Uno scrittore prestato alla musica, che adora Woody Guthrie e Nirvana ed era solito suonare la sua chitarra Silvertone cercando di imitare Velvet Underground e Modern Lovers, ma anche un timido autore già nominato per il Mercury Prize del 2007 e membro onorario della società letteraria Trinity College: questo è in pochi frammenti Fionn Regan, musicista irlandese dotato di una brillante e decisa scrittura musicale che onora la tradizione dei cantautori post-Dylan.
Figlio di un musicista passa la sua infanzia nella contea di Wicklow, cullato dalle suggestioni del mare della sua Bray, una popolosa cittadina ricca di storia e moderne strutture turistiche.
Muove i primi passi discografici come Bilbo, documentati dall’Ep Slow Wall che raccoglie tre brani acerbi ma gradevoli, due anni dopo Fionn Regan pubblica una serie di singoli ed Ep che sorprendono la critica più accorta.
I brani dei due Ep, Reservoir del 2003 e Hotel Room del 2004, sono ricchi di personalità, i richiami a Nick Drake (obbligatori per qualsiasi autore inglese), Jeff Buckley e soprattutto Damien Rice sono temperati da una scrittura solida e da un fascino ammaliante che sembra evocare la forza poetica di Leonard Cohen o quella più moderna dei Sparklehorse, Fionn Regan mostra una complessità armonica che gli impedirà di essere il nuovo David Gray.
Le qualità dell’autore si manifestano in piccoli particolari della sua musica, la sua vena malinconica è mai incline alla depressione e all’autocompiacimento, i suoi giri armonici sono avvolgenti e tuttavia fragili, i testi sono piccoli racconti ricchi di acute soluzioni poetiche. Fionn Regan ama stravolgere i dubbi quotidiani ridefinendo i confini delle sue storie, senza mai cercare o trovare una risposta, raccontando con cinico disincanto il suo stupore per la conoscenza.
L’attenzione di Simon Raymonde (ex-Cocteau Twins) lo convince a lasciare la Anvil Records per la Bella Union e trasferitosi prima a Brighton e poi a Londra pubblica il suo primo album, The End Of The History.
Composizioni eccellenti, una voce da folksinger d’altri tempi, e arrangiamenti essenziali e scarni, che riescono a esprimere tutto il lirismo dell’autore, questo il risultato delle session di registrazione che raramente giungono a una seconda take per i brani, ma il suono cristallino e il fingerpicking robusto scandiscono ogni nota con determinazione e classe.
Tutto il miglior folk inglese e americano scorre nella mente ascoltando The End Of History: Bert Jansch, Bruce Cockburn, Donovan, Bob Dylan, Nick Drake, Pentangle, Woody Guthrie, ma nessuna similitudine scalfisce l’integrità e la qualità artistica del progetto, valga ad esempio l'ottima “Hey Rabbit”, che sembra uscita da una antologia dell’Albatross.
Fingerpicking di elevata struttura armonica in “Abacus”, che propone anche un testo incantevole sulla filosofia della numerologia, mentre ”The Underwood Typewriter” e “Be Good Or Be Gone” assumono i contorni di piccoli classici del nuovo folk.
Rari interventi strumentali danno vigore ad alcune composizioni: la batteria sorregge con gusto leggiadro “Black Water Child”, il piano permea la delicata ”Bunker Or Basement” , il basso crea un’atmosfera incantata e notturna per “The Cowshed”, mentre viola e violino dilatano con sapienza le atmosfere pastorali di “Snowy Atlas Mountains”.
E’ però “Put A Penny In The Slot” la più americana delle tracce (e la preferita di chi scrive), la canzone che sottolinea l’amore per i folksinger della prima generazione americana, un omaggio alla ricca storia del Greenwich Village, con "voce e chitarra" e un testo superbo.
Solo dopo la pubblicazione in America di The End Of History per la Lost Highway (una label che ospita country-singer di rinomato lignaggio, come Lyle Lovett e Lucinda Williams), si aprono le porte per i primi riconoscimenti all’artista irlandese.
Salutato da critiche trionfanti, Fionn Regan intraprende un viaggio musicale che lo porta a suonare in Spagna, Galles, Texas, Australia, Irlanda e a San Francisco. La grande sensibilità di scrittore consente all’autore di raccogliere nuove storie che vanno a formare un album, che la Lost Highway rifiuterà in seguito di pubblicare accantonandolo con il titolo di "The Red Tapes”.
La tournée vede avvicendarsi alcuni musicisti di rilievo, il batterista dei Noisettes, Jamie, regala una copia di The End Of History a Drew Mc Connell dei Babyshambles, che resta sconvolto dall’incredibile qualità del songwriting e sfrutterà le pause del suo gruppo per suonare con Regan, sottolineando la sua esperienza con l’autore irlandese come un stravolgente trip nonostante il mancato uso di droghe.
L’entusiasmo dei musicisti compagni di etichetta e dell’autore del video di “Be Good Or Be Gone” e la nomina per il Mercury Prize non smuovono il pubblico e l’album circola nei bassifondi dei negozi di dischi in cut-out price.
I libri di Jack Kerouac e Dylan Thomas accompagnano le giornate di Regan, impegnato nel raccogliere nuovi stimoli per un album che attende l’interesse di una nuova casa discografica. Anche in questo album torna il suo approccio naturale al suono, attraverso l'uso di tecniche di registrazione analogiche che non alterino la timbrica degli strumenti.
Nel luglio del 2008 Regan ha l'onore di essere invitato al Bitter End per condividere il palco con Liam Clancy, Tom Paxton, Shane McGowan e Odetta (nella sua ultima performance documentata) e viene insignito del titolo di membro onorario della Trinity College Literary Society con la seguente motivazione: “Nella sua musica, il sig. Regan ha contribuito più di molti artisti a erodere i confini tra musica e letteratura, con le sue canzoni sempre possedute dalla miglior poesia", e infine la sua canzone “Put a Penny in the Slot” viene inclusa nella compilation realizzata dalla commissione cultura Irlandese e dalla Iasca come omaggio per i reali inglesi, le autorità irlandesi e il presidente Obama per l’incontro del 2011 in terra gaelica.
Ritiratosi in Irlanda, Fionn completa le nuove registrazioni senza nessun contratto discografico e grazie all’interesse di Jeff Barrett della Heavenly Records, pubblica il secondo album.
The Shadow Of An Empire delude alcuni sostenitori della prima ora, affascinati dal suo scarno romanticismo. In The End Of History il languore e la malinconia conducevano per mano l’ascoltatore, qui tutto è più diretto, quasi di pancia e non di cervello, ma tutto resta vitale e intenso.
Il suo gusto per una musica dai margini grezzi fonde rockabilly ("Protection Racket"), il rock indie (“Coat Hook") ed evita i cliché del mainstream, sintetizzando passato e futuro nella cavalcata rock-blues di "Genocide Matinee", tra citazioni di Bob Dylan ("Subterranean Homesick Blues") e Creedence Clearwater Revival.
I confini artistici sono ben definiti e la robusta struttura rock non nasconde mancanza d’ispirazione. Fionn lancia una sfida a Bob Dylan sul terreno arduo del folk-rock elettrico.
Musica on the road, priva dei riferimenti generazionali forti e incisivi che alimentavano il fuoco dell’ispirazione dei songwriter anni 70, eppur capace di convincere con la sua sapiente scrittura, che conferma l’autore come uno dei più lucidi degli ultimi anni.
Fionn scrive ottime canzoni, possiede anche una voce affascinante, il suo amore per il folk-rock è credibile e ricco di buone idee. Pur rinunciando al fascino notturno della produzione di Simon Raymonde, The Shadow Of An Empire conserva toni tenebrosi, alcune sparute ed enfatiche note negli arrangiamenti sembrano sovrastare il suo prezioso talento, ma permane un equilibrio armonico convincente.
Le interviste del periodo rivelano una serie di episodi e aneddoti sulle fonti di ispirazione dell’album. Fionn dichiara che le canzoni sono state suggerite dal battere dei tasti della sua macchina da scrivere, ma anche dalla vita on the road, le canzoni del primo album erano nate tra le avvolgenti coperte del suo letto ma le storie di The Shadow Of An Empire sono più energiche e divertenti, ed è naturale che il suono sia più diretto e quasi live, privo di abbellimenti e trucchi. Un album urbano che si contrappone al tono relaxed dell’esordio, senza perdere spessore.
Fionn conserva il suo stile di vita, un animo errante che marinava la scuola, preferendole la biblioteca di Dublino. Un ragazzo affascinato dal mare e da quello che c’è oltre l’orizzonte. Un intraprendente uomo solitario che tra gli innumerevoli lavori si trova a lavorare per alcuni set cinematografici, grazie alla sua abilità nel ricreare l’effetto della pioggia con metodi tradizionali e realistici.
Da sempre attratto dalla foresta e dal suo fascino ancestrale, Regan è felice di tornare dai suoi genitori e ha scelto la sua casa vicino al mare, con il bosco alle spalle, come luogo ideale per rileggere James Joyce e scrivere canzoni.
Ma è l’incontro con l’attrice Anna Friel, casualmente conquistata dalla reciproca comprensione del libro di Robert Graves “The White Goddess”, a fornirgli lo spunto per il terzo capitolo 100 Acres Of Sycamore, registrato in sette giorni, direttamente su nastro, utilizzando la console Calrec, che i White Stripes avevano utilizzato per “Elephant”, a conferma della sua passione per un suono diretto e naturale.
Il lavoro risente dell’atmosfera magica e antica del borgo di Valencia dove viene registrato, l’accogliente atmosfera della casa di Anna Friel e l’intenso feeling letterario e umano tra i due dà vita a un disco che è un piccolo racconto. Un album dalla robusta costituzione folk, un ritorno alle matrici acustiche di The End Of History, ma il candore dell’esordio è contaminato da arie mitteleuropee e toni neo-classici. Un bagno di sangue e sudore che accoglie nuove sfumature nelle sempre intense liriche dell’autore. Un ennesimo cambio di stile che trasforma ogni suono acre in oscure e sinistre ballad folk-gothic.
100 Acres Of Sycamore ama l’imperfezione e lo stato d’animo momentaneo, non tenta di alterare le emozioni né di prometterne di nuove.
Fionn Regan continua a muovere le linee della sua musica senza premeditazione e non è dato sapere quale nuova meraviglia accompagnerà la sua tourneé e il suo prossimo album.



