Frida Hyv÷nen

Il pop in un bianco Muchard

di Giuliano Delli Paoli, F. Nunziata

Innamorata dei musical newyorchesi e del fascino retrò delle canzoni d'amore a stelle e strisce anni 50, Frida Hyvonen è la nuova fiamma del female songwriting svedese. Un piano in perenne agitazione emotiva e una voce intensa attraversano sensazioni contrastanti. Tra le sue virgole incrociamo storie personali di passione, fughe malandate, amori londinesi, contemplazioni scientifiche e finanche quella cosa chiamata anoressia
Da più di un decennio il calderone indie svedese è uno dei più infuocati d'Europa. Non si contano i talenti in circolazione per le strade di Goteborg, Stoccolma, Malmö. Non solo metal (Opeth, Pain of Salvation, Meshuggah), o ABBA, Europe e Roxette, la penisola scandinava ha oggi nel suo sottobosco i gioielli più preziosi: da Jens Lekman a El Perro Del Mar, passando per José González e Wildbirds & Peacedrums, fin ad arrivare al deep soul più negro di Kissey Asplund. Tra cotante promesse, spicca, e non poco, la biondissima Frida Hyvonen. Di padre norvegese e madre svedese, comincia a circolare nel lontano (?) 2005, quando inizia ad esibirsi nei vari localini ultra-indie di Stoccolma e Oslo, sospinta da amicizie illustri (Jens Lekman, Jose Gonzales), ma soprattutto da una voce sensazionale e da un piano in perenne agitazione emotiva.
È quasi trentenne quando la Secretly Canadian si accorge di lei, dopo essersi affrettata (e non poco) a smistare anche all'infuori dei confini natii il suo brillante esordio, Until Death Comes (2006), strappandola alla più avida (e timida) Licking Fingers (Concretes). E come per tanti altri connazionali dell'aitante pianista (ricordate il caso Shout Out Louds?) l'attracco ai nostri lidi giunge con inspiegabile ritardo.

Celebrata in patria come la nuova Laura Nyro, o una Frida degli Abba versione Joni Mitchell (fate un po' voi), Frida Hyvonen è la classica songwriter nordica dall'immenso potenziale melodico.  Un'appartenenza al female pop svedese citata un po' ovunque, nonostante disti svariati megaparsec dalle varie Sophie Zilmani, Cajsa Stina Åkerström, Sarah Isaksson, Lisa Ekdhal, l'attitudine pop nelle sue composizioni c'è tutta, e in alcuni sigilli canori è fin troppo barocca, condita saggiamente da un oceano di toccanti melodie, tormenti privati, sapori regressi, e stesure al valium che la conducono verso cime ben più alte del semplice ed esilarante pop radiofonico scandinavo.
Se oggi in Germania il new pop femmineo cerca nuove scappatoie attraverso strampalate manipolazioni al laptop e accattivanti patchwork analogici (Justine Electra), in Canada nelle eleganti metamorfosi elettro-folcloristiche (Feist), in Francia in raffigurazioni caserecce di stampo elettronico-teatrale (Eglantine Gouzy), in Spagna nelle ondulazioni elettroniche sbiadite in salsa minimale filo-Bjork (Burbuja), e in Italia nel cabaret rock geneticamente broadwayano (Beatrice Antolini), in Svezia è essenzialmente scandito da un assoluto ritorno alle origini: piano-voce, uniti a una sezione ritmica di contorno, nulla più, nulla meno.
Una colta semplicità d'intenti che trova nella Frida nazionale l'interprete di maggior rilievo.

Dichiaratasi fan dell'amica Jenny Wilson, la nostra fanciulla ama Joni Mitchell e Nina Simone, ma afferma anche di aver ascoltato Laura Nyro solo dopo aver letto alcuni accostamenti inerenti il suo stile melodrammatico. Innamorata dei musical newyorkesi e del fascino retrò delle canzoni d'amore a stelle e strisce anni Cinquanta (periodo beat generation), adora esibirsi in perfetta solitudine nei suoi spettacoli, forte di una potentissima verve da palcoscenico e dell'assoluta valenza delle sue composizioni, volutamente asciutte e dannatamente trascinanti, avvolte da melodie di grande impatto, sommerse da fiumi di parole che arrivano dritte al cuore. Difatti, è ai testi sinuosi che Frida affida l'altra metà della sua arte. Tra le sue virgole incrociamo storie personali di passione, fughe malandate, amori londinesi, contemplazioni scientifiche (!), esaltazioni orientali, estenuanti dolori post-adolescenziali, e finanche sarcastici ricordi familiari. Il mondo di Frida è un quadretto a tinte forti dove rifugiare qualsiasi sensazione addensata nell'animo e nel bagliore dei propri ricordi. 

Frida HivonenNon è un caso che il titolo del suo esordio prenda spunto da un sentore privato, nuziale: Until Death Comes è uno scrigno di piccole, fragili canzoni.
Un piano saltellante, una voce leggera eppure già sicura di sé ("I Drive My Friend"): in fondo, ci mette poco per materializzarsi in tutto il suo fascino privato e, quando l'umore trasognato di "Djuna" ci avvolge, abbiamo l'immediata sensazione che, pur essendo un disco piccolo piccolo, si debba, comunque, trattarlo al pari di un'opera già matura. L'incanto dell'elegia traspare in tutte le sue sfumature emozionali in "Valerie", i vuoti si alternano ai pieni in "You Never Got Me Right", la forza della memoria riconquista i suoi territori in "Once I Was A Serene Teenaged Child" ("Once I was a serene teenaged child/ once I felt your cock against my thigh") e il piano culla la voce (o viceversa) nella dolente "N.Y.". Ed è sempre tutto un vortice di contrasti apparentemente insanabili, eppure, miracolosamente già avviati verso una pacificazione. Non meravigli, quindi, la grazia che pervade la voce in "Today, Tuesday", mentre le parole si fanno gravi e meditative.
Poi, in fondo, ci sono sempre quelle marcette à-la Joni Mitchell ("The Modern"), oppure certo soul-pop rinvigorito dai fiati ("Come Another Night") a farci un po' di compagnia dentro questa marea di emozioni contrastanti. E, pur lasciandoci in preda alla tristezza più profonda e viscerale, sulle note trasportate con delicatezza di una "Straight Thin Line" che prende di petto e guarda dritto negli occhi quella cosa chiamata anoressia, la sensazione è di quelle che davvero non sai spiegarti.

Un disco di enorme successo, Until Death Comes, a cui segue un progetto parallelo. "Frida Hyvonen Gives You" è la sua denominazione, Pudel la sua prima esposizione.
Fondato essenzialmente sull'utilizzo propriamente accademico di alcune b-side pianistiche del suo giovane repertorio, con esso la giovane musa condiscea mo' di artigianato pop una serie di toccanti affreschi armonici per danza classica: immaginate una Laura Nyro che compone un musical romantico o la Carole King di "Writer" in versione ancor più cadenzata. La vigorosa pianista decide di orchestrare a modo suo parti originariamente ideate per lo spettacolo teatrale Pudel, commissionate nel 2005 dal coreografo Dorte Olesen. Da qui la volontà di racchiudere il tutto con due cantilene campestri, "Intro" e "Outro", canticchiate saltellando allegramente su una stradina malridotta; due filastrocche spensierate da cerniera a otto ballate che portano con sé il profumo della Broadway di un tempo, lambendo un estremo conforto nel vecchio romanticismo newyorchese, quello capace di illuminare gli ultimi piani degli antichi palazzoni della Cinquantaduesima strada, tra la quinta e la settimaAvenue, laddove a brillare un tempo erano solo le sagome cortesi di un corpo di ballo. In tal senso, non è un caso che sia proprio la melodia di "Came A Storm" a formulare il cinguettio di Frida.
La sesta traccia del disco è semplicemente un tocco alieno sulla restante produzione, qualcosa che richiama i gemiti sdoppiati della grande Judee Sill, ritrovata alcuni anni fa nella sua versione più "quieta" da sua maestà O' Rourke in "Dreams Come True - Hi, Love You Right Heartily Here". 
Tutto il resto è un cocktail elegante, a tratti un po' pomposo, di suadenti variazioni, ora esaltate da uno stuzzicante violino ("Fall Is My Lover"), ora lussureggiate da un coretto tipico delle giovani compagnie d'opera neoclassica ("Oh! Oh!"). In tutta questa kermesse coreografica, Frida decide di porsi in "Paus Piano" al centro dell'attenzione, lasciando tutto il resto fuori dalla stanza, mentre in "New Messiah" fa l'esatto contrario, avvolgendosi nella sua piccola orchestra, tra tube, clarinetti, fisarmoniche e contrabbassi.
Canzoni che diventano caramelle, soprattutto quando la talentuosa pianista abbandona l'acerbità tonale dell'esordio, lasciandosi trasportare eccessivamente da variopinte infarinature melodiche, le stesse che conducono, in "This Night I Recall", a qualcosa di già sentito, tutt'altro che spiazzante.
Se in Until Death Comes l'attitudine era quella di coinvolgere e coinvolgersi senza pompare più di tanto, avvalendosi magari solo di un antico Muchard bianco a muro, in Pudel nascono nuovissime esigenze, tese al raggiungimento di un'esaltazione più corposa. Un lavoro di passaggio, che pone le basi per la sua prima vera grande opera: Silence Is Wild (Secretly Canadian, 2008).
Nel frattempo, la nostra pianista è diventata una stellina del panorama (?) svedese, e non solo. I suoi concerti sono intimi e penetranti, elemento che accresce maggiormente quel forte culto indie-mediatico esposto dal suo seguito in tutto il web.

Frida HivonenCon Silence Is Wild la farfalla di Robertsfors apre le sue ali al mondo. L'inquietudine essenziale di Until Death Comes e gli sfarzi orchestrali di Pudel vengono ora frullati con impressionante consapevolezza. Frida pone in questa sua seconda fatica il silenzio come veicolo emozionale, pause pianistiche e ripartenze melodiche d'antologia soffiano come tramontana all’imbrunire, mentre una danza sporca con tanto di déjà vu nel ritornello centrale (Bonnie Tyler!) apre il sipario di quella che sarà un'accurata mostra di autentiche gemme pop.
Sono i primi anni Novanta e una giovanissima Frida incrocia il suo primo amore. Una passione nata a suon di lettere dolcissime, fiori di Maggio, imbarazzanti contatti al pianoforte ("Dirty Dancing"). L'opening track mostra a pieno titolo l'autoreferenzialità narrativa della Hyvonen, "Enemy Within" mette tutti in fila con il suo trotto mieloso e avvolgente, mentre è la commozione canora raggiunta in "Highway 2 U" ad assumere quel non so che di epocale. Il suo crescendo estatico acquista energia con lo scorrere lento sul piano delle lunghe dita affusolate dell'adorabile cantautrice.
L'impatto con Silence Is Wild è possente. Si evince fin da subito che il disco difficilmente avrà cali. Difatti, il successivo omaggio a Londra (scritto mentre Frida era in tournée nel nostro paese), con i suoi club frequentati da gentiluomini, le sue pipe e il suo fascino grigio, spiazza sia noi sia la stessa Hyvonen. Trattasi di una marcetta pop penetrante, di quelle che la radio di qualità non può farsi sfuggire.
L'impostazione autobiografica corre di pari passo con le note: "My Cousin" è un intarsio focoso di ricordi familiari e constatazioni ovvie. Nel disco c'è spazio per tutto. Si prenda ad esempio la stravagante "Scandinavian Blonde", posta come una lattina d'aranciata dopo aver salito le scale ingegnose e faticose di "Science". D'altronde, l'assenza di flessioni significative in Silence Is Wild è clamorosamente inoppugnabile.
L'agiata "Pony" è rickieleejonesiana in tutto e per tutto, così come "Oh Shangai" richiama la seconda Mitchell, prima che un allarmante interrogativo chiuda i battenti. È ancora una volta l'estrema inquietudine in dissolvenza amorosa a urtare la giovane Frida. La paura di perdere nuovamente la persona amata, di sciupare tutto per frettolose conclusioni o eccessive donazioni ripiomba nel cuore di questa tenera fanciulla.
Ad accompagnare questo suo infinito tormento, l'ennesimo giro di note al piano e quel martirio profondo che riempie l'anima, e come il vento entra in silenzio dalla finestra, penetrando con sottile veemenza nelle stanze segrete dell'io.

frida_hyvonen_7_03Come il genietto in salsa pop Jens Lekman, così anche la biondissima musicista di Robertsfors sa prendersi il suo tempo e sfruttare i lunghi stacchi discografici a suo vantaggio, e a quattro anni da Silence Is Wild torna col suo terzo lavoro sulla lunga distanza To The Soul, raccogliendo continui stimoli e lasciando che da essi attecchisca, incontaminato, il germe dell'ispirazione. Un'ispirazione che come da titolo, punta dritta all'anima, lì, a quei 21 grammi che sono il vero motore del nostro essere umani, del nostro non restare impassibili alla potenza della bellezza.

E di bellezza ne si trova a profusione nel terzo lavoro sulla lunga distanza della fascinosa artista nordica, una bellezza che ti prende, ti sfiora appena col suo manto ovattato, e ti lascia inebetito, a cercare di scorgere una fisionomia in quella carezza di velluto, in quell'istante che sembra aver svelato il segreto dell'eternità. Il pianoforte macina note su note, delineando un pugno di canzoni magnetiche, sia che suoni in solitaria, sia che ad esso segua un corpo sonoro più articolato e sostanzioso. Nell'avvicendarsi di spensierate marcette e commoventi lenti, spesso corredati da sontuose orchestrazioni d'archi, la cantautrice riesce a mantenere intatto il filo del discorso, avallando una lodevole fluidità d'ascolto nonostante i notevoli stacchi narrativi.

Perché To The Soul è essenzialmente un lungo susseguirsi di storie: la Hyvönen ha già dischiuso la sua anima al mondo, ha posto in un angolino ogni timore nei confronti della morte, adesso può (e vuole) reinventarsi come scaltra favolista, giocando con la formidabile espressività del suo mezzo soprano. Un sopraffino gusto per l'ironia permea tutte le canzoni dell'opera: da abile performer quale è, la Nostra ricorre a parametri compositivi ampiamente consolidati, e ne altera totalmente le caratteristiche, rendendoli veicolo per inaspettate commistioni tematiche. Tra surreali quadretti che scadono nel macabro, e storie di riscatto sociale, non mancano poi ambientazioni più quotidiane e spiritose (perlopiù affidate ai tre brani sotto i tre minuti di durata), come toccanti ballate emozionali, tuttavia non si avverte mai un calo di tensione che sia uno, con la Hyvönen oramai esperta nel trovare anche nella più mediocre ordinarietà lembi di pura poesia.

Contributi di Vassilios Karagiannis ("To The Soul")

Frida Hyv÷nen

Il pop in un bianco Muchard

di Giuliano Delli Paoli, F. Nunziata

Innamorata dei musical newyorchesi e del fascino retrò delle canzoni d'amore a stelle e strisce anni 50, Frida Hyvonen è la nuova fiamma del female songwriting svedese. Un piano in perenne agitazione emotiva e una voce intensa attraversano sensazioni contrastanti. Tra le sue virgole incrociamo storie personali di passione, fughe malandate, amori londinesi, contemplazioni scientifiche ..
Frida Hyv÷nen
Discografia
Until Death Comes (Licking Fingers, 2006)

6,5

 Frida Hyvönen Gives You: Music from the Dance Performance PUDEL (Licking Fingers, 2007)

6,5

Silence Is Wild (Licking Fingers, 2008)

7

 To The Soul (RMV Grammofon, 2012)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Frida Hyv÷nen su OndaRock
Recensioni

FRIDA HYV÷NEN

To The Soul

(2012 - RMV Grammofon)
Dodici magnetiche piano songs confermano l'estro della proposta della musicista svedese

FRIDA HYV÷NEN

Silence Is Wild

(2008 - Secretly Canadian)
Seconda prova per la cantautrice di Robertsfors, per tredici perle pop intime e autobiografiche

FRIDA HYV÷NEN

Until Death Comes

(2006 - Secretly Canadian)

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.