Carole King

Carole King

A natural woman

di Claudio Fabretti

Il suo "Tapestry" è diventato una sorta di manifesto del cantautorato al femminile, tra ballate intimiste, confessioni dolenti e protesta femminista. I suoi classici - da "You've Got A Friend" in poi - sono stati reinterpretati da stuoli di rockstar. Ma Carole King è stata soprattutto un'icona della generazione dei 70, con i suoi sogni e le sue illusioni

Carole la dolce, chioma arruffata di riccioli ribelli a nascondere la timidezza. Carole alla finestra in penombra, pantaloni a zampa di elefante e piedi nudi, sola con il suo gatto Telemachus, nella sua casa di Appian Way al Laurel Canyon, a distanza di sicurezza da quelle luci della ribalta che teme fin dal giorno del debutto. La chiamano stagefright, la paura di misurarsi col palco. E non le basterà una valigia piena di hit per superarla mai del tutto. Carole si chiama Klein, ma suona meglio King. Nome regale come il talento di quella ragazzina prodigio al piano che aveva stregato Neil Sedaka al Queens College (proprio a lei dedicò la celebre “Oh, Carol”). A quattro anni inizia a suonare il piano e al liceo forma il suo primo gruppo, i Co-Sines. Il suo talento di songwriter di razza la porta rapidamente a scalare il successo, ma è anche il suo fascino ad aprirle la strada. Un’acqua cheta che smuove le rocce, la giovanissima Carole da Brooklyn, New York (9 febbraio 1942): trafigge prima il cuore di Paul Simon, poi (soprattutto) quello del compositore Gerry Goffin, con cui si sposa, incinta, a soli 17 anni. Dalla coppia nascono due figlie e una sequenza impressionante di hit: insieme al duo Bacharach-David, diventano il tandem di autori di maggior successo degli anni Sessanta.

Quello di King-Goffin è uno stile unico, che si discosta dai cliché dell'epoca: non caso gli stessi Beatles, agli esordi, dichiareranno di volersi rifare proprio a quei due re mida del pop americano. I loro successi sono una manna dal cielo per tanti gruppi vocali dell’epoca dalle Shirelles, alle quali regalano la splendida "Will You Love Me Tomorrow", agli Everly Brothers, omaggiati con "Chains" e "I Can’t Say Goodbye To You", passando per Little Eva ("The Loco-Motion"), Cookies ("Don't Say Nothing Bad About My Baby"), Carpenters ("It's Going To Take Some Time"), Monkees ("Pleasant Valley Sunday", "Porpoise Song") e Drifters ("Some Kind Of Wonderful"). Ma tra i beneficiati dalla grazia del duo King-Goffin, ci sono anche stelle di prima grandezza come The Animals ("Don't Bring Me Down"), Blood, Sweat & Tears ("Hi-De-Ho"), Rod Stewart ("Oh No Not My Baby"), Laura Nyro ("Up On The Roof") e Aretha Franklin, che porta al successo l'inno “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman”.

Carole KingMa il successo travolgente si scontra con le lacerazioni sentimentali, che portano la coppia al divorzio nel 1968. Il tempo lascia segni dolorosi sul viso candido da collegiale di Carole. La California e la sua macchina trita-star, il matrimonio con Gerry in frantumi, con conseguente divorzio e seconde nozze con il bassista Charles Larkey (a sua volta presto abbandonato).
Si apre così un periodo di crisi personali e di insuccessi artistici, come il primo album solista,  Writer (1970).
Pur penalizzato da arrangiamenti un po' scialbi e da una produzione sottotono, il disco conferma in ogni caso il talento purosangue della giovane Carole, capace di pennellare ballate di grande tenerezza ("Child Of Mind", "Eventually"), ma di piazzare anche accelerate adrenaliniche ("Spaceship Races") e unghiate soul di razza ("I Can't Hear You No More", "No Easy Way Down"), ribadendo la sua disinvoltura nel forgiare ritornelli a presa rapida, come nelle graziose "Sweet Sweetheart" e "To Love", oltre alla più celebre "Goin' Back", già affidata all'ugola di Dusty Springfield e poi ripresa anche da Byrds, Queen, Pretenders e tanti altri ancora.
Anche le interpretazioni della King sono sempre sentite e intense, illuminate da una voce che non possiede un'enorme estensione vocale, ma sa colpire dritto al cuore con le sue tonalità cristalline ed eleganti. Il disco, però, si rivela un mezzo flop e Carole deve prendere di nuovo per mano la sua vita e la sua carriera, all'alba di un nuovo decennio che sembra frantumare tutte le certezze.

C’è da attraversare abissi di malinconia. E allora Carole si rimette al piano e riempie i suoi spartiti di tormenti e rimpianti. Perché è troppo tardi: It’s too late. Troppo tardi per riannodare i fili di una relazione finita, troppo tardi per ritrovare quel senso di freschezza dei primi giorni dell’amore (“It used to be so easy living here with you/ You were light and breezy and I knew just what to do/ Now you look so unhappy, and I feel like a fool”). Parole composte dalla giovane autrice Toni Stern (a suo dire, subito dopo la fine di un flirt con James Taylor), ma che sembrano combaciare alla perfezione con le note e i sentimenti che escono dal piano di Carole. Quella musica in chiave minore, quella melodia struggente in stile Tin Pan Alley e quel timbro vocale così limpido e sincero - senza filtri o artifizi - unito a soffici arrangiamenti jazzati, ma sempre in una confezione spoglia e dimessa, acuiscono il senso di rammarico e di nostalgia. Così che il disincanto per una storia d’amore al capolinea (“And it's too late, baby, now it's too late/ Though we really did try to make it/ Something inside has died and I can't hide/ And I just can't fake it”) sembra quasi tramutarsi nel senso di rassegnazione di una generazione intera, quella che aveva sognato di vivere davvero l’Età dell’Acquario e si era ritrovata di colpo catapultata nella disillusione dei Seventies, del realignement e della fine delle utopie hippy.
Ma se estendere oltremodo il significato di “It’s Too Late” può risultare fuorviante, non è improprio definire il brano un inno generazionale, un manifesto di un’epoca. Nei suoni, anzitutto, che fissano uno standard decisivo per l’intero decennio 70 (quello del cantautorato più intimista e malinconico, alla James Taylor, per intenderci), ma anche nelle parole: femministe, secondo alcuni, perché a porre fine alla relazione è una donna, addirittura troppo mature e sincere secondo il critico Robert Christgau, che scriverà: “Se c’è una canzone onesta nel raccontare una separazione, questa è 'It's Too Late', il mondo (o almeno le radio Am) non sono ancora pronti per questo”. Ma si sbaglierà, almeno sul secondo aspetto: uscito come singolo nell’aprile 1971, “It’s Too Late” si isserà al n. 1 della Billboard Hot 100 e della Adult Contemporary chart, diventando il terzo 45 giri più venduto dell’anno e aggiudicandosi un Grammy come Best record of the year.

Carole King - It's Too Late“It’s Too Late” sarà uno dei brani-chiave per il successo di Tapestry (1971), il disco con cui questa timida figlia dei fiori newyorkese si impone sulla scena internazionale, forte delle collaborazioni eccellenti degli amici Joni Mitchell e James Taylor e di una delicata sensibilità, unite a uno spirito decisamente utopista, in linea con i tempi. L'album diventa il numero uno delle classifiche negli Stati Uniti e resta nelle chart per oltre sei anni. Merito del fascino immortale di ballate come "You've Got A Friend", malinconico inno all'amicizia riportato al successo anche da James Taylor, "(You Make Me Feel Like) A Natural Woman", il classico soul-rock già reso immortale dalla voce di Aretha Franklin, "So Far Away", altro potente lento d'atmosfera, impregnato d'irresistibile malinconia.
A dare più ritmo al disco sono invece il pop-rock serrato di "I Feel The Earth Move" e il soul contagioso di "Way Over Yonder". King si dimostra non solo autrice di razza, ma anche performer, capace di donare un tocco elegantemente jazzy alle sue composizioni.
Con Carole King, come con Janis Joplin, si celebrano la rivoluzione sessuale, i grandi sogni dei 70, gli ideali della "Woodstock Generation". Ma tutto è più sfumato, tenero, aggraziato. Attraverso il disagio che traspare dalle sue canzoni, la cantautrice newyorkese mostra tutti segni di un carattere acerbo e introverso, che non reggerà molto a lungo allo "stardom".

Tapestry rimarrà infatti l'apice del suo successo. Un successo straordinario: venti milioni di copie vendute in tutto il mondo, quattro Grammy - miglior album dell'anno, migliore canzone ("You've Got A Friend"), migliore composizione dell'anno ("It's Too Late"), migliore interprete femminile. E le sue canzoni saranno riprese da artisti come Quincy Jones, Rod Stewart, Bee Gees e Manhattan Transfer.
Anche grazie a questo disco, il cantautorato confessionale si trasforma in genere popolare e le donne del rock trovano finalmente un modello da seguire. Ma Carole King ha sempre negato di aver svolto un ruolo "sociale": "Dicono tutti che le mie canzoni hanno contribuito all'emancipazione femminile - racconta - ma all'epoca non ero davvero consapevole. Nella mia carriera non ho mai sentito che l'essere donna fosse un ostacolo o un vantaggio. Ho sempre pensato di essere ben accetta o respinta solo per quello che facevo". Il modello di ballata coniato dalla cantautrice di Brooklyn resterà tuttavia un riferimento costante per le successive generazioni di songwriter in rosa.

La cantautrice di Brooklyn continua a godere di buona popolarità anche con il successivo Carole King Music (1972), altra raccolta di canzoni intime e accorate, che raccontano di amicizie e amori, riscaldate dal suo pianoforte e dal tipico tocco soul delle interpretazioni. Come ad esempio in "Brother Brother", quasi una risposta alla "What's Going On" di Marvin Gaye, in cui la King resuscita quel feeling armata di bonghi e di una voce quantomai suadente, snocciolando versi di struggente empatia: "You have always been so good to me/ And though you didn't always talk to me/ There wasn't much my lovin' eyes could not see/ And I don't believe you need all your misery." Ma lo spirito-Motown aleggia anche su altre tracce, come "Surely", impreziosita da un'accattivante linea melodica, l'intensa "Brighter" e l'altra carezza soul di "Growing Away From Me", condita da frasi di chitarra e celesta.
Torna anche Taylor, ad accompagnare con la sua chitarra acustica i fraseggi di "Song Of Long Ago," altra canzone sull'amicizia, che Carole imbastisce al piano e interpreta con piglio appassionato, mentre Curtis Amy regala un soffice assolo di sax al valzer di "Music". Discrete ballate cantautorali come "Sweet Season" e "Some Kind Of Wonderful" (classico Goffin-King già interpretato dai Drifters), restituiscono per un attimo le atmosfere dello storico predecessore, ma a mancare - oltre agli hook mozzafiato - è anche la cura negli arrangiamenti e nella produzione che avevano contraddistinto quell'exploit. Apprezzabile, in ogni caso, il lavoro dei musicisti che attorniano la cantante, da Charles Larkey (basso) a Joel O'Brien (batteria) e Danny Kootch (chitarra).

Il successivo Rhymes And Reasons (1972) è in gran parte co-firmato con Toni Stern e porta in dote l'hit single "Been To Canaan", dalle connotazioni religiose (""Been so long. I'm living till then/ Cause I've been to Canaan and I won't rest until I go back again"), oltre all'elegante ballata "First Day In August", che sfodera un altro bel testo di tenerezze sentimentali assortite ("On the first day in August/ I want to wake up by your side/ After sleeping with you on the last night in July/ In the morning/ We'll catch the sun rising/ And we'll chase it from the mountains to the bottom of the sea").
Il disco si rivela però nel complesso un passo indietro, denotando una certa mancanza di incisività in fase di scrittura. Le canzoni di Carole restano sempre suggestive, ma hanno perduto ogni legame con la black music e sembrano in buona parte copie calligrafiche ma sbiadite di quelle dei tempi d'oro. Resta però l'impronta inconfondibile di una voce che si è sempre più affinata, acquisendo consapevolezza e maturità espressiva.

Fallisce il bersaglio anche l'altra prova sulla lunga distanza che seguirà un anno dopo, Fantasy (1973). Una raccolta di monologhi melodrammatici, in cui la King si mette a nudo, raccontando tutte le sue speranze e debolezze, a volte anche impersonificando personaggi diversi. E l'impatto - come scriverà Rolling Stone - sembra quello di "una soap opera dei primi anni Sessanta".
Non mancano, comunque, nuovi testi di disarmante candore "umanista" ("Everyone comes from one father one mother/ So why do we complicate our lives so much/ By being at war with each other", canta in "Being At War With Each Other"), né nuovi delicati ritratti femminili, come quello della donna incinta di "That's How Things Go Down" e di una casalinga alle prese con la routine quotidiana ("Weekdays"). Oltre al suo consueto armamentario da songwriter (piano e chitarra in primis), Carole prova a giocare nuove carte sonore, come le suggestioni latine di "Corazon", a incorniciare un'altra storia di straordinaria normalità: "All I want is a quiet place to live/ Where I can enjoy the fruits of my labor/ Read the paper/ And not have to cry out loud". L'esito, però, lascia più di un dubbio.

La svolta jazz di Wrap Around Joy (1974) conquista una buona accoglienza di pubblico, ma lascia tiepida la critica, anche per via di arrangiamenti non sempre a fuoco, come nell'accorata "Jazzman", in cui l'orchestra pare quasi soffocare il dialogo tra la voce di Carole e le linee di basso di Tom Scott.
Anche le armonie vocali anni Cinquanta di "Wrap Around Joy" sembrano stonare, in un brano che non sa decidersi tra pop e rhythm'n'blues. Meglio, semmai, il singolo "You're Something New" che imbrocca il refrain più efficace del lotto.

Non invertono la rotta neanche i successivi Really Rosie (colonna sonora di uno spettacolo televisivo per bambini) e Thoroughbread - inciso con l'assistenza di Crosby e Nash, oltre al solito Taylor, e forte della prima collaborazione con Goffin dagli anni 60 ("Only Love Is Real") - che segnano la fine del rapporto con la casa discografica Ode di Lou Adler.

Accasatasi alla Capitol, per il nuovo album Simple Things l'ex-Natural Woman si avvale nei testi della collaborazione di Rick Evers, che diventa anche il suo terzo marito. Il nuovo sodalizio produce qualche buono spunto, come nella energica "Hard Rock Cafe", quanto di più vicino a una hit sia riuscita a comporre la Carole del periodo, che peraltro fallirà per la prima volta, dopo l'exploit del 1971, l'aggancio alla Top Ten. E se le ballate “In The Name Of Love” e “Time Alone” rimettono a lucido il fortunato binomio piano-voce, altri episodi, come la title track, denotano tutti i limiti di un songwriting cui è venuta a mancare la candida brillantezza della stagione d'oro.

Ma più che la carriera è la vita a riservare nuove ferite alla King. Proprio dopo aver realizzato insieme a lui il nuovo lavoro, Welcome Home, infatti, perde il marito Rick Evers, stroncato da una overdose di eroina. Un colpo durissimo per la cantautrice americana, che al fianco di Evers stava ritrovando la serenità perduta. Lo testimoniano tutto sommato anche un paio di tracce dell'album, come la pastorale “Morning Sun” e lo stomp country-rock di “Main Street Saturday Night”. Anche se niente nel disco suona come i magici inni della King di inizio decennio. E se a volte si tratta semplicemente di composizioni senza nerbo (“Sunbird”, “Everybody’s Got The Spirit”), in altri si rasenta l'imbarazzo vero e proprio (“Venusian Diamond”, “Disco Tech”).

Carole KingAncora provata dal recente lutto, King prova a rialzare la testa un anno dopo con Touch The Sky (1979). Ma nonostante l'efficace contributo della backing band guidata da Jerry Jeff Walker, la cantautrice di Brooklyn appare completamente smarrita, incapace di ritrovare il bandolo delle sue canzoni. King suona il piano in tre tracce (“You Still Want Her” di gran lunga la più significativa), mentre per il resto del disco vaga confusamente attorno a un country-rock di maniera, che indulge in calchi calligrafici tra i twang di chitarra di “Move Lightly” e affoga in stucchevoli melasse (“Passing Of The Days”), snaturando del tutto il fascino istintivo del suo approccio. Fa eccezione un pezzo come "Time Gone By", ballata melodica hippie fuori tempo massimo, che se non altro resuscita un filo di intensità.
Stanca e sfiduciata, Carole King si ritira a vivere nell'Idaho e si dedica anche a svariate battaglie politiche. Gli anni Ottanta segnano così l'inesorabile declino della star di Tapestry. Un declino solo parzialmente interrotto dal successo di Pearls, un'antologia dei vecchi classici composti negli anni Sessanta in coppia con Goffin e qui parzialmente riarrangiati.

Gli inediti, invece, restano ancora al palo. Come quelli di One To One (1982), che cerca quantomeno di ritrovare il feeling e l'immediatezza di Tapestry, ma finisce con l'arenarsi tra ritornelli zuccherosi (la title track, scritta insieme a Cynthia Weill) e confessioni a cuore aperto ("Little Prince", "Golden Man") che non riescono più a emozionare.

I tempi cambiano e anche i suoni. Carole, così, prova a inserire nello scheletro spoglio delle sue composizioni anche qualche lieve venatura di elettronica, come in Speeding Time (1983).
In gran parte programmati e suonati dal figliastro Robbie Kondor, i sintetizzatori però non riescono mai ad accrescere il fascino delle canzoni - come accadeva ad esempio al coevo "Dog Eat Dog" di Joni Mitchell - ma finiscono con l'apparire meri orpelli sonori. Ne scaturiscono brani senza personalità ("One Small Voice", "Sacred Heart Of Stone"), o, peggio, completamente sconclusionati ("Computer Eyes", "Dancing"). Così a salvarsi, paradossalmente, sono proprio i momenti prevalentemente acustici, come la lenta ballad "So Ready For Love" (pur inquinata da un assolo di armonica sintetica), o la mini-suite conclusiva "Alabaster Lady", con il basso di Bob Glaub a reggere il gioco.

Dopo un lungo periodo di pausa, durato sei anni, esce City Streets (1989), in cui compare nientidimeno che Eric Clapton in veste di guest star per un paio di episodi. La chitarra di Slowhand, però, non riesce a graffiare nell'assolo della title track, mentre per il resto King oscilla tra buone intuizioni melodiche ("Lovelight") e numeri soft-rock piuttosto prevedibili ("Down To The Darkness"). Così l'unico ancoraggio con lo scintillante songwriting dei 70's è nella spoglia "I Can't Stop Thinking About You", che riesce per un attimo a far rivivere quel brivido.

Quattro anni dopo è la volta di Colour Of Your Dreams (1993), che registra se non altro una maggior ricchezza negli arrangiamenti, dalle frasi di piano dell'iniziale "Lay Down My Life" all'assolo di slide di "Standing In The Rain", passando per il mandolino della title track e il basso quasi funky di "Do You Feel Love". Ma l'apice è la tapestriana "It's Never Too Late", scritta assieme a Goffin, quasi una nuova "It's Too Late", che riporta dritto dalle parti della magica finestra con gatto del 1971.
King cerca di reinventarsi nei panni di una songwriter matura che non si vergogna di citare maestri come Dylan (il country-western di "Friday's Tie-Dye Nightmare") o Springsteen (l'epica "Just One Thing"). A volte, però, finisce con lo scivolare in ballatone strappalacrime, come "Tears Falling Down On Me" e "Now And Forever" (dalla colonna sonora di "League Of Their Own") o in numeri country sentiti mille volte ("Tie-Dye Nightmare").
Nel complesso, comunque, un disco che mostra qualche segno di riscossa, per colei che si può considerare a pieno titolo la madrina di tutte le cantautrici folk-pop che avrebbero segnato in profondità il decennio Novanta, da Suzanne Vega a Tori Amos, da Natalie Merchant a Fiona Apple e Sheryl Crow.

Dopo la raccolta Time Gone By del 1994, che include i brani migliori presenti nei tre album incisi per la Capitol (Simple Things, Touch The Sky e Welcome Home) e il live In Concert dello stesso anno, King si prende una lunga pausa, che si concluderà solo nel nuovo millennio.

Nel 2001, infatti, esce a sorpresa un nuovo album, Love Makes The World, che la ripropone nei panni di songwriter tradizionale, con una manciata di ballate romantiche che sembrano portare le lancette dell'orologio indietro di vent'anni. Tra i brani, il secondo rifacimento di "Oh No, Not My Baby" (scritto una prima volta dalla King e da Goffin negli anni Sessanta, e già reinciso in Pearls) e una canzone ("The Reason") intepretata da Celine Dion.
Episodi come "This Time" e "Safe Again" offrono qualche intuizione pop gradevole, mentre ammiccamenti al rock Fm dei Fleetwood Mac come "Monday Without You" testimoniano una ritrovata verve. Nel complesso, però, il disco sembra voler essere soprattutto un omaggio al passato, ormai lontano.

Passeranno ancora altri anni e altre canzoni, ma Carole, oggi magnifica ultrasettantenne, resterà sempre, nell’immaginario di tutti, quella ragazza timida col maglione e i pantaloni a zampa, che fissa la finestra con gli occhi velati di malinconia.



Carole King

A natural woman

di Claudio Fabretti

Il suo "Tapestry" è diventato una sorta di manifesto del cantautorato al femminile, tra ballate intimiste, confessioni dolenti e protesta femminista. I suoi classici - da "You've Got A Friend" in poi - sono stati reinterpretati da stuoli di rockstar. Ma Carole King è stata soprattutto un'icona della generazione dei 70, con i suoi sogni e le sue illusioni
Carole King
Discografia
 Writer: Carole King (Epic, 1970)  6,5
Tapestry (Ode, 1971)

8

 Carole King Music (Epic, 1971)

6,5

 Rhymes And Reasons (Epic, 1972) 5,5
 Fantasy (Epic, 1973) 5,5
 Wrap Around Joy (Epic, 1974)

6

 Really Rosie (soundtrack, Epic, 1975) 5
 Thoroughbread (Epic, 1976) 5,5
 Simple Things (Capitol, 1977) 6
Greatest Hits (anthology, 1977)

 

 Welcome Home (Capitol, 1978) 
 Touch The Sky (Capitol, 1979) 5
Pearls - Songs Of Goffin and King (antologia, Scarface, 1980)

 

 One To One (Atlantic, 1982) 5
 Speeding Time (Atlantic, 1983) 6
 City Streets (Capitol, 1989) 5,5
 Colour Of Your Dreams (Rhythm Safari, 1993) 6
 In Concert (live, Priority, 1994) 
 Time Gone By (antologia, Priority, 1994) 
 Carnegie Hall Concert: June 18 1971 (live, Epic, 1996)  
 Love Makes The World (Koch, 2001) 6
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