Baked Beans", il pop scintillante di "Odorono" e la filastrocca di "Medac".

L’esperimento, molto originale, viene tuttavia accolto tiepidamente, ma verrà rivalutato anni dopo perché, in effetti, The Who Sell Out è un disco importante oltre che il primo mattone sonoro per la futura produzione degli Who.

Il Mago del Pinball

Nel 1968 gli Who sono, ormai, seguiti più negli Stati Uniti che in patria. Dopo aver sconvolto il cuore e la mente della generazione mod, la loro musica ha intrapreso una strada diversa sulla scia delle nuove, intriganti visioni sonore di Pete Townshend.
L’amore americano per la band si manifesta inizialmente con l’entusiasmo per il singolo estivo "Magic Bus", selvaggia danza tribale à-la Bo Diddley, poi con la partecipazione al Rock and Roll Circus dei Rolling Stones, dove gli Who eseguono una versione scatenata di "A Quick One While He’s Away".
Di conseguenza, la prestigiosa rivista Rolling Stone chiede a Pete un’intervista. Al magazine americano Townshend ammette di stare pensando concretamente alla struttura narrativa e musicale di una vera e propria opera rock.

In effetti, già a partire dal 1967, il chitarrista ha iniziato a scrivere sprazzi di canzoni su un ragazzino sordo, muto e cieco di nome Tommy. Sono, tuttavia, soltanto accenni confusi che Townshend non riesce ancora a mettere insieme in modo solido e coerente. Eppure Pete sa bene che la progressione di "Rael" può avere un’estensione maggiore per diventare un disco intero, un’opera compiuta.
Il leader degli Who ha bisogno di sfogare la propria creatività, ma, soprattutto, di ricercare un equilibrio spirituale per se stesso. Vittima di abusi durante l’infanzia, Townshend vuole raccontare al mondo una storia intima e autobiografica, ma, allo stesso tempo, generazionale, universale.
Alla ricerca di una "porta della percezione", inizia a fare uso delle droghe allucinogene che tanto hanno influenzato la stessa psichedelia che la sua band ha abbracciato di recente.
E’, tuttavia, l’incontro con l’Avatar Meher Baba che aiuta Pete a realizzare la propria visione, seguendo assiduamente i suoi insegnamenti spirituali. L’estro timidamente mostrato in The Who Sell Out prende, così, definitiva consapevolezza di sé. Sempre spalleggiato da Kit Lambert, Townshend si chiude negli Studi Ibc di Londra per tutta la prima metà del 1969.

Ed è nel maggio dello stesso anno che gli Who rivoluzionano il mondo musicale con il doppio album Tommy (Track, 1969). Pete Townshend porta, così, a compimento oltre un anno di lavoro, ma sbaraglia di fatto la concorrenza in fatto di opera rock.
Tommy supera in potenza evocativa sia il lisergico "S.F. Sorrow" dei Pretty Things sia il decadente "Arthur" dei Kinks, che pur restano album di grandissimo respiro musicale. E, in parte, il chitarrista stravolge lo stesso sound degli Who che, ormai, hanno perso qualsiasi connotazione ribelle per avvolgersi nel mantello di una musica sempre più coraggiosa e impegnata.
Il tappeto sonoro progressivo e psichedelico di The Who Sell Out vola ancora più in alto grazie agli arpeggi di "The Acid Queen", ma, soprattutto, al furioso turbinio ritmico di "Pinball Wizard".
Tuttavia Tommy lascia correre la bravura strumentale del gruppo che, diretto da Townshend, vira verso architetture più pompose e magniloquenti, come nell’orchestrale "Overture" e nella sua ripresa "Underture", dove basso e chitarra si rincorrono in maniera magistrale.
Prendendo spunto da "Alice nel paese delle meraviglie", l’opera mette in musica (o in scena) l’allegoria esistenziale di un ragazzo dotato di un’incredibile sensibilità, del quale sono scandite le tappe e gli incontri bizzarri dell’adolescenza fino all’età adulta. Sul basso martellante e il coro di "Go To The Mirror" Tommy trova la sua epifania e, distruggendo lo specchio, libera se stesso dall’isolamento e trova la luce interiore grazie al boogie allegro e corale di "I’m Free".
La forza di Tommy sta proprio in questo parallelismo perfetto tra il succedersi degli eventi e la trama musicale che riesce, come una gomma da masticare, a modellarsi continuamente. Così come la ballata melodrammatica "1921" evoca la nascita dell’autismo del ragazzo, le frenetiche e lisergiche "Amazing Journey" e "Sparks" accompagnano il viaggio di Tommy verso lo specchio che lo libererà.
Nel mezzo, una serie di eventi bizzarri, scanditi dall’ironia macabra di "Cousin Kevin" e "Fiddle About" o dal demenziale minuetto per organo di "Tommy’s Holiday Camp".
La rinascita e la purificazione dal dolore si compiono definitivamente nell’inno "We’re Not Gonna Take It" che presenta, di fatto, al mondo Tommy, il mago del Pinball, nuovo messia per l’imminente generazione di Woodstock.

Dopo l’uscita dell’album la stampa mondiale è in subbuglio, con la sensazione di essere di fronte a un lavoro destinato a segnare un’epoca. Il Melody Maker scrive: "Sicuramente adesso gli Who sono il gruppo con il quale tutti devono fare i conti". E’, tuttavia, con la performance spettacolare al Festival di Woodstock nell’agosto del 1969 che gli Who salgono in cima al mondo con la definitiva consacrazione di Tommy.

Saliti sulla vetta dell’Olimpo del rock, gli Who portano le complesse atmosfere di Tommy in giro per l’Europa. Nel febbraio 1970 salgono sul palco dell’Università di Leeds per una delle loro esibizioni più devastanti e coinvolgenti. L’industriosa cittadina inglese diventa lo scenario perfetto per ritornare al sacro furore del rock and roll proletario e suburbano di cui gli Who sono stati degni alfieri all’inizio della loro carriera. Oltre alle partiture magniloquenti di Tommy, infatti, la band recupera, dal vivo, il riff sparato e irriverente, l’incendio strumentale.

E’ proprio questo lato selvaggio che viene immortalato in The Who Live At Leeds (Track, 1970) a cui bastano appena sei brani per candidarsi di diritto come uno dei migliori dischi dal vivo della storia.
La band, ormai, è una macchina che fila a pieno regime e ogni strumento è un tassello irrinunciabile per il suo funzionamento. Esempio esplicativo il torrido hard-blues di "Young Man Blues" (Mose Allison) dove il riff dialoga con la voce roca di Daltrey prima di deflagrare insieme alla sezione ritmica in una progressione devastante.
La band alza decisamente i volumi e, così, la melodia di "Substitute" trova una nuova vita grazie al pulsare del basso e ai fragori della chitarra. L’iniziale passione per i rocker americani omaggia Eddie Cochran con una versione al cardiopalmo di "Summertime Blues" e scuote i muri con "Shaking All Over". E’ l’apoteosi del fragore, del feedback che trovano degno sfogo nei quasi 15 minuti dinamitardi di "My Generation", ma, soprattutto, in una versione magistrale di "Magic Bus", che inizia in sordina e termina in una sarabanda hard-boogie di rara potenza e incisività.
Dopo Tommy, Woodstock e Leeds, gli Who vivono una stagione d’oro.

Nel marzo 1970 viene pubblicato un nuovo singolo, "The Seeker", rock and roll da saloon di grande impatto, ma è ad agosto che la band si prende un’altra grande soddisfazione suonando al Festival dell’Isola di Wight. Durante il concerto, Daltrey introduce due potenti e melodici brani ("Water" e "Naked Eye"), presentandoli come parte di un misterioso nuovo album degli Who la cui realizzazione è "più o meno a metà strada".

Chi è il prossimo?

The WhoQualche settimana dopo l’esibizione all’isola di Wight, Pete Townshend torna al lavoro su una canzone intitolata "Pure And Easy". Intorno al lacrimare del suo pianoforte cresce il cuore pulsante di una nuova idea per un'altra opera rock degli Who.
Travolto e, allo stesso tempo, galvanizzato dal successo mondiale di Tommy, il chitarrista realizza alcuni demo per un progetto chiamato "Lifehouse".
Pete ha, ormai, smesso di prendere droghe seguendo continuamente gli insegnamenti spirituali di Meher Baba, ma vive l’inizio di un esaurimento nervoso che non lo aiuta a portare a termine il suo obiettivo.
"Lifehouse" dovrebbe risultare come un romanzo di fantascienza sulla realtà virtuale in cui un adolescente affronta una serie di avventure alla scoperta della musica rock. La sceneggiatura, tuttavia, è molto confusa e Townshend non riesce a farsi comprendere né dai compagni di band né dallo stesso Lambert che tanto lo ha appoggiato nei suoi progetti. Il tessuto musicale dell’opera è, comunque, in uno stadio molto avanzato e gli Who decidono di trasferirsi al Young Vic Theatre per registrare i nuovi brani di Pete.
Nonostante la buona volontà, Townshend decide di abbandonare l’idea, ma di tenere il materiale migliore per un Lp d’impianto tradizionale, non a tema.

Nel marzo del 1971, gli Who volano a New York per registrare insieme a Lambert, ma, visibilmente insoddisfatti del risultato, tornano a Londra per rimettere mano all’album insieme al navigato produttore Glyn Johns.
Così, nell’agosto 1971, è finalmente pronto Who’s Next (Track, 1971) che, nelle parole dello stesso Townshend, "da molti punti di vista è un disco perfetto: ha sentimento, carica aggressiva, energia, colore. Ed è registrato splendidamente". Sarà un giudizio un po’ lapidario, ma il 33 giri è effettivamente riuscito alla perfezione, degno coronamento di una gestazione alquanto travagliata.
Gli Who posizionano un altro fondamentale tassello della loro cattedrale sonora che, questa volta, propone un sound unico nel suo genere, assolutamente innovativo per i tempi. Townshend sviluppa i cari temi del misticismo e della rivoluzione attraverso un uso massiccio e originale del sintetizzatore, con tutte le possibili variazioni da questo permesse. Da qui l’apertura grandiosa di "Baba O’ Riley", che mette l’hard-rock al servizio delle minimaliste incursioni raga (il brano è dedicato proprio a Terry Riley) prima di sfumare con la coda metafisica della marcia violino elettrico-chitarra-batteria. Il brano è destinato a fare epoca così come "Won’t Get Fooled Again", che travolge tutto e tutti con un organo boogie a cui si aggiunge la chitarra deflagrante di Townshend. Il pathos cresce progressivamente fino all’assolo di sintetizzatore brutalmente interrotto dal grido lacerato di Daltrey e dalla batteria a pioggia di Moon.
In mezzo ai due estremi del disco, una carrellata di brani perfetti che giocano con continui cambiamenti di tono e ritmo. "Bargain" è un altro capolavoro vocale di Daltrey che guida una ballata elettro-acustica di rara bellezza. Townshend alterna con grazia ed eleganza momenti intimi a momenti più spensierati. L’eco del piano di "Song Is Over" si lega con l’agrodolce "Getting in Tune", mentre "Love Ain’t For Keeping" e "Going Mobile" spezzano l’atmosfera drammatica con scatenati accordi acustici dal sapore gypsy.
Entwistle firma il suo brano migliore, "My Wife", abbandonando per un attimo lo stile macabro per una fanfara martellante che diventerà un classico dal vivo della band.
Infine, una delle melodie più pure di Townshend, "Behind Blue Eyes", che per metà strappa una lacrima acustica con la voce desolata di Daltrey e per metà fa saltare dalla sedia con i fraseggi finali aggressivi e trascinanti.

Who’s Next ha tutte le carte per essere considerato come uno dei migliori dischi rock in assoluto, dove tutto funziona come deve funzionare. Il riff, i giri di basso, il canto eclettico e la batteria tonitruante creano un raro equilibrio dinamico e travolgente. Un rock, insomma, dove compattezza di suono ed eccellenza compositiva sono un tutt’uno.
Con il nuovo album che scala velocemente le classifiche gli Who vedono arrivare nelle proprie tasche una gran quantità di denaro. Daltrey, Entwistle e Moon pensano, così, a godersi il meritato successo tra donne, macchine e camere d’albergo distrutte.
L’unico che continua a lavorare indefesso è Pete Townshend che non vuole saperne di accantonare il suo mancato progetto "Lifehouse".

Con la loro fama ormai consolidata, i quattro pensano anche alla possibilità di intraprendere strade musicali personali.
John Entwistle è il primo a pubblicare, tra il 1971 e il 1972, due album solisti, Smash Your Head Against The Wall (Track, 1971) e Whistle Rymes (Track, 1972), dove può sfogare la sua ironia lugubre già messa al servizio del gruppo.
Townshend, invece, continua a registrare i demo di "Lifehouse" sulla scia della filosofia di Meher Baba e arriva al suo primo disco nel 1972, Who Came First (Track, 1972), che contiene alcuni dei brani esclusi da Who’s Next ripresi in solitario.

Dopo lo sforzo dell’ultimo album, gli Who vivono un periodo di pausa per ricaricare le batterie. Kit Lambert, nel frattempo, è sempre più in preda alle droghe pesanti e si allontana dal gruppo, che arriva anche a scoprire alcuni illeciti finanziari compiuti dal manager.
A soddisfare i fan pensano, comunque, i travolgenti singoli rock-blues "Let’s See Action" (ottobre 1971) e "Join Together" (giugno 1972), che vengono costantemente proposti dal gruppo durante gli esplosivi concerti di questi anni.
Allo stesso tempo, Pete Townshend si sente pronto per tornare alla carica con gli Who e sta pensando a un altro progetto ambizioso che, questa volta, verrà portato a compimento.

Jimmy nel paese dei mod

The WhoTra la fine del 1972 e l’inizio del 1973, Pete Townshend inizia a sviluppare l’idea per un brano di circa venti minuti chiamato "Rock Is Dead-Long Live Rock". La lunga suite, tuttavia, allarga le sue maglie sonore fino a diventare un nuovo disco doppio e una nuova opera rock. Townshend scrive, così, un’altra sofisticata storia in musica sulla Londra delle band giovanili di metà anni 60.
Le prime esperienze degli Who-High Numbers vengono rivissute attraverso le disavventure del mod Jimmy, alla ricerca di amore e amicizia in una città fondamentalmente ostile, nel doloroso cammino verso la maturità. Gli elementi sono quelli classici del mondo mod: le scorrazzate in Vespa, gli amori fugaci, le scazzottate, le overdose di pastiglie. E’ lo stesso Pete che, in un’intervista, ammette: "Voglio ritrovare i nostri primi fan, ma anche rendere il senso di ciò che è accaduto al rock e alla generazione che è cresciuta insieme a noi".

La sofferenza di Jimmy in una società contorta e priva di sensibilità viene, così, raccontata nelle diciassette nuove canzoni di Quadrophenia (Track, 1973), che esce a novembre dopo un’altra gestazione travagliata. Durante la registrazione negli studi di Battersea, infatti, vengono a galla i vecchi dissapori tra Pete e Roger soprattutto in fase di missaggio. L’idea di Townshend è di utilizzare una nuova tecnica quadrofonica, a quattro canali, che, tuttavia, si rivela inadeguata al disco. Il suono di Quadrophenia, infatti, è quantomai ricco e potente e tende notevolmente a coprire la voce del cantante.
L’album fa ancora più leva sulla grande statura musicale della band e propone arrangiamenti decisamente più sofisticati, attraverso le tastiere orchestrali che, spesso e volentieri, arrivano a oscurare la stessa chitarra che tanto ha dato al loro sound. E’ lo stesso progressive del tempo che viene interpretato in maniera molto originale e personale rendendo, di fatto, Quadrophenia una versione ancora più sinfonica di Tommy.
L’opera è ricca di fitti contrappunti e fraseggi melodici e si struttura su quattro temi principali (uno per ogni membro della band) che, in pratica, incarnano le quattro personalità della schizofrenia del protagonista.
Il "duro" Roger guida l’incedere anfetaminico di piano e chitarra di "Helpless Dancer". Il "romantico" John tesse il melodrammatico marziale di "Doctor Jimmy". L’ovviamente "lunatico" Moon rende ebbra la paradossale "Bell Boy". "Love Reign O’er Me", tema dell’"ipocrita" Pete, invece, parte con un piano straziante, viene portato all’apice dalle tastiere e dalla voce di Daltrey, prima di spegnersi nel fragore tribale della batteria. Su questa impalcatura, Townshend ricama impetuose e commoventi partiture strumentali che trovano sfogo nelle overture "Quadrophenia" e "The Rock".
L’album, tuttavia, è pur sempre una cartolina ricordo del furore iniziale di "My Generation" e gli Who non rinunciano al riff sparato e rabbioso. "The Real Me" introduce il mondo interiore di Jimmy con una splendida cavalcata hard-rock. "The Punk And The Godfather" balbetta nervosa su una struttura di tastiere, basso pulsante e chitarra sferragliante. "5:15", poi, travolge con un boogie per piano arricchito di corni in odore di rhythm and blues.
Townshend inserisce qui e là rimandi al folk acustico (la splendida tristezza di "I’m One") e omaggia lo stesso sound-Who con il barrelhouse scatenato di "Drowned".

E’ si vero che l’uso massiccio di tastiere elettroniche a volte smorza la genuinità di fondo della storia, ma Quadrophenia, alla fine, convince per piglio e coraggio ed è una nuova vittoria artistica per l’estro di Pete Townshend.
Dopo la realizzazione del disco", gli Who partono per un tour americano. Keith Moon, tuttavia, sta affondando sempre più nel vortice di alcol e ansiolitici, soprattutto in seguito all’abbandono da parte della moglie. Durante un concerto a San Francisco, il batterista ha un collasso e gli altri sono costretti a sostituirlo con uno spettatore fino alla fine dello show.
L’episodio è il riflesso drammatico di una tournée che riscontra progressivi problemi tecnici a causa della complessità stessa del disco che, a differenza di Tommy, non riesce assolutamente a funzionare dal vivo.
Tutto il 1974 è un anno problematico con Townshend che cade in un baratro di insoddisfazione e rabbia, perdendo entusiasmo e freschezza. Gli Who sono, così, costretti a prendersi una nuova pausa, riempiendo il vuoto discografico dell’anno con parte del loro materiale ancora inedito.

Odds And Sods (Track, 1974) viene assemblato proprio per raccogliere alcuni dei brani che il gruppo ha registrato fin dagli inizi, ma che non ha ancora pubblicato. Nonostante il titolo faccia pensare a un insieme di episodi minori, l’album è un piccolo viaggio attraverso canzoni di qualità che, finalmente, trovano degna collocazione ufficiale. Se pure si tratta di scarti e avanzi, farebbero felice mezzo creato del rock and roll.
Dopo Quadrophenia, insomma, è tempo di retrospettiva e Odds and Sods torna indietro nel tempo, addirittura al primissimo singolo della band, il boogie-blues "I’m The Face".
Successivamente, gli ottoni di "Postcard" e l’incedere galoppante di "Now I’m A Farmer" che dovevano fare parte di un Ep mai realizzato.
A rendere grande questo disco, tuttavia, è la decisione di inserire alcuni dei brani che Pete Townshend ha inciso per la mancata opera "Lifehouse" e che non hanno trovato posto nel capolavoro Who’s Next. "Pure And Easy", infatti, è perfettamente in linea con lo spirito di quel disco, tra splendide levigatezze acustiche e accelerazioni elettriche travolte dalla batteria schizoide. Droga, frustrazione, fallimento: "Naked Eye" brilla come una gemma con un’altra potente prestazione vocale di Daltrey.
Gli Who sfoderano l’arma della ballad per piano "Too Much Of Anything", ma, soprattutto, tornano a incendiare con il rock and roll viscerale di "Long Live Rock".

Odds And Sods riesce, così, a salvare temporaneamente la band dai problemi creativi di Townshend, ma la sensazione è che si tratti di un disco spartiacque tra la magnificenza vista finora e la progressiva normalizzazione musicale che verrà.

Chi siete voi?

Dopo una prima performance teatrale al Fillmore East di New York, "Tommy" viene ripreso nel 1975 dal produttore Robert Stigwood e dal regista Ken Russell per una versione cinematografica in grande stile.
Il film esce a marzo e ripercorre, con alcuni nuovi inserimenti di Townshend, la drammatica vicenda del ragazzo sordo, muto e cieco. Gli stessi membri degli Who partecipano come protagonisti (è Daltrey che interpreta Tommy), insieme a una parata di star come Jack Nicholson, Tina Turner, Elton John ed Eric Clapton.
Esplode, così, una nuova Tommy-mania e la pellicola resiste quattordici settimane in cima alle classifiche per oltre un anno di proiezione continua nei cinema. Ciliegina sulla torta, la nomination all’oscar di Pete Townshend per la migliore colonna sonora originale.

Tuttavia, nonostante i riconoscimenti e il successo del film, gli Who sono parecchio giù di corda. Se dieci anni prima l’epocale motto era "spero di morire prima di diventare vecchio", ora Townshend vira verso i trenta e si sente come ingabbiato in una situazione senza via d’uscita. Il fallimento di Quadrophenia dal vivo ha contribuito molto al senso d’insoddisfazione e frustrazione del chitarrista, che fatica a proporre una nuova idea per gli Who.
Tra una tappa e l’altra del tour americano del 1975 i quattro si ritrovano a registrare le nuove canzoni di Pete, ma l’atmosfera generale è piuttosto tesa e i continui litigi tra Townshend e Daltrey vengono amplificati dalla stampa britannica.

The WhoIl risultato di questi piccoli traumi è The Who By Numbers (Polydor, 1975) che, nonostante in vistoso contrasto con tutta la produzione precedente, è forse il disco più brutale e sincero che il gruppo abbia mai realizzato.
E’ lo stesso stile compositivo di Townshend che cambia registro: i nuovi brani sono molto personali, tristi e riflettono un senso di sfiducia nel futuro. La soluzione del chitarrista ai contrasti interni alla sua band è decisamente lapidaria ed è contenuta nell’andamento country di "However Much I Booze" dove "non c’è alcuna via d’uscita". Sono gli stessi vecchi insegnamenti di Meher Baba che, ora, iniziano a tirare Pete in una vera e propria crisi spirituale, che coincide con una voglia di maturare musicalmente per abbandonare per sempre il vecchio rock and roll adolescenziale. Nel giro di valzer per piano e chitarra "They Are All In Love" la vecchia rabbia viene scaricata con il saluto: "Arrivederci a tutti voi punk, restate giovani".
La voce di Daltrey è ancora toccante come nel commovente folk acustico di "Imagine A Man", ma sembra soffrire sulle note più alte. Quello che più manca, invece, al disco è la roboante batteria di Moon, che sta sempre più male dopo il collasso a San Francisco.
In realtà, The Who By Numbers non cerca di recuperare l’incendiario sound live della band, con Townshend che prova a inventarsi una nuova direzione per il suo rock and roll. "Slip Kid", per esempio, dà allo stesso rock and roll una dimensione più elegante e, di fatto, smorzata. Ed è una delle poche canzoni del disco che vengono costruite sugli accordi di chitarra. Townshend riempie l’album di ballate e la fluida, compatta "Dreaming From The Waist", insieme all’etereo incedere di "How Many Friends", sono sorelle minori delle parti più sinfoniche di Quadrophenia.
Anche se la grinta si limita a soffiare attraverso il boogie and roll di "Success Story", la bellezza del disco è garantita proprio da questa nuova dimensione intima e struggente. La hit pop "Squeeze Box" e la drammatica scemenza all’ukulele "Blue, Red And Grey", tuttavia, sono segni evidenti di stanchezza che non fanno ben sperare per il futuro.

Dopo l’uscita dell’ultimo album, gli Who tornano a calcare i palchi di mezzo mondo con un lungo tour che copre anche il 1976. La band, nonostante i problemi, riesce a mettere in piedi spettacoli incendiari, tanto che la serata al Charlton Athletic Football Ground entra nel Guinness dei primati come "il concerto più rumoroso".
Townshend, tuttavia, sente che si tratta dell’inizio di una veloce discesa, vista la relativa freddezza con la quale vengono accolti i nuovi brani. Ed è proprio durante il tour del 1976 che il chitarrista inizia a sentire fischi e dolori in un orecchio. I disturbi sono causati dalla continua esposizione a volumi troppo alti e un medico gli consiglia caldamente di mollare tutto per non diventare completamente sordo.
Gli Who sono, così, costretti a interrompere temporaneamente la serie di concerti.

Townshend, tuttavia, non ha alcuna intenzione di cambiare lavoro e lo dimostra prontamente con un secondo disco solista, Rough Mix (Polydor, 1977), realizzato con Ronnie Lane degli Small Faces.
Il periodo di silenzio viene interrotto soltanto nel 1978, quando gli Who si ritrovano per registrare un nuovo disco.
Pete Townshend ha, ormai, smesso i panni del portavoce generazionale ed è assolutamente deciso a creare un nuovo sound per la sua band. In particolare, sono tempi di conflitto tra i vecchi "dinosauri" del progressive e i nuovi arrabbiati del punk, e gli Who hanno tanto cavalcato i primi quanto anticipato i secondi.
L’obiettivo di Who Are You (Polydor, 1978) diventa, così, quello di mediare due generi così agli antipodi.
Townshend sa che non può proseguire sulla scia delle ballate di Who By Numbers per sempre e, infatti, cambia quasi completamente registro musicale cercando, appunto, un’originale fusione tra aggressività punk ed eleganza progressive. "New Song", da questo punto di vista, è una sorta di manifesto del nuovo corso, ma la nuova rabbia degli Who non è più credibile, soprattutto se affogata in una crema di sintetizzatori.
Tutto l’album, in effetti, sembra sfuggire alle intenzioni dello stesso Townshend, prendendo una strada tutta sua con il lirismo di "Had Enough" e l’andamento scanzonato di "Sister Disco".
Se Who By Numbers riusciva ancora a emozionare con qualche spunto di classe, il nuovo disco piega decisamente il capo verso un sound più commerciale e di facile ascolto. "905" sembra una canzone di Cat Stevens catapultata in era digitale. Lo stesso sintetizzatore non viene più manipolato da Townshend per le metafisiche architetture di Who’s Next, ma per arrangiare in chiave orchestrale brani molto più blandi come la melensa "Love Is Coming Down".
Il chitarrista, tuttavia, riesce a rievocare la vecchia originalità con lo sperimentale marziale di "Guitar And Pen" e con l’efficace cavalcata synth-funk della title track, che recupera parte dell’epica degli Who. Epica che, purtroppo, fatica sempre più a stare in piedi: durante le prove per "Music Must Change", Keith Moon non riesce a tenere il tempo del brano perché le sue condizioni psico-fisiche si sono ulteriormente aggravate. Non un grande problema per la canzone che diventa un atipico jazz, ma un grande problema per il futuro degli Who.

Notte tra il 7 e l’8 settembre del 1978. Keith Moon ha appena lasciato un party organizzato da Paul McCartney in onore di Buddy Holly. Dopo essersi messo a letto con la sua ragazza, la sveglia poco dopo per chiederle uno spuntino notturno. Lei lo invita a rimettersi a dormire.
Keith, tuttavia, va in cucina e si prepara una grossa bistecca che accompagna con un numero spropositato di pasticche. Satollo, torna a letto. Né lui né la sua ragazza sanno che uno dei più spettacolari batteristi della storia del rock non si sveglierà mai più.

I Ragazzi non stanno bene

Dopo la morte di Moon, gli Who attraversano un periodo di buio totale. Il nuovo manager, Bill Curbishley, cerca in tutti i modi di convincere i tre a continuare, se non altro per onorare la memoria del loro vecchio, folle amico. Ironia della sorte, nel momento più nero per la band arriva addirittura un doppio, improvviso successo.
Nel maggio 1979 viene presentato, al Festival di Cannes, un documentario di Jeff Stein sulla vita degli Who.
"The Kids Are Alright" viene accolto come uno dei migliori documentari rock mai creati e ottiene un grande successo negli Stati Uniti, soprattutto sulla scia della pubblicazione dell’omonima colonna sonora.

Il doppio album The Kids Are Alright (Polydor, 1979) è, infatti, il degno coronamento sonoro alla leggenda della band inglese con una scelta accurata e azzeccata di materiale.
In diciassette brani si rivive il cammino degli Who verso la fama mondiale, partendo dalle pirotecniche esibizioni di "My Generation" e "I Can’t Explain" per arrivare a due versioni folgoranti dei capolavori "Baba O’Riley"/"Won’t Get Fooled Again", registrati dal vivo agli Shepperton Studios appositamente per il film di Stein. Nel mezzo, episodi cruciali come la magistrale "A Quick One" al Rock and Roll Circus e il seminale "Tommy" a Woodstock ("Sparks", "Pinball Wizard" e "See Me, Feel Me").
Il disco è tiratissimo, segno evidente di una stagione d’oro che ha portato gli Who in cima al mondo.

A quasi un anno dalla morte di Keith Moon, tuttavia, The Kids Are Alright è anche lo splendido testamento di una band che non esisterà mai più.
Nel settembre, inoltre, c’è la prima, al Toronto Film Festival, del film di Franc Roddam, "Quadrophenia".
A differenza di "Tommy", gli Who si limitano a produrre la pellicola che ha per protagonisti Phil Daniels, Leslie Ash e Sting. La colonna sonora del film vede, invece, un sostanziale contributo da parte di Townshend ed Entwistle che selezionano anche brani altrui come "Green Onions" e "Louie, Louie".
Nonostante Roddam ignori le quattro personalità di Jimmy e focalizzi la sua attenzione sugli scontri tra mod e rocker, il film ottiene un grande successo e porta nuovamente l’album originale sulla bocca dei fan inglesi.
Si riaccende, così, un forte mod revival in Gran Bretagna che, forse, aiuta Curbishley a convincere "il gruppo mod" a tornare in pista.

Lo spettacolo deve continuare

Alla metà del 1979, gli Who danno il via alle audizioni per trovare il nuovo batterista, ma nessuno dei tre è particolarmente entusiasta all’idea di rimpiazzare Keith Moon. A presentarsi c’è anche Phil Collins, ma, alla fine, l’ambito posto viene ceduto a Kenney Jones (Londra, 16/09/1948), ex-Small Faces e Faces. Lo stile di Jones, tuttavia, è molto diverso da quello funambolico di Moon e la differenza viene sentita in modo evidente sia dai suoi nuovi compagni che dai vecchi fan del gruppo.
A completare la nuova line-up viene chiamato stabilmente il tastierista John "Rabbit" Bundrick e, addirittura, un’intera sezione di fiati.

Il ritorno degli Who viene, così, accolto con grande entusiasmo con un bagno di folla al Rainbow di Londra e al Madison Square Garden di New York. E’ solo il preludio a un nuovo tour americano che, sfortunatamente, viene macchiato da una vera e propria tragedia. Il 3 dicembre 1979 a Cincinnati, Ohio, alcuni fan vengono travolti dalla calca in attesa del concerto al Riverfront Coliseum.
Gli Who non vengono informati della morte di 11 persone per evitare ulteriori problemi di sicurezza, ma, una volta a conoscenza del fatto, rimangono profondamente costernati. Pete Townshend decide di proseguire il tour, ma inizia a stare malissimo, finendo per aggrapparsi sempre di più alla bottiglia oltre che alle droghe pesanti.
Dopo l’ennesimo evento sfortunato, la band decide di prendersi il 1980 come un intero anno di pausa.

Townshend, per esorcizzare i suoi demoni, pubblica il suo migliore album da solista, Empty Glass (Atco, 1980), che contiene brani molto intensi e drammatici come "Rough Boys" e "A Little Is Enough".
Curiosamente, mentre il chitarrista scende velocemente verso il baratro, gli Who sono la terza band rock (dopo Beatles e Band) ad apparire sulla copertina della prestigiosa rivista Time.
E’ solo un isolato bagliore perché il gruppo, in realtà, va avanti senza una direzione precisa. Townshend è in preda al panico e non riesce a trovare nuove idee per il gruppo, sentendosi addosso soltanto fantasmi e ricordi di un passato glorioso brutalmente decapitato.

E, questa volta, la disperazione non riesce a trasformarsi in arte perché il primo disco senza Moon, Face Dances (Polydor, 1981), è di gran lunga il peggiore mai realizzato dagli Who.
L’album va in classifica e vende bene, ma numerosi critici attaccano, più o meno giustamente, Townshend per essersi tenuto il materiale migliore, lasciando alla sua band scarti pop di scarsa rilevanza. Effettivamente il disco presenta un sound molto diverso rispetto al passato con una serie di brani molli, privi di qualsiasi irruenza a causa della blanda batteria di Jones. "Another Tricky Day", per esempio, soffre evidentemente della mancanza dei colpi pirotecnici di Moon. Townshend scrive canzoni senza il minimo entusiasmo e "Cache Cache" e "Did You Steal My Money" si trascinano stancamente nei loro docili arrangiamenti corali.
Più che una nuova direzione musicale, Face Dances sembra semplicemente un lavoro annoiato di una band che non esiste più: il pop-rock striminzito della hit "You Better You Bet" non basta certo a tenere alto il nome degli Who.

Dopo la pubblicazione di Faces Dances, gli Who tornano a esibirsi in giro per il mondo.
Durante le varie tappe del tour, tuttavia, Daltrey si rende progressivamente conto della situazione disperata di Townshend e, arrivato al limite, decide di interrompere i concerti per permettere all’amico di curarsi seriamente. Il chitarrista, così, entra in una comunità e, sotto la guida della dottoressa Patterson, riesce a uscire dal vortice di droghe e alcol.
Ritrovato se stesso, Townshend decide di tornare in studio per lavorare a un altro disco con gli Who. E’ vero, tuttavia, che Pete sente di farlo più per obblighi contrattuali che per effettivo entusiasmo dato che, ormai, il feeling con i suoi compagni di band è del tutto sparito.

Registrato tra una tappa e l’altra del tour americano dell’estate del 1982, It’s Hard (Polydor, 1982) è il vero e proprio canto del cigno di Pete Townshend e degli Who.
L’album, per alcuni versi, continua con il sound "gradevole" e commerciale di Faces Dances, ma, per altri, sembra leggermente più ispirato e, a tratti, coraggioso. "Athena", per esempio, ripropone la stessa orecchiabilità easy, ma riesce a confezionarla con maggiore eleganza e piglio tra chitarre flamenco, batteria marziale e code di fiati.
Townshend ritorna a usare intelligentemente il sintetizzatore con l’interessante electro-funk di "Eminence Front" dove si torna anche a sentire una linea di chitarra degna di nota. Sono, purtroppo, soltanto brevi sprazzi di luce perché l’album soffre comunque una generale mancanza di energia. La sperimentazione piano-synth di "One Life’s Enough" sembra davvero dare ragione ai critici che accusano Townshend di tenersi il materiale migliore per la sua carriera solista. Entwistle viene, infatti, lanciato a briglia sciolta, ma i suoi brani rock ("It’s Your Turn" e "Dangerous") non bastano affatto a fare un grande album.
It’s Hard (incomprensibili le cinque stelle assegnategli dal magazine Rolling Stone) riesce con fatica a stare a galla aggrappato a brani come "I’ve Known No War", che recupera parte dell’inconfondibile melodia aggressiva del gruppo inglese. Melodia che, purtroppo, troverà qui la sua triste fine.

Dopo aver pubblicato un nuovo, autobiografico album solista, All The Best Cowboys Have Chinese Eyes (Atco, 1982), Pete Townshend prende la finale, sofferta decisione: intraprendere l’ultima tournée con gli Who. E’, di fatto, l’evento musicale dell’anno con una serie impressionante di concerti-tutto esaurito nei maggiori stadi del mondo e lo show d’addio, il 12 dicembre a Toronto, viene ripreso da centinaia di reti tv.
L’idea di trasformare gli Who in una band "solo studio" viene velocemente accantonata e Townshend chiama a raccolta i suoi compagni per esprimere la sua impossibilità a scrivere qualsiasi nuova canzone.
E’ il 16 dicembre del 1983: in una conferenza stampa, il chitarrista annuncia al mondo lo scioglimento definitivo degli Who.

Reincarnazioni: Live Aid, Tommy e altre storie

The WhoSciolti gli Who e ripulitosi completamente, Pete Townshend continua la sua attività solista e, tra il 1983 e il 1985, sforna altri due album: la raccolta di demo Scoop (Atco, 1983) e il progetto White City (Atco, 1985).
Il chitarrista inizia una vera e propria battaglia di sensibilizzazione contro le droghe e, preso da tale smania di solidarietà, decide di riformare il suo storico gruppo in occasione del Live Aid, maxi-concerto organizzato da Bob Geldof a Londra e Philadelphia per soccorrere le popolazioni povere dell’Africa.
Introdotti da Jack Nicholson come "band leggendaria", gli Who tengono una breve, intensa performance con i classici "Love Reign O’er Me", "Pinball Wizard", "Won’t Get Fooled Again" e l’inno "My Generation" che, purtroppo, non arriva completo in mondovisione a causa di un fusibile saltato alla Bbc.
Townshend, per l’occasione, scrive addirittura un nuovo pezzo, "After The Fire", che non viene testato dal vivo, ma lasciato al nuovo disco solista di Roger Daltrey, Under A Raging Moon (10 Records, 1985).
L’esibizione al Live Aid è soltanto un "one day-show" perché Pete torna subito alla propria vita musicale, pubblicando una seconda raccolta di demo, Another Scoop (Atco, 1987), ma, soprattutto, un adattamento musicale di una novella per bambini dello scrittore Ted Hughes.
The Iron Man (Virgin, 1989) vede la partecipazione di prestigiosi musicisti tra cui Nina Simone, John Lee Hooker e gli stessi John e Roger per "Dig" e "Fire".
Nel 1988, gli Who ricevono un premio alla carriera dalla British Phonographic Industry e, così, tornano sul palco per un brevissimo set che diventa l’ultima apparizione di Kenney Jones con la band.

La discografia degli Who, nel frattempo, viene rinforzata da rarità, singoli e, soprattutto, da un nuovo album doppio dal vivo, Who’s Last (MCA, 1984), che documenta il tour d’addio della band del 1982, ma che, per forza e intensità, è distante anni luce dall’incandescente Live At Leeds.
Nel 1989, per celebrare il venticinquesimo anniversario di Tommy, gli Who decidono di tornare insieme per un tour che porti nuovamente la rock opera in giro per il mondo. Per l’occasione c’è un altro cambio di line-up con l’ex Whitesnake Simon Phillips al posto di Kenney Jones dietro le pelli.
L’entusiasmo per il nuovo tour cresce esponenzialmente e tutte le date registrano il tutto esaurito in pochi giorni, soprattutto le quattro serate consecutive al Giants Stadium.
La storia di Tommy Walker viene proposta anche in versione musical nelle due notti all’Anfiteatro dell’Università di Los Angeles con ospiti d’eccezione come Elton John, Phil Collins, Patty Labelle, Billy Idol e Steve Winwood.
L’imponente evento viene, successivamente, affidato a un box, Join Together (Virgin, 1990), contenente il doppio album del tour.
Il disco ben rappresenta la bontà di tutta l’operazione ed è un’altra occasione per ascoltare l’intero Tommy dal vivo.
Al primo anno di eleggibilità, nel 1990, gli Who vengono introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. Tra le tante voci, la convinzione che Townshend e soci si contendano, insieme a Beatles e Rolling Stones, il prestigioso titolo di "più grande rock and roll band del pianeta".

Saranno anche una delle band rock and roll più famose al mondo, ma gli Who continuano, all’alba degli anni 90, a rimanere divisi.
E’, soprattutto, Townshend che prosegue il suo itinerario artistico. Nel 1993 realizza una versione teatrale per bambini di "The Iron Man" presso lo Young Vic Theatre di Londra e parte in tour per presentare il nuovo concept-album, Psychoderelict (Atlantic, 1993). Il disco è costruito su una commedia radiofonica e la sua storia gira intorno a una rockstar di mezza età che, ancora una volta, prende vita dai ricordi e dalle esperienze dello stesso Townshend.
Il tour (al quale partecipa per alcune sere il basso di Entwistle) sperimenta la presenza di alcuni attori sul palcoscenico insieme ai musicisti, ma fallisce da un punto di vista economico e, ovviamente, non ha la stessa risposta di pubblico rispetto al nome The Who. Nome che ancora vola alto nei cuori dei fan, visto l’entusiasmo con cui viene appresa la voce di una possibile reunion in occasione dei 30 anni di attività della band.

Nel 1994, Pete e John salgono sul palco della Carnegie Hall di New York per festeggiare i 50 anni di Roger Daltrey. E’, di fatto, più un sentito tributo alla musica del vecchio gruppo che una vera e propria reunion, visto che i tre superstiti continuano poco dopo le rispettive carriere soliste.
A omaggiare splendidamente gli Who ci pensa, invece, un monumentale cofanetto retrospettivo, 30 Years Of Maximum R&B (Polydor, 1994), che parte dai primi vagiti degli High Numbers di Pete Meaden e arriva fino all’ultima cover realizzata dalla band, "Saturday Night’s Alright For Fighting" (Elton John).

Il vero e proprio ritorno degli Who arriva due anni più tardi, nel 1996, quando l’organizzazione del Prince’s Trust chiede a Pete Townshend di partecipare a un grosso concerto benefico che si terrà in primavera in Hyde Park, Londra. Il chitarrista, insieme ad altre star come Bob Dylan ed Eric Clapton, accetta l’invito con l’idea suggestiva di eseguire una versione acustica dell’intero Quadrophenia.
Il nuovo tentativo solista, tuttavia, viene rapidamente abbandonato e Townshend chiama Entwistle e Daltrey per una performance a nome The Who. I tre vengono accompagnati da Zak Starkey alla batteria, Bundrick e Carin alle tastiere e da un chitarrista aggiunto, Simon Townshend. A impreziosire la serata, una piccola parata di ospiti d’eccezione sale sul palco per interpretare i vari protagonisti della storia di Jimmy: tra gli altri, David Gilmour, Gary Glitter e l’attore Phil Daniels che fa da voce narrante all’intera esibizione.
Si consuma, così, una sorta di rivincita personale per Pete Townshend, che non era mai riuscito a far funzionare veramente le complesse partiture del doppio album dal vivo. E, infatti, anche qui gli Who vanno incontro ad alcune difficoltà tecniche, ma lo show viene accolto con grandissimo entusiasmo e, alla fine, si rivela un vero successo, tanto che verrà ripetuto per sei sere consecutive al Madison Square Garden di New York.

Una nuova ondata di freschezza travolge i tre che, ancora più stuzzicati dalle serate al Madison, decidono di imbarcarsi in una vera e propria tournée in America ed Europa. Il "Quadrophenia Tour" compie, così, il suo cammino quasi trionfale con migliaia di persone che accorrono per ascoltare le vecchie gesta dei mod e, ovviamente, la musica immortale degli Who.
Dopo il successo del tour di Quadrophenia, gli Who si sciolgono ancora una volta.
Pete Townshend torna a un’intima dimensione acustica e registra un disco dal vivo, Pete Townshend Live (Platinum Entertainment Inc, 1999), presso la Maryville Academy di Chicago dove viene raggiunto dal frontman dei Pearl Jam, Eddie Vedder, per "Heart To Hang Onto" e "Magic Bus".

E’, sostanzialmente, un periodo molto tranquillo per il chitarrista che si prepara, così, a una nuova rivincita personale. All’alba del nuovo millennio, infatti, Townshend realizza il suo progetto lungamente atteso, "Lifehouse". Pete pubblica un cofanetto sestuplo contenente tutti i brani originariamente destinati al progetto stesso più un’omonima commedia radiofonica scritta con Jeff Young. Vecchie, nuove canzoni che vengono subito portate sul palco del Sadler’s Wells Theatre di Londra, dove Townshend è accompagnato da fedeli musicisti e dalla London Chamber Orchestra.
A raccogliere l’enorme materiale musicale è, successivamente, Lifehouse – Chronicles (Eel Pie Recording Production Ltd., 2000), che contiene brani ingiustamente esclusi da Who’s Next ("Relay", "Pure And Easy" e "Too Much Of Anything") e magniloquenti fantasie orchestrali. Non è certamente quello che Townshend aveva in mente trent’anni prima, ma, senza dubbio, è un altro sassolino tolto dalla sua visionaria scarpa.

Il chitarrista, comunque, non è il solo Who attivo. Con minori fortune, John Entwistle organizza alcuni show con la sua band mentre Roger Daltrey continua a portare in giro la leggenda in un tour con la British Rock Symphony Orchestra.
E’ ancora il preludio a un nuovo ritorno sulle scene dei tre che, per una causa benefica, decidono di riunirsi per poche serate natalizie allo Sheperd’s Bush Empire di Londra e alla House of Blues di Chicago. Alla batteria viene confermato Zak Starkey, che sembra uno degli eredi più plausibili di Keith Moon con colpi molto più fantasiosi e decisi di Kenney Jones.
Il sound-Who, così, riacquista un pizzico della vecchia potenza e brani storici come "Magic Bus" e "5:15" tornano a brillare nel documento-live From The Blues To The Bush (Musicmaker.com, 2000), che viene, tuttavia, venduto soltanto via internet.

Il filo senza fine

Il successo dei concerti benefici del 1999 spinge gli Who a continuare, questa volta, senza nuove interruzioni. Nell’estate del 2000 parte, così, un altro tour negli Stati Uniti che prosegue a novembre in Inghilterra con una splendida serata finale presso la Royal Albert Hall di Londra.
Gli Who partono sparati con versioni ruggenti di "Pinball Wizard" e "I Can’t Explain" prima di essere accompagnati da numerosi ospiti, tra cui Paul Weller (toccante il duetto acustico con Townshend per "So Sad About Us") ed Eddie Vedder, che oscura il vecchio leone Daltrey in "Let’s See Action", "I’m One" e "Getting In Tune". Lo spettacolare show viene, in seguito, pubblicato sul doppio album Live at Royal Albert Hall (Steamhammer, 2003).
L’entusiasmo è talmente generale che porta Townshend addirittura a vagliare l’ipotesi di un nuovo disco in studio con la band. Due tragici eventi, tuttavia, distolgono l’attenzione del chitarrista dalla nuova, intrigante idea.

Nell’ottobre del 2001, gli Who partecipano all’imponente concerto per la città di New York, brutalmente trafitta al cuore dagli attacchi terroristici dell’11 settembre. Il dolore è vivo, pulsante ed è destinato a lacrimare nuovamente: esattamente un giorno prima dell’inizio del nuovo tour americano, il 27 giugno del 2002, John Entwistle viene trovato morto in una camera dell’Hard Rock Hotel di Las Vegas.
Le analisi del coroner rivelano che il bassista ha avuto un arresto cardiaco in seguito a una overdose di cocaina.
La funambolica, devastante sezione ritmica degli Who, di fatto, cessa di vivere per sempre.

Lo scossone provocato dalla morte di Entwistle, tuttavia, non sembra abbattere Townshend e Daltrey che, dopo un dovuto slittamento, partono lo stesso in tour con Pino Palladino al basso.
Palladino è abile e, soprattutto, navigato (David Gilmour, Eric Clapton, Elton John), ma, ovviamente, non ha le stesse dita fulminee di John. Sebbene mutilati strumentalmente, gli show americani vengono accolti con lo stesso entusiasmo di sempre tanto che, a settembre, la rivista inglese Q nomina gli Who "una delle 50 band da vedere prima di morire". O prima di diventare vecchi.

Nel marzo del 2004 viene pubblicata una nuova raccolta retrospettiva, ma, questa volta, non c’è il solo passato a stupire. The Who: Then And Now (Geffen, 2004) esce sì per festeggiare i 40 anni dal primo singolo ufficiale, ma è anche un primo, timido avvertimento: la musica degli Who è tornata.
"Real Good Looking Boy", con Greg Lake al basso, è una splendida ballata nostalgica che mescola sapientemente la spiritualità pianistica di Who’s Next con gli arrangiamenti sinfonici di Tommy. Townshend riesce a realizzare un brano di grande impatto emotivo che, grazie a un tono più pacato della voce di Daltrey, non si sentiva da tempo. Stesso discorso per "Old Red Wine" (secondo e ultimo inedito della compilation), che sembra uscita direttamente dalle session di Quadrophenia.

L’album diventa un pretesto per tornare in tour: gli Who, in appena 18 date, si esibiscono in Giappone, Australia, Stati Uniti e Inghilterra dove vengono trionfalmente accolti all’Isola di Wight il 12 giugno, trentaquattro anni dopo la loro incandescente partecipazione al Festival.
Durante la primavera del 2005, a quasi tre anni dalla morte di Entwistle, gli Who si sentono definitivamente pronti per realizzare un nuovo disco in studio.
Pete Townshend annuncia al mondo che, dopo 23 anni di vuoto, It’s Hard troverà il suo successore, provvisoriamente chiamato "Who2".

Il nuovo materiale, tuttavia, fatica a prendere la sua forma finale anche a causa degli impegni di Zak Starkey come batterista degli Oasis. Il sito web di Townshend dichiara che il disco subirà un indefinito ritardo, ma il chitarrista, nel frattempo, pubblica una storia dal sapore fantascientifico dove un vecchio rocker, Ray High (già protagonista di "Psychoderelict"), guida tre ragazzi accomunati dalla passione per la musica. Un’idea comincia, così, a estendersi nella mente di Pete che pensa sempre più a trasformare la storia in una vera e propria opera rock, nuova base narrativa per "Who2".

Mentre Townshend continua alacremente a lavorare sul nuovo disco, gli Who partecipano, sul palco di Londra, al Live 8, nuovo, gigantesco evento benefico organizzato da Bob Geldof. Per l’occasione la band stravolge la sua line-up con Steve White (batterista di Paul Weller) al posto di Starkey e l’Ocean Colour Scene Damon Minchella al basso di Pino Palladino, in tour con Jeff Beck.
Le sostituzioni, comunque, si rivelano più che all’altezza e il breve set degli Who scuote gli animi con "Who Are You" e "Won’t Get Fooled Again".

Finalmente, nell’ottobre del 2006, l’intricata storia multimediale di "The Boy Who Heard Music" trova la sua dimensione musicale definitiva, trasformandosi nel primo album originale degli Who dai tempi di It’s Hard.
L’annuncio fa sensazione e mobilita vecchi e nuovi fan che, sul sito di iTunes, possono scaricare i primi due singoli di Endless Wire (Polydor, 2006). L’incedere sinuoso ed elettrico di "It’s Not Enough" e l’acquarello acustico, tenero e malinconico, di "Tea & Theatre" fanno ben sperare per un disco realizzato con estrema fatica in oltre quattro anni. L’album, tuttavia, si rivela abbastanza piatto, quasi seduto su se stesso.
Gli Who (se di Who si può parlare) sembrano voler innescare un gioco perverso tra evidenti richiami a un passato glorioso che non c’è più e nuove tentazioni sonore. "We Got A Hit" e "Mirror Door", per esempio, ricalcano fedelmente le strutture sinfoniche del vecchio Tommy, ma il grido ferino di Daltrey è praticamente scomparso e la sezione ritmica non riesce a dare la vecchia forza alle pur buone idee sonore di Townshend.
Meglio, allora, quando il cantato si fa più pacato e avvolgente e la chitarra si limita a delineare scheletrici accordi folk, come nell’emozionante ballata "Man In A Purple Dress".
Quello che Townshend cerca è di riprendere in mano, ventiquattro anni dopo, "il filo senza fine" della sua arte, ma la sensazione generale è che sia passato, ormai, troppo tempo per evitare quel quasi fastidioso senso di déjà vu.
Endless Wire, infatti, a tratti cade nella trappola della pura autoreferenzialità. "Black Widow’s Eyes" non è che il tipico Who-sound che ha già influenzato generazioni per non parlare della rivisitazione computerizzata dell’intro mistico di "Baba O’ Riley" in "Fragments", che appare piacevole quanto completamente inutile.
I nuovi Who che giocano a fare i vecchi Who, in buona sostanza, finiscono per annoiare. L’album, infatti, riesce a risollevarsi nel momento stesso in cui Townshend e Daltrey accettano di non essere morti prima di diventare vecchi e, soprattutto, di cambiare registro sonoro. L’inno ribelle diventa, così, una teiera borghese, ma finisce per strappare più di un ascolto come nel lamento à-la Waits di "In The Ether" e nella ballata acustica di "God Speaks Of Marty Robbins".
Il nuovo posto degli Who nella musica passa, per esempio, attraverso la giga per mandolino di "Two Thousand Years" e il banjo marziale e stralunato di "Unholy Trinity". E’ qui che Townshend e Daltrey possono coccolarsi con calma il loro mito senza diventare inevitabilmente "dinosauri del rock and roll".

Per promuovere l’album, gli Who intraprendono un lungo tour mondiale che, il 24 giugno del 2007, li porta in trionfo sul palco del Glastonbury Festival. Dopo oltre quarant’anni, il fuoco continua a bruciare.

Outro - E una dura pioggia cadrà…

Verona, Arena. Mentre l’epopea mod scorre su un grande schermo, oltre 13.000 persone aspettano con trepidazione qualcosa che, forse, non vedono da oltre trent’anni. Pete Townshend e Roger Daltrey sono lì, tirati a lucido, sorridenti. "I Can’t Explain", "Substitute", "The Seeker": primi, indimenticabili pezzi di un passato che ritorna, ancora una volta. La magia, in parte, si è già compiuta, ma le sorprese non sono affatto finite.
"Ma dovrebbe piovere su di voi, non su di me!", esclama ironico Townshend quando, intorno alle 21.30, sull’Arena si scatena un vero e proprio nubifragio. Il concerto viene interrotto per oltre un’ora, fino a quando l’acquazzone non si trasforma in sottile pioggerellina. Lo show, così, può andare avanti e "Behind Blue Eyes" riscalda i cuori bagnati di tutti. Non certo, però, la voce di Daltrey che si blocca sul ritornello e non vuole più saperne di andare avanti. Iniziano le negoziazioni con il cantante che, alla fine, decide di mettere a rischio le proprie corde vocali proseguendo con il concerto . Townshend sconvolge la scaletta scegliendo classici cantati da lui stesso come "Eminence Front", "Magic Bus" e "Pinball Wizard". Di fatto, è il personalissimo show del chitarrista che, con eleganza e coraggio, prende per mano tutti e porta il concerto all’acclamato epilogo di "Won’t Get Fooled Again".
E’ forse proprio la sfortuna che, in una notte di giugno, ha aiutato Pete Townshend a celebrare definitivamente l’epica del suo genio e la musica leggendaria degli Who.

Questa lunga storia è dedicata a John "The Ox" Entwistle e Keith "Moonie the Loonie" Moon

Who

The kids are alright

di Mauro Vecchio

Dal beat irriverente degli esordi, che sconvolse il cuore e la mente della generazione mod, alle complesse partiture di opere rock come "Tommy" e "Quadrophenia", nate dalla penna visionaria di Pete Townshend. La leggenda dei "kids" londinesi, tra performance incendiarie, liti e tragedie. Una storia cui non è stata ancora apposta la parola fine
Who
Discografia
 THE WHO  
   
 The Who Sings My Generation (Brunswick Records, 1965)

7

 A Quick One (Reaction, 1966)

6,5

 Happy Jack (Decca, 1967) 
The Who Sell Out (MCA, 1967)

7,5

 Direct Hits (Track, 1968) 
 Magic Bus (MCA, 1968) 
Tommy (MCA, 1969)

8,5

The Who Live At Leeds (live, MCA, 1970)

8

Who's Next (MCA, 1971)

9

 Meaty Beaty Big and Bouncy (Track, 1971) 
Quadrophenia (MCA, 1973)

8

 Odds & Sods (MCA, 1974)

7

 The Who By Numbers (MCA, 1975)

6,5

 The Story Of The Who (antologia, Polydor, 1976) 
 Who Are You (MCA, 1978)

6

The Kids Are Alright (MCA, 1979)

7,5

 Face Dances (MCA, 1981)

4

 It's Hard (MCA, 1982)

5

 Rarities Vol. 1 1966-1968 (antologia, Polydor, 1983) 
 Rarities Vol. 2 1970-1973 (antologia, Polydor, 1983) 
 The Singles (antologia, Polydor, 1984) 
 Who's Last (MCA, 1984)

5,5

 The Who Collection (antologia, MCA, 1985) 
 Who’s Missing (antologia, MCA, 1985) 
 Two’s Missing (antologia, MCA, 1987) 
 Who’s better Who’s best (antologia, Polydor, 1988) 
 Join Together (Virgin, 1990)

6,5

 30 Years of Maximum R&B (Columbia/Sony, 1996) 
 The Who Live At Isle Of Wight Festival (live, Columbia, 1996)

7

 My Generation: The Very Best Of The Who (antologia, Polydor, 1996) 
 Bbc Sessions (live, MCA, 1999) 
 From The Blues To The Bush (Musicmaker.com, 1999)

6

 Millennium Collection (live, MCA, 1999) 
 Live at Royal Albert Hall (live, Steamhammer, 2003)6,5
 The Who: Then And Now (antologia, Geffen, 2004)

7

 Endless Wire (Polydor, 2006)

6

   
 PETE TOWNSHEND  
   
 Who Came First (1972) 
 Empty Glass (1980) 
 All The Best Cowboys Have Chinese Eyes (1982) 
 Scoop (1983) 
 White City: A Novel (1985) 
 Another Scoop (1986) 
 The Iron Man: A Musical (1989) 
 Psychoderelict (1993) 
 A Benefit For Maryville Academy (1998) 
 Live: The Fillmore (live, 2000) 
 Live: The Empire (live, 2000) 
 Live: Sadler's Wells (live, 2001) 
 Live: La Jolla (live, 2001) 
 Scoop 3 (2001) 
   
 ROGER DALTREY  
   
 Daltrey (1973) 
 Ride A Rock Horse (1975) 
 One Of The Boys (1977) 
 Mc Vicar (1980) 
 Parting Should Be Paintless (1984) 
 Under A Raging Moon (1985) 
 Can't Wait To See The Movie (1987) 
 Rocks In The Head (1992) 
   
 JOHN ENTWISTLE  
   
 Smash Your Head Against The Wall (1971) 
 Whistle Rhymes (1972) 
 Rigor Mortis Sets In (1973) 
 Too Late The Hero (1981) 
 The Rock (1996) 
 King Biscuit Flower Hour Presents in Concert (1996) 
 Left For Live (1999) 
 Music From Van Pires (2000) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Who su OndaRock
Recensioni

WHO

Who's Next

(1971 - Track)
Ritratto della "Who Generation" in un'opera fulminante

WHO

Tommy

(1969 - Polydor)
Una delle primissime opere concettuali che il mondo del rock strinse nel suo insaziabile abbraccio

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