Jackson Browne

Jackson Browne

Correndo sul vuoto

di Emiliano Stella

Songwriter colto e sensibile, scrittore di musiche e liriche acute e profonde, il californiano Jackson Browne è il cantore della fine del sogno hippie, della disillusione e del vuoto seguiti alla fine delle grandi utopie dei 60 e 70. Ripercorriamo la sua parabola, tra poesia, intimismo e denuncia politica
“Devo riconoscere che la cosa che preferisco è scrivere un pezzo che realmente dica come mi sento, quello in cui credo, e che sia addirittura in grado di spiegarmi il mondo meglio di come lo (ri)conosca io stesso”. A volte una frase sintetizza un’esistenza. Altre volte fa molto di più. Rende perfettamente riconoscibile chi la pronuncia. Autore, attivista politico, cantante, performer. Così intimo da far male, così impegnato da far riflettere. Nico, Eagles, Bonnie Raitt, Tom Rush, Warren Zevon. E la lista non si esaurisce certo qui. Ognuno potrebbe avere un motivo per ringraziare Clyde “Jackson” Browne. Il termine che più comunemente gli è stato associato è “West Coast”, ma Browne ha ricoperto così tanti ruoli ed è stato così determinante per un certo corso musicale dagli anni 60 in poi che solo andando a rintracciare chi ha inciso sue composizioni, chi ha suonato con lui, chi lo ha prodotto e quali premi ha ricevuto, si può ottenere una giusta dimensione del suo impatto.
Non solo i testi delle sue canzoni raggiungono l’animo umano: lo sondano e lo restituiscono dolorante. Come se Browne sapesse esattamente quello che ognuno di noi ha sofferto. Testi carichi poesia e di quella amara dolcezza, propria di chi ha guardato molto avanti. Testi che sono stati il riferimento per i moltissimi illusi (e disillusi) smarriti dal ritorno alla realtà successivo al flower-power dream. Tutti i cambiamenti, i risvegli, le rivoluzioni, la presa di coscienza dei 60, oltre che le “tragedie” personali, hanno “creato” Jackson Browne come musicista. Lui li ha semplicemente superati con la sua musica, sempre malinconica e fatalista, intima eppure quasi epica nel suo anelito a raccontare piccoli grandi epopee individuali e collettive.

Clyde “Jackson” nasce in Germania nel 1948, dove il padre, giornalista per lo Us Army Newspaper, è temporaneamente di stanza. Pochi anni dopo, la famiglia Browne si trasferisce in California, presso la casa costruita dal nonno negli anni 20 a Los Angeles. E’ il padre, appassionato di dixieland jazz, ad avvicinarlo alla musica, ma anche a quelle letture che contribuiranno non poco a creare una capacità espressiva unica, sempre in bilico tra la poesia, l’ironia e la drammaticità. Il giovane Jackson prima impugna una tromba, poi si appassiona al banjo, che subito dimentica, fino ad imbracciare definitivamente una chitarra.
Gli anni della High School a Orange County gli permettono di entrare in contatto con alcuni dei musicisti che lo accompagneranno a lungo, accrescendo la sua passione per l’immaginario folk. Le prime composizioni di rilievo si sostituiscono agli sforzi adolescenziali e si intravede il talento compositivo. Jackson è ancora sedicenne quando scrive una embrionale “These Days” che poi apparirà su For Everyman e comincia a esibirsi in un locale di culto come il Paradox, allora culla di alcuni dei migliori talenti a venire, da Tim Buckley a The Nitty Gritty Dirt Band.

E’ l’esplosione del folk. L’influenza del Greenwich Village e di Bob Dylan – secondo Jackson, e non solo, uno dei più influenti pensatori e scrittori del secolo – hanno definitivamente il sopravvento. Dopo una brevissima parentesi con The Nitty Gritty Dirt Band (che più tardi inseriranno molte delle sue composizioni nei loro dischi e live act) e con i Gentle Soul, Jackson firma per la Nina Music. Perennemente in viaggio, segue il suo istinto fino al “cuore del sogno”, che lo porta a New York, dove stringe amicizia con il gotha della scena folk locale. Alcune delle sue composizioni più epiche vengono registrate proprio in quei giorni, per essere proposte agli artisti della casa discografica. Come in molti casi, vedi con Springsteen e i suoi famosi "Demo Tapes", alla fine vedono la luce. Per quanto acerbi e poco strutturati, i "Nina Demos" mostrano già una potenzialità pronta a sbocciare.

Nel 1968, il ritorno in California. La cerchia di amici questa volta lascia stupefatti: J.D. Souther, David Crosby, Glenn Frey, tanto per citarne alcuni. E ancora un altro locale, il Troubadour, dove Browne apre gli show di Linda Ronstadt. Ormai non è più un acerbo teenager che scrive canzoni, ma un prolifico e apprezzato autore che vede i propri pezzi registrati da mostri sacri come The Byrds, Eagles (“Take It Easy”, scritta a quattro mani con Glenn Frey, è il primo hit della band californiana). Ma non ha ancora un suo album all’attivo. Ed è allora che mito e realtà si fondono alla perfezione, portando David Geffen a metterlo sotto contratto per la neonata Asylum.

Jackson BrowneIl cantautore californiano ha già pronto Jackson Browne nella seconda metà del 1971, ma David Geffen temporeggia con saggezza. La strategia paga. La scelta di non pubblicare l’album in concorrenza con le migliori uscite del periodo (Natale 1971) sarà ricompensata dalla presenza nei primi 100 Top Pop Album per 23 settimane. A sorpresa, Browne lascia fuori tutti i pezzi presenti nel demo del 1967 e sfodera all’esordio almeno tre brani che assurgono subito a classici. “Jamaica Say You Will” è una meravigliosa ballata condotta dal piano e accompagnata dalle background vocals di David Crosby; colpiscono la maturità espressiva e compositiva, l’efficace semplicità degli arrangiamenti, oltre a un testo che già in un solo verso (“Help me find a way to fill these empty hours, say you will come again tomorrow”) svela tutta la poesia, il body of work che caratterizzerà Browne in futuro. “Doctor My Eyes” e “Rock Me On The Water” sono invece i due singoli tratti dall’album e raggiungono entrambi discrete posizioni nelle chart americane. Il primo è un numero rock in cui il piano e la slide guitar fanno da padroni, accompagnando la voce soul di Browne, il secondo ha un incedere quasi r’n’b: diverranno entrambi cavalli di battaglia dal vivo.
Ma ancora una volta a colpire sono quelle liriche che non lasciano nulla al caso, quell’andare in profondità che sembra ogni volta assumere una tonalità diversa. Jackson diventa opening act nel tour con Joni Mitchell. Rolling Stone torna a parlare di lui.

Nell’ottobre del 1973 arriva la conferma definitiva con For Everyman. Browne è soltanto ventiquattrenne ma già mostra una maturità da veterano e una sorta di pacata sicurezza nei propri mezzi. Tutti i pezzi del puzzle cominciano a prendere il loro posto. La scrittura si fa ancora più colta, introspettiva, e lascia un sapore che rimane inconfondibile nell’ascoltatore. E' il folk, la nuova passione della West Coast, ciò che si scova tra le note del disco. Con virate ora verso un country elettrico, vedi "Ready Or Not", brano carico d’ironia nel racconto dell’incontro con la prima moglie, ora verso un soul di matrice southern ("These Days"), oppure ancora verso ballate dal classico sapore folk-rock, dove la sua straordinaria capacità di utilizzare le parole per sviscerare l’anima fa sì che gli orizzonti si allarghino anche verso l’uomo in generale, in direzione di un pensiero più globale. Così come nel maestoso brano che dà il titolo all’album: “For Everyman” è una ballata che stabilisce le coordinate per molta della musica cantautorale che verrà; non è il piano, questa volta, ma la chitarra a creare un sound struggente, in cui intimismo e dimensione sociale si fondono ancora.
Un album che rasenta il capolavoro (comunque rimandato di poco), dove anche i compagni di viaggio assumono un’importanza fondamentale. Primo fra tutti David Lindley, vero genio musicale che pone la sua sopraffina tecnica, chitarristica e non, al servizio delle delicate melodie dell’amico. "Redneck Friend", rock’n’roll con echi anni 50, un braccio teso verso le diversità, vede al piano boogie Elton John, ancora non l’ombra di se stesso, e l’amico Glenn Frey alle harmony vocals. La strada è ormai intrapresa.

E allora eccolo il capolavoro d'una carriera. Late For The Sky porta a definitivo compimento tutte le intuizioni dei lavori precedenti. Otto pezzi senza tempo, liriche oltre il limite di ciò che un brano rock dovrebbe sopportare. E una copertina che da sola varrebbe l’acquisto. Coadiuvato da un gruppo eccelso (David Lindley alla chitarra, Doug Haywood al basso, Larry Zack alle percussioni e Jai Winding all’organo), Browne dà vita a un disco suonato e arrangiato in modo impeccabile, anche grazie al lavoro di Lindley, che con il suo strumento, quello che di solito nel rock è il più narciso, preferisce prodigarsi in ricami e intarsi sonori sopraffini piuttosto che lasciarsi prendere da manie di vuoto esibizionismo.
L’apertura della title track è una delle più toccanti di sempre, con un organo struggente e la voce di Browne limpida e malinconica, e poi quelle poche note di piano dove sembra coagularsi tutta la solitudine umana e per contrasto un inspiegabile bisogno d’amore. Infine, l’assolo di Lindley, capace di far sciogliere il cuore anche alle bestie dell’inferno. "Fountain Of Sorrow" non cambia il tono elegiaco della prima traccia e nonostante il ritmo sia (delicatamente) più sostenuto, restano la malinconia e il canto puro di Browne, da ultimo profeta dei sentimenti. In "Further On" Lindley raggiunge l’apice del suo stile chitarristico: il suo strumento non suona; letteralmente piange, il suo è un lavoro di paziente cesello sulla melodia disperata intonata da Jackson al piano.
Si arriva a metà disco con la forbita "The Late Show", canto corale di una profondità mistica e quasi ecumenica, con tripudio della chitarra di Lindley nel finale. "The Road And The Sky" è una cavalcata spensierata on the road, un rock'n'roll nobile, con le chitarre che si inaspriscono, mentre la precedente compostezza del piano si trasforma in un boogie scalmanato. Si ritorna alla mestizia, anzi al dolore, con "For A Dancer", canzone per un amico scomparso, dove il clima luttuoso è ben espresso dal violino, suonato ancora da Lindley. Con "Walking Slow" si cerca di esorcizzare nel ballo le tribolazioni della traccia precedente: il basso ammicca al funk, il clapping sostiene il ritmo e l’assolo pirotecnico della chitarra di Lindley suggella il pezzo.
Si chiude con il manifesto antinucleare di "Before The Deluge": "Some of them were dreamers/ Some of them were fools", l’incipit del testo è l’epitaffio sulla tomba della speranza, l’abbattimento totale delle illusioni hippie che Browne aveva sostenuto, e nel contempo monito estremo a un’umanità a due passi dalla catastrofe. Un requiem per organo e viola a descrivere la desolazione del mondo che si chiude in un gospel salvifico: in fondo al baratro c’è ancora speranza.
Con questo disco Jackson Browne si pone come cantore della quotidianità, della società e della collettività, i suoi dolori e le sue malinconie sono in fondo quelle di tutti gli uomini, accomunati dalle medesime gioie e miserie. Agli abbandoni si sovrappongono i ricordi, “dove già appariva una traccia di sofferenza nei tuoi occhi” improvvisamente proprio li “dove il cielo e la strada collidono” la sensazione di stasi emotiva è controbilanciata dalla voglia di andare oltre, di superare ieri e guardare quello che succede intorno con occhi diversi.“Non pensare che non accadrà, perché non è ancora accaduto” avverte su "The Road And The Sky". Ed è la ballata in tutte le sue forme, ora attraverso le chitarre e il violino di Lindley, ora tramite il piano di Jackson e Winding e le armonie vocali che sconfinano nel soul più puro a fare da tappeto a una delle voci più calde che la musica bianca ricordi. Perché lo strumento più in luce è proprio la straordinaria voce di Browne. Il cinema non si lascia scappare l’occasione e Scorsese utilizza la title track nel suo miglior film, “Taxi Driver”.

Non bisogna aspettare molto per il successivo passo discografico di Browne, che vede gli ormai “soliti noti” contribuire senza risparmiarsi, e una nuova schiera di ospiti, tra i quali Lowell George e Albert Lee. Ma, soprattutto, in cabina di regia c'è Jon Landau, fresco della co-produzione di "Born To Run" di Springsteen, che sta scrivendo una pagina fondamentale della storia del rock. E infatti The Pretender suona molto più rock, anche se forse si adegua un po’ alle logiche del mainstream. Gli arrangiamenti ammiccano alle classifiche, ma già dai primi accordi di "The Fuse" si intuisce che la qualità è rimasta intatta. L’impatto emotivo che Jackson riserva alla sua musica è reso devastante dal suicidio della moglie, evento tragico che lascia il segno sul disco, sebbene alcuni dei brani siano stati scritti in una fase precedente. È comunque impossibile non ascoltare la strofa iniziale di "Here Come Those Tears Again", piano e chitarra di nuovo ad accompagnare un cantato concentrato e profondo, senza leggervi il dolore della scomparsa, del combattere contro demoni e angosce, e proprio “just when I was going to make it through another night without missing you”, ritrovarsi a sentire quei passi riecheggiare nel corridoio. Così come nella strofa finale di "Your Bright Baby Blues" - brano dal sapore vagamente country, arricchito dal piano di “The Professor” Roy Bittan prestato dall’amico Bruce - quando il velato accenno a qualcosa che allevi la sofferenza si riduce a una preghiera, a una richiesta di aiuto, perché da soli è a volte troppo difficile. E quanto è arduo trovare le parole per spiegare a un figlio che la madre non c’è più? In "The Only Child", Browne scende a patti con questo non meno di quanto nella lunga "Daddy’s Tune" cerchi una riconciliazione con un padre lontano (o allontanato?).
Poi la poesia si impadronisce degli ultimi due brani. In "Sleep’s Dark And Silent Gate" i rimorsi sembrano rincorrersi nell’anima, per poi lasciare posto ai sogni di "The Pretender", una magnifica ballata, confezionata dalle armonie vocali di Crosby e Nash, che apre alla speranza di una vita nuova, anche se il “simulatore” è in perenne conflitto: da un lato il desiderio d’amore, dall'altro la disillusione per i cambiamenti attesi e mai arrivati. La poetica di Browne, insomma, è ancora al suo apice.

Jackson BrowneLa fuga dal dolore è rappresentata dalla strada, dal tour, dall’entrare in un vortice che non ti lasci pensare se non nei ritagli di tempo tra uno show e l’altro, nei backstage, nei dressing room e nelle stanze d’albergo. Ed è proprio in questo “infertile” ambiente che nasce il quinto album, quello che lo farà entrare nel “gotha” del rock.
Running On Empty è l’album “on the road” per eccellenza. Tutti i brani sono scritti e registrati durante il tour, ma non si tratta di un live. E’ la vita di un musicista che si dipana tra le date, le halls, i tour bus, i palcoscenici. Brani autografi si intrecciano alla perfezione con cover di altri autori. Una "corsa sul vuoto" che suona anche come una metafora efficace della grande illusione dei 60-70, della fine di un'utopia collettiva.
La partenza è bruciante: "Running On Empty" è subito un classico sin dalla prima strofa… “Looking out at the road rushing under my wheels/ Looking back at the years gone by like so many summer fields/ In ‘65 I was seventeen and running up one-o-one/ I don’t know where I’m running now/ I’m just running on…”. Un rock molto più chitarristico e tirato del solito introduce la musica che guarisce, che medica le ferite del passato e non conduce in nessun posto se non ovunque… sulla strada. "The Road", brano tipicamente folk nella struttura, scritto da Danny O’Keefe, mai sarebbe suonato più appropriato: è un ritratto cinico e disilluso dei fan, ma anche di coloro che stanno in piedi davanti a un microfono; non lascia nulla lascia al romanticismo immaginifico del tour come momento di apoteosi e fusione tra il pubblico e i suoi idoli. E tra una "Rosie" di passaggio e un blues tirato come "Cocaine", aspetti solo che lo show cominci… e finisca. Il capolavoro si chiama "The Load-Out/Stay": si smonta tutto per la prossima città e ognuno è preso dai suoi pensieri, dalla sensazione di vuoto che non finirà finché non si salirà su un nuovo palco, perché “il tempo che ci sembra più breve è quello che impieghiamo a suonare”. E allora si può arrivare anche a pregare la gente a restare per sentire un’altra canzone…

E qui, senza aver praticamente sbagliato un colpo, finisce la prima parte della carriera di Jackson Browne. Cinque album, cinque centri. Gli anni 70. Corredati dall’impegno sociale, politico e civile che segue il disastro nucleare di Three Mile Island e sfocia nei concerti del M.U.S.E. del settembre 1979, insieme ai massimi esponenti dell’impegno musicale americano (più qualche, politicamente parlando, “strano” outsider come Springsteen).

Poi iniziano gli anni 80. E Jackson rimane invischiato nei suoni che caratterizzano quel periodo.
Hold Out subisce un trattamento a base di tastiere e sintetizzatori che rende alcune delle già non brillantissime canzoni sovraprodotte e pesanti. Anche il cantato appare assolutamente “fuori posto”, con falsetti ricercati che suonano forzati, alla ricerca di una modernità il più delle volte inutile. Gli esperimenti della prima parte - "Disco Apocalypse", episodio quasi dance, decisamente poco riuscito, "That Girl Could Sing, Boulevard", brano soul che troverà miglior fortuna negli arrangiamenti “live” nel corso del tempo – girano a vuoto. Nonostante la presenza del fido David Lindley e di Bob Glaub, il sound, appesantito dalle tastiere, appare freddo e stridente rispetto ai lavori precedenti, con riverberi vocali e assoli che non aggiungono alcunché di interessante.
La seconda parte, dal tributo a Lowell George, "Of Missing Person", con un testo impregnato di soul che lascia trasparire tutto il dolore per la perdita di un amico, all’epos della conclusiva "Hold On Hold Out", risolleva non poco le sorti dell’album, rievocando a tratti la poesia dei tempi d'oro.
Pur iniziando quel processo che lo porterà a spostare la sua attenzione verso il politico negli album successivi, Jackson non perde mai d’occhio la dimensione individuale, cantando anche “for the countless souls beaten by their goals” e tornando su terreni musicali a lui più congeniali. "Call It A Loan", scritta insieme a Lindley, pare quasi una outtake di Late For The Sky.

Dopo un singolo quasi disco-music (“Somebody's Baby”) e un album di transizione, e per la verità abbastanza scadente, come Lawyers In Love, il cui unico pregio è quello di focalizzare meglio le istanze politiche (la title track, "Say It Isn’t True") e alleggerire la drammaticità delle vecchie composizioni ("Tender Is The Night" su tutti) donando un tocco (forse troppo) umoristico, arriva nel 1986 Lives In The Balance. Nel mirino di Browne finisce l’America del secondo mandato Reagan, scandagliata in tutti i suoi risvolti, tra nuova povertà e guerre incombenti e appena finite, disuguaglianze e misfatti internazionali (la politica estera in America Latina).
Un album dalle sonorità moderne, ma questa volta più bilanciate, che Jackson apre con "For America", un mea culpa personale, chiarissimo e sincero. “As if I really didn’t understand that I was just another part of their plan I went off looking for the promise, believing in the Motherland” e, andando ancora più a fondo: “And from the comfort of a dreamer’s bed and the safety of my own head, I went on speaking of the future while other people fought and bled”. Suoni campionati, vocoder e sintetizzatori questa volta forniscono il giusto sostegno musicale.
Poi la denuncia si allarga, e allora ecco profilarsi brani come "Soldier Of Plenty", con l’ammonimento a non giocare con il mondo (degli altri?), oppure "Lives In The Balance", tra ethno-folk e drum machine, dove l’attacco alla politica estera statunitense è deciso e senza mezzi termini: “Un governo che mente alla propria gente e a una nazione trascinata in guerra, dove ci sono ombre sulle facce di coloro che inviano le armi per guerre combattute nei luoghi dove ci sono interessi”. E non si possono chiudere gli occhi sulle bugie che continuano a raccontarci, come suggerisce "Till I Go Down", dal passo tipicamente reggae.
Ma non sarebbe un album di Jackson Browne, se non contenesse almeno una ballata sentimentale come "In The Shape Of The Heart": uno sguardo lucido e pensoso sulla sua relazione con l’attrice Daryl Hannah, finita anche sotto i riflettori dei media. Quando si cimenta con la forma musicale a lui più congeniale, che sia dipinta con pennellate in bilico tra il country e il folk o corroborata da sonorità più moderne, Browne riesce sempre a lasciare il segno.
I traguardi degli anni 70 restano distanti, ma Lives In The Balance mostra un Browne ancora in forma, e la futura impronta musicale della sua carriera trova proprio in questo Lp i suoi sedimenti.

A doppiare la spinta anti-reaganiana arriva nel 1989 World In Motion, album ancor più politicizzato (sia nei brani autografi, sia nella scelta delle cover). Tuttavia, a dispetto del lavoro precedente, il proposito di partenza tende a disperdersi nel corso delle tracce. Sono sempre homeless, poveri e diseredati a popolare i brani e i testi sono sempre forbiti, intelligenti e profondi, ma il tono è meno pungente e tende a farsi spesso ripetitivo. Si ricorderà la title track, che predica di un “sole che sta calando sugli Usa per sorgere in un mondo diverso dove, in un modo o nell’altro, fame, cupidigia e odio saranno sradicati”.
Musicalmente, è un passo indietro: a differenza del disco precedente, il mix di tastiere e suoni campionati risulta pesante e fuori fuoco. Così anche brani con un certo potenziale melodico, come "Anything Can Happen" o “Enough Of The Night”, affogano in arrangiamenti confusi e sovrastanti, e anche il nuovo esperimento reggae di “When The Stone Begins To Turn” non convince. E’ comunque azzeccata la scelta della cover di "I’m A Patriot" di Little Steven, ma è un segnale indicativo il fatto che sia il brano più riuscito del disco.

A conferma che la vena si è un po’ esaurita e serve una pausa di riflessione, arrivano quattro anni di silenzio. Browne, comunque, si mantiene attivo portando in giro il tour a supporto dell’album e collaborando come autore e performer con Chieftains e Jennifer Warnes per la compilation "For Our Children".

Il passo successivo va introdotto parlando di quella che Dave Marsh ha definito “una delle più belle canzoni d’amore che Jackson – o qualsiasi altro autore – abbia mai inciso”. "Sky Blue And Black" è una delle vette compositive del songwriter californiano, una ballata struggente, segnata dal dolore per la fine della storia con Daryl Hannah. “Avrei combattuto il mondo per te se solo avessi pensato che volevi questo, o lasciato perdere ciò che era vero e ciò che non lo era, se avessi capito che era ciò che volevi da me” e già potrebbe bastare. Ma come non citare la semplicità e al contempo l’immensa complicatezza dell’ultima strofa? “Sei il prezzo nascosto e quello che si è perso in ogni cosa che faccio, e sì, continuerò a cercarti nelle ombre e nella luce e in tutte le facce per strada, perché è così che è l’amore, celeste e nero”.

Già nel novembre del 1990 l’anteprima del singolo “I’m Alive” al benefit per il Christic Insitute (dove di nuovo le strade di Browne si intrecciano con quelle dell’amico Springsteen e di Bonnie Raitt) aveva lasciato ben sperare. Ma è tutta la tracklist di I’m Alive a riportare l’autore a contatto con il suo pubblico dimostrando che la frase del titolo è una dichiarazione d’intenti sincera. “Step out in the morning sun/ Through the flood of tears/ I want to greet the dawn/ Cast away these fears/ Forget about the things we could have done” canta in “Too Many Angels”, con il chiaro proposito di lasciarsi alle spalle solo ricordi, non più rimorsi, mentre “All Good Things” suggerisce ulteriori riferimenti alla sua vita privata. Questa volta gli arrangiamenti sono centrati e mai invadenti. Dal pop rock della title track, fino al recupero di sonorità tipicamente anni 70 per le ballate, tutto suona forse già sentito, ma piace.
Poi Jackson parte in tour con la sua rodata band e per due anni promuove l’album.

L’undicesimo lavoro sulla lunga distanza, Looking East, è un ulteriore passo verso gli splendori del passato. E’ considerato da molti, sia liricamente che musicalmente, uno dei suoi lavori più riusciti e complessi. I brani sono tutti scritti insieme a membri della band, a indicare un affiatamento estremo. Tutti gli stilemi musicali del suo repertorio vengono toccati, dal giocoso incedere pop di “I’m A Cat” all’epica classica di “The Barricades Of Heaven”, con un tenero ricordo degli inizi e di quando locali come “…the Paradox, the Bear and the Rouge et Noir” erano la vita, insieme alle strade della Città degli Angeli, fino al driving beat di “Culver Moon” e “Looking East”, dove le chitarre ritornano centrali, e dove i riferimenti a Los Angeles si fanno sempre più frequenti.
Da questo album in poi l’approccio di Browne allo stile compositivo, sia in studio che nei live act, non subirà sostanziali modifiche, complice anche il costante apporto musicale della band al songwriting.

Prima che il successivo album veda la luce i fan devono aspettare sei lunghi anni, nei quali Browne è però tutt’altro che inattivo. Non si contano, infatti, le sue apparizioni, tra concerti benefici, guest appearances, supportate da pubblicazioni di Dvd (Going Home, assolutamente da avere) e greatest hits per celebrare anniversari di carriera e personali (il 9 ottobre 1998 festeggia il suo 50° compleanno). Il suo interesse per l’uomo, sia nella sfera individuale che in quella politica, gli fa guadagnare nel 2002 il John Steinbeck Award.

Jackson BrowneL’anno successivo esce The Naked Ride Home (2002). Ancora una volta, gran parte del materiale è composto insieme alla band che lo accompagna ormai da una vita. I brani sono nel classico stile-Browne, riflessivi e sinceri. Con un sound che non si discosta dai più recenti predecessori, sposando un power-pop dagli arrangiamenti piuttosto robusti.
L’inizio è folgorante, con la title track e “The Night Inside Me”. Un nuovo incontro per rimediare all’aver fallito “ to hear the heart that was beating alone”, ed è forse quello che serve per allontanare i demoni che hanno popolato la mente dell’autore (“with every doubt and every sorrow that was in my way/ Tearing around inside my head like it was there to stay”).
L’attenzione si sposta ancora sul sociale e sul politico con “Casino Nation”, che ammonisce sull’alienazione quotidiana e sulla lontananza tra gli uomini, troppi impegnati in un “mondo di comodità” che ci costringe a vivere e camminare “dove gli sguardi non si incrociano mai”(“Walking Town”). Degni di nota anche un delicato ricordo del regista Sergio Leone (il brano omonimo) e una riflessione che coinvolge l’eterno dubbio che avvolge ogni uomo, una visione dove quello che sarebbe potuto accadere e la realtà si scontrano (“About My Imagination”), lasciando spazio allo stupore di avere vicino qualcuno (o qualcosa?) che renda la vita più sopportabile (“My Stunning Mystery Companion”).

Il periodo che intercorre tra un album e l’altro è ormai per Browne scandito da premi, tour e release varie. Nel febbraio del 2004 Bruce Springsteen lo introduce, con un discorso assolutamente straordinario, nella Rock’n’roll Hall of Fame. Per celebrare questo avvenimento, The Very Best Of Jackson Browne viene pubblicato il giorno successivo. E’ la raccolta più ampia e completa sull’opera del cantautore californiano. E tra tour e premi (nel 2007 Browne viene “inducted” – come dicono oltreoceano – nella Songwriters Hall Of Fame e riceve l’Harry Chapin Memorial Humanitarian Award nel 2008) escono, a distanza di quasi vent’anni da Running On Empty, due album live, Solo Acoustic, Vol. 1 e Vol. 2, che contengono brani acustici registrati probabilmente nella stessa serie di concerti. Due dischi fondamentali per decifrare il Browne live, l’interazione con il pubblico come obiettivo imprescindibile di ogni suo spettacolo. Il primo volume è anche l’occasione per ascoltare l’inedita “The Birds Of St. Marks”, scritta da giovanissimo e mai ufficialmente pubblicata.

Nel settembre del 2008, dopo uno iato di sei anni, Browne pubblica finalmente un album di inediti, Time The Conqueror (2008), con l’ormai consolidata band ad affiancarlo.
La risposta della critica è abbastanza tiepida: i brani, che seguono la falsariga del lavoro precedente, segnano il passo, mostrando un autore che ha sicuramente ancora qualcosa da dire ma che forse non riesce più a trovare la strada più congeniale per esprimerlo. La musica, sempre uguale a sé stessa, questa volta sembra essere un sottofondo non così importante, o forse avremo bisogno di ascoltarlo e metabolizzarlo lentamente, come a volte è accaduto con i suoi lavori. Fatto sta che l’album non aggiunge niente di nuovo alle tematiche del cantautore californiano (che appare in copertina con una insolita barbetta bianca), spaziando tra ballate introspettive (la title track) e nuovi commentari politici (“The Drums Of War”, “Where Were You”, “Going Down To Cuba”), stavolta piuttosto didascalici, ma che confermano un impegno instancabile, in tempi di disillusione (come scriverà ironicamente Randy Newman in un suo brano quasi contemporaneo, “A nessuno importa più di niente, tranne a Jackson Browne”).

Il doppio cd dal vivo Love Is Strange (2010) documenta invece un tour acustico che, nella sezione spagnola, toccò Madrid, Oviedo, Bilbao, Saragozza, Barcellona e Palma de Maiorca. Con lui in questa nuova avventura il chitarrista storico David Lindley, Tino di Geraldo e una serie di ospiti d'eccezione che nobilitano ulteriormente le esecuzioni: Carlos Nunez, Javier Mas, Kiko Veneno e Luz Casal.

Se, come ha detto Bruce Springsteen nel famoso discorso alla R’n’r Hall of Fame, “our job here on earth, the way we regain our divinity, our sacredness …. is by reconstructing love and creating love out of the broken pieces that we’ve been given”, allora Jackson Browne non solo è tra coloro che hanno onorato questo compito nel miglior modo immaginabile, ma anche tra quanti hanno guidato una generazione intera lungo questa strada. Ogni volta che l’amore, la morte, il dolore o qualsiasi sentimento ognuno di noi abbia dentro è stato sul punto di esplodere in mille pezzi, Browne ha sempre trovato il modo di renderlo “leggermente più sopportabile”.

Contributi di Salvatore Setola ("Late For The Sky")

Jackson Browne

Correndo sul vuoto

di Emiliano Stella

Songwriter colto e sensibile, scrittore di musiche e liriche acute e profonde, il californiano Jackson Browne è il cantore della fine del sogno hippie, della disillusione e del vuoto seguiti alla fine delle grandi utopie dei 60 e 70. Ripercorriamo la sua parabola, tra poesia, intimismo e denuncia politica
Jackson Browne
Discografia
 Jackson Browne (Asylum, 1972) 
For Everyman (Asylum, 1973)

 

Late For The Sky (Asylum, 1974) 
The Pretender (Asylum, 1976) 
Running On Empty (Asylum, 1977)

 

 Hold Out (Asylum, 1980) 
 Lawyers In Love (Asylum, 1983) 
Lives In The Balance (Asylum, 1986)

 

 World In Motion (Elektra, 1989)

 

 I'm Alive (Elektra, 1993)

 

 Retrospective (antologia, Elektra, 1993)

 

 Looking East (Elektra, 1996)

 

 Best Of Live (antologia, Elektra, 1996/98) 
Going Home (Video Dvd, Elektra, 1996) 
 The Next Voice You Hear: The Best of Jackson Browne (antologia, Elektra, 1997)

 

 The Naked Ride Home (Elektra, 2002)

 

 The Very Best of Jackson Browne (antologia, Rhino, 2004)

 

 Solo Acoustic, Volume One (Inside Recordings, 2005)

 

 Solo Acoustic, Volume Two (Inside Recordings, 2008) 
 Time The Conqueror (Inside Recordings, 2008)

 

 Love Is Strange (live, Inside Recordings, 2010)  
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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(1974 - Asylum)
Un canzoniere raffinato per un malinconico epitaffio dell'utopia hippie ..

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