Infatti tutti gli elementi stilistici negli Yes del progressive trovano, prima che migliore realizzazione, miglior equilibrio.
L'ambizione strutturale, il virtuosismo tecnico, l'epica strumentale trovano negli Yes massimo compimento nel cristallizzarsi in una "forma" musicale, in un "qui e ora " che materializzi i presupposti culturali del genere.
Senza contare, considerazione questa personalissima, che dopo 35 anni, innumerevoli vicissitudini musicali, incredibili alti e bassi, varie mutazioni e convulsioni, gli Yes sono l'unica vera "cronaca" non storicizzata rimasta realmente nel progressive, tanto che un disco o un concerto degli Yes nel 2004 sono attualità musicale, non nostalgia, sono effige atemporale, non rituale, di ere lontane. In tal senso, gli Yes sono un gruppo antico senza mai essere stato realmente vecchio. Gli Yes esordiscono nel 1969 con il disco omonimo Yes. La line-up primigenia è costituita da Bill Bruford alla batteria, Tony Kaye all'organo, Peter Banks alla chitarra, Chris Squire al basso e Jon Anderson alla voce.
Apparentemente altro non sono, all'esordio, che l'ennesimo gruppo uscito dalla scia dei Beatles con in eredità l' organo di Brian Auger. Però ascoltando il pop iperstrutturato del disco omonimo non si può non notare due cose: la qualità dei brani e la qualità dell'esecuzione, se non degli esecutori. I pezzi sono quasi tutti della coppia Anderson/Squire, più due cover, una di Crosby e una dei Beatles, e mostrano una qualità di scrittura e melodica veramente eccellenti, sia che ci si cimenti nella ballata romantica (come in "Yesterday And Today e "Sweetness"), sia che si provino soluzioni più articolate e celebrative ("Harold Land"). In secondo luogo, l'impatto strumentale, se non imponente e lontano dalle elucubrazione barocche che verranno, è sicuramente di forte suggestione. Se Banks alla chitarra è tutto sommato defilato su ipotesi stilistiche ormai appartenenti al passato e non sembra in grado di reggere il passo, Kaye si destreggia mica male cesellando con l'hammond le melodie impostate dalla voce angelica di un intonatissimo Anderson, mentre Squire e Bruford alla sezione ritmica già fanno intravedere un approccio creativo ai singoli strumenti.
Certo è che il 1969 è l'anno dell'esordio dei King Crimson e gli Yes appaiono senz'altro piuttosto in retroguardia nella definizione stilistica dell'emergente progressive.
Nel febbraio dell'anno successivo esce il secondo disco, Time And A Word, la line-up è immutata, anche se nella versione Usa della copertina appare già Steve Howe, in realtà presente solo dall' album successivo, con l'aggiunta di un'orchestra. Presenti due cover (Ritchie Havens e Stephens Still), poi altri sei brani con Anderson sugli scudi come autore. Il sound e la brillantezza espressiva sono quelli del primo album e, a differenza di una vulgata diffusa, l'uso dell'orchestra è moderato e intelligente, spesso contrappuntistico o come sottolineatura drammatica dei brani, come ad esempio in "Then" o in "Everydays" (cover di Stills). La qualità di scrittura e di arrangiamento è convincente e molto espressiva, svariate digressioni strumentali e solistiche arricchiscono un disco molto bello e coinvolgente, anche se retrospettivamente un po' vecchio come impostazione, specie nell' utilizzo dell'onnipresente organo hammond e in alcune derive molto pop ("Sweet Dreams" e la celebre title track), e forse per questo un po' sottovalutato.
L'anno successivo via Banks ed entra Steve Howe, proveniente dai Tomorrow, che caratterizzerà con la sua chitarra tutto lo "Yes sound". Il disco di questa nuova formazione è uno dei loro più celebri e celebrati, Yes Album. Con l' inserimento di Howe gli Yes trovano innanzitutto un autore molto brillante e poi un chitarrista molto originale e creativo nel suo affabulare sia in chiave solistica che di accompagnamento, nel suo vorticare solipsistico. Rispetto al suo predecessore, Howe appare un chitarrista, oltre che più dotato, più moderno per l'epoca e più primariamente legato al progressive, tanto da diventare il chitarrista progresive per eccellenza. Yes Album, anche per questo, compie un deciso passo avanti verso il progressive e nella qualità delle composizioni. In realtà, il passaggio rispetto ai dischi precedenti è forse meno netto di quanto viene comunemente creduto (tanto che per molti fan questo è il primo disco dei "veri Yes"); Il disco contempla quattro brani lunghi, tutti classici del gruppo, e due cammei brevi, tutto sommato trascurabili. Il punto di partenza dei brani sono felici intuizioni melodiche come e meglio dei due dischi precedenti, quello che cambia, e rende il disco formalmente più progressivo, è l'espansione dei brani a livello strumentale e di arrangiamento, con soluzioni spettacolari e improvvise, con una fortissima dinamica interna nei brani. Però sottotraccia lo stile è ancora lontano dalla intricata luminescenza dei dischi successivi; Kaye non è Wakeman, e la cosa diventerà evidente in seguito, manca del tutto del suo classicismo ma anche del suo tocco di prezioso cesellatore alle tastiere, i brani sono belli, coinvolgenti ma suonano ancora troppo rock, troppo vintage, alcune parti quasi folk (per esempio in "All Good People" e "Starship Trooper") sembrano un po' posticce, poi i brani mancano quasi del tutto di umore drammaturgico nel loro svolgersi estroverso e quasi allegro. Potranno sembrare ingenerose tali critiche a un album considerato tra le pietre miliari del progressive, ma se si confronta il suono di Yes Album con alcuni degli album immediatamente successivi non si potrà non rilevare la differenza di forza evocativa, di stile, di dramma, di forma.
Nel 1972 esce Fragile , che vede l' inserimento di Rick Wakeman, ex Strabws, e la quadratura del cerchio appare compiuta. Wakeman è tastierista di impostazione classica e accademica e di debordante narcisismo, e queste due caratteristiche influenzeranno, nel bene e nel male, le scelte stilistiche del gruppo, votato d'ora in poi a un progressive ipertrofico, tecnicistico, iperespessivo, barocco. Nel periodo di maggiore creatività, questo si tradurrà in lavori di grandissimo pregio, strumentalmente esaltanti, di grandissimo impatto strutturale in cui un caleidoscopio di voci solistiche erige cattedrali sonore di debordante creatività, in cui trovano perfetto equilibrio il classicismo di Wakeman, l'intricato chitarrismo di Howe, il drumming fantasioso di Bruford e il basso solista di Squire, usato spesso non come accompagnamento ritmico ma come strumento di delineazione armonica e melodica, cosa questa innovativa per il rock (altri esempi di questo approccio nel rock saranno Geddy Lee dei Rush e Jannick Top nei Magma). Su tutto questo si staglia la voce di Anderson, acutissima ma non flebile, intonatissima, a suo modo perfetta.
Tutto ciò trova compimento in Fragile, disco non esente in realtà da parti deboli e lontano dall'essere il migliore del gruppo, ma che gode di una sfolgorante e adamantina perfezione stilistica ed esecutiva.
A testimonianza di un narcisismo che alla lunga eroderà i rapporti, la stabilità del gruppo e gli stessi procedimenti creativi, nel disco vi sono brani eseguiti e gestiti dal gruppo nel suo complesso e parti attribuibili esclusivamente ai solisti. Tra queste ultime una trascurabile ripresa di Brahms da parte di Wakeman, un curioso quanto altrettanto trascurabile esperimento vocale di Anderson, un virtuosismo per bassi sovraincisi da parte di Squire, un brevissimo cammeo di Bruford e un poi celeberrimo brano ("Mood For A Day") di Howe all'acustica, dal sapore rinascimentale e tutt'ora highlight da concerto. Ma il vero valore del disco lo daranno i brani d'assieme; "Roundabout", un loro grande successo, e "Long Distance Runaround" partono in realtà da linee melodiche non certo irresistibili, ma trovano valore nelle varie intercapedini solistiche, tra tutte la conduzione del basso di Squire. Di maggior pregio oggettivo due dei migliori brani di tutta la loro carriera, "South Side Of The Sky" dalle perfette armonie vocali e con il piano post-romantico di Wakeman a impreziosire la parte centrale, e soprattutto "Heart Of The Sunrise", 11 minuti di ballata apocalittica dilatata e drammatizzata da una partitura strumentale ora furibonda con Howe in una fuga senza fine, ora cesellata dal mellotron di Wakeman e dagli arabeschi della sezione ritmica. Una notazione a parte merita la copertina di Roger Dean, da qui illustratore dell'iconografia del gruppo, immaginifica come la loro musica.
La versione in cd rimasterizzata contiene anche una cover, dilatata a 10 minuti, di "America" di Paul Simon, uscita primariamente come singolo. Di per sé il brano è molto buono, ma merita una citazione perché paradigmatica di uno stile e un genere. La bella ballata di Simon viene frantumata e poi ricomposta in uno stillicidio strumentale di digressioni, sottolineature, inserti, un po' come se la versione di Simon fosse un sunto da cui gli Yes hanno estratto un testo. Potrà non piacere, ma "America" è, nella comparazione delle due versioni, una straordinaria esemplificazione dell'approccio musicale non solo degli Yes, ma di tutto il progressive.
Fragile è disco di forte impatto e, anche se gode di una certa sopravvalutazione, porta agli Yes grande successo, fama e considerazione.
Il gruppo, lanciatissimo, nello stesso anno (1972) licenzia quello che è da molti considerato il loro capolavoro: Close To The Edge.
La suite omonima, che copre tutta la prima facciata, si basa in realtà su poche idee melodiche di fondo che si ripetono più volte nello sviluppo del brano, quello che è stupefacente, a parte l' esecuzione, è la strabordante inventiva dell'impianto strumentale, che dilata e sorregge il brano, una vertigine stordente ora convulsa ora pacata, ora epica ora liturgica, con Anderson, primo protagonista, che tiene con le parti vocali le fila in un continuo rifrangersi autoreferenziale tra gli strumenti, un equilibrio miracoloso in cui trova compimento un paradigma implicito di tutto il progressive: non esiste autonomamente un elemento sostanziale nella musica, anche se rock, e di qui passa l'elemento rivoluzionario del progressive stesso, che non possa essere ricondotto nella forma che si esplica successivamente in suoni, accordi, melodie, arrangiamenti. Per questo nel progressive non esistono informazioni, emozioni, suggestioni, messaggi che non possano essere ricondotti a elementi puramente musicali e acustici, di per sé, ovviamente, esclusivamente formali. In tal senso Close To The Edge è un intricato mosaico barocco tra le massime espressioni di un'epoca.
La suite rischia di fare passare in secondo piano i due notevoli brani che costituiscono la seconda facciata. "And You And I" parte come una romantica ballata di forte e orecchiabile melodia che ben presto si estende in una parte centrale epica e celebrativa, dilatata dal mellotron di Wakeman, per poi finire in una ripresa del tema principale. L'ultimo brano, "Siberian Khatru", ricorda come struttura un po' "Roundabout" del disco precedente, con Howe e Wakeman raramente più lucidi negli interventi strumentali.
Gli Yes appaiono a questo punto lanciatissimi e celebrano se stessi in un triplo dal vivo (Yessongs), ma cominciano ad apparire dissapori interni e avviene una prima importante defezione, infatti Bruford se ne va nei King Crimson di Fripp e viene sostituito da Alan White, che da qui in avanti sarà sostanzialmente il batterista degli Yes.
Il frutto della nuova line-up è Tales From Topographic Oceans, l'anno è il 1973. Si tratta di un doppio Lp con un unico brano per ognuna delle quattro facciate. Il primo brano, " The Revealing Science Of God", parte, in maniera forse inaspettata, con una digressione vocale in crescendo che al culmine della tensione si apre e si dilata in un lago strumentale di grande fascino e perfezione. Il brano è notevole, suonato e gestito con perfezione chirurgica, pieno di anfratti strumentali e di liriche melodie, molto più pacato e lineare rispetto alle convulsioni delle prove precedenti. Si comincia ad avvertire un vaghissimo retrogusto new age ante litteram su cui l'Anderson solista costruirà una carriera. In conclusione, per chi scrive, uno dei migliori brani del gruppo in assoluto.
Molto meno interessante e bello il secondo brano "The Remembering", vero punto debole del disco, che riprende il clima del primo brano ma con melodie insistite molto più banali, con una aria da carillon reiterata oltre il lecito, come se il gruppo non avesse più idee e avesse dilatato un brano da tre minuti fino a farne una suite. Poi il terzo brano, "The Ancient", un vero gioiello e un po' "pietra dello scandalo" di tutto il lavoro; un coacervo apparentemente "free form" ma in realtà lucidissimo di stacchi di mellotron, ritmiche insistite e tribali, vocalizzi, passaggi di jazz astrale, divagazioni chitarristiche quasi frippiane, con uno splendido finale con una ballata acustica. "The Ancient" è una chiara soluzione di continuità nell'ottica Yes, un brano di chiara impostazione crimsoniana, involuto, anche oscuro, antinaturalistico, sofisticato.
Riuscito anche il quarto brano, "Ritual", una ballata in crescendo lirica e coinvolgente con una parte centrale al limite del rumorismo.
Tales From Topographic Oceans è un disco controverso, che ha lasciato all' epoca, e lascia tutt'ora, interdetta la critica e i fan ed è stato indicato retrospettivamente come un esempio della degenerazione del progressive, destino curiosamente analogo a un disco uscito nello stesso anno, "A Passion Play" dei Jethro Tull. Per chi scrive, si tratta, con Close To The Edge, del capolavoro degli Yes, in cui una cristallina ispirazione si compenetra con una perfezione formale ineguagliata, diamante puro lanciato nell'imperfetto mondo del rock.
L'anno successivo va via Wakeman (che da qui in poi uscirà e rientrerà nel gruppo in maniera un po' schizofrenica) e arriva l'oscuro tastierista svizzero Patrick Moraz. Il disco è Relayer, accolto con molta freddezza all'epoca ma molto rivalutato in seguito. La struttura dell'album è analoga a Close To The Edge, una suite nella prima facciata e due brani nella seconda. Con il cambio di tastierista, il sound del gruppo cambia notevolmente, perdendo in classicismo e in armonia e acquistando molto in dinamica. La suite "The Gates Of Delirium",a parte il finalone epico ("Soon"), è molto meno ordinata e lineare delle prove precedenti, con un incedere a strappi, con un sound metallico e irregolare, screziato a volte di jazz, che sottolinea le linee di sviluppo melodico. Tra gli altri due brani si segnala "Sound Chaser", che riprende un po' la filosofia di "The Ancient", radicalizzandola in una dimostrazione al contempo di narcisismo e di inventiva, in divagazioni al limite del dissonante e in parti di glaciale jazz-rock , e "To Be Over", molto inferiore nel suo incedere un po' melenso. Relayer è un bel disco, tra l' altro impreziosito dalla più bella copertina che Dean abbia mai fatto per il gruppo, a volte però risulta un po' compresso, come se la musica, specie nella suite della prima facciata, faticasse a liberarsi e a prendere forma.
Nel 1976 ariecco Wakeman con Going For The One, l'ultimo grande disco degli Yes. Se la title track lascia il tempo che trova e "Wounderous Stories" è una canzoncina che ha l'unico merito di fare da stampo per molta produzione successiva, "Parallels" di Squire, una mareggiata di tastiere su linea di basso, "Turn Of The Century", melanconia e lirismo con Howe all'acustica, e la mini-suite "Awaken", epica progressive e seduzioni new age con un Wakeman nella parte centrale che duetta con se stesso, raggiungono risultati notevoli.
Il biennio '76/'77 è un punto di svolta per il rock e di crisi per il progressive, e nel 1978, quando esce Tormato, se ne accorgono anche i fan degli Yes. L'album è un primo punto di rottura, la formazione è la stessa di Going For The One, ma il gruppo è in crisi e si vede. Wakeman cerca di modernizzare il suono con un massiccio utilizzo del digitale, ma i risultati sono modesti e a volte irritanti, compaiono parecchi pezzi di pochezza palese ("Arriving Ufo", "Circus Of Heaven"), malriusciti tentativi di riprendere radici rock and roll estranee al gruppo ("Release Release"), il suono a volte sembra tagliato con l'accetta per renderlo più accattivante. Non mancano comunque alcune belle cose, come "Don't Kill The Whale", con Howe lucidissimo, la banalotta ma suadente "Onward" e soprattutto una splendida "Madrigal", che è quello che dice il titolo, un madrigale di stampo rinascimentale con Wakeman al clavicembalo.
La crisi sfocia in tensioni interne che scoppiano quando Anderson e Wakeman lasciano il gruppo, subito rimpiazzati da Trevor Horn e Geoff Downes, in pratica il gruppo pop dei Buggles, reduci dal successo planetario di "Video Killed The Radio Star", perfetta anticipazione, nel 1979, del synth-pop.
Nel 1980 il gruppo con questa line-up dà alle stampe Drama, anticipato e trainato dal singolo "Does It Really Happen", con tanto di video-clip. Si grida allo scandalo per la deriva pop. Retrospettivamente possiamo dire però che molte critiche appaiono forse ingenerose; Howe prende il comando delle operazione irrobustendo il suono della sua chitarra, che appare più potente e schematica, specie nella mini suite di 10 minuti "Machine Messiah" (highlight del disco con "Tempus Fugit"), con risultati non disprezzabili, il pop contamina molti brani, ma rimangono comunque gli eclettismi e gli incisi strumentali tipici del gruppo, e comunque Drama sostanzialmente non è album più leggero di Tormato.
La ristampa in cd rimasterizzata contiene parecchi inediti tra cui quattro brani del novembre del '79 prima dell'uscita di Anderson e Wakeman, che risultano ben modesti e più pop di quelli di Drama, a discapito della opinione diffusa che l'entrata di Horn e Downes abbia in qualche modo rovinato il gruppo.
Sempre nel 1980 esce il bel doppio live Yes Show, con materiale sparso dell' epoca Relayer-Tormato, tra cui, da segnalare, una versione di "The Gates Of Delirium" molto superiore a quella in studio.
Poi tre anni di silenzio e un'altra rivoluzione, esce 90125, con il rientro di Anderson alla voce, il clamoroso riapparire di Kaye alle tastiere dopo 10 anni, l'uscita di Howe sostituito dal carneade Trevor Rabin alla chitarra. Il successo del singolo "Owner Of A Lonely Heart" è clamoroso e trascina tutto l' album. Molte cose sono però cambiate, Rabin è un chitarrista di stampo americano che cerca l'effettaccio un po' rude e non lavora di ricamo, e in tale ottica si muove tutto il disco, con qualche bello spunto nella prima facciata, ma sostanzialmente si tratta di un album di onesto Aor e nulla più.
Questa formazione produrrà altri due dischi Big Generator nel 1987, sulla stessa falsariga di 90125, decente, senza però un singolo di trascinamento, e il pessimo Talk nel 1994, uno dei punti più bassi della carriera degli Yes.
Nel complesso questi tre dischi sono, molto più di Tormato e Drama, una vera svolta per gli Yes, un vero snaturamento di un suono e di un approccio stilistico.
Nel frattempo però, nel 1987, alcuni vecchi membri degli Yes si sono riappacificati e nel 1987, non potendo usare il nome Yes per problemi legali, fanno uscire un disco a nome Anderson/Bruford/Wakeman/Howe. Niente di miracoloso, però si prendono le distanze dal gruppo ufficiale riproponendo un album, per quanto leggero, di progressive. Su questa scia nel 1991 esce Union, che unisce a tavolino i due gruppi, con Anderson a fare da trait d'union, con risultati però modesti.
Sembra francamente finita, ma nel biennio '96/'97 escono due doppi cd (Keys To Ascension 1 e 2) che vedono il riformarsi del vecchio gruppo con Wakeman, Howe e White. I due cd contengono una parte live, con riproposizione di vecchi classici, e una parte di nuove composizioni sorprendentemente dignitose, se non buone, in uno stile sostanzialmente immutato. I fan cominciano a sperare, ma Wakeman è un ciclotimico ed esce dal gruppo, che ingaggia lo sconosciuto Bill Sherwood alle tastiere; nel '97 con questa formazione esce il leggero e modestissimo Open Your Eyes. Tutti storcono la bocca ma nel 1999 ecco The Ladder: la formazione è la stessa del disco precedente con in più tale Khoroshev aggiunto alle tastiere, ma il disco è molto migliore, con alternanza di pezzi di orecchiabilità pop con altri in cui ricompaiono i complicati equilibrismi dei tempi andati. Nel 2001, altro giro altra corsa, si resta in quattro, affidando a un'intera orchestra il compito di sostituire le tastiere (come verrà poi celebrato nel tour documentato nel Dvd "Synphonic Yes").
Il disco è Magnification e completa l'opera di rinascita iniziata con The Ladder; molto ben bilanciato l'uso dell'orchestra, molto buone le scelte melodiche, complesse il giusto, evidente lo sforzo di rilancio creativo con pezzi di buona sensibilità armonica, anche molto intelligibili, ma sempre sul filo di una tradizione di estrema articolazione e gusto esecutivo. In conclusione, sicuramente il miglior disco a nome Yes da Going For The One.
(Re)Union, pur sfoggiando nuovi cover e packaging, è essenzialmente una ristampa di Union, il disco del 1991, con la tracklist ridotta da 16 a 10 tracce.
Per un nuovo album vero e proprio bisogna attendere il 2011 di Fly From Here. Per due eminenti ritorni in formazione (Horn e Downes dei Buggles), c'è un rimpiazzo che lascia perplessi un po' tutti: al posto di Jon Anderson, la cui voce non regge ormai il palco, arriva il canadese Benoît David, cantante di una cover-band degli stessi Yes. La scelta è in realtà azzeccata e permette agli Yes di coprire lo stesso spettro vocale di sempre, garantendo la continuità ma anche evitando di mettersi in gioco. In Fly from Here spicca la suite iniziale omonima, che però è prevalentemente un rimaneggiamento di materiale risalente al periodo di Drama.
Per il resto, la storia recente è cronaca: tour mondiali (molte volte in Italia), alcuni live, la scoperta del Dvd, il recente ritorno sul palco (fino a quando?) del solito transfuga Wakeman, una credibilità ritrovata, un modello imitatissimo (più di chiunque altro) da tutti i gruppi new-prog. E forse dei nastri spediti nello spazio per contattare forme di vita aliene.



