Gil Scott Heron

Gil Scott Heron

Il poeta del ghetto

di Nicoḷ Bo

Scrittore, poeta, musicista, militante politico e sociale, antesignano del rap e fautore di un sound sfuggevole a ogni definizione, tra jazz-soul-funky-blues e spoken word, Gil Scott-Heron è la grande anima della black music. Ripercorriamo la sua carriera, dagli esordi come poeta ai grandi capolavori dei 70's, dal declino degli anni 80 alla prodigiosa "redenzione" di "I’m New Here, fino al drammatico epilogo

Questa è la storia di un uomo che si immaginava poeta, si scoprì scrittore e, alla fine, si rivelò tra i migliori interpreti musicali della sua generazione. Un attivista che sapeva esprimersi come nessun altro con un microfono in mano, e, nello stesso tempo, un poeta dotato di sensibilità unica nell’affrontare un tema caldo come la rivendicazione dei diritti della gente di colore negli Stati Uniti d’America degli anni 70. Un artista che ha regalato dischi ammantati di estatica eternità; dischi che la posterità ha purtroppo faticato a tramandare al di fuori dei conosciuti confini degli Usa. Questa è la storia di Gil Scott-Heron.

Gil Scott-Heron nasce a Chicago il primo aprile 1949 da Bobbie Scott-Heron, cantante lirica di discreto talento, e dal giamaicano Gil Scott-Heron, “La freccia nera”, primo atleta di colore a vestire la maglia dei Celtic Glasgow. Con faciloneria, si potrebbe sostenere che Gil è nato con già inoculati nel sangue la musica e la coscienza della lotta per l’affermazione dei diritti per la propria razza.
In seguito alla repentina separazione dei suoi genitori, il piccolo viene mandato dalla nonna in Tennessee, dove è scelto dalla scuola del posto come “cavia”, insieme ad altri due bambini neri, per costituire una classe integrata con i coetanei bianchi. Ma quello è il profondo Sud, sono i primi anni 60 e l’esperimento si rivela un disastro.
A 12 anni la nonna muore e la madre lo riprende con sé a New York, nel Bronx, ed ecco che il contatto con la metropoli indica definitivamente a Gil la strada da seguire.
A scuola esibisce immediatamente grandiose capacità nella scrittura creativa, tanto da meritarsi una borsa di studio alla prestigiosa Fieldston School.
Le tematiche trattate nei suoi componimenti, anche poetici, riguardano le enormi sperequazioni economiche di cui è testimone in un osservatorio privilegiato come quello della Grande Mela, e più in generale la lotta per un’uguaglianza di diritti sostanziale per la gente di colore - in quegli anni valida solo sulla carta, a livello costituzionale.

Gil Scott-HeronNei primi anni 70, quelli alla Lincoln University della Pennsylvania, Scott-Heron è attivo anche in campo narrativo: nel 1970 esce “L’avvoltoio” che viene reputato
”un inizio incoraggiante di uno scrittore con importanti cose da dire”, mentre è del 1972 “La fabbrica dei Negri”, romanzo che descrive le tensioni createsi all’interno della comunità di un college per soli studenti afroamericani della Virginia - probabilmente le stesse che viveva l’autore in prima persona. Nel romanzo si affrontano due fazioni, opposte nelle soluzioni da prospettare innanzi alle istanze di maggiori diritti nel campus: c’è la confraternita, pronta a scontrarsi a muso duro con il rettore, e chi, come il protagonista Earl Thomas, è invece disposto a organizzare una protesta che possa portare a risultati concreti, seppure diluiti nel tempo.
L’apprezzamento per le opere letterarie, soprattutto per queste due giovanili, è persistito negli anni e ha influenzato molti artisti, soprattutto afroamericani. Tra questi probabilmente anche Spike Lee, che in uno dei suoi lungometraggi più acerbi, il musical “Aule Turbolente”, sembra prendere ispirazione dalle dinamiche della Sutton University de “La fabbrica dei Negri”.
Sono gli anni delle Black Panthers di Huey P. Newton, delle quali Scott-Heron apprezza l’interventismo nel rivendicare i diritti della minoranza nera che continuano a essere calpestati. Questo sebbene mantenga un sacro rispetto per la pacifica azione di protesta del reverendo Martin Luther King: dopo l’assassinio del Premio Nobel per la Pace, Scott-Heron percorrerà addirittura un tour degli Usa insieme all’amico Stevie Wonder
per promuovere l’istituzione a festa nazionale della data della nascita del pastore (siglata poi nel 1986 da Reagan).

Quando ormai la carriera del nativo di Chicago sembra avviata verso la scrittura, ecco che il destino fa incontrare a Scott-Heron le due persone che cambieranno decisamente il corso della sua vita.
Il primo è Bob Thiele, leggendario produttore della Flying Dutchman Records, che convince il talentuoso ragazzo da New York del potenziale musicale delle sue parole, così dirette e appassionate. Thiele ha una scuderia di musicisti di tutto rispetto che lavorano per lui e nel campo del jazz è una vera autorità. Il risultato della collaborazione è il disco d’esordio
Small Talk At 125th Avenue And Lenox del 1970, accreditato a “A new black poet – Gil Scott Heron”, con la foto dell’artista in bianco e nero che vestito in maniche di camicia fissa con aria di sfida la telecamera. La sfida di Gil Scott-Heron al mondo, così duro e abitato da pregiudizi difficili a morire.
L’album contiene già il brano simbolo della produzione musicale di Scott-Heron, “The Revolution Will Not Be Televised”, aspro rimbrotto alla sua gente che invece di far valere le proprie ragioni in strada si annulla o si appassiona innanzi a programmi televisivi il cui unico scopo è rendere le persone innocui come dipendenti da calmanti. La canzone è ancora oggi il simbolo della carriera di Gil Scott-Heron, per il pionieristico connubio tra i proclami infuocati declamati al microfono e una base musicale che alcuni critici indicano come primo seme di molte progenie musicali, tra cui l’hip-hop.

In seguito a “Small Talk”, Gil il poeta abbandona gli studi, poi successivamente ripresi per conseguire un master - sempre in scrittura creativa - alla prestigiosa Johns Hopkins University di Baltimora. Decide che, d’ora in poi, la poesia non sarà più il suo veicolo predominante, e si dedica invece anima e corpo alla musica.

Il 1971 è l’anno che cambia definitivamente le coordinate di Scott-Heron, completando la mutazione da “Gil il poeta”, com’era conosciuto, a “Gil il musicista” e lo consacra con il disco
Pieces Of A Man.
Nonostante i molti altri album di qualità straordinaria registrati in seguito col sodale Brian Jackson,
Pieces Of A Man rimane unico nel suo genere, anche per l'irripetibile situazione personale e ambientale in cui matura. In “Small Talk” c’era stato il primo approccio, ma ciò che si trasmetteva era più che altro necessità, impeto: uno sfogo contro l’America bianca che si ricordava delle minoranze solo quando c’era da arruolarsi per un Vietnam qualsiasi - “armiamoci e combattete”.
Scott-Heron, agli inizi del 1970, è il polemico contestatore della società americana e l’infiammato oratore che spinge la propria gente a riprendere ciò che le spetta legittimamente, sebbene lo stesso poeta dichiarerà che poco in conto è stata sempre tenuta la sua vena ironica, dote che riteneva indispensabile in un buon divulgatore. Tanto è vero che pezzi successivi come “H2OGate Blues” e “B-Movie”, aspramente critici verso le politiche conservatrici di “Tricky Dicky” Nixon e dell’hollywoodiano Ronald Reagan, paiono più adatti a
cabaret, confezionati ad hoc per il sollazzo dell’uditorio, che semplici tirate contro il potere.
La trasformazione che si verifica in
Pieces Of A Man è sorprendente: nonostante l’incendiaria “The Revolution Will Be Not Televised”, riproposta in testa al disco, la seconda fatica di Scott-Heron è pervasa da una sensibilità commovente.
Ecco il grande
mahatma nero che prende coscienza della complessa situazione sociale, ma piuttosto di incitare all’azione, alla rivolta, accoglie in un gigantesco abbraccio consolatorio i suoi fratelli: “Tranquilli, non preoccupatevi, domani andrà meglio, mi prenderò io cura di voi”.
L’artista non abbandona il tema sociale, semplicemente modifica il punto di vista: lo scopo è di allargare l’obiettivo raccontando storie individuali, in quanto empaticamente più dirompenti sul pubblico. Questa volta il pugno raggiunge il bersaglio, eccome: un gancio allo stomaco che toglie il respiro.

La metamorfosi, in soli due anni, è incredibile, e il team messo a disposizione da Thiele è altrettanto straordinario: il bassista Ron Carter, il batterista Bernard “Bird” Purdie, il sassofonista Hubert Laws, i percussionisti Eddie Knowles e Charlie Saunders sublimano il canto di Gil Scott-Heron e confezionano il capolavoro.
Difficile indicare una canzone più rappresentativa: “Save The Children” è un toccante invito a conservare, e, se possibile, migliorare questo mondo per poi consegnarlo intatto alle prossime generazioni, “Lady Day And John Coltrane” è un tributo a due grandi idoli con un’irresistibile melodia
catchy, “When You Are Who You Are” celebra la bellezza di poter esprimere la propria natura senza barriere, ma ognuna è un piccolo scrigno da aprire e da scoprire.
Un’annotazione a parte merita la
title track, struggente ballata sussurrata, beffardamente profetica della sorte del cantante, che - a canzone sfumata e con la voce rotta dall’emozione - pare riferirsi a se stesso: “I saw him go to pieces/ I saw him go to pieces/ He was always such a good man/ He was always such a strong strong man/ Yeah, I saw him go to pieces/ I saw him go to pieces”.
Scott-Heron ha trovato la strada maestra della sua carriera, metà
crooner e metà attivista; allo stesso tempo, però, capisce che è il momento di affrancarsi dall’ala protettrice di Bob Thiele.

Prima di imboccare la seconda, decisiva, svolta della sua carriera, Gil Scott-Heron registra
Free Will, edito ancora per la Flying Dutchman nel 1972, un album spesso dimenticato anche dai cultori, poiché schiacciato tra due capolavori, il già celebrato Pieces Of A Man e il successivo Winter In America.
Il disco, a dispetto del silenzio che ne zavorra il ricordo, offre grandi momenti. Ad esempio, nei primi sei episodi si intravedono,
in nuce, sprazzi della strepitosa intesa con Brian Jackson che solo due anni più tardi sboccerà nei colori dell’eterno Winter In America.
In realtà, l’
opening track paga ancora grossi dividendi al capolavoro di un anno prima, e del resto non potrebbe essere diversamente: parte dei musicisti che accompagnano Scott-Heron sono infatti gli stessi riuniti da Thiele per Pieces Of A Man (Hubert Laws, qui in veste di flautista, e il batterista Bernard Purdie).
Il trittico iniziale conduce al tavolo di un buio, fumoso night-club, naturale cornice degli spettacoli dal vivo dove Scott-Heron sfiora appena il microfono e, sigaretta in mano, si interroga sul luogo dove anche la parola – l’arma che gestisce in maniera sopraffina – è costretta a soccombere
(“Words were never meant for explaining the mystery of our day/ We're so afraid of what's at stake when we die” da “The Middle Of Your Day”). La seconda e speculare parte dell’album è sorprendente per quanto stilisticamente agli antipodi: l’atmosfera intimistica del racconto cede la ribalta alle infuocate intemerate da spazio pubblico, tutte condotte sulla medesima struttura bipartita: prima la presentazione dell’argomento, poi uno spoken word aggressivo e sperimentale, adagiato su accompagnamenti minimali di flauto e batteria. Un vero e proprio tributo a “Small Talk At 125th And Lenox”, insomma.

Gil Scott-HeronAbbiamo in parte già anticipato l’identità della seconda persona che determina una vera e propria svolta nel percepire la musica nel ragazzo del Bronx, e cioè proprio quel Brian Jackson che saltuariamente collabora, in diverse vesti, su
Free Will.
In realtà, Scott-Heron incontra Jackson durante gli anni dell’università e con lui stringe subito un’amicizia molto profonda. La collaborazione con il pianista diverrà serrata, tant’è che a parte Free Will, i successivi 5 Lp saranno plasmati in coabitazione.
Gli echi di Pieces Of A Man si riverberano su Winter In America, primo lavoro del duo. Il titolo è polemico: tutto pare ibernato sul suolo americano, i comitati per i diritti civili hanno perso l’enfasi degli anni 60 e nel 1974 già tutto è perduto. Ma la voce calda e flebile di Scott-Heron ritrova nuova linfa sulle melodie al piano di Brian Jackson. Gil aveva ragione, non è stato un passo falso abbandonare la Dutchman di Thiele: con il nuovo compagno si instaura un’immediata complicità.
L’importanza di Brian Jackson è decisiva, soprattutto per la composizione musicale: lo scarno accompagnamento di piano in “Winter In America” è discreto, ma essenziale. Come ha dichiarato Price, un inquilino di Scott-Heron ai tempi della collaborazione con Jackson:
“Gil era veramente limitato in termini di abilità musicale; non era un grande pianista. Brian è sempre vissuto nell’ombra, ma non so se Gil avrebbe mai raggiunto un così ampio consenso fra gli ascoltatori senza l’imprescindibile apporto di Jackson”.
Il pubblico dimostra di saper apprezzare la nuova proposta musicale: nel 1975, Scott-Heron e Jackson graffiano per la prima volta la classifica R&B (genere piuttosto limitativo per la musica dei due) dei singoli di Billboard con “Johannesburg”, grido di denuncia contro le brutalità dell’apartheid sudafricano; nel 1978, quando avviene la scissione da Brian Jackson per la nuova avventura con al timone il produttore Malcolm Cecil, Scott-Heron “colpirà” nuovamente la classifica, giungendo alla posizione numero 15 con “The Bottle”.

Suzanne Moore, blogger dell’autorevole The Guardian, all’indomani della scomparsa di Scott-Heron, pose all’attenzione dei lettori proprio questa caratteristica, la capacità di coniugare messaggio e ritmo:
“Gil Scott-Heron era il leader di una rivoluzione che potevi ballare. La rivoluzione diventava irresistibile, una volta ascoltata”.
A riprova dell’avvenuto riconoscimento nel jet set internazionale, nel 1979 l’artista afroamericano viene invitato alla manifestazione antinucleare “No Nukes”, alla quale partecipano tutte le più importanti stelle del rock e del pop. Vero profeta in patria, Scott-Heron sale sul palco del Madison Square Garden con giubbotto attillato e cappellino da baseball in testa, sedendosi davanti alla sua tastiera. Il pezzo, “We Almost Lost Detroit”, è un drammatico resoconto della situazione delle grandi metropoli: “Signori, - sembra dire - abbiamo smesso di creare, o anche persino di credere, in un futuro migliore per i giovani. Le lotte sindacali à-la Karen Silkwood, le istanze portate avanti dai cittadini, sono state silenziate. Abbiamo quasi perso una città, anzi più di una città: la capitale operaia degli Stati Uniti. Detroit”.

Sono gli stessi echi di disillusione che animano “La parte di Fate”, uno dei racconti di quel classico moderno che è “2666” di Roberto Bolaño, ambientato in una Detroit misera i cui abitanti si nascondono come topi.

Che Scott-Heron avverta l’attenzione al sociale come missione precipua del poeta, è lo stesso cantante a precisarlo in una delle prime interviste da lui rilasciate:
“Un buon poeta percepisce l’umore della propria comunità. È come quando hai un dito dolorante, tutto il corpo ne risente”.
Nel 2010, al Mediawave Festival, pochi mesi prima della sua scomparsa, l’artista sembrerà riprendere il filo del discorso iniziato più di 30 anni prima: “Ci siamo dimenticati delle cose importanti, tipo dirci ogni tanto: 'Ti amo'. Un poeta deve mostrare la normalità di una comunità per mostrarne la sua umanità”.

Gil Scott-HeronNei restanti trent’anni, Scott-Heron darà alla luce solo cinque progetti musicali.
Sopravvenuta aridità creativa, divergenze artistiche o incapacità di riciclarsi davanti ai nuovi gusti del decennio che sta scalpitando alle porte? Forse c’è un po’ di verità in ognuna di queste possibili risposte, ma è senz’altro grossolano sostenere la completa veridicità di una sola. Molto più aderente al personaggio sostenere che il poeta debba esprimersi quando abbia qualcosa da dire e non per mero calcolo commerciale. Alcune condizioni, evidentemente, erano venute a mancare. D’altra parte, gli anni 80 sono il regno dell’effimero, del disimpegno sociale, dei re per una notte.
La risposta artistica del cantante del Bronx è presto riassunta dalla copertina di 1980, che riflette la data di uscita del disco: Scott-Heron e Jackson, circondati da colori fluo, siedono all’interno di quella che sembra una navicella spaziale.
L’artista è pronto a imbarcarsi nel futuro (i colori, la navicella) senza timore, se è ciò che chiedono le mutate regole dello showbiz. L'ex-poeta d’avanguardia è conscio che si deve adeguare ai nuovi stilemi dettati dal tempo, se vuole garantirsi che gli strali alla politica americana raggiungano, ancora una volta, una vasta fetta di mercato.

L’Arista Records, dopo i trascurabili album dell’81 e dell’82 (nell’ordine Reflections e Movin’ Target) nei quali il mirino della critica del cantante si sposta sulla neonata politica liberista varata da Ronald Reagan, scioglie il contratto con Scott-Heron.
In verità, Movin’ Target ingloba la stupenda “Blue Collar”, che quasi trent’anni dopo verrà ripetuta superbamente al Coachella Festival in mezzo a un pubblico osannante, pronto ad accogliere il ritorno dell’artista afro-americano dopo il lungo e quasi forzoso allontanamento dalle scene.
Anche in quell’occasione il vecchio Gil dimostrerà di non aver perso il suo tocco magico con la platea, sfoderando davanti ai presenti la sua proverbiale ironia, nonostante l’incedere della malattia:
For those of you who betI would not be here... you lose!”.

Intanto la sua fama si propaga, il nascente movimento dell’hip-hop lo indica quale modello a cui ispirarsi o, addirittura, attingere. In particolare, la musica di Scott-Heron esercita un certo fascino sui produttori di basi, che campionano in grandi quantità il suo repertorio (palese il tributo di “Angel” di Game a “Angel Dust” da Secrets del 1978, per esempio).
E’ il momento che immortalerà la carriera di Gil Scott-Heron quale “padrino del rap” agli occhi del grande pubblico; questo in ragione dei suoi esperimenti di
spoken word di inizio anni 70, che tuttavia mal rappresentano la sua intera parabola musicale. Un po’ come se Maradona fosse ricordato per la “Mano de Dios” e non per i Mondiali del 1986.

Spirits
, l’album del ’94, è forse uno dei più anonimi della carriera dell’artista afro-americano, ricordato più che altro per il brano “Message To The Messengers” in cui, conscio del rispetto che la comunità dei rapper nutre nei suoi confronti (Nas, Mos Def e Chuck D tra i suoi più famosi epigoni), li ammonisce dal non spuntare l’enorme potenziale del nascente mezzo del “rimato parlato” con messaggi fini a se stessi.

Scott-Heron era padre di quattro figli. Poche notizie però filtrarono sulla sua vita personale fino al 2000. Da quel momento è facile romanzare, sostenendo che “qualcosa si ruppe”.
Di certo, dall’avvento del nuovo millennio, Gil Scott-Heron, il cantante tanto amato per la sua fermezza e ardore sociale, cade in un buco.
La dipendenza da sostanze stupefacenti è feroce e ben poche droghe possono dirsi estranee al suo processo di autodistruzione. Le rare occasioni in cui i giornali si ricordano di lui è per ritrarlo, invecchiato di un’eternità, nelle sue periodiche visite alla prigione, ormai costretto alla condizione di senzatetto.
Gil Scott-Heron è destinato a una rapida fine. Ma prima ha in serbo di regalare l’ennesimo colpo di coda di un’incredibile carriera: un testamento morale.
È il 2010 e la notizia di un nuovo disco squarcia la pessimistica certezza che nulla avremmo più sentito dall’artista newyorkese.

I’m New Here
è una redenzione, il lascito di un santo peccatore: ascolti la sua voce roca e ti aspetti che da un momento all’altro debba interrompersi, senza riuscire a portare a termine i 28 minuti dell’intero progetto. Procede con fatica, forse anche con dolore. Il tutto ricorda l’operazione di riesumazione musicale cui fu sottoposto Johnny Cash quando, convinto da Rick Rubin, rilanciò una propria carriera da molti considerata esaurita col ciclo delle “American Recordings”.
Gil, novello Faust, testimonia il proprio incontro con il diavolo e gli inferi: “Me And The Devil” non potrebbe essere più esplicita. Il tappeto musicale è composto da suoni elettronici minimali, anoressici si potrebbe dire, che completano in maniera commovente e terrificante la stentata voce del cantante. Il risultato somiglia a un
gargoyle, quelli che abitano i cornicioni della Cattedrale di Notre Dame: spaventoso e estasiante. Sublime.

Gil Scott-Heron tiene a precisare che non è cambiato. Anche nelle condizioni precarie di salute in cui versa, non è venuto meno il suo impegno sociale. Lui pensa alla comunità. Bianchi, neri, gialli, ora non ha più importanza. È il bisogno che accomuna nelle battaglie l’uomo, la minoranza non ha colore.
“I’ll Take Care Of You” è la sintesi di un uomo che, stremato, non rinuncia a prendersi cura dei suoi simili; canzone poi eternizzata dal tocco di Jamie degli The XX, che dell’album di Scott-Heron ne trarrà un altro di soli remix, intitolato “We’re New Here”. Il tributo del componente della band indie inglese racconta eloquentemente il rispetto trasversale che Scott-Heron ha ricevuto durante la sua quarantennale carriera.
Infine, l’idea di un ultimo tour, anche europeo, per salutare tutti i suoi tanti estimatori e – forse – rituffarsi nella dimensione dal vivo. La dimensione che non ha mai abbandonato e più di tutte ha definito la personalità del poeta, dell’attivista e del musicista, in tutte le sfumature di un'unica, grande anima nera.
Gil Scott-Heron muore il 27 maggio 2011, all'età di 62 anni, a New York. L'antologia The Revolution Begins: The Flying Dutchman Masters lo celebrerà un anno dopo, rislpoverandone le prime incisioni in un triplo cd.

Gil Scott Heron

Il poeta del ghetto

di Nicoḷ Bo

Scrittore, poeta, musicista, militante politico e sociale, antesignano del rap e fautore di un sound sfuggevole a ogni definizione, tra jazz-soul-funky-blues e spoken word, Gil Scott-Heron è la grande anima della black music. Ripercorriamo la sua carriera, dagli esordi come poeta ai grandi capolavori dei 70's, dal declino degli anni 80 alla prodigiosa "redenzione" di "I’m New Here, fino ..
Gil Scott Heron
Discografia
 Small Talk At 125th & Lenox Ave (Flying Dutchman Records, 1970)

Pieces Of A Man (Flying Dutchman Records, 1971)

Free Will (Flying Dutchman Records, 1972)
Winter In America (Strata-East Records, 1974)
 The Revolution Will Not Be Televised (Best of) (Flying Dutchman Records, 1974)
 The First Minute Of A New Day - The Midnight Band (Arista Records, 1975)
 From South Africa To South Carolina (Arista Records, 1975)
 It's Your World - Live (Arista Records, 1976)
 Bridges (Arista Records, 1977)
 Secrets (Arista Records, 1978)
 The Mind of Gil Scott-Heron (Arista Records, 1979)
 1980 (Arista Records, 1980)
 Real Eyes (Arista Records, 1980)
 Reflections (Arista Records, 1981)
 Moving Target (Arista Records, 1982)
 The best Of Gil Scott-Heron (antologia, Arista Records, 1984)
 Tales Of Gil Scott-Heron And His Amnesia Express (Arista Records, 1990)
 Glory - The Gil Scott-Heron Collection (antologia, Arista Records, 1990)
 Minister Of Information (Peak Top Records, 1994)
 Spirits (Tvt Records, 1994)
 The Gil Scott-Heron Collection Sampler: 1974-1975 (Tvt Records, 1998)
 Ghetto Style (Camden Records, 1998)
 Evolution And Flashback: The Very Best Of Gil Scott-Heron (Rca, 1999)
I'm New Here (Xl Recordings, 2010)
The Revolution Begins: The Flying Dutchman Masters (antologia, Bgp, 2012)



pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

The Revolution Will Not Be Televised
(videoclip, da Small Talk At 125th Avenue And Lenox, 1970)

Winter In America
(videoclip, da Winter In America, 1974)

I'm New Here
(videoclip da I'm New Here, 2010)

 

Me And The Devil
(videoclip da I'm New Here, 2010)

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Recensioni

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The Revolution Begins: The Flying Dutchman Masters

(2012 - Bgp)
Le prime incisioni di Gil Scott-Heron riproposte in un triplo cd

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I'm New Here

(2010 - XL Recordings)
Il ritorno del poeta del ghetto dopo tredici anni di droga e galera

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