East River Pipe

East River Pipe

Vita e miracoli di un eremita pop

di Stefano Ferreri

La sofferta parabola umana e artistica di Fred M. Cornog, il "Brian Wilson dell'home-recording": superbo artigiano del pop fai da te, cantore di un'America marginale e figura-chiave della rivoluzione indipendente dei primi anni Novanta

Per una band nata nell'underground che vince un Grammy Award, ci sono ancora centinaia di songwriter che, pur senza aspirare a grandi riconoscimenti, ogni giorno "oliano gli ingranaggi" barcamenandosi nelle loro attività con paziente, stoica accettazione, nonché con la coerenza di chi da sempre considera la produzione musicale un'irrinunciabile espressione di sé e insieme una certosina opera di artigianato. Il riferimento a Fred M. Cornog – l’uomo che si cela dietro l’ormai quasi trentennale moniker East River Pipe – non è certo casuale, dato che nella sua figura di manovale del “pop da cameretta” si condensa l'identità di chi, più o meno silenziosamente agli occhi del mondo, prosegue in rigorosa solitudine il proprio oscuro lavoro di tessitura. L’autore del New Jersey rientra agilmente nel novero dei piccoli grandi misconosciuti artisti americani che all’inizio degli anni Novanta erano spuntati come funghi nel sottobosco degli indipendenti, proprio laddove l’alternative rock del decennio precedente incrociava i nuovi fermenti del cantautorato in bassa fedeltà, e che oggi sono di fatto in via di estinzione, rassegnati all'anonimato, travolti dai loro stessi eccessi, bruciati e riciclati oppure, molto semplicemente, morti e sepolti. Cornog non è morto, no, e veste anzi come pochi altri i panni dell'autentico sopravvissuto, o quelli del miracolato, se preferite.

La sua vita è un romanzo, la parabola del musicista autodidatta scivolato a rotta di collo in un baratro di alcolismo, dipendenze e vagabondaggio, e finito a mendicare in una stazione ferroviaria. L'incontro con il più terreno degli angeli, un’estimatrice delle sue canzoni divenuta poi sua compagna di vita, ha invertito la rotta di un'esistenza che pareva già indirizzata verso il più miserabile degli epiloghi. Ripulito, guarito e per quanto possibile riequilibrato, Cornog ha trovato il conforto di un tetto e di un piccolo studio in cui sfogare la sua vera passione, una etichetta a gestione coniugale per portare alla luce il suo talento diy prima su cassetta e poi in formato sette pollici, facendo breccia presso la mitica Sarah Records (non certo insensibile a quella vaga somiglianza con il cavallo pregiato della scuderia, i Field Mice) e assicurandosi così una visibilità del tutto insperata. L'apprezzamento di un fan importante come Kurt Wagner, leader dei Lambchop e personalità-chiave alla Merge, è valso come lasciapassare per la tranquillità artistica, con un contratto da lì in poi puntualmente rinnovato e una "casa" solidissima grazie alla quale costruirsi una carriera indipendente ricca di soddisfazioni, pur nella sua irriducibile anomalia. Non è un forzato della giostra discografica, Fred, tutt'altro: scrive e registra solo quando avverte il prurito giusto, non porta mai in tour le proprie canzoni e per mantenersi si accontenta del proprio onesto impiego da commesso in un grosso store di bricolage, dedicando il tempo libero alla moglie e alla figlioletta: praticamente un alieno nella sua sconcertante umanità, un corpo estraneo.

Forse il segreto della sua magia risiede proprio in questo basso profilo che ha filtrato come per principio ogni sregolatezza, privilegiando solo il genio espresso sempre limpidamente e con la parsimonia di chi preferisce nel frattempo anche vivere una vita fatta di affetti, buon senso, concretezza. Da un lato la musica, il laboratorio in cui esplorare le tante possibilità del registratore a otto piste, stratificando le linee vocali e bagnando un songwriting umilissimo con riverberi mai prevaricanti, fino a meritarsi l’etichetta di “Brian Wilson dell’home-recording” appioppatagli da un critico del New York Times. Dall’altro uno sguardo rimasto quello di sempre, affettuosamente rivolto alla quotidiana e logorante lotta di resistenza di un manipolo di eterni perdenti. Silenziosamente Fred ha saputo imporsi come cantore di un’America minore e fatiscente, un deserto illuminato al neon e abitato da un cast di individui miserabili degni di un racconto di Raymond Carver o del realismo sporco di Richard Yates: quadretti di vita ordinaria e desolata abbozzati con assoluta onestà, storie di sconfitti dall'alcol e dalle droghe, di gente illusa, bruciata, meschina, vagabonda, di ruffiani e puttane, imbroglioni e profittatori di piccolo cabotaggio. Se possibile, si è anche affinato, quello sguardo. Come il buon vino, East River Pipe migliora con la maturità, affermandosi lontano dalle ribalte che contano come specchio sempre più fedele di un’ampia realtà in genere ritenuta non meritevole di riguardo.

Le disavventure di Kid Colgate

220x270_02_11Il sogno di formare una band lo ha accompagnato per tutta l’adolescenza. Nei suoi giorni di acerbo songwriter aveva pure pescato dal cilindro l’intestazione giusta – in linea con un’autostima non proprio invidiabile – dopo essersi soffermato su uno sversatoio che buttava fuori liquami grezzi nell’East River, e aver pensato: “Io sono quel condotto, le acque nere sono le mie canzoni e il fiume è il mondo". Come vero e proprio gruppo, tuttavia, la sigla East River Pipe non avrebbe mai avuto un futuro, concretizzandosi come moniker per il solo Frederick M. Cornog, il protagonista incontrastato della storia che qui vi raccontiamo.
Figlio di un rappresentante della Colgate/Palmolive e di un’impiegata part-time che si diletta come corista in una chiesa metodista, il nostro eroe nasce nel 1966 a Norfolk, Virginia, ma cresce a Summit, New Jersey, cittadina abbarbicata su una collina a venti miglia dalla Grande Mela. In tenera età trascorre i suoi pomeriggi ascoltando la Top 40 della WABC, l’emittente radiofonica di riferimento in zona. Sono i primi anni Settanta e nella vita del futuro musicista si affacciano i vari Elton John, Al Green, Paul McCartney, Sly & The Family Stone, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Neil Diamond, Harry Nilsson, The Carpenters e The Eagles. Più avanti sarà la volta dei vinili del fratello maggiore, saccheggiati per dare asilo a una schiera di miti personali nuovi di zecca, dai Beatles a Lou Reed, da Bowie ai Joy Division e da Todd Rundgren ai primissimi Rem. Intorno ai quattordici anni Fred comincia a esercitarsi da autodidatta sul malandato pianoforte di famiglia e scrive le sue prime canzoni assieme a un compagno di scuola, Dave Woodard, che si occupa unicamente di testi. Più avanti definirà “un aborto” l’esperimento inaugurale, un brano ispirato a “Blitzkrieg Bop” dei Ramones ma incentrato sullo “spiare furtivamente le coetanee”.

L’unica esperienza di Cornog in una compagine musicale risale alla fine delle superiori: si tratta della Tom Manley Band, gruppo che ha come frontman un belloccio idolatrato da tutte le ragazzine di Summit e dove il Nostro si cimenta per qualche tempo con le tastiere, prima di essere sbattuto fuori per aver adottato uno stile più simile a quello di Neil Young che non al modello imposto, Rick Wakeman. Diversi altri tentativi di dar vita a una band si arenano miseramente, così il giovane decide di iniziare a registrare per conto suo su un rudimentale Tascam Porta One. E’ il 1984, la svolta è nell’aria e si presenta con le sembianze di Tom Verlaine, il leader dei Television, che per Fred rappresenta una specie di folgorazione. Sul filo dell’emulazione, acquista una replica della Fender Jazzmaster del suo idolo e, prima di perderla su un vagone della metro newyorkese, fa in tempo a consumarla a dovere.

220x270_02bis_01Abbandonati gli studi prima del diploma, Cornog si sposta per qualche tempo a San Francisco dove si mantiene lavorando dapprima in una serra, quindi in una rivendita per corrispondenza di articoli per il consumo di sostanze stupefacenti e infine in un magazzino per tappeti. Rientrato in New Jersey, viene assunto in una fabbrica di lampadine ma anche questa esperienza si rivelerà subito un binario morto. L’esaurimento nervoso e l’abuso di alcolici lo trascinano poco alla volta in un baratro, e dagli hotel scadenti si ritrova presto a fare la vita del clochard sui binari della stazione ferroviaria di Hoboken, la città degli Yo La Tengo, perennemente strafatto. Le leggende metropolitane addolciranno la durezza di questa fase trascolorandola nel mito del busker spensierato, ma il cantante non mancherà mai di smontarle in ogni intervista concessa, ribadendo il concetto: “I never busked. I was too busy trying to destroy myself. I was a one-man self-destruction factory”.
Il suo destino, ad ogni modo, pare segnato, finché quell’apparente punto di non ritorno non si apre nel 1988 a una deviazione imprevedibile e benedetta.

Una ragazza, dopo aver ascoltato un paio di sue canzoni su un nastro di un amico comune, vuole conoscerlo a tutti i costi. Si chiama Barbara Powers ed è quanto di più prossimo a un angelo salvatore: lo tira via dalla strada, gli offre asilo nel suo appartamento del Queens e si fa in quattro per riaccendere in lui l’entusiasmo per la musica e promuoverne in prima persona i frutti. “Aveva la miglior collezione di dischi di qualsiasi altra donna che io abbia conosciuto”, racconterà lui in seguito, ben dopo il concerto galeotto dei Sonic Youth visto assieme in città e l’inevitabile fidanzamento.
La sua “organizzatrice del caos” si rivela una manager impeccabile e con una piccola etichetta creata ad hoc, la Hell Gate, conta di far circolare a New York le sue canzoni. Dota a sorpresa il compagno di uno studio di registrazione domestico allestito per la bisogna, e di un equipaggiamento che, a grandi linee, resterà invariato per gli anni a venire: una Telecaster, una Guild acustica, un vecchio basso Gibson, un paio di batterie, percussioni varie, un sintetizzatore, la drum machine e cinque o sei pedaliere trovate a buon mercato. Nulla di più costoso o sofisticato. Solo intorno al 2010, con già tanti anni di matrimonio alle spalle, i coniugi Cornog si concederanno il “lusso” di pensionare il fido Tascam 388 e di rimpiazzarlo con un altro mini-studio, il Korg D1600.

220x270_04_12Il primo nastro a vedere la luce è una cassetta rossa con intestazione eponima e appena tre canzoni, registrata tra il 1987 e il 1988 ma fuori ufficialmente, per quel che vale, il 15 luglio del 1989. Gli anni Novanta sono alle porte e si sente, forte e chiaro. Fred custodisce tutte le sue copie in un contenitore per il latte e le smercia occasionalmente in cerca di impressioni o, perché no, di una recensione. “New York Of Slime” è un biglietto da visita dai toni apocalittici, presentato con chitarre affabili e un sound felpato tra Smiths e Go-Betweens che ha già in sé i germi di uno stile futuro ben riconoscibile, tra strofe in apparenza ordinarie e belle aperture radiose sui refrain. La produzione è semi-amatoriale ma comunque accurata, lo-fi più per necessità materiale che per vezzo o capriccio programmatico, e al di là di qualche ingenuità non dispiace.
“Goin’ To Hollywood” privilegia un ordinato jangle-pop, assai piacevole nonostante (o forse grazie a) quell’inflessione amarognola, mentre “At The Bar” rappresenta la miglior introduzione alle meraviglie nascoste del mondo di Cornog, un microcosmo di relitti umani e perdenti non baciati dal sole della grazia e tuttavia inclini a inattesi squarci romantici. L’affabulazione in East River Pipe è frugale, poco appariscente ma a suo modo inesorabile: la gentilezza travalica lo squallore del contesto e, con garbo e pazienza, ha buon gioco nell’irretire l’ascoltatore.

La cassetta gialla di Point Of Memory arriva qualche mese dopo, all’inizio del 1990, con sette titoli nuovi di zecca, i primi registrati sul Tascam 388. Con l’eccezione forse del solo congedo “Million, Trillion”, davvero troppo sommersa e ordinaria per ambire a nulla più che un tono da spenta demo, il songwriter dimostra di saper scrivere canzoni efficaci con pochissimo e lascia intuire tutte le proprie potenzialità, nonostante la fragilità endemica e una produzione non certo limpidissima. La tenue “Helmet On” è la massima attrazione a questo giro, già melanconica a dovere come ballata – un felice paradigma – e già clamorosamente pungente sul ritornello, perfetta evocazione dell’autunno incendiato dello statunitense. “Shop An Attitude” dà il la con un plumbeo organo anni Ottanta per poi infettare quella funerea suggestione grazie al classico pop da cameretta che per sempre caratterizzerà le gesta del Nostro: il cortocircuito rappresenta la sua modernità anche qui che non ci sono elettriche e la drum machine promuove una grigia meccanicità, perché in fondo Fred è già profondamente se stesso.
Se sono fortissimi gli echi dai primi Rem in “The Politician’s Crippled”, derivativa e quasi Paisley Underground ma pur sempre imitazione di classe, “40 Miles” apre il lato B ancora all’insegna di una carezzevole meraviglia, con un garbo folk-pop che può ricordare i 10,000 Maniacs, mentre i ninnoli e la chitarra sbarazzina di “Fatherland” segnano un episodio più improntato all’ottimismo, per quanto possibile; all’altro estremo l’ammonimento di “You Will Never Go Away”, una condanna che solo la delicatezza dell’impianto jangle-pop può stemperare.
Così la musica di Point Of Memory sconfessa il senso di disperazione che le parole lasciano trasparire e appare luminosa, in barba ai temi ricorrenti del disagio, della solitudine, della perdita e della sconfitta.

220x270_07_11Di colore blu e con una scaletta di ben nove pezzi, I Used To Be Kid Colgate è l’ultima delle cassette prodotte da Fred e Barbara con la Hell Gate ed esce nel corso del 1991. Il suono appare già decisamente più pulito, mentre la scrittura insiste con la disciplina del modello, tra ritornelli stropicciati che giocano in maniera fruttuosa con i cliché dolceamari della nostalgia e fissano una delle basi dell’arte di Cornog. “My Life Is Wrong” è piuttosto illuminante riguardo le peculiarità espressive del venticinquenne del New Jersey: gentilezza e piglio arrembante coesistono in una miscela intrigante, ruvida e delicata a un tempo, che non rifiuta punte acide o sottilmente perturbate.
Campione di understatement, allergico al clamore come agli effettacci insinceri, Fred mette se stesso nelle canzoni con un candore e una franchezza disarmanti, onesto ma senza apparire crudo o melodrammatico. Il capolavoro di questa fase scapigliata, di questo proficuo apprendistato da autodidatta, è “Hit The Ground”, una fantastica cavalcata che non nasconde ferite o brutture ma esalta la limpidezza del suo sguardo e una dignità non comune per un emergente come lui.
Se “Times Square Go-Go Boy” è un altro gioiellino di basica e cristallina purezza, riescono abbastanza clamorosi anche i cinque minuti abbondanti di “We’re Going To Nowhere”, splendidamente acquerellati da una tastiera rilucente che compensa in modo assai opportuno un nuovo monologo interiore di taglio nichilista. Il singolare dei soggetti precedenti è se non altro rimpiazzato da una prima persona plurale che smorza la durezza della riflessione. Autentico manifesto identitario, inno del musicista antieroe o dell’uomo qualunque con il suo patrimonio di miserie e piccole gratificazioni quotidiane, “Axl Or Iggy” rappresenta forse il primo successo underground per l’intestazione East River Pipe, una nuova felice alternanza di intimismo e calore che manda in frantumi i sigilli di un’introversione proverbiale grazie a un crescendo semplicemente commovente. In chiusura “Central Park” vive meno di esasperazioni e lavora in modo più impressionistico, riuscendo a scaldare il cuore ancora una volta.

Make a deal with the... Sarah Records

220x270_01_13Con i proventi dei tre nastri, Barbara riesce a far stampare cinquecento copie del singolo “Axl or Iggy?/ Helmet On”, fuori per la piccolissima Ajax. Altri tre sette pollici (“Make A Deal With The City”, “My Life Is Wrong”, “Firing Room”) auto-prodotti con la Hell Gate contribuiscono a offrire quel briciolo di attrattiva a un songwriter altrimenti invisibile. Contattato con la richiesta di tenere (e far suonare) una manciata di copie per fini promozionali, il proprietario del negozio di dischi Bar/None di Hoboken suggerisce alla coppia di scrivere una lettera a Matt Haynes e Claire Wadd della mitica Sarah Records, direttamente in quel di Bristol, e del tutto a sorpresa questi ultimi rispondono dicendosi favorevoli a offrire a Fred un contratto: Cornog diventa così il primo artista statunitense (dopo i misconosciuti The Springfields) a poter vantare un simile onore. Prima uscita con la label inglese, “Helmet On” diventa singolo della settimana per la rivista Melody Maker e il nome East River Pipe comincia a circolare tra gli appassionati. Decisamente più rilevante, comunque, l’Ep lungo che segue a strettissimo giro di posta sempre nel corso del 1993, Goodbye California.

Sobrio intimismo appena gravato da un sottile velo di tristezza, arrangiamenti ridotti all’osso prima delle consuete fioriture o dei fantastici crepuscoli riverberati: questo primo mini in uscita per l’etichetta di Bristol non fa che approfondire il discorso avviato con i quarantacinque giri licenziati in proprio dalla coppia. Talvolta decadente ma mai manierista, cantore di emozioni semplici ma autentiche, Cornog conferma la propria predilezione per un artigianato prestato alla canzone e attento al fascino del marginale. La sua chitarra lascia un’impronta sul nastro con serena pacatezza e disegna melodie basiche e ritornanti, in qualche caso con la medesima incisività del Kozelek dei primi Red House Painters (“Dogman”), artifici a zero, solo cuore e fiamma elettrica. Anche frangenti più asciutti e in apparenza scabri come “When Will Your Friends All Disappear” sono preservati dalla limpidezza di un disincanto affilato ma mai angusto.
La serena accettazione che traspare dalle liriche fa il resto e contribuisce ad affrancare queste nuove canzoni dal circolo vizioso di una sterile quanto autoreferenziale disperazione. “Silhouette Town”, come pure la preghiera laica di “Bernie Shaw” (accompagnata da un jangle schietto e rinfrancante), ritrova luce e fragranza, segnalandosi tra i passaggi più positivi del pur ridotto repertorio dell’artista, mentre la trottante e acidognola “Psychic Whore” pare funzionare da modello per i numeri più viscerali delle uscite future, con quel “party’s over” che vale come marchio a fuoco della sua poetica. Unico ripescaggio (assieme a “40 Miles”) dalla produzione Hell Gate, “Make A Deal With The City” si impone come il più rappresentativo dei nuovi titoli e presenta un Fred già maturo e penetrante nelle sue riflessioni, tra aperta disillusione e romanticismo.

220x270_05_12L’Ep Goodbye California, assieme ad alcuni dei migliori titoli già presentati su cassetta e a una terna di outtake, confluisce qualche mese dopo in una raccolta che mira a lasciare il segno anche nel sottobosco alternative americano.
Fuori per la chicagoana Ajax, Shining Hours In A Can parrebbe avere le carte in regola per imporsi come una collezione capolavoro, non fosse che i tre inediti abbassano sensibilmente la media: “She’s A Real Good Time”, uscito come singolo per la Sarah, è sofferta il giusto ma anche un tantino didascalica e non va certo meglio con la moscia “Hide My Life Away From You” (B-side del nuovo quarantacinque giri della Hell Gate, “Ah Dictaphone”) né con il futuro sette pollici su Shinkausen, “Miracleland”, frigidina seppur carezzevole.
Qui come nei precedenti lavori, al centro delle riflessioni tutt’altro che ironiche del Nostro c’è la gente di Astoria, il quartiere del Queens dove Fred e Barbara vivono. Animali di strada, come la malata di mente di “Dogman” con i suoi dieci cani, le prostitute che battono davanti al Turf Motel, i bari di strada o i macho motorizzati e le loro sgallettate che infestano Astoria Park.

Ogni fenomeno da circo con la sua squallida quotidianità catalizza la simpatia del cantante del New Jersey, e non può essere altrimenti per il tristissimo pony Fricky, il pelo dipinto di rosa shocking da un proprietario senza scrupoli, in cui Fred si imbatte dalle parti di Asbury Park: “Fricky was 50 cents a ride. I related to his cheap vaudevillian life. I'm 50 cents a ride too”. Un soggetto perfetto, insomma, per prestare il titolo e l’istantanea di copertina al primo vero Lp di East River Pipe, Poor Fricky appunto, fuori ancora per Sarah nel corso del 1994.

Basta l’opener “Bring On The Loser” per riconoscere che siamo in presenza di un manifesto espressivo e identitario in piena regola, per la sintesi di gentilezza e parche deviazioni rumorose, una miscela di indubbia suggestione che rievoca i Galaxie 500 e di fatto annulla quell’impressione di solitudine che tendeva a caratterizzare il progetto. Più e più volte Fred replicherà questo stesso modello – preparazioni appartate e dai dolci barbagli elettrici e poi improvvise deflagrazioni tascabili, interpretate dal Cornog cantante con tutto il cuore che gli riesca di metterci – a partire dalla susseguente “Metal Detector” e dall’altro classico, “Superstar In France”, gioiellino di auto-svilimento in chiave malinconica nonché superlativo inno al disincanto (“and pretty soon/ the dream is over”) dato alle fiamme in un finale che azzarda un tocco sunshine alienato.
Con un sound più impastato e volutamente onirico, esaltato dalla levità e dalla vaghezza degli inconfondibili soft focus della casa, titoli come “Keep All Your Windows Tight Tonight” e “Put Down” sono un bell’esempio del dream-pop minimalista e in tonalità pastello del newyorkese, la cui intonazione mesta accentua l’impronta domestica e sviscera, ancora una volta, i sogni senza sbocchi di uno sconfitto, per quanto questa prospettiva scettica non neghi asilo alla grazia.

220x270_04bis_04Se con le sue spruzzate d’organetto “Here We Go” è un brano all’apparenza più spensierato, di sicuro meno schiacciato sulla norma di un intimismo sotto ulcera, “Ah Dictaphone” è un ulteriore passaggio morbido, rotondo, che culla l’ascoltatore grazie a un melodismo semplice quanto contagioso, e questa elegia della normalità, chimera inseguita facendosi largo tra le comuni miserie del quotidiano, riprende in “Walking The Dog” con il riaffiorare dei suoi trascorsi da ricovero per animali abbandonati.
Il disco non mantiene fino in fondo tutte le promesse di una prima facciata davvero eclatante e tende ad abbassare via via il proprio profilo, verso una dimensione ancora più sparuta e marginale ma non per questo meno incantevole (si senta la bella cavalcata aerea, aperta alle perturbazioni, di “Marty”). Diligente nei propri quadretti, Fred si premura di non riuscire mai troppo crudo e si diletta tra effettistica e riverberi come con una serie di evidenziatori fluo un po’ scarichi (“Hey, Where’s Your Girl?”). Il suo umanesimo trova in Poor Fricky un’emanazione tra le più sincere e, per quanto possa sembrare paradossale, luminose. Può suonare persino addomesticato, di certo l’intima rabbia di ieri appare disinnescata da una (per lui) inedita diplomazia, una lucidità che consente a piccole perle come la chiusa di “Powerful Man” di brillare nonostante tutto.

Quattro dei brani di Poor Fricky tornano – assieme a un paio di outtake (tra cui l’anemica B-side “Sleeping With Tallboy”) e una “Fan The Flames” ripescata addirittura da I Used To Be Kid Colgate – nell’ultima uscita di East River Pipe su Sarah, l’Ep Even The Sun Was Afraid, una piccola collezione che in buona sostanza non aggiunge nulla a quanto già detto nel biennio precedente.

Il Brian Wilson dell’home-recording

Qualcosa di importante, frattanto, si muove. Ancora abbastanza a sorpresa, East River Pipe arriva alla firma con una label prestigiosa, la Merge, grazie all’intercessione di quel Kurt Wagner che, di lì a un paio di anni, presenterà negli album dei suoi Lambchop ben cinque cover di brani del Nostro, tre su “Thriller” (tutte da Poor Fricky) e altre due su “What Another Man Spills”. Negli anni seguenti, molti altri artisti reinterpreteranno in studio le sue canzoni. Tra loro David Byrne, Mountain Goats, Okkervil River, For Against e The Pains Of Being Pure At Heart. Il primo album per l’etichetta di Chapel Hill arriva nei negozi nel settembre 1996 e si intitola, semplicemente, Mel.

220x270_2_03Stilisticamente siamo sempre lì, lo testimonia la strumentale “New York Crown” con le sue tempeste in un bicchier d’acqua, come a voler ratificare le linee-chiave di una cifra già classica. Fred sembra però proporre i suoi brani con una maggiore concretezza, più ancorato al reale e in una dimensione meno eterea o sospesa, prova ne sono la più accentuata franchezza e la capacità di riuscire viscerale senza mai suonare veramente crudo o angoscioso.
Poi, certo, lo sguardo, ancorché impietoso, rimane orientato alla gentilezza, morbidi i fraseggi, aggraziate le atmosfere, e nel contempo si intuisce una più marcata disinvoltura come in “Spotlight”, l’inflessione spigliata quando non proprio serafica di chi abbia lavorato per scrollarsi di dosso le ultime scorie di timidezza pur nel solco di un impianto, quello domestico, che non si presta a particolari revisioni formali.
Non mancano passaggi più lenti ed estatici come “Beautiful Worn-Out Love”, quasi virati a un sunshine incantato, ma restano opzione minoritaria. In generale, comunque, che il mood sia andato rasserenandosi appare abbastanza innegabile, indipendentemente dal (o magari grazie al) recupero della vecchia “We’re Going To Nowhere”, ritratto dello spaesamento ma anche espressione di un candore che lenisce e può indorare pure le pillole più amare.
Il cantore del marginale e dell’ordinario aggiorna il suo miglior repertorio con una nuova ballata paradigmatica della sua poetica e del suo sound marezzato, “Kill The Action”, e sceglie nel contempo di non accantonare la propria superba vena di contemplativo, la basicità di una stilizzazione che a tratti ricorda quella di un Bill Callahan, né la propria estrazione proletaria (l’esasperato e sghembo lo-fi di “Lonely Line Nowhere”, un punk appartato).
In quello che è il miglior titolo della raccolta a mani basse, la pavementiana “Prettiest Whore”, si canta la bellezza di una puttana, e mica per caso. L’oggetto delle proprie speculazioni resta una platea di reietti cui Fred riconosce, dietro una modica dose di rumore e increspature, anche scampoli di bellezza, di purezza quantomeno. Sull’altro piatto della bilancia si piazzano la didascalica “Guilty As Charged” e la più tormentata e (forzosamente) cantautorale “Life Is Born Today”, dove l’autore si snatura un po’ e riesce meno convincente.

Kill The Action torna nel giro di qualche mese anche in un Ep omonimo, accompagnata dalla ciondolante, ruvidina “The Way They Murdered Me” – riproposizione in zona Poor Fricky con discreto melodismo (nonostante il pilota automatico) – e una “Mindcracker” che riesce più evocativa solo perché l’abitino crepuscolare è ancora tra quelli che Fred veste meglio in assoluto. Per un successore su lunga distanza tocca attendere solo un paio di anni. E’ l’agosto del 1999 quando la Merge pubblica The Gasoline Age, il disco più ambizioso (aggettivo da prendere con le molle, ovviamente) di East River Pipe.

220x270_03_14“Shiny Shiny Pimpmobile” è un degno biglietto da visita: si apprezza una spruzzata di elettronica minimale che è come la schiuma su un boccale di birra in una giornata torrida, mentre la drum machine incede fiacca e la giostrina tristanzuola di Fred prende a girare, regalando discreti hook quasi a ogni passaggio. Non c’è nulla di urlato o di clamoroso, ma il suo bignamino, tra etereo easy-listening in formato pocket e noise-pop da cameretta, decisamente fa centro. Un esito lusinghiero, questo, presto bissato dallo stupefacente mood di aperta disillusione che la più decadente “Hell Is An Open Door” trasforma e distilla in gocce di claudicante, catartica poesia, per non parlare di quell’altro numero pop di alta classe (da Pavement o Sebadoh in sedicesimo) che è “Wholesale Lies”.
Al centro della scena ancora la composta bellezza dietro le storie di disperazione di altri emeriti nessuno, abbozzate con pochi tratti esemplari da quella chitarra data alle fiamme quasi con garbo. L’alternanza di episodi più accesi e di tenui ballate autunnali come “My Little Rainbow” esalta la peculiarità chiaroscurale del songwriting del Nostro, risultando in entrambi i casi piuttosto convincente.

Qua e là Cornog adotta un’intonazione depressiva e sfronda le sue canzoni fino a renderle ottuse ballate da karaoke, per poi decorarle con modiche escoriazioni elettriche e qualche melodioso ghirigoro, a guida d’organo soprattutto: la frugalità di East River Pipe si esalta in questi frangenti come a fari spenti, con i loro inesorabili crescendo emotivi (“Cybercar”, “Party Drive”) o un luminismo soffuso e freddino, da luci artificiali in ambienti chiusi e spogli (“14th Street Boys Stolen Car Club”, la spenta tappezzeria sonora da ambiente squallido e in penombra della chiusa amarissima, “Don’t Hurry”). Poi, certo, Fred offre il meglio di sé in passaggi più rumorosi o riverberati come “King Of Nothing Never”, ennesima parentesi di nichilismo gentile affrescata su una parete sporca e necessariamente ordinaria, come nel lungo e rarefatto stream of consciousness à-la Sparklehorse di “Atlantic City (Gonna Make A Trillion Tonight)”, classica palla di neve che diventa una valanga in piena regola con il suo refrain memorabile.
Se l’acidula “Down 42th Street To The Light” abbozza senza sfigurare un’epica strafottente degna di Bob Dylan o di Lou Reed, mentre la rigogliosa coralità sunshine-pop di “All You Little Suckers” si regala un angolo anomalo nel suo repertorio e lo vede osare, pur con qualche dissimulazione, molto più del solito, l’atmosferica e crepuscolare “Astrofarm” avvicina la dolce malia dei Notwist, affettando con talento una rosea serenità che i più avvezzi sanno essere, ovviamente, quanto di più lontano dai sentimenti dell’autore. Meno spinto dei Grandaddy nella giocoleria electro, meno torbido e cupo dei Magnetic Fields nella declinazione dell’arte pop, Cornog rimane comunque una personalità di primissima fascia accanto a loro.

E’ questo il momento di massima visibilità per il songwriter del New Jersey, salutato da una specie di ovazione della critica. The Gasoline Age viene proclamato disco dell’anno sia sulle colonne del New York Times che dell’Independent, mentre Rolling Stone definisce Fred uno dei più grandi ed eccentrici cantautori della sua generazione. Per tutta risposta lui lascia la Grande Mela e torna a vivere a Summit dopo quindici anni, piuttosto deluso dai resoconti su vendite che restano di fatto insignificanti.

“I'm a realist painter, living in an abstract world”

220x270_09_10Con il trasferimento in provincia, la nascita della figlia e l’impiego ormai stabile in un Home Depot, gli impegni di artista si diradano. Il nuovo album, Garbageheads On Endless Stun, arriva nei negozi nel settembre del 2003, mentre sono ormai lontani quegli scampoli di visibilità assicurati dalle buone recensioni. Il sound è andato raffinandosi sempre più negli anni, semplice ma limpidissimo come queste ballate sempre più spigliate, ordinate, rotonde, che pure non silenziano quel fondo di asciutta tristezza, il retrogusto amaro tipico del marchio East River Pipe. Parimenti, e una “The Long Black Cloud” lo certifica, il melodismo della casa si è fatto sempre più logoro e decadente, ma anche incantato. Il disco pare davvero volersi configurare come l’opera musicalmente più positiva e animata di Fred.
Anche senza ospiti esterni, si apprezzano una maggior vivacità percussiva, decorazioni più ariose, cori e controcori abbastanza elaborati, e il tutto dona profondità e compensa una leggera perdita di pathos o urgenza rispetto ai giorni scapigliati. Ora è come se il musicista si sdoppiasse, per poi dilettarsi con un artigianato sempre più metodico e accurato, sperimentando all’occorrenza soluzioni anche più audaci ma senza mai snaturare la sua estetica insofferente alle adulterazioni o all’enfasi insincera.
Gli impasti del synth esaltano l’anima notturna della sua musica, una collezione di frammenti in prima persona che accosta tenui bagliori elettrici su fondali più saturi e al neon. Pur non clamoroso, l’effetto d’insieme è affascinante e l’alienazione di ieri appare ora filtrata da una quiete che sembra indotta, tranquillata, ma non dispiace (“I Bought A Gun In Irvington”, la ninnananna di “I Won’t Dream About The Girl”, lenitiva come un ansiolitico). Il risultato è un album bislacco e malaticcio ma indubbiamente interessante, privo di potenziali hit eppure pervaso da un romanticismo languido che ne rafforza la coesione; un lavoro non facilissimo da assimilare, non immediato e nondimeno amabile, un’opera che può intossicare dolcemente e dare assuefazione se approcciata nella disposizione d’animo più consona.
Ma il nuovo East River Pipe è anche un disco candidamente impressionista per impronta sonora, dove il cantante si profonde in interpretazioni assai più cariche rispetto alla sua consueta norma e in estemporanee uscite dal seminato come in “Streetwalkin’ Jean”, il raffinato intrattenimento à-la Grant Lee Buffalo di “Millionaires Of Doubt” o lo spoken word di “Arrival Pad #19”, canzone abbastanza matta.
Tranne che nel finale raccolto di “It’s Always Been This Way”, perfetto per raccontare senza moralismi di sorta certe trappole delle relazioni umane, il dolce indie-pop acceso a fiammate resta un ricordo lontano perché in Garbageheads On Endless Stun prevale un cantautorato incline alle marezzature, ai sottili garbugli nostalgici, a un’irrequietezza pure serafica e alle estatiche speculazioni intimiste, a tratti ombrose ma mai davvero cupe.

220x270_08_11Trascorsi un altro triennio nel più assoluto silenzio promozionale, la Merge prova a rilanciare le quotazioni ormai ai minimi di questo marchio con la nuova fatica del Nostro, What Are You On?.
Un’opener acidula ma disinvolta come “What Does T.S. Eliot Know About You?” illude subito. Questo sarà infatti il resoconto di esperienze particolarmente dolorose per Fred, e allora è inevitabile che si riaffaccino presto gli arrangiamenti poco lineari del predecessore, gli stessi impasti d’organo e le chitarre distillate in maniera omeopatica o attraverso filtri umidi, acquatici. Dietro la scorza anomala e scherzosa della title track affiora il Cornog più problematico, ancora col suo bozzettismo straniato dolcemente e quella vaga inflessione beatlesiana (via Elliott Smith). E se “I’ll Walk My Robot Home” gioca maldestramente con pose da Bowie giovane e tratteggia uno sprofondo melodico, saturando ogni spazio anche senza sconfessare la propria inclinazione al minimalismo, l’impressione generale è ribadita da episodi disadorni e annebbiati come “Life Is A Landfill” e “Shut Up And Row”, o da una “Trivial Things” che lascia un barlume di leggerezza mentre sullo sfondo continua a regnare la desolazione.
What Are You On?
si impone come un altro album sfaccettato e non certo agevole da incasellare, un racconto in musica che saltabecca tra gli umori e le cifre di una scrittura al solito lambiccata e votata al crepuscolo.
Il tono che prevale è quello di un’ossessione, qua e là addolcita ma comunque spietata. In “You Got Played, Little Girl” le voci sono filtrate come nei primi dischi degli Eels, e non sembra così remoto un parallelismo con gli infidi contrasti di “Electro-Shock Blues”, cui l’accomunano sia il senso di abisso dei sentimenti quanto la veste aggraziata (e quindi due volte più crudele). Basterebbero queste avvisaglie a farne il lavoro in assoluto più onesto e personale di Cornog, abbastanza cupo e senza grandi speranze da offrire, ma il songwriter del New Jersey rincara la dose con l’inequivocabile “Absolutely Nothing”, che replica la medesima idea di vuoto e smarrimento di chi affoghi nella propria dipendenza, e soprattutto con “Druglife”, una di quelle canzoni-manifesto che Fred ha sempre offerto a scadenze regolari con lucidità impressionante. Si evoca lo stordimento, grazie a cori ovattati o un’interpretazione più rigida e apatica, e letteralmente si sente mancare l’aria. Il monito finale di “Some Dreams Can Kill You” è però liberatorio e mette in guardia contro le illusorie scorciatoie della vita, predicando la cautela come sola bussola.

Le stanze in affitto di un vero antidivo

220x270_06_10Dopo un altro lustro speso nel tranquillo anonimato della propria vita di marito, padre e commesso, We Live In Rented Rooms arriva come un fulmine a ciel sereno a ricordarci la grandezza di un cantautore pure così votato al marginale, oltreché all’assenza. In un’intervista Cornog definisce la versione anni Ottanta/Novanta di East River Pipe “una corsa da incubo e senza freni sulle montagne russe”, contrapponendole un presente che è come “una corsa da incubo sulle montagne russe, con freni che funzionano il più delle volte ma non sempre”.
Le "Stanze affittate" del titolo hanno il sapore consapevolmente effimero di un’esistenza in sordina, vissuta negli sterminati sobborghi americani, che vengono raccontati da Fred con lucidità springsteeniana e ammantati di un pop che non si riveste delle sfrangiate allucinazioni di Daniel Johnston, ma ne mutua il carattere di indifesa e sincera confessione e il delicato, innocente gusto melodico. E di sogni periferici, di piccoli e (più o meno) innocui pervertiti, di uomini senza qualità, di loser dal cuore tenero, tutti peraltro orgogliosi della propria appartenenza a "l'ultimo gradino della scala americana", si nutre questo lavoro, impregnando i propri solchi di un’umanità complicata ma a suo modo amabile. La disperazione e la sconfitta, seppur presenti – probabilmente mediate da uno stile di vita, da parte dell’autore, oggi più ricco di soddisfazioni – si trasfigurano in una riflessione malinconica e per una volta anche squisitamente politica, regalandoci quello che può essere definito, senza tema di smentita, il miglior album di East River Pipe da molto tempo a questa parte.
A cercarle bene tra le pieghe di “Payback Time” o “When You Were Doing Cocaine”, non è difficile reperire tracce del dignitosissimo candore cantautoriale di Cornog o della sua autenticità unica. La prima è una strepitosa nenia impolverata e “da reduce”, a base di chitarre fiammanti ma senza scorie angosciose o tentazioni enfatiche; la seconda, ispirata a Jimmy Webb, è un voce e piano al velluto in cui le sue riflessioni riescono dirette e spregiudicate senza smentire comunque la serenità di fondo, quella matura consapevolezza di artista cui non servono espedienti drammatici o forzature per arrivare al cuore di chi ascolta.
Non nasconde la propria fragilità, l'atipico indie-pop all'americana di Fred, ritagliandosi un'aura di intimismo nostalgico che non ha nulla di affettato e nella sua essenzialità può ricordare il Lennon domestico degli ultimi anni (“Summer Boy”). Anche nella pulizia rigorosa, nelle frequenti mitigate del piano, nella fede(ltà) incrollabile nelle care vecchie tonalità pastello (“I Don't Care About Your Blue Wings”), il cantautore del New Jersey è abilissimo a risparmiarsi la comoda ipocrisia del melenso e vi ovvia con una discreta varietà di soluzioni.
Se la già citata “Payback Time” rivela affinità curiose con i Mercury Rev (innocui) di “Secret Migration”, “Three Ships” evoca la sopraffazione dei conquistadores con la stessa malinconia di un Alun Woodward, “Conman” rispolvera certi atmosferici voce e chitarra del Wayne Coyne estatico e meno briccone, mentre la languida e narcotica “Tommy Made A Movie” tradisce più di un'analogia con Destroyer per l'analogo recupero di stilemi pop anni Ottanta (ma con più calore). Difficile poi non tornare con la mente all’animo sensibile dell’artista che, forse più di tutti gli altri, ha palesato una chiara affinità nei confronti della creatura musicale di Fred, perdendosi nell'incanto, nelle dilatazioni, nel cantato filtrato e nella bellissima coda infiammata di “Cold Ground”: Mark Linkous alias Sparklehorse. Volendo ritrovare però solo e soltanto East River Pipe tra i più diretti rimandi, il consiglio è di affidarsi a quello che può ragionevolmente essere considerato l’ultimo di una lunga serie di classici: “The Flames Are Coming Back”, ironico riferimento al proprio turbolento passato a tempesta ormai trascorsa e felicemente archiviata, il cui refrain rompe i consueti indugi introspettivi per dar voce al bisogno di apertura di un autore che, ancora una volta, si conferma comunicativo e toccante come pochi altri in circolazione.

Sette anni dopo, We Live In Rented Rooms resta l’ultimo tassello di una discografia che ha visto diradarsi, strada facendo, le uscite. La meritoria ristampa in vinile dell’opera di Fred forse più apprezzata, The Gasoline Age, ha permesso se non altro di poter apprezzare un pugno di altre canzoni che, fino al quindicesimo anniversario dell’album, parevano destinate a rimanere confinate nell’archivio domestico dei coniugi Cornog o, al più, nello scrigno della Merge. In questa tardiva riedizione, il disco della consacrazione è arricchito da ben nove outtake di assoluto livello, dalle smerigliature umorali favolose di “How’s It Feel To Pass It All Away” alla ballad alla cartavetro “The Handsome Cruel-Eyed Man”: emerge l’anima più ruvida, ispida e fieramente disadattata del Nostro, quella acidula e scorbutica, un po’ sopra le righe, pur senza mai scadere nella weirdness conclamata. Occorre tornare appunto indietro di tre lustri abbondanti per ritrovare le elettriche a tal punto coprotagoniste in un suo lavoro, per quanto – “Golden Hate” lo dice chiaramente – il proverbiale disincanto di East River Pipe riprenda ad abbeverarsi comunque alla fonte della gentilezza.
Cornog si conferma un pessimista incisivo come pochi ma tutt’altro che crudo, e anche con la disperazione riesce a essere delicatissimo (eloquente lo scarno quadretto lennoniano di “Flyin, Lyin, Dyin”). Se “Here Comes The Hurricane” prende ancora spunto dal bozzettismo intimista di Mark Linkous, la sua gemella eterozigote “Here Comes The Pill Armies” racconta con la massima onestà i disagi della depressione, senza edulcoranti ma anche senza il cinismo di comodo.
In “Let’s Kill The Matador” filtra un po’ di sole, e anche qualcosa che somiglia a un sorriso. Non un caso isolato, stando al congedo di “Easy To Forget”. Un albero spogliato, disadorno, comincia a punteggiarsi di gemme: questa l’immagine-chiave da serbare dopo l’ascolto, specchio della maturità e di una normalità prodigiosa, lungamente inseguita e poi conquistata, passo passo, con pazienza ammirevole. Praticamente il ritratto dell’artista che ha saputo sconfiggere tutti i suoi demoni.

(Si ringraziano Lorenzo Righetto e Francesco Amoroso per gli spunti nella recensione di "We Live In Rented Rooms")

East River Pipe

Vita e miracoli di un eremita pop

di Stefano Ferreri

La sofferta parabola umana e artistica di Fred M. Cornog, il "Brian Wilson dell'home-recording": superbo artigiano del pop fai da te, cantore di un'America marginale e figura-chiave della rivoluzione indipendente dei primi anni Novanta
East River Pipe
Discografia
  EAST RIVER PIPE 
   
 East River Pipe (Hell Gate, 1989) 6
 Point Of Memory (Hell Gate, 1990) 6,5
I Used To Be Kid Colgate (Hell Gate, 1991) 7
Goodbye California Ep (Sarah, 1993) 7,5
 Shining Hours In A Can (Ajax, 1994) 7
Poor Fricky (Sarah, 1994) 7
 Even The Sun Was Afraid Ep (Sarah, 1995) 6,5
 Mel (Merge, 1996) 7
 Kill The Action Ep (Merge, 1997) 6,5
The Gasoline Age (Merge, 1999) 7,5
 Garbageheads On Endless Stun (Merge, 2003) 7
 What Are You On? ( Merge, 2006) 6,5
We Live In Rented Rooms (Merge, 20117,5
The Gasoline Age (reissue) (Merge, 20148
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Helmet On
(video, da Point Of Memory, 1990)

Axl Or Iggy
(video, da I Used To Be Kid Colgate, 1991)

Bernie Shaw
(video, da Goodbye California Ep, 1993)

Bring On The Loser
(video, da Poor Fricky, 1994)

Here We Go
(video, da Even The Sun Was Afraid Ep, 1995)

Prettiest Whore
(video, da Mel, 1996)

Take Back The Days
(video, da Mel, 1996)

Spotlight
(video, da Mel, 1996)

The Way They Murdered Me
(video, da Kill The Action Ep, 1997)

Hell Is An Open Door
(video, da The Gasoline Age, 1999)

Shiny Shiny Pimpmobile
(video, da The Gasoline Age, 1999)

Where Does All The Money Go?
(video, da Garbageheads On Endless Stun, 2003)

What Does T.S.Eliot Know About You?
(video, da What Are You On?, 2006)

Life Is A Landfill
(video, da What Are You On?, 2006)

I Walk My Robot Home
(video, da What Are You On?, 2006)

Crystal Queen
(video, da What Are You On?, 2006)

The Flames Are Coming Back
(video, da We Live In Rented Rooms, 2011)

East River Pipe su OndaRock
Recensioni

EAST RIVER PIPE

We Live In Rented Rooms

(2011 - Merge)
Fred Cornog torna a incantare dalle "camere affittate" dei sobborghi d'America

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