George Harrison

George Harrison

Il mantra del rock

di Gabriele Gambardella

Il "chitarrista gentile" che è riuscito ritagliarsi uno spazio sempre più importante nei Fab Four grazie al suo carattere meditabondo e a uno stile sospeso tra rock e spiritualità. Il percorso solista, tra enormi successi e rovinose cadute, di un artista discreto e affascinante che ha sempre concepito la musica come un viaggio nei recessi dell'anima

The Fabulous 60’s

Nell’aprile del 70, George Harrison è un uomo al limite. La mostruosa macchina da soldi chiamata Beatles presenta crepe sempre più evidenti. Le discussioni sono all’ordine del giorno, la comunanza d’intenti tra i vari membri è, ormai, un vago ricordo e l’ispirazione va scemando. Il gruppo più grande del mondo non sembra poi così grande, lacerato com’è da interessi personali, divergenze artistiche e tossicodipendenze. Non più amici ma soci in affari che, per lavoro, suonano l’uno nelle canzoni degli altri. Una situazione difficilmente sostenibile in cui diventa estremamente difficile mantenere l’equilibrio e la concentrazione. Il misero naufragio dell’ambizioso progetto “Get Back” (sorta di documentario sulle sedute d’incisione dell’omonimo album) mostra al mondo come stavano realmente le cose. I Beatles appaiono arrabbiati, sfiniti, demotivati, lontani anni luce dallo splendore della Beatlemania.
Harrison, in particolare, patisce questa situazione a causa del suo carattere introverso e per la continua lotta, durata un decennio, tesa ad affermare il suo talento. Dalle timide note di “Don’t Bother Me” inclusa su “With The Beatles”, passando per la tenera “I Need You in Help!”, “Think For Yourself” e “If I Needed Someone” in “Rubber Soul”, “Taxman” e “Love You To” in “Revolver”, all’orientaleggiante “Within You Without You” in “Sgt. Pepper’s”, fino alle magnifiche “While My Guitar Gently Weeps”, “Piggies”, “Long Long Long” nel “White Album”, è tutto un continuo sgomitare per cercare di spezzare il dominio assoluto del binomio Lennon-McCartney.

George HarrisonProprio nel tentativo di affermarsi definitivamente come autore, già alla fine degli anni 60, George Harrison compone due album solisti, Wonderwall Music (1968) ed Electronic Sounds (1969) che, pur contenendo notevoli spunti sperimentali e interessanti commistioni tra sonorità orientali e occidentali, non riscuotono alcun successo commerciale. Il secondo, tuttavia, è stato, col tempo, ampiamente rivalutato, dal momento che viene quasi unanimemente riconosciuto come il primo disco esclusivamente composto di musica elettronica, poiché inciso con il solo ausilio del sintetizzatore Moog.
La meritata consacrazione come autore arriva qualche mese dopo, proprio alla fine della parabola beatlesiana, quando, durante le sedute per il definitivo “Abbey Road”, dà alla luce i capolavori “Something” e “Here Comes The Sun”, due delle migliori composizioni in assoluto dei Favolosi Quattro. L’ormai ex “terzo” Beatle è pronto e maturo per la sua carriera solista. Il Maharishi e Brian Epstein, Tony Sheridan e Ravi Shankar, il sitar e le Rickenbaker, Pete Best e Billy Preston, Liverpool e Rishikesk, il Mersey e il Gange devono restare solo un lontano ricordo: è arrivato il momento di spiccare il volo, di entrare negli anni 70. Perché tutto passa, tutto deve passare.

Non scordatevi che John e Paul avevano riportato maggiori soddisfazioni scrivendo tutte quelle canzoni con i Beatles. Specie dopo il 1966 io iniziai a scrivere molto materiale, e una o due canzoni per album non mi bastavano più. All'epoca dell'uscita del triplo mi sentivo come liberato dopo anni passati in stato di costipazione. Avevo 17 pezzi e non volevo proprio scartarne nessuno. Volevo sbarazzarmene in modo da potermi rioccupare di me stesso.
(George Harrison, 1987)

Ogni cosa deve passare

George HarrisonLa fine dei Beatles, improvvisa e immutabile, è uno shock per il mondo intero. Fan, addetti ai lavori, giornalisti accolgono la notizia con stupore e immenso dispiacere. Forse solo George Harrison vive questa separazione come una sorta di liberazione. In primis la tensione accumulata nell’ultimo periodo si era fatta insopportabile, in secondo luogo può finalmente dar sfogo alla sua creatività senza dover obbligatoriamente sottostare al giudizio dei suoi compagni o della casa discografica. Era talmente ricco, infatti, il materiale da lui composto e mai entrato nella discografia ufficiale dei Fab Four, che se ne potevano riempire almeno tre o quattro album. Harrison decide di liberarsi di tutta quella frustrazione in un colpo solo e di pubblicare una strabiliante opera prima.
Inciso tra gli Abbey Road Studios, i Trident Studios e gli Apple Studios di Londra, All Things Must Pass si avvale della faraonica produzione di Phil Spector e di un cast di musicisti di prima qualità (Eric Clapton, Klaus Voorman, Billy Preston, Ringo Starr, Bobby Keys, Carl Radle, solo per citarne alcuni). Le canzoni sono di ottima fattura e risalgono al periodo beatlesiano del chitarrista, anche se si discostano fondamentalmente dal tipico sound dei Fab Four, dal momento che le sonorità sono di matrice folk con venature orientaleggianti. Su tutto emerge la voce soffice e rassicurante di Harrison unitamente alla timbrica limpida e cristallina della sua chitarra. La morbida ballad “If You’d Have Any Time” è stata composta nel 1968 durante una session a Woodstock nientemeno che con Bob Dylan. Il testo, estremamente poetico nella sua semplicità, contiene teneri riferimenti all’amore (“All I have is yours/ All you see is mine/ And I'm glad to hold you in my arms/ I'd have you anytime”). Il singolo spacca-classifiche “My Sweet Lord” è “la canzone” per eccellenza di George Harrison; il suo brano più famoso. Nei suoi versi sono condensate la sua filosofia di vita e la sua proverbiale fascinazione per la mistica orientale, con tanto di vero e proprio mantra in lingua indiana (“Guru Brahma/ guru Viṣṇur/ guru Devo Maheśvaraḥ/ guru sākṣāt/ param Brahma/ tasmai Sri/ gurave namah”). Dal punto di vista musicale le cose stanno diversamente. Nonostante la presenza di un eccellente riff di chitarra slide, la melodia somiglia un po’ troppo a “He’s So Fine” delle Chiffons, la qual cosa è valsa all’ex-Beatle una denuncia per plagio (risolta con l’ingiunzione di cedere gran parte dei diritti del brano alla Bright Music).
Il registro cambia radicalmente con l’infuocato rock di “Wah-Wah” dove, come si evince dal titolo, l’assoluta protagonista è la chitarra distorta con l’omonimo pedale. Il ritmo sostenuto del pezzo riflette la rabbia di Harrison scaturita durante le sedute d’incisione per “Let It Be”, durante le quali Paul McCartney e John Lennon avrebbero criticato alcune sue parti di chitarra. Tale stato di frustrazione si riflette nelle liriche particolarmente taglienti e polemiche (“You made me such a big star/ Being there at the right time/ Cheaper than a dime/ you've given me your wah-wah”). Una profonda riflessione sul dolore e sulla diversità caratterizza la stupenda “Isn’t It A Pity”, uno dei brani più evocativi ed emozionanti del disco. Su un giro armonico relativamente semplice e ripetitivo si innesta una grandiosa chitarra che, qui più che altrove, “piange gentilmente”. Il crescendo serve ad aumentare il pathos di versi che appaiono carichi di rassegnazione (“Isn't it a pity/ Isn't is a shame/ How we break each other's hearts/ And cause each other pain/ How we take each other's love/ Without thinking anymore/ Forgetting to give back/ Isn't it a pity”). La gioiosa “What It’s Life” è una dedica d’amore per Patty Boyd, all’epoca sua moglie (“Tell me, what is my life without your love?/ And tell me, who am I without you, by my side?”), mentre “If Not For You” è l’azzeccata cover di un pezzo di Bob Dylan, impreziosita dal suono della pedal steel guitar. “Behind That Locked Door” è un valzer country composto durante il Festival dell’Isola di Wight, cui partecipò il menestrello di Duluth e a lui dedicato. Costituisce una sorta d’incitamento di Harrison nei confronti dell’amico colto da depressione e nello stesso tempo un preghiera a condividere con lui le sue sensazioni. Il testo è molto sentito e personale (“Come and let out my heart, please, please/ From behind that locked door”) a testimonianza della profonda amicizia che corre tra i due musicisti. “Let It Down” risale alle session per l’abortito “Get Back” e tratta il tema della infedeltà coniugale. Il tono, prima languido quindi maestoso, ben si addice a delle liriche particolarmente erotiche (“While you look so sweetly and divine/ I can feel you here/ See your eyes are busy kissing mine”) dando vita a un mix che ricorda l’impeto della passione amorosa per un’altra donna. Un’aspra riflessione sul suo ultimo periodo beatlesiano rende i versi di “Run Of The Mill” carichi di amarezza (“Everyone has choice/ When to or not to raise their voices/ It's you that decides”), un’amarezza efficacemente sottolineata da una melodia malinconica e dolente.
Il misticismo indiano permea la splendida “Beware Of Darkness”, direttamente ispirata alla filosofia del Radha Krishna Temple di cui George è seguace. Alla complessità testuale carica di metafore e simbolismi (“Watch out now, take care/ Beware of greedy leaders/ They take you where you should not go/ While weeping Atlas cedars”) fa seguito una significativa ricercatezza musicale, piena di cambi di chiave e di progressioni armoniche. La spassosa “Apple Scruffs” è dedicata alle groupie che ogni buon gruppo rock deve avere, mentre l’eterea “The Ballad Of Sir Frank Crisp (Let It Roll)” è un omaggio all’avvocato una volta proprietario della sua lussuosa magione. L’induismo torna prepotente in “Awayting On You All”, in cui è presente un verso molto critico nei confronti di Papa Paolo VI (“While the Pope owns 51% of General Motors/ And the stock exchange is the only thing he's qualified to quote us”) in netto contrasto con una religiosità più personale e intima (“Before you can see Jesus/ If you open up your heart/ You'll see he's right there”). La melodia è trascinante, entusiastica, quasi a voler sottolineare la gioia di aver intuito la vera strada per arrivare a Dio.
La caducità e transitorietà della vita sono i temi portanti di All Things Must Pass, la cui malinconia sonora accentua ancor di più la profondità e serietà della riflessione. La piccante (e sperimentale) “I Dig Love” torna sui temi della libertà sessuale, mentre la morte e la reincarnazione sono al centro della ritmatissima “Art Of Dying”, il cui verso principale riguarda proprio il ritorno sulla terra quale mezzo per sconfiggere la paura al momento del trapasso (“There'll come a time when most of us return here/ Brought back by our desire to be”). Si arriva così a “Hear Me Lord”, vera e propria preghiera rock implorante e disperata (“Forgive me lord/ Please, those years when I ignored you, hmm/ Forgive them lord/ Those that feel they can't afford you, hmm”). La terza sezione dell’album è costituita da una poderosa jam session che si dipana lungo entrambi i lati dell’Lp. Divisa on cinque parti: “Out Of The Blue”, “It's Johnny's Birthday”, “Plug Me In”, “I Remember Jeep” e “Thanks For The Pepperoni”, vede Harrison improvvisare con i migliori musicisti in circolazione, anche se i risultati sono discontinui e poco interessanti.
A parte questo, si può senz’altro concludere che siamo di fronte a un lavoro di grandissima qualità, musicalmente e poeticamente complesso, ricco di temi, spunti e riflessioni profonde. L’intero universo filosofico e musicale harrisoniano, fatto di misticismo, amore, ironia e critica sociale uniti a influenze country, folk e rock, trova spazio in questa imponente opera prima, in cui l’autore riversa tutto il suo talento e la sua ispirazione. Pubblico e critica premiano unanimemente l’album proiettandolo al primo posto in classifica facendone il disco d’esordio più venduto di un ex-Beatle.

George Harrison - The Concert For Bangla DeshIl momento magico non si esaurisce certo qui. Sei mesi dopo la pubblicazione di All Things Must Pass, infatti, George, su invito del suo amico e maestro Ravi Shankar (grande virtuoso del sitar) organizza in prima persona un monumentale concerto a favore dei profughi del Bangladesh, all’epoca dilaniato dalla guerra tra India e Pakistan. Coinvolgendo eminenti personalità musicali quali Eric Clapton, Ringo Starr, Bob Dylan, Leon Russell e Billy Preston (Lennon e McCartney invece rifiutano l’invito), l’ex-baronetto riesce nell’impresa di riempire per ben due serate consecutive, il 1° e il 2 agosto, il mitico Madison Square Garden di New York, registrando ben 40.000 presenze. Il successo di questa che, senza dubbio, rimane la prima iniziativa benefico/musicale della storia è enorme. Dal secondo concerto viene ricavato un triplo Lp, The Concert For Bangla Desh, che scala le classifiche e arriva a vincere il Grammy Awards nel 1972 come “migliore album dell’anno”. Ne viene ricavato anche un film, che rende abbastanza bene la sentita atmosfera di quelle performance durante le quali Bob Dylan sfodera ottime versioni di “Blowin In The Wind”, “Mr. Tambourine Man” e “Just Like A Woman”, Ringo propone il suo recente successo “It Don’t Come Easy” e il padrone di casa mescola sapientemente classici beatlesiani di sua composizione (“Something”) e successi più recenti (“My Sweet Lord”).

George Harrison - Bob DylanNonostante gli sforzi profusi le cose non vanno esattamente come dovrebbero. Il fisco americano solleva parecchi dubbi in merito al ricavato dell’iniziativa e perfino il disco, non venendo considerato pubblicazione benefica, si ritrova soggetto alla tassazione standard. Una parte dei fondi destinati al Bangladesh rimane bloccata per più di dieci anni, fino al 1981, con grande rammarico di Harrison che per anni si rimprovererà il fatto di non aver istituito una fondazione ad hoc a cui devolvere i proventi del “concertone”. Nonostante queste traversie, il valore documentale del Concert For Bangla Desh rimane assolutamente intatto. Dal punto di vista musicale, aggiunge poco alla discografia dei protagonisti, ma rappresenta l’innegabile inizio di quell’impegno socio/umanitario che coinvolgerà un numero sempre crescente di artisti negli anni a venire.

Well, you serve me and I'll serve you
Swing your partners, all get screwed
Bring your lawyer and I'll bring mine
Get together, and we could have a bad time
(“Sue Me, Sue You Blues”)

Il cavallo scuro

Scottato dal parziale fallimento di quest’iniziativa, ma sempre più orientato a un crescente impegno sociale nella sua musica, Harrison decide di costituire, nel 1973, la Material World Charitable Foundation,una fondazione attraverso la quale supportare  iniziative benefiche in tutto il modo. Proprio per finanziare la neonata associazione, decide di donarle i proventi delle royalties di alcuni brani contenuti nell’album di prossima pubblicazione. Il successo e la qualità dei due lavori precedenti aveva creato un’enorme aspettativa nei confronti del nuovo lavoro dell’ex-Beatle, il quale, però, si trova in uno stato d’improvvisa impasse. Un incidente stradale avvenuto alla metà del 1972 e la grandeur di All Things Must Pass avevano provocato in George un significativo calo d’ispirazione. L’eccellente materiale di epoca beatlesiana era stato già usato, quindi si rendeva necessario comporre nuovi brani inseguendo, al contempo, una certa innovazione nello stile.

George HarrisonPer far ciò sceglie fidatissimi e rodatissimi collaboratori (Ringo Starr, Klaus Voorman, Nicky Hopkins) con i quali si rinchiude all’Apple Studios per incidere quello che sarà Living In The Material World. Il titolo potrebbe trarre in inganno con il suo evidente riferimento alla tangibilità delle cose, mentre il disco, quasi per ironia, è permeato da uno spiccato senso di spiritualità e misticismo.
Il brano più famoso e riuscito dell’album, “Give Me Love (Give Me Peace On Earth)”, è una morbida e orecchiabile ballad le cui liriche sono ispirate dal tema della pace e dell’amore universale (“Give me love, give me love, give me peace on earth/ Give me light, give me life, keep me free from birth/ Give me hope, help me cope with this heavy load/ Trying to touch and reach you with heart and soul”), unitamente alla continua ricerca di dio all’interno di sé. Ma Harrison conserva ancora parte della rabbia seguita all’ultima fase dell’era beatlesiana: la penosità degli strascichi legali conseguenti allo scioglimento della band e l’acrimonia nei confronti degli ex-compagni di lavoro permeano di acidità “Sue Me, Sue You Blues” (“Well, you serve me and I'll serve you/ Swing your partners, all get screwed/ Bring your lawyer and I'll bring mine/ Get together, and we could have a bad time”) efficacemente sottolineata dal suono metallico e sferzante della chitarra resofonica. Le insidie del successo discografico caratterizzano invece la malinconica “The Light That Has Lighted The World”, in cui ritorna il suono della slide guitar, mentre le prime incrinature del rapporto matrimoniale con Pattie Boyd permeano la tenera “Don’t Let Me Wait Too Long”. “Who Can See It” è ancora un’amara riflessione sul suo periodo beatlesiano, durante il quale più volte veniva messo in ombra dalle gigantesche personalità degli ex-compagni (“I only ask/ That what I feel/ Should not be denied me now”), mentre la title track mostra nettamente il contrasto tra il materialismo dell’establishment musicale (inclusi gli stessi membri dei Beatles) e la spiritualità del suo animo (“Met them all here in the material world/ John and Paul here in the material world/ Though we started out quite poor/ We got Richie on a tour”). La musica evidenzia ancor di più questo contrasto grazie alla netta contrapposizione tra gli strumenti classici del rock e quelli della tradizione indiana.
La ricerca spirituale torna centrale nella splendida “The Lord Loves The One (That Loves The Lord)”, dove a liriche di chiara matrice religiosa (“The Lord loves the one that loves the Lord/ And the law says if you don't give, then you don't get loving/ Now the Lord helps those that help themselves/ And the law says whatever you do's gonna come right back on you”) si abbina una piacevole melodia di chiaro stampo harrisoniano, fatta di slide guitar, fiati e percussioni orientali. Una fantastica chitarra acustica connota la malinconica “Be Here Now”, profonda riflessione sullo scorrere del tempo, mentre la maestosa “Try Some, Buy Some” è uno sguardo attento al tema della conversione e della ritrovata fede. L’impegno ecologista e umanitario caratterizza invece “The Day The World Gets ‘Round” (“The day the world gets 'round/ To understanding where it is/ Using all it's found/ To help each other, hand in hand”) per poi lasciar spazio alla bellissima “That Is All”, che, come da titolo, chiude il disco.
Living In The Material World è un album estremamente particolare; bellissimo dal punto di vista musicale, piuttosto interlocutorio dal punto di vista poetico. Come d’abitudine, Harrison scherza con le sonorità, mescolando sapientemente Oriente e Occidente per poi unire tutto con un gran senso della melodia, ma per quanto riguarda i versi le cose vanno differentemente. Il tema religioso e mistico è presente pressoché in ogni brano e, per quanto nobile e profondo, alla lunga può risultare stucchevole. L’amore, la critica sociale, i sentimenti si connotano di una nuova dimensione spirituale che li spoglia di qualsiasi umanità per fargli assumere quasi un’identità ideale o ultraterrena. George sembra molto poco interessato alle cose del mondo, preferisce volgere il suo sguardo altrove, a dio, allo spirito, arrivando a sviluppare enormemente alcune tematiche già presenti in All Things Must Pass, ma tralasciandone completamente altre. Proprio le due facce di quest’opera ne hanno determinato l’altalenante andamento in classifica. Le vendite, inizialmente ottime, nel giro di pochi mesi calano drasticamente, dando inizio a un progressivo periodo di crisi commerciale per l’autore. Anche la critica dell’epoca, cinicamente, stronca il disco, liquidandone superficialmente le tematiche, salvo poi rivalutarlo con gli anni.

George Harrison - Ravi ShankarPer tutta risposta, Harrison fonda un anno dopo, nel 1974, una sua casa discografica, la Dark Horse Records, la cui prima scrittura va, ovviamente, a Ravi Shankar, con il quale poco tempo dopo effettua una tournée di cinquanta date nel Nord America per promuovere il suo ultimo album, intitolato proprio Dark Horse, non propriamente un capolavoro, anzi un disco che risente fortemente delle pesanti condizioni di stress psicofisico nelle quali è stato inciso. La separazione dalla storica moglie Patty, fuggita con l’amico Eric Clapton, una forte laringite che ha condizionato le ultime performance sia in studio che dal vivo, la prossima scadenza del contratto con la Apple ci restituiscono un Harrison veramente sulle ginocchia.
Benché ampiamente criticato e snobbato dal pubblico, Dark Horse possiede tuttavia un certo fascino, in quanto specchio fedele di un artista in seria difficoltà, le cui certezze “cosmiche” cominciano a vacillare. Anche lo stile musicale abbandona i consueti territori pop virando verso il soul e il funk, come nel lungo pezzo strumentale “Hari’s On Tour”, il cui unico tratto marcatamente “harrisoniano” consiste nel magistrale uso della slide guitar. Lo spettro della crisi coniugale marca indelebilmente ogni brano, come nella splendida “Simply Shady” (il cui titolo richiama evidentemente la “Sexy Sadie” di beatlesiana memoria) le cui liriche riflettono lo stile di vita dissoluto che l’autore conduceva in quel momento (“Somebody brought the juicer, I thought I'd take a sip/ Came off the rails so crazy, my senses took a dip/ Before the bottle hit the floor and I'd had time to think/ I was blinded by desire, the elephant turned pink”). “So Sad”, invece, allude esplicitamente al trauma della separazione (“Take the dawn of the day/ And give it away/ To someone who can build a part/ Of the dream we once held/ Now it's got to be shelved/It's too late for to make a new start”). La malinconia è palpabile sia nella melodia che nel cantato, quasi fosse stata incisa in lacrime, facendone un brano semplicemente splendido, degno di figurare nel ben più celebrato All Things Must Pass. L’ironia nei confronti dell’ex-amico e dell’ex-moglie si concretizza in una versione devastata e devastante di “Bye Bye Love”, classico degli Everly Brothers, cui il buon George stravolge completamente il testo adattandolo agli strali che intende inviare alla nuova coppia.
L’amore per “ciò che non è” caratterizza “Maya Love” (il cui titolo in hindu significa proprio questo), sincopata ballad con interessanti cambi di tempo e un sostanzioso arrangiamento a base di ottoni e slide guitar. Un minimo di ottimismo torna in “Ding Dong Ding Dong”, secondo singolo estratto dall’album, le cui parole ripetute (“Ring out the old, ring in the new/ Ring out the false, ring in the true”) sembrano costituire il personale mantra di sopravvivenza dell’autore. Dal punto di vista melodico vi è un’interessante commistione tra il wall of sound di Phil Spector e il nascente glam-rockche rende questo pezzo vivace ed estremamente godibile.
La title track rappresenta l’orgogliosa risposta di Harrison a tutti i suoi detrattori. Vengono presi di mira i critici che hanno distrutto Living In The Material World, Pattie Boyd, gli ex-Beatles, ai quali vengono dedicati versi carchi di risentimento (“You thought that you knew where I was and when/ Baby, looks like you've been fooling you again/ You thought that you had got me all staked out/ Baby, looks like I've been breaking out”). Il tappeto sonoro, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è molto morbido e delicato, con accenni di flauto e ukuluele. Dalla collaborazione con Ron Wood nasce la morbida “Far East Man”, mentre uno stile quasi caraibico denota l’ottimistica “It Is ‘He’ (Jai Sri Krisna)”, posta in chiusura di lato B. Questi ultimi due pezzi appaiono sinceramente trascurabili e contribuiscono ad abbassare il livello dell’opera, che comunque si attesta su buoni livelli. Non c’è più l’eccessiva e stucchevole religiosità del disco precedente, ma una contenuta e molto più umana rabbia di fronte alle avversità della vita che possono mettere a dura prova anche una celebrata superstar. C’è molta più energia e voglia di sperimentare; compaiono suoni nuovi e strumenti inediti che rendono quest’album molto interessante anche dal punto di vista tecnico/musicale.
Pubblicato nel dicembre del 1974, Dark Horse viene immediatamente stroncato da pubblico e giornalisti. Perfino il tour promozionale viene pesantemente criticato (a causa delle non ottime performance vocali di Harrison dovute a una persistente laringite), contribuendo a minare la reputazione dell’artista che decide di ridurre drasticamente le apparizioni pubbliche, fino a scomparire quasi dalla circolazione. Il lavoro in studio al Friar Park continua incessante, però, tanto da permettere a George di far uscire due album nel giro di due anni.

George Harrison - Patty BoydNove mesi dopo questa disastrosa serie di concerti, il 9 settembre del 1975, viene pubblicato Extra Texture (Read All About It), l’ultimo disco pubblicato per la Apple Records. La reputazione pesantemente danneggiata, il calo delle vendite, le critiche spietate, il definitivo divorzio da Pattie Boyd, la difficile separazione dalla storica casa discografica costituiscono dei fattori importanti che vanno a incidere sulla composizione e la qualità dell’opera, che appare segnata da una profonda depressione. La falsamente gioiosa “You” (arricchita dalla voce di Ronnie Spector) è caratterizzata da versi semplici e ripetitivi (“I love you/ You love me”) innestati su una melodia vagamente ispirata dallo stile Motown. Il tema portante è, ancora una volta, la definitiva separazione dalla compagna. Le continue discussioni con Paul McCartney fanno invece da sfondo a “The Answer’s At The End”, in cui, attraverso il celebre verso “Scan not a friend with a microscopic glass”, risponde efficacemente sia alle stancanti questioni con l’ex-compagno sia alla eccessiva asprezza delle critiche. Il testo prosegue poi con: “You know his faults, now let his foibles pass/ Life is one long enigma, my friend/ So read on, read on, the answer's at the end”, in cui è contenuto un messaggio di tolleranza di evidente matrice induista. È forse uno dei testi più poetici e complessi dell’intera carriera di Harrison, caratterizzato da un ampio uso di aforismi e metafore. Musicalmente il brano assume la forma di una power ballad sulla falsariga di “Isn’t It A Pity”, contenuta nel primo storico album.
I ripetuti attacchi sul piano professionale ispirano anche il seguito di “While My Guitar Gently Wheeps” intitolato significativamente “This Guitar (Can’t Keep From Crying)” in cui, per la prima volta, Harrison riprende la forma dialogica tra critici e artista, già resa famosa da altri cantautori quali Joni Mitchell, Neil Young e John Lennon. Nel testo compare esplicitamente il nome della rivista Rolling Stone, responsabile, secondo l’autore, di un sistematico (e ingiustificato) tentativo di distruzione della sua carriera (“Learned to get up when I fall/ Can even climb Rolling Stone walls/ This guitar can't keep from crying”). Anche dal punto di vista musicale ci sono evidenti similitudini col capolavoro beatlesiano, nascoste dietro suoni decisamente più moderni, ma che evidenziano innegabilmente la mancanza del magico tocco della chitarra di Clapton. Un sentito omaggio al cantante Smokey Robinson è rappresentato dalla languida “Ooh Baby (You Know That I Love You)”. Omaggio solo nel titolo e nello stile molto soul del pezzo, ma per quanto riguarda il testo si tratta di una dichiarazione d’amore alla sua nuova fiamma: Olivia Arias (“I will be where you want me/ I will try to keep you happy”).
Il risentimento per le eccessive critiche rivolte alle sue ultime uscite discografiche torna in “World Of Stone”, in cui l’autore sembra chiedere un minimo di tolleranza visto il difficile momento che sta attraversando. Il ritmo della canzone è blando e le liriche sono permeate di dubbi e insicurezze (“Wise men you won't be/ To follow the like of me/ In this world made of stone/ Such a long way to go”). Una breve ripresa strumentale di “You”, intitolata “A Little Bit More Of You”, introduce “Can’t Stop Thinking About You”: è ancora una dolente, meravigliosa ballata incentrata sulla fine della sua relazione con Pattie Boyd. Il tono del cantato è disperato, quasi piangente, incentrato sulla quasi esclusiva ripetizione delle parole del titolo. Il dolore emerge in altri stralci di testo (“Daylight has left me/ I can't take it if I don't see you no more”) in cui è evidente come la ferita sia ancora aperta e sanguinante.
È il piano di Leon Russell a impreziosire la sincopata “Tired Of Midnight Blue”, ispirata da una tediosa notte con i più alti dirigenti dell’industria discografica. Nelle parole la depressione dovuta alle pressioni subite dai capi del business musicale si scontra con la felicità del ritorno a casa accanto alla persona amata (“I don't know where I had been/ But I know what I had seen/ Made me chill right to the bone/ Made me wish that I'd stayed home along with you/ Tired of midnight blue”). La depressione torna prepotente (forse dovuta anche a un crescente uso di cocaina) in “Grey Cloudy Lies”, riflettendosi in liriche allucinate e paranoiche (“Now, I only want to be/ With no pistol at my brain/ But at times it gets so lonely/ Could go insane/ Could lose my aim”). La melodia è lenta e cadenzata, anche se vi si può scorgere una certa, oscura bellezza. Chiude il disco la scherzosa “Is Name Is Legs (Ladies And Gentleman)”, dedicata al batterista Larry “Legs” Smith.
Extra Texture (Read All About It) è un album molto discontinuo e confuso, che riflette benissimo il difficile momento dell’autore ma al suo interno si possono trovare canzoni molto belle, tra le migliori del canzoniere harrisoniano, basti pensare a “You” o “The Guitar” o ancora “Tired Of Midnight Blue”. Nonostante ciò, viene criticato selvaggiamente dagli addetti ai lavori e il pubblico ne decreta il parziale insuccesso commerciale (solo sessantesimo nella chart britannica).
Da qui in poi le apparizioni pubbliche dell’ex-Beatle si diradano notevolmente limitandosi a piccole comparsate televisive, come quella al Saturday Night Live in compagnia di Paul Simon nel 1976 o lo special su Ringo del 1978, per il resto preferisce rintanarsi a Friar’s Park a curare il suo parco, trovare nuovi hobby e scrivere musica.

George HarrisonIl frutto di questo isolamento volontario è l’album Thirty-Three & 1/3, pubblicato nel novembre 1976, il primo per la Dark Horse Records. Lo strano titolo numerico si riferisce all’età di Harrison al momento della sua incisione e rappresenta un significativo rappacificamento col mondo della stampa e con i suoi fan. Libero dai mastodontici vincoli imposti dalla Apple, l’autore sembra rilassarsi trovando finalmente vivacità e freschezza. Testimone ne è la funkeggiante “Woman Don’t You Cry For Me”, arricchita da suono del clavinet e da un basso poderoso. Il testo, grintoso e graffiante, rappresenta forse il definitivo superamento del trauma del divorzio che aveva così pesantemente segnato tutta la produzione recente (“There's no one place I want to be/ Attachment only hurts you/ Take care of yourself, baby/ C'mon won't you let me be”). Il ritorno a una religiosità più serena e appagante si può scorgere in “Dear One”, dedicata e ispirata a Paramahansa Yogananda, autore del testo “Autobiografia di uno Yogi”, che tanta influenza ha avuto su Harrison. Le atmosfere sono gioiose e mistiche grazie all’uso dell’organo, dei synth e delle percussioni e le parole assumono veri e propri toni di ringraziamento (“My spirit sings to you now/ Creation stands at your feet/ My feelings call to you now/ Dear One I love you”).
La melodiosa “Beautiful Girl” (composta nel 1969 ispirandosi alla Boyd) diventa un atto di gratitudine nei confronti della nuova compagna che lo ha aiutato a superare disintossicazioni e depressioni, salvandogli letteralmente la vita. Il tema del presunto plagio di “He’s So Fine” delle Chiffons al momento della composizione di “My Sweet Lord”, viene ripreso in “This Song”, che si rivelerà la hit principale del disco insieme alla radiosa “Crackerbox Palace”, che nasce dal curioso nomignolo affibbiato alla casa del comico Lord Buckley a Los Angeles.

George HarrisonUn progressivo allontanamento dalle scene caratterizza questo periodo della parabola artistica dell’ex-Beatle. Ultima fatica del decennio è l’album George Harrison, pubblicato a oltre due anni di distanza dal precedente, nel febbraio del 1979. Si tratta di un lavoro di buon livello, frizzante e godibile, che riconcilia l’autore con parte del pubblico e della critica.
“Love Comes To Everyone” segna un rinnovato ottimismo dopo il periodo nero attraversato qualche anno prima, e ciò si riflette nella rilassatezza della melodia e nella brillantezza dei testi. “Not Guilty” è un pezzo scartato dalle sessioni per il “White Album” e pubblicato a quasi undici anni di distanza dalla versione originale. Opportunamente riarrangiato e reinciso, mostra tutta la sua validità, anche se non si tratta di un pezzo propriamente beatlesiano. Le atmosfere sono rarefatte e jazzate, lontane dall’irriverenza sessantottina dei Fab Four. Il testo riflette il suo stato di “voce inascoltata” all’interno dei Beatles, con riferimenti al Maharishi e alla cultura indiana, che riportano l’ascoltatore indietro di qualche anno. Già dal titolo, “Here Comes The Moon”, lascia pochi spazi a dubbi su quale ne sia l’ispirazione. La melodia sognante, adornata dal suono del sitar, restituisce la quiete di una notte di plenilunio e il testo si fa delicato e poetico, quasi a sottolineare una ritrovata pace interiore dopo anni di conflitti e tensioni. Ne risulta un ottimo pezzo, seppur lontano anni luce dal capolavoro contenuto in “Abbey Road”.
Il divertissement di “Soft-Hearted-Hana”, con il suo ritmo honky tonk (e un lavoro alla slide guitar davvero notevole), lascia spazio a “Blow Away”, pezzo di punta del disco. La “chitarra piangente” caratterizza la tessitura melodica che si orientata verso un pop molto orecchiabile e radiofonico. Il testo, ispirato da una giornata di pioggia, è molto semplice e immediato, e contribuisce a rendere questo pezzo uno dei più famosi e riconoscibili dell’intero repertorio di Harrison. Per l’ispirazione e la carica in esso infusa, sembra uscito direttamente dalle session per All Things Must Pass.
La passione per la Formula 1 si riflette in “Faster”, ottima ballad dedicata al mondo delle corse automobilistiche. La tenera e acustica “Dark Sweet Lady” è una meravigliosa canzone d’amore, mentre “Your Love Is Forever” ricalca lo stile della ben più celebre “Something” per rivelare il nuovo amore per Olivia Arias. “Soft Touch” è ispirata dalla nascita del figlio Dhani, avvenuta il 1 agosto 1978: su un testo comprensibilmente gioioso, si innesta una melodia dai tratti reggae e dal sapore caraibico. L’energica “If You Believe”, con la sua positività (“If you believe, if you believe in you/ Everything you thought is possible, if you believe”) chiude l’album della rinascita.
Premiato dalle vendite e favorevolmente accolto dai giornalisti di settore, George Harrison segna il ritorno dell’ex-chitarrista dei Beatles nel mondo della musica che conta.

George Harrison - OliviaMa le sorprese non sono finite. In questo periodo Harrison chiude definitivamente i conti col passato e si dedica a nuove attività. Si sposa nel 1978 con Olivia, diventa padre per la prima e unica volta, pubblica “I Me Mine” (nel 1980), con cui fuga definitivamente gli spettri del suo passato beatlesiano attraverso un’autobiografia dai toni agrodolci e fonda la HandMade Films, rivelando un’insospettabile passione per il cinema. Sul finire dei 70’s, infatti, George conosce i Monty Python, gruppo comico di culto, da cui rimane completamente affascinato, tanto da produrre il loro film più famoso “Life Of Brian” (“Brian di Nazareth” in italiano), che si rivela un clamoroso successo commerciale. Grazie a questa elettrizzante esperienza, si allontana sempre di più dal music business preferendo dedicarsi ad altre attività, quali la produzione cinematografica (diventa il produttore esecutivo dei Monty Python), la cura del suo giardino, la famiglia e la tanto amata meditazione.

I'm shouting all about love
While they treated you like a dog
When you were the one who had made it
so clear
All those years ago
("All Those Years Ago")

Da qualche parte in Inghilterra

L’attività musicale, per quanto rallentata, non è però completamente interrotta. Harrison lavora incessantemente nel suo studio privato e il seguito dell’album del 1979 arriva già un anno dopo, quando consegna alla Warner Bros., distributrice della Dark Horse, i nastri del nuovo lavoro. Con grande sorpresa e disappunto dell’autore, tuttavia, il materiale viene rifiutato dai dirigenti della casa discografica, in quanto ritenuto inferiore agli standard qualitativi dell’ex-Beatle. Con estrema riluttanza, George accetta le condizioni dettate e si mette a lavorare sui nuovi brani che andranno a sostituire quelli contestati. Nel frattempo l’omicidio di John Lennon aumenta la sua paura e la sua voglia di isolamento, facendolo nel contempo entrare in una profonda depressione per la perdita dell’ex-compagno con cui aveva da tempo allentato i rapporti e con cui non aveva potuto chiarire questioni risalenti agli anni 60.

George HarrisonProprio una dedica all’amico scomparso, intitolata “All Those Years Ago” sarà il nucleo di Somewhere In England, pubblicato nel 1981. Si tratta di una commovente ballad con un testo molto evocativo, ma soprattutto si tratta di un pezzo “corale” nel senso che alla sua incisione hanno contribuito anche gli altri due membri superstiti dei Fab Four: Ringo Starr e Paul McCartney. Tuttavia nell’album c’è dell’altro, come il reggae di “Blood From A Clone”, il buon vecchio rock di “Unconsciousness Rules”, la tenerezza di “Life Itself”, la malinconia di “Baltimore Oriole”, il ritmo di “Teardrops”, il country di “That Which I Have Lost”, il dolore di una perdita in “Writings On The Wall”, la cover di “Hong Kong Blues” (pezzo di Carmichael), per finire con il pop di “Save The World”.
Pur trattandosi di un buon album, Somewhere In England, non raggiunge i risultati sperati. La critica sostanzialmente lo boccia e le vendite non sono affatto incoraggianti. Il fatto che l’autore avesse dovuto rimaneggiare la scaletta per volere della Warner Bros., scempiandone le intenzioni iniziali, molto probabilmente ha contribuito in maniera sostanziale all’insuccesso del disco. Questo episodio, inoltre, inasprisce i rapporti con il music business di un Harrison che da quel momento diviene sempre più insofferente a vincoli contrattuali e promozionali imposti dall’industria discografica.

A causa di questa spiacevole situazione anche il successivo Gone Troppo, pubblicato nel 1982, risulta poco riuscito. Realizzato più per adempiere agli obblighi legali con la casa discografica che per reale ispirazione (tant’è vero che non sarà per nulla promosso dall’autore), presenta al suo interno materiale eterogeneo e di non eccelsa qualità, che gli valgono una solenne stroncatura e un totale flop commerciale. I sintetizzatori di “Wake Up My Love” non ne fanno un pezzo indimenticabile, al contrario della ballad “That’s The Way It Goes”, che è invece un ottimo brano, ben arrangiato e suonato. La cover di “I Really Love You” è un mero riempitivo, la ritmata “Greece” manca di mordente, più interessante la title track, grazie al ritornello accattivante e ai suoni “insoliti”. Il buon pop di “Mystical One”, la ballatona “Unknown Delight”, l’implorante “Baby Don’t Run Away”, la godibile “Dream Away” e la beatlesiana “Circles”, pur essendo tipicamente harrisoniane, poco aggiungono alla discografia dell’autore.

Da questo momento in poi Harrison fa perdere parzialmente le sue tracce, almeno dal punto di vista musicale, preferendo dedicarsi al mondo della cinematografia e a qualche sporadica apparizione in eventi-tributo in qualità di ospite. Ma troppo lontano dalla musica uno come George Harrison non può proprio restare, e nel 1986, dopo cinque lunghi anni di silenzio, inizia la lavorazione del nuovo album nel suo studio privato di Friar Park. Coinvolgendo “amici” di grande rilievo quali, Jeff Lynne, Ringo, Eric Clapton, Jim Keltner, produce un lavoro di indubbia freschezza e ispirazione per un rientro in grande stile.

George Harrison - Jeff LynneCloud Nine vede la luce nel novembre 1987 e già dalla copertina, in cui George appare sorridente, avvinghiato alla sua prima chitarra, una Gretsch DuoJet nera, lascia intuire un parziale ritorno al rock’n’roll delle origini. Il brano più significativo è, infatti, “Got My Mind Set On You”, meravigliosa cover di un brano di Rudy Clark del 1962, che fa riassaporare a Harrison sensazioni di alta classifica. Magistralmente riarrangiata con una robusta sezione fiati, una testiera strepitosa e una torrenziale sezione ritmica, “Got My Mind Set On You” è il pezzo che fa riconquistare all’ex-Fab Four il favore del pubblico più giovane e non solo quello dei vecchi nostalgici. La torrida “Cloud Nine”, la deliziosa ballad “That’s What It Takes”, i poderosi synth di “Fish On The Sand”, la commovente “Just For Today”, a base di piano e voce e con un testo altamente poetico ed evocativo (“If just (for) today/ I could try to live through this day only/ Not deal with all life's problems/ Just for today”), la morbida “This Is Love” e la nostalgica “When We Was Fab” (con tanto di videoclip in compagnia di Ringo rievocante la più classica iconografia beatlesiana) formano la scaletta del lato A.
Il rock di “Devil’s Radio”, la splendida “Someplace Else”, che rievoca le atmosfere di All Things Must Pass, il divertissement di “Wreck On The Hesperus”, l’orientaleggiante e mistica “Breath Away From Heaven” e la sopracitata “Got My Mind Set On You” chiudono quello che può essere considerato uno dei lavori migliori dell’ex-Beatle.
La critica, di solito molto dura con Harrison, stavolta si dimostra molto benevola, come pure il pubblico, che premia il disco con vendite ragguardevoli. Sicuramente l’apporto fondamentale del leader dell’Electric Light Orchestra, Jeff Lynne, che due anni dopo avrebbe illuminato anche il memorabile “Full Moon Fever” di Tom Petty, apporta nuova linfa e una sferzata di energia, svecchiando sonorità ormai sorpassate e introducendo strumenti e soluzioni armoniche più in linea con gli anni 80. L’inserimento dei sintetizzatori, di una batteria più pulsante e di gradevoli armonie vocali contribuisce fortemente al clamoroso successo del disco, insieme a una ritrovata ispirazione poetica e compositiva da parte di Harrison, che abbandona per una volta le sue tipiche tematiche misticheggianti per tuffarsi nella realtà quotidiana e nel rock.

Il segreto del mio lungo e felice matrimonio con George? Non abbiamo mai divorziato.
(Olivia Harrison, in "Living In The Material World" di Martin Scorsese)

George Harrison - Tom PettyE proprio il rock segna la fine del decennio per l’ex-Beatle. Giusto un anno dopo, nel 1988, quasi per gioco prende forma e vita l’idea di un supergruppo composto da autentiche superstar che, sotto mentite spoglie, producono album di grande qualità. Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty, Jeff Lynne e lo stesso Harrison danno vita così ai Traveling Wilburys, che in men che non si dica danno alle stampe il loro debutto. Si tratta di un ottimo disco, caratterizzato da grande freschezza e immediatezza, cui si uniscono ottime armonie vocali e arrangiamenti azzeccati. Trascinato dal singolo “Handle With Care” e impreziosito da altri buonissimi brani quali “Rattled”, “Last Night”, “Congratulations” ed “End Of The Line”, Traveling Wilburys fa incetta di premi e scala le classifiche.
Stupisce molto il fatto che cinque artisti cosi diversi tra loro per stile, vocalità e background abbiano magicamente trovato un equilibrio e un amalgama che non hanno nulla da invidiare a quelli di band ben più navigate e consolidate. L’incantesimo, tuttavia, si spezza poco dopo, per l’improvvisa morte di Roy Orbison, avvenuta nel dicembre del 1988. I restanti membri del gruppo decidono di proseguire l’avventura e, ridotti a un quartetto, pubblicano Traveling Wilburys Vol.3, il 29 ottobre 1990. Ancora una volta un successo, grazie alla formula vincente già sperimentata nell’album precedente e a brani di facile presa e di ottima fattura. Tra i momenti migliori, da segnalare la dylaniana “If You Belonged To Me”, la tiratissima “She’s My Baby”, la ballad “7 Deadly Sins” e il country di “Poor House”.

George Harrison - Eric ClaptonA suggello di questo nuova fase creativa, esce l’ottima antologia Best Of Dark Horse 1976-1989 nella quale compaiono anche due inediti, la graziosa “Poor Little Girl” e l’incalzante “Cockamamie Business”, oltre alla “Cheer Down” firmata insieme a Tom Petty e già contenuta nella colonna sonora di “Arma letale 2”.
Ormai le critiche spietate sono solo un ricordo per George Harrison, che continua a lavorare senza sosta in album dei suoi recenti compagni di viaggio (ad esempio, in “Full Moon Fever” di Tom Petty, in “Mystery Girl” di Roy Orbison o “Under The Red Sky” di Bob Dylan). Perfino Paul McCartney si riavvicina, proponendo una nuova collaborazione che per il momento, ma solo per il momento, viene gentilmente rifiutata. Non viene rifiutato, però, l’invito di Clapton a imbracciare di nuovo la chitarra e a effettuare una nuova tournée insieme, dopo tanti anni di stop. Nonostante la sorpresa iniziale, le critiche questa volta sono aspre a causa dell’inspiegabile decisione di effettuare solo alcune date in Giappone. Evidentemente l’idiosincrasia per il contatto col pubblico, iniziata ai tempi di “Revolver”, a Harrison non è ancora passata.

Da questo mini-tour viene tratto un album, Live In Japan del 1992, in cui George ripropone le sue più famose composizioni beatlesiane, unitamente ai capitoli più felici della sua carriera solista. Dal punto di vista dei live, questa resterà la sua ultima serie di concerti, salvo alcune ospitate di lusso in concerti di Bob Dylan o alla Royal Albert Hall per il NLP (Natural Law Party). Il destino, però, è dietro l’angolo.

Back then long time ago when grass was green
Woke up in a daze
Arrived like stangers in the night
Fab - long time ago when we was fab
Fab - back when income tax was all we had
("When We Was Fab")

When We Was Fab

George Harrison - Paul McCartney - Ringo StarrAlla metà degli anni 90 Harrison viene coinvolto nel monumentale progetto “Anthology”, nel quale viene riproposta l’intera epopea dei Beatles narrata dalla viva voce dei protagonisti con l’aggiunta di brani inediti, versioni alternative e filmati d’epoca.  Un’opera fondamentale per tutti i beatlemaniaci, nella quale vengono svelati retroscena, aneddoti e curiosità sulla storia del gruppo più famoso di tutti i tempi. Per corredare degnamente cotanto lavoro, i Threetles si riuniscono ancora una volta ad Abbey Road per lavorare su due provini di Lennon risalenti agli anni 70 e pubblicare, cosi, due nuovi singoli dei Beatles a quasi trent’anni di distanza. “Free As A Bird” e “Real Love” vengono pubblicati nel 1995, destando non pochi dubbi e perplessità a causa della natura smaccatamente commerciale dell’operazione (tuttavia i due brani sono molto buoni, specie il secondo). Terminato il progetto “Anthology”, Harrison torna alla sua vita ritirata, lavorando sporadicamente come ospite in album di altri artisti. Lo si ricorda principalmente per la sua partecipazione agli album “In Celebration” (1995) e “Chants Of India” (1997) dell’amico Ravi Shankar.

Nonostante la sua continua lontananza dallo star-system, viene colpito da quella che può definirsi la “maledizione dei Beatles”. Il 30 dicembre del 1999, infatti, Michael Abram, un individuo psichicamente disturbato, si introduce nella residenza di Friar Park e lo riduce in fin di vita pugnalandolo più volte al torace. Salvato quasi per miracolo dalla moglie Olivia, Harrison, dopo mesi di ospedale, si ritira ancora di più a vita privata. Lavora su rimasterizzazioni dei suoi lavori precedenti, da All Things Must Pass a tutto il periodo con la Dark Horse. Tuttavia le sue condizioni di salute peggiorano repentinamente. Dopo il cancro che lo aveva colpito alla gola nel 1998, trapela la notizia che il “chitarrista gentile” soffrirebbe di un tumore al cervello. Nel luglio del 2001 la notizia viene confermata e solo quattro mesi dopo, il 29 novembre del 2001, George Harrison muore a Los Angeles, nella villa di Ringo Starr. Il corpo, come da tradizione induista, viene cremato e le ceneri sparse nel Gange, secondo le ultime volontà dell’artista inglese.

Lo sconforto nel mondo è ovviamente enorme. Celebrazioni si susseguono in ogni angolo del globo e anche la Regina Elisabetta gli rende affettuoso omaggio. L’evento forse più toccante resterà il concerto in sua memoria organizzato dalla moglie Olivia e dall’amico Eric Clapton (“Concert for George”) presso la Royal Albert Hall di Londra, il 29 novembre 2002. All’appuntamento, che sarà documentato sull’omonimo album, partecipano amici come Ravi Shankar, Paul McCartney, Ringo Starr, Eric Clapton, Tom Petty, Jeff Lynne, Gary Brooker, Billy Preston, Albert Lee, Anoushka Shankar oltre al figlio Dhani.

George HarrisonCome regalo d’addio, inoltre, il figlio Dhani Harrison e Jeff Lynne danno alle stampe, nel novembre 2002, l’album Brainwashed, concepito da George come una raccolta di demo. Composto perlopiù da materiale inedito (l’unica cover è “Between The Devil And The Deep Blue Sea” di Harold Arlen e Ted Koehler) raccoglie, forse sull’onda della commozione, ottime critiche e buone vendite. I brani in esso contenuti, in ogni caso, sono molto validi, come la deliziosa “Any Road”, caratterizzata dal suono dell’ukulele, o la blueseggiante e iconoclasta “P2 Vatican Blues (Last Saturday Night)”. I richiami al fortunato Cloud Nine dal punto di vista stilistico e tematico sono evidenti come nella ballad “Pisces Fish” o nella splendida “Looking For My Life”. C’è anche spazio per le consuete riflessioni filosofiche e mistiche, rintracciabili in “Rising Sun” e nella strumentale “Marwa Blues”. Il pop regna sovrano in “Run So Far”, “Never Get Over You”, “Rocking Chair In Hawaii” e “Brainwashed”, accentuate dalla mano inconfondibile di Lynne, capace di aggiungere quel tocco di sofisticato e di barocco anche in composizioni all’insegna della semplicità e del disimpegno.

Si tratta dell’ultimo lascito di un artista poliedrico, sfuggente, troppo spesso schiacciato dal genio indiscutibile dei colleghi Lennon e McCartney, ma che con gli anni e il duro lavoro ha saputo raggiungere una notevole maturità compositiva e una forte identità, spesso in contrasto con i canoni dell’industria discografica, come emerge anche dal bellissimo documentario dedicatogli da Martin Scorsese, “George Harrison: Living in the Material World” (2011). Un chitarrista dal talento e dal tocco sopraffino, capace di impreziosire ogni brano con pochi interventi di classe senza mai strafare o risultare eccessivo; protagonista di una carriera non sempre brillante ma certamente rivolta a una continua crescita umana e musicale. Divenuto, senza dubbio, una delle icone del ventesimo secolo, Harrison ha saputo gestire il successo con disinvoltura e distacco, cercando di dare voce ai suoi dubbi e ai suoi turbamenti che lo rendevano, a differenza di altre superstar, terribilmente umano. Un artista speciale, che meriterebbe una riscoperta e una conoscenza più approfondita anche da parte delle nuove generazioni.

George Harrison

Il mantra del rock

di Gabriele Gambardella

Il "chitarrista gentile" che è riuscito ritagliarsi uno spazio sempre più importante nei Fab Four grazie al suo carattere meditabondo e a uno stile sospeso tra rock e spiritualità. Il percorso solista, tra enormi successi e rovinose cadute, di un artista discreto e affascinante che ha sempre concepito la musica come un viaggio nei recessi dell'anima
George Harrison
Discografia
 Wonderwall Music (Apple Records, 1968)

5

 Electronic Sound (Apple Records, 1969)

5,5

All Things Must Pass (3 cd, Apple Records, 1970)

8,5

The Concert For Bangla Desh (3 cd, live, Apple Records, 1971) 
  Living In The Material World (Apple Records, 1973)

7

 Dark Horse (Apple Records, 1974)

6

 Extra Texture (Read All About It) (Apple Records, 1975)

6

 Thirty-Three & 1/3 (Dark Horse Records, 1976)

7

George Harrison (Dark Horse Records, 1979)

7

 Somewhere In England (Dark Horse Records, 1981)

5,5

 Gone Troppo (Dark Horse Records, 1982) 5
Cloud Nine (Dark Horse Records, 1987)

7,5

 Best Of Dark Horse 1976-1989 (antologia, Dark Horse, 1989)
 
 Live In Japan (2 cd, live, Dark Horse, 1992) 
 Brainwashed (Dark Horse Records, 2002)

 6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

My Sweet Lord
(videoclip, da All Thing Must Pass, 1970)

Beware Of Darkness
(live, da The Concert For Bangladesh, Madison Square Garden, New York, 08/01/1971)

While My Guitar Gently Weeps
(live, da The Concert For Bangladesh, Madison Square Garden, New York, 08/01/1971)

 

Give Me Love (Give Me Peace On Earth) 
(live, da Living In The Material World, 1973)

Dark Horse
(live, da Dark Horse, 1974)

Crackerbox Palace
(videoclip, da Thirty-Three & 1/3, 1976)

Blow Away
(videoclip, da George Harrison, 1979)

When We Was Fab
(videoclip, da Cloud Nine, 1987)

Got My Mind Set On You
(videoclip, da Cloud Nine, 1987)

Handle With Care (con i Traveling Wilburys)
(videoclip, da Traveling Wilburys Vol. 1, 1988)

 

End Of The Line (con i Traveling Wilburys)
(videoclip, da Traveling Wilburys Vol. 1, 1988)

George Harrison su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.