Jacques Brel

Jacques Brel

Furia e poesia della chanson

di Federico Romagnoli

Dagli esordi nei cabaret di Bruxelles alla consacrazione parigina, dalle vincenti collaborazioni con Rauber e Jouannest alla scomparsa prematura, la storia del più tormentato degli chansonnier. La cui produzione ha segnato più generazioni e rimane ancora oggi fonte ispiratrice per una moltitudine di artisti.

Le origini

Jacques Brel nasce l’8 aprile 1929 a Schaerbeek, nei pressi di Bruxelles. La sua famiglia è in parte di discendenza fiamminga, pur parlando quasi solo in francese. Viene educato in rigide scuole cattoliche, dove otterrà risultati di rilievo esclusivamente nelle materie letterarie.
Nel 1950 si sposa, mentre il suo ingresso nel mondo della musica avviene due anni più tardi, quando inizia a esibirsi nei cabaret di Bruxelles, senza il consenso dei parenti e senza particolare successo. Nel 1953 si trasferisce a Parigi, dopo aver attirato l’attenzione di Jacques Canetti, responsabile della Philips e proprietario del celebre cabaret Les Trois Baudets.
Dopo un periodo passato fra hotel di bassa categoria e lavori di fortuna, la sua carriera musicale sembra prendere il via grazie alle insistenti spinte di Canetti, fermamente convinto del suo talento. All’inizio del 1954 Brel entra in studio per registrare il suo primo album.

Jacques Brel et ses chansons (Philips, 1954-55)

È noto che sia stato registrato nel febbraio 1954, non è invece sicura la data di pubblicazione. La maggior parte dei database riporta il marzo dello stesso anno, ma le ristampe e le biografie puntano sul 1955. Ai posteri l’ardua sentenza. Quel che è certo è che lì per lì non riscosse particolare successo e oggi è considerato un’opera minore, con un Brel ancora acerbo.
Andando contro corrente, credo invece che l’album meriti di essere annoverato fra i suoi migliori. Non è improbabile che la sua reputazione mediocre sia dovuta più che altro al mancato riscontro di pubblico e alla nomea che nel corso del tempo si è alimentata più per ipse dixit che a causa degli effettivi contenuti, come un gatto che si morde la coda. Le storia della musica pop è del resto piena di dischi che vengono definiti acerbi e poi, quando li si ascolta, ci si chiede cosa gli mancherebbe.
Nel caso specifico abbiamo nove melodie a presa rapida e nove testi raffinati, interpretati con un travolgente piglio teatrale in cui troviamo già tutto il Brel che avrebbe fatto fortuna. Gli arrangiamenti, a cura di André Grassi, sono uno diverso dall’altro e rendono ogni brano una gemma, spaziando dallo swing al flamenco, dal liscio alla tradizione folk francese. Ciliegina sulla torta la qualità del suono: limpido e profondo, appare modernissimo se paragonato, tanto per fare un esempio a caso, alla musica italiana dello stesso periodo.
“La haine” mostra un talento poetico già impeccabile a livello formale: qualche metafora con l’ubriaco e il marinaio, figure classiche per i poeti di ogni parte del globo, e ecco dipinta la noia dell’amore borghese con chirurgica freddezza.
In “Grand Jacques” il tono è spietato e mette in evidenza tutte le ipocrisie che al cantante – cresciuto osservando alla lettera gli opprimenti valori cattolici – iniziavano a andare strette: “È troppo facile entrare in chiesa, e riversare tutta la propria sporcizia, in faccia al curato che nella luce grigia, chiude gli occhi per perdonarci meglio. Perciò sta zitto, grande Jacques, che ne sai tu del Buon Dio? Un cantico, un’immagine, tu non conosci niente di meglio”.
Sull’antico suono di un clavicembalo si muove “Le fou du roi”, che descrive una scena di corte in cui amore e potere si intrecciano grottescamente: “Quando il buffone vide la regina, corteggiata da un bel conte, scappò via, col cuore in pena, in un bosco, a piangere di vergogna. Passati che furono tre giorni, se ne ritornò al castello, per raccontare tutto, al re lassù nella torre. Sentendo ciò che gli raccontava, il re rise tutto il giorno, fece decorare il conte, e il buffone lo fece impiccare”.
Il disco si chiude con “Sur la place”, uno dei momenti più depressi di Brel, che pure si sarebbe rivelato per niente avido su questo fronte. Dopo aver trascorso la canzone a descrivere, mediante la figura di una danzatrice misteriosa, sentimenti come l’amore e la carità, l’artista crolla disilluso sentenziando che agli uomini questi valori non interessano più. Gli ultimi versi, quasi spettrali, descrivono un’umanità terribilmente sola, che ha ormai rinunciato la felicità: “Addirittura certi giorni sembra (ci sia) una fiamma nei nostri cuori, ma non vogliamo mai lasciar luccicare il suo bagliore. Ci tappiamo le orecchie e ci copriamo gli occhi, non amiamo affatto i risvegli del nostro cuore già vecchio”.

Jacques Brel 2. Quand on n'a que l'amour (Philips, 1957)

Registrato in tre intervalli fra il marzo 1955 e il marzo 1957, pubblicato un mese dopo la fine delle sessioni, è il disco che fa conoscere Brel al pubblico. “Quand on n’a que l’amour” è il primo vero standard del suo canzoniere: più che il testo un po’ zuccherino, a colpire è la sua struttura in crescendo, che va di pari passo con l’intensificarsi del canto. Una specie di bolero, magistralmente orchestrato da André Popp.
L’album nel complesso ha però meno respiro del precedente: eccetto un paio di brani dal piglio jazz, arrangiati da Michel Legrand, l’orchestra riempie ogni spazio. Non che la cosa rappresenti di per sé un male, il punto è che, essendo disposta in ogni pezzo nella stessa maniera, la sensazione è che ne deriva è di ascoltare un musical più che un disco di Jacques Brel. Certo quando il colpo va a segno, come nell’andamento ostinato di “La bourrée du célibataire”, c’è davvero poco di cui lamentarsi.

Jacques Brel N° 3 aka Au printemps (Philips, 1958)

Registrato nel marzo 1958 e pubblicato un paio di mesi più tardi, è il disco che vede l’ingresso ufficiale di François Rauber nel mondo di Brel: sette fra i dieci brani in scaletta portano il suo nome, ora come coautore, ora come arrangiatore. I due si erano già incontrati nell’estate del ‘56 a Grenoble, su suggerimento di Canetti, che aveva notato Rauber durante le sue numerose apparizioni nei cabaret parigini come pianista, fra gli altri, di Serge Gainsbourg e Boris Vian. La collaborazione non ebbe lì per lì seguito perché Rauber preferì terminare gli studi al conservatorio, con l’accordo di riprendere il discorso una volta ottenuto il diploma.
Quest’opera rappresenta tuttavia un momento di transizione. Da un lato il connubio con Rauber, in fase di rodaggio, ancora stenta a decollare (benché la malinconica “Dors ma mie” potrebbe valere il repertorio maggiore), dall’altro André Popp è ancora della partita e ormai i suoi arrangiamenti, fatta eccezione per il jazz felpato di “Demain l'on se marie”, appaiono soffocanti. La veste strumentale non riesce insomma a diversificare le proposte di Brel come meriterebbero.

Jacques Brel N° 4 aka La valse à mille temps (Philips, 1959)

jacquesbrel_youngRegistrato nel settembre 1959 e pubblicato due mesi dopo, è l'album della consacrazione, sia artistica sia commerciale. Rimasti soli, Brel e Rauber perfezionano la propria alchimia e generano una sequenza di titoli destinati a segnare un'epoca.
“La valse à mille temps” è una di quelle canzoni che fanno rimpiangere all’appassionato di musica di non averne vissuto l’uscita. A ogni ascolto ci si domanda cosa potesse significare impattare in diretta un simile shock.
Il valzer immaginato dal duo parte lento e accelera gradualmente. L’arrangiamento e la distribuzione dei suoni sono puro genio: un canale lascia pulsare fisarmonica e legni, nell’altro un pianoforte ricama vivace ma a volume contenuto, senza mai sopraffare il resto. Sullo sfondo contrabasso, chitarra e piatti accompagnano con garbo. Brel intona un testo che è inno alla giovinezza e alla gioia di vivere, e tanto aumenta la velocità, tanto aumenta la sua foga, fino alla catarsi finale, quando entrano gli ottoni e lui srotola una valanga di parole nello spazio di pochi secondi. “Un valzer a mille tempi, un valzer a mille tempi, un valzer ha messo il tempo di pazientar vent’anni, perché tu abbia vent’anni, perché io abbia vent’anni […] Un valzer a mille tempi, offre solo agli amanti, trecentotrentatré volte il tempo, di costruire un romanzo”.
“Seul” certifica il crescendo drammatico fra i marchi di fabbrica di Brel. Nonostante la mole, l’orchestrazione non risulta eccessiva: chitarra classica e flauti, cornetta e tromboni, archi e metallofoni, tutti trovano il proprio spazio e lasciano spazio al resto. Rauber fa pieno ricorso ai suoi studi, è infatti impossibile non notare le affinità fra la questa orchestrazione e quelle dei musicisti classici che si sono confrontati con il folclore spagnolo, Ravel e Falla su tutti. Il testo torna a fare i conti con la solitudine, partendo dalla noia della vita di coppia sino ad arrivare, all’apice del crescendo, alla condizione universale dell’essere umano: “Siamo un milione a ridere, del milione di fronte, ma due milioni di risa, non impediscono che allo specchio, ci si ritrovi soli”.
“La dame patronesse” è una vignetta sarcastica che attacca finalmente in maniera aperta i valori cattolici, che la vita parigina aveva ormai reso intollerabili a Brel: “Per essere una buona dama di beneficenza, signore mie fate sempre le maglie in colore cacca d'oca, questo permette alla messa della domenica, di riconoscere subito i vostri poveri. Un punto per diritto, un punto per rovescio, un punto per San Giuseppe, un punto per San Tommaso”. La musica in sottofondo, praticamente una sonata seicentesca, esalta la vena satirica del brano.
Libero da ogni freno, Brel non può farsi mancare una caricatura dei suoi connazionali. In “Les Flamandes” descrive i belgi come persone prive di qualsiasi ambizione, con una vita prestabilita e senza respiro (è comunque evidente che si tratti solo di un pretesto e il messaggio sia riferito in realtà ai borghesi di ogni dove): “Le fiamminghe danzano senza dir niente, le fiamminghe non sono loquaci, se danzano è perché hanno vent'anni, e a vent'anni bisogna fidanzarsi, fidanzarsi per potersi sposare, e sposarsi per avere dei bambini”. Anche qui l’arrangiamento burlone – una marcetta da sagra paesana – è cucito su misura.
“Isabelle”, un jazz che a tratti rimanda alle serenate di Glenn Miller, è il brano più delicato del lotto, una tenera dedica alla seconda figlia di Jacques, nata l’anno precedente.
È quanto meno un po’ inquietante che il brano successivo in scaletta sia “La mort”. Con una padronanza delle parole ormai assoluta, piazza un paio di simboli azzeccati e ci ricopre uno spettro impressionante di significati e stati d’animo. La morte di Jacques è un’entità sfuggente che l’artista vede a più riprese con le sembianze di una vecchietta, di una principessa, di Carabosse (l’originaria fata maligna de “La bella addormentata”), delle ultime foglie dell’albero da cui verrà ricavata la sua bara. In questa tempesta di immagini Brel non appare tuttavia spaventato, anzi in coda a ognuna tiene a precisare che il tempo scorrerà in maniera più leggera, proprio grazie alla consapevolezza della fine. “La morte mi aspetta nelle tue mani chiare, che chiuderanno i miei occhi, per meglio lasciar passare il tempo”. Coerentemente alla sua atmosfera visionaria, il brano non è lugubre, si poggia bensì su uno sferzante tango, solcato dai frenetici disegni della sezione fiati.
Il disco si chiude con “La colombe”, testo molto sentito da Brel sulla all’epoca incandescente questione algerina. Oggi appare un filo retorico, ma il risultato è comunque toccante, per l’interpretazione, per l’ostinato d’archi reminiscente molta classica novecentesca e per i lontani colpi dei timpani, che rendono palpabile la sensazione di minaccia incombente da sempre portata con sé dalla guerra.
Se tutti i brani in scaletta sono a loro modo straordinari, “N° 4” è però legato a uno di questi in particolare, il quinto del primo lato. “Ne me quitte pas” è una delle canzoni più famose di tutti i tempi. In francese o in inglese, cantata da Brel o da uno dei tanti artisti di caratura internazionale che ci si sono cimentati, è praticamente impossibile non averla ascoltata almeno una volta nella vita. Non è facile capire perché proprio questa fra le tante. È poetica ma non è l’unico brano poetico di Brel, è struggente ma non è il suo unico brano struggente, è arrangiata divinamente ma anche questa non è una novità. Anzi ascoltandola con attenzione suona addirittura un po’ ostica, col suo tono deprimente e la totale assenza di un elemento ritmico. È però proprio questa esatta combinazione di note, suoni e parole che continua imperterrita da decenni a toccare il cuore di milioni di persone, in barba alle logiche commerciali e a chi vuole sempre trovare una ragione per tutto.
Oltre ad averlo imposto fra le più grandi star della musica francese, il brano è centrale nella carriera di Brel in quanto segna la prima collaborazione col pianista Gérard Jouannest, in seguito coautore di alcuni fra i suoi titoli più celebri. Con lui si completa un triangolo collaborativo che durerà fino alla morte dello chansonnier.

Jacques Brel 5 aka Marieke (Philips, 1961)

Il successo clamoroso del quarto album occupa tutto il 1960, le richieste dei concerti si moltiplicano e Brel riesce a tornare in studio solo nel febbraio del ’61. Il nuovo album esce due mesi più tardi, arrangiato per intero da Rauber e composto per metà da Jouannest.
“Marieke” è uno dei brani che mette meglio in mostra l’umanità di Brel, quest’uomo che sul palco sbraita come un soldato in battaglia, ma che in studio è capace di creare le poesie più soavi. Cantata parte in francese, parte in fiammingo, accavalla gli spasimi amorosi della giovinezza con luoghi e paesaggi tipici del Belgio, generando un vivido effetto nostalgico. “Marieke, Marieke, il cielo fiammingo, pesava troppo, da Bruges a Gand, sui tuoi vent'anni, che io amavo tanto, da Bruges a Gand”. L’arrangiamento è impalpabile: il piano di Jouannest che sembra gocce di pioggia, una fisarmonica, un filo d’orchestra e qualche squillo di tromba sul finale.
Sull’andamento terzinato di “Le moribond”, il protagonista rivolge le ultime parole alle persone che hanno segnato la sua vita (il miglior amico, il curato, la moglie e l’amante di lei). L’ultima raccomandazione è di affrontare la sua dipartita con baldanza e sprezzo della morte (“Voglio che ci si diverta come dei matti, voglio che si rida, voglio che si balli, quando mi si calerà giù”).
“On n’oublie rien” ha una melodia da classica chanson alla Charles Trenet, che Rauber si diverte a ricoprire di xilofoni, dandole un bislacco tono esotico. Brel nel frattempo ci spiega con poche parole come funzioni la vita: “Non ci si dimentica niente, di niente, ci si abitua, è tutto”. Se il sax sul finale entra del tutto inaspettato, rendendo il brano più che mai moderno, cosa dire allora delle percussioni caraibiche che introducono “Clara”, frenetica collisione fra mambo, jazz e liscio?
Rauber è ormai inarrestabile, riesce a sorprendere in ogni brano e a capire esattamente dove Brel si stia dirigendo. Non era una missione semplice riuscire a dare significato strumentale ai brani di un interprete invasivo come Jacques, un vero uragano, che avrebbe ucciso gran parte delle orchestrazioni del pop europeo dell’epoca. Ma non quelle di Rauber, tele fantastiche e zeppe di colori, che gli forniscono un habitat perfetto.

Enregistrement public à l'Olympia (Philips, 1962)

Registrato dal vivo nello storico teatro parigino, dal 27 al 29 ottobre ’61, uscì all’inizio dell’anno successivo. Sei fra i brani in scaletta erano all’epoca inediti e sarebbero finiti nel disco in studio pubblicato di lì a breve.
Jacques Brel è stato notoriamente uno dei più incredibili showman nella storia della musica popolare. I suoi concerti sono ricordati come rituali irripetibili, in cui l’artista si dimenava come una fiera, teatralizzando i propri racconti con eccezionali performance mimiche, per terminare costantemente in un lago di sudore. Tuttavia, venendo a mancare l’elemento visivo, non si può del tutto cogliere la portata dell’evento.
La musica contenuta nell’album è bellissima, le performance vocali roboanti, l’atmosfera adrenalinica. Rimane il fatto che, dovendo solo ascoltare, non ci sono poi grandi motivi per preferire queste versioni a quelle in studio, considerando anche che tendono a essergli abbastanza fedeli. Un titolo insomma di valore indiscutibile, ma mitizzato oltre i propri meriti, a causa della fama dell’artista in veste concertistica.

Jacques Brel aka Les bourgeois (Barclay, 1962)

Jacques BrelRegistrato nel marzo del ’62 e pubblicato un mese più tardi, è uno dei dischi più popolari di Brel e segna l’ingresso in formazione del fisarmonicista Jean Corti. Non sarà un collaboratore longevo come gli altri due, ma per qualche anno darà un contributo di peso, firmando anche alcuni brani.
Il disco è un filo più spoglio rispetto ai precedenti: i pezzi più chiassosi sono arrangiati come marcette bandistiche, con fiati e tamburi, quelli intimisti sono dominati a turno da chitarra, piano o fisarmonica. Benché l’orchestra non sia stata eliminata, l’utilizzo degli archi è stato razionato e il loro volume non è mai dominante. A sottolineare la posizione atipica dell’album, anche il fatto che non contenga quei crescendo che erano ormai diventati sinonimo dell’artista.
“Les bourgeois” è comunque il pezzo più velenoso e diretto inciso da Brel fino a quel momento, impressionante pensare che un testo così risalga al 1962. In Italia avremmo dovuto aspettare almeno un lustro per trovare una simile forma di irriverenza (penso al De André di “Carlo Martello…”, che rimane comunque alquanto leggera al confronto). “E quando verso mezzanotte passavano i notai, che uscivano dall’albergo ‘I Tre Fagiani’, gli si mostrava i nostri culi, e le nostre buone maniere, e gli si cantava: i borghesi sono come i maiali, più sono vecchi più sono bestie”.
“Le plat pays” è una nuova dedica al Belgio, questa volta di stampo esistenziale. Chitarra, voce e un sottilissimo velo d’archi: il gioiello folk intimista è servito. “Con un cielo così grigio che un canale s’è impiccato, con un cielo così grigio da farsi perdonare, con il vento del nord che viene a smembrarsi, con il vento del nord, ascoltatelo crepitare, questo piatto paese che è il mio”.
“Madeleine” e “Bruxelles” sono due contagiose caciare, con testi leggeri dedicati a amate sfuggenti e nostalgiche istantanee d’epoca, mentre l’eterea “Une île”, con le sue percussioni e il tappeto d’archi, si ricollega per un attimo al quinto album.

Olympia 64 (Barclay, 1964)

Registrato il 16 e 17 ottobre ’64 all’Olympia e pubblicato verso la fine dell’anno, è meno corposo del precedente live, ma forse più importante, dal momento che contiene tre brani mai incisi in studio e rintracciabili solo qui.
Uno di questi, “Amsterdam”, è fra gli inni di Brel e da solo potrebbe bastare a spiegare tutta la sua arte: crescendo drammatico con sfogo finale, testo con cuori infranti, uomini falliti e alcolizzati, sarcasmo sulle donne e condanna dell’infedeltà. “Nel porto di Amsterdam, ci sono marinai che bevono, e che bevono e ribevono, brindano alla salute, delle puttane di Amsterdam, di Amburgo o di dovunque”.
Gli altri inediti sono “Les timides” e “Les jardins du casino”, forse non degni del repertorio maggiore, per quanto rimangano un bel sentire. Il resto dello spazio è occupato dalla classica “Le plat pays” e da quattro brani il cui corrispettivo in studio vide la luce proprio in quel periodo, tramite una serie di mini-album.

Jacques Brel aka Les bonbons (Barclay, 1966)

Tre mini-album per la precisione, usciti fra il 1963 e il 1965, tutti intitolati “Jacques Brel”. Ben presto andati esauriti e mai ristampati, sono stati a grande richiesta riuniti nel 1966 in due antologie, con scalette rimescolate. Anche queste si intitolano “Jacques Brel”, ma vengono per comodità indicate come “Les bonbons” e “Ces gens-là”. Ancora oggi in catalogo, sono ormai considerate due album a tutti gli effetti e vedono Brel all’apice della forma.
La musichetta da carillon di “Les bonbons” fa da sfondo a una vignetta penosa: il protagonista, che sin dall’intonazione è dipinto come un imbranato, esce con una ragazza e si vede scaricato non appena questa incontra un amico. Tutta tintinnii e suoni appena accennati, “Les vieux” fece scalpore per il testo senza un barlume di speranza: “I vecchi non muoiono, s’addormentano un giorno e dormono troppo a lungo. Si tengono per mano, hanno paura di perdersi, e si perdono lo stesso. E l’altro resta là, il migliore o il peggiore, il buono o il cattivo non importa, quello dei due che resta si ritrova all’inferno”.
“Au suivant” è una sorta di torrenziale habanera in cui Brel si scatena contro la guerra: “Avanti il prossimo, avanti il prossimo, ma giuro che ascoltare quell'ufficiale del cazzo, è roba da tirarti fuori eserciti di impotenti […] Giuro sulla testa del mio primo scolo, che quella voce da allora io la sento continuamente”.
Pure nel tango “Les toros” si parla di guerra, ma questa volta in maniera indiretta, sfruttando la metafora della corrida e dimostrando le varie possibilità di Brel per arrivare al medesimo concetto: “I tori sono seccati la domenica, quando gli tocca di morire per noi […] i tori sognano di un inferno, in cui bruceranno tutti, uomini e toreri, e così in punto di morte, ci odieranno, e penseranno a Cartagine, Waterloo e Verdun”.
‎In “La Fanette” Rauber, che nei brani più delicati del disco si era trattenuto, sfoga finalmente tutto il suo romanticismo grazie a un’orchestrazione lenta e densissima, con il mandolino a dare un’aria tutta mediterranea. Il testo parla di due amici che durante un’estate lontana si innamorarono della stessa ragazza, mostrando la situazione dalla prospettiva di quello rimasto con un palmo di naso.

Jacques Brel aka Ces gens-là (Barclay, 1966)

Jacques Brel“Ces gens-là” è il crescendo fra i crescendo. Il testo è diviso in due parti: prima vengono descritti apparenza e drammi di una famiglia borghese, poi l’attenzione si sposta sulla loro figlia minore, si scopre che il narratore la ama e che i parenti di lei ostacolano il rapporto fra i due. Per un bel pezzo solo il piano di Jouannest e il contrabbasso – all’unisono in un passo angosciante e stentoreo – accompagnano il canto, poi nella seconda sezione la tensione si libera e irrompe l’orchestra.
“Jef” è una scena tragicomica fra due amici, con un sinistro saliscendi d’archi che si stempera nel suono dolce della fisarmonica quando il narratore, per sollevare il morale dell’altro, gli ricorda i bei tempi passati.
“Jacky” è una marcetta con flauti, tuba, ukulele, grancassa e fisarmonica. Il passo sardonico è perfetto per un testo che deride la figura dei cantanti, da quelli di medio livello che si esibiscono in locali chic abbordando signore di mezza età, a quelli che hanno raggiunto il top e si credono divinità. Il disprezzo raggiunge lo zenit nel ritornello, in cui Brel – fingendo di invidiare qualche imprecisato collega – afferma che vorrebbe “essere un’ora, un’ora ogni tanto, un’ora e non più di un’ora, bello, bello, bello e coglione insieme”.
Molto più tranquilla, “Les bergers” è dedica alla figura del pastore, senza particolari metafore o significati nascosti. In compenso Rauber sfoggia una delle prestazioni migliori: sul ritmo danzereccio dettato da contrabbasso e chitarre spagnoleggianti, discendono prima piccoli schizzi di pifferi e arpe, poi l’orchestra, dosata con cristallina delicatezza.
In “Le tango funèbre” il defunto se la prende con le persone presenti al suo funerale (“Pensano al prezzo dei fiori, e trovano indecente, di non morire in primavera, quando ci sono i lillà”), ma a rubare la scena è “Fernand”. Lo sfiancante crescendo vede il giovane protagonista piangere l’amico scomparso in guerra, prima di sbottare contro donne, guerra e incertezza del futuro, mettendo a nudo ancora una volta le ossessioni di Brel: “Tu dici che io ritornerò, che ritornerò spesso, in questo cimitero del cazzo, dove tu ti devi riposare. L'estate ti farò dell'ombra, berremo del silenzio, alla salute di Constance, che se ne strafrega della tua ombra. E poi gli adulti sono talmente coglioni, che ci faranno fare un’altra guerra, allora io verrò davvero, a dormire nel tuo cimitero”.
La semiseria “Mathilde” canta l’amore senza freni per una ragazza su una musica marziale e epica, che rimanda a scene da duello Western, con tanto di tripudio fiatistico influenzato dalla tradizione latina. E ancora l’amore è protagonista del numero di chiusura, la pianistica “Les désespérés”, ma questa volta c’è poco da scherzare. Città grigie, nebbia e ponti minacciosi sono l’ambientazione in cui Brel colloca tutti coloro che hanno subito dure batoste sentimentali, dipingendoli come condannati che vagano senza scopo. “Hanno bruciato le loro ali, hanno perduto i loro rami, talmente naufragati, che la morte sembra bianca”.

Jacques Brel 67 (Barclay, 1967)

Registrato e pubblicato nel settembre del ’67, è un disco meno fresco rispetto ai due clamorosi precedenti. In alcuni tratti si ha l’impressione che la formula inizi a pesare, soprattutto allo stesso artista, che non a caso ha già annunciato il ritiro dalle scene concertistiche (il suo ultimo spettacolo si tenne il 16 maggio di quello stesso anno a Roubaix).
Tuttavia quando l’acciaccato leone sfodera gli artigli, le emozioni sanno ancora essere intense. Si pensi a “Fils de…”, girandola melodica in accelerazione che rimanda ai bei tempi del valzer a mille tempi e riesce a bissarne la potenza, o all’eterna “La chanson de vieux amants”, in cui una coppia si perdona a vicenda gli screzi e i tradimenti passati, ora che la vecchiaia li ha resi l’uno bastone dell’altro. “Il tempo passa e ci scoraggia, tormenti sulla nostra via, ma dimmi c'é peggior insidia, che amarsi con monotonia”.
Il momento più controverso del disco è “Les bonbons 67”, in cui si assiste al ritorno del tipo impacciato e un po’ ridicolo presentato al pubblico tre anni prima. Al termine della canzone avviene il colpo di scena, quando le sue attenzioni si rivolgono a un altro ragazzo. Il ritratto tanto negativo di una figura omosessuale ha attirato diverse critiche su Brel, soprattutto in tempi recenti.

Jacques Brel aka J’arrive (Barclay, 1968)

Registrato e pubblicato nel settembre ’68, rimarrà a lungo l’ultimo album di Brel con canzoni inedite. Ormai esausto, l’autore spreme le sue ultime energie e si inventa il momentaneo commiato.
Ad aggiudicarsi il primo impatto sono i brani segnati dal nuovo collaboratore, il versatile fisarmonicista Marcel Azzola, che ritroveremo poi nel disco del’77. Se nella dimessa “L’éclusier” lo strumento suona poche note e lavora più che altro sul timbro, nell’arrembante “Vesoul” inventa virtuosismi di rara vitalità.
“J’arrive”, col famigerato incedere d’archi e i trionfali stacchi fiatistici, è la riflessione sulla morte che – ormai come una tassa – si insinua in ogni disco di Brel, mentre “L’ostendaise” vede Rauber tornare alla composizione dopo cinque anni dedicati esclusivamente agli arrangiamenti. È un ritorno in grande stile, un pacato distendersi di note incantate, guidate da pianoforte e arpa, mentre Brel racconta di una ragazza che, stanca di aspettare il marinaio con cui è fidanzata, si lega a un farmacista. “Ci sono due specie di tempi, c'è il tempo che si aspetta, e il tempo che si spera. Ci sono due specie di persone, ci sono quelle che vivono, e quelle che sono per mare”.
Il Brel musicale che conti termina momentaneamente qui. Nel dicembre dello stesso anno la televisione nazionale trasmette L'homme de la Mancha, versione francese di un musical americano composto da Mitch Leigh. Brel vi prende parte in veste di traduttore, produttore e Don Chisciotte. La colonna sonora rimarrà per quattro anni l’ultima pubblicazione a lui ascrivibile.
Nel frattempo si dedicherà al cinema, partecipando a una decina di film e dirigendone un paio lui stesso.

Ne me quitte pas (Barclay, 1972)

Registrato nel luglio 1972 e pubblicato in settembre, è l’album in cui Brel rilegge i propri classici. Utile più all’artista stesso, per guardarsi indietro e meglio comprendere cosa avesse rappresentato il proprio canzoniere, che al pubblico. Le nuove versioni infatti, per quanto impeccabilmente arrangiate e interpretate, non possono superare le originali.
Un paio d’anni dopo Brel scopre di essere malato e, convintosi che non gli rimanga più molto tempo, fa testamento e se ne va a vivere alle isole Marchesi, in pieno oceano Pacifico, rompendo il riposo soltanto per saltuari viaggi in barca, da sempre una delle sue fissazioni.

Brel aka Les Marquises (Barclay, 1977)

jacquesbrel_oldNel settembre del ‘77 si rumoreggia che Brel sia rientrato a Parigi e stia lavorando a un nuovo album. Senza l’appoggio di alcuna anticipazione radiofonica, intervista o apparizione promozionale, il 17 novembre l’album è nei negozi. L’artwork è decisamente premonitore: la scritta “Brel” campeggia solitaria su uno sfondo di nuvole celesti.
La pubblicazione viene percepita come un evento epocale, essendo il suo primo disco di inediti dal 1968, e il successo supera ogni aspettativa. Si stima che a oggi l’album abbia venduto un milione e duecentomila copie contando la sola Francia. È un sipario trionfale per il cantante, che morirà un anno dopo, la notte del 9 ottobre 1978.
Consapevole della fine vicina, Brel mette tutto se stesso nell’album, denso di energia e tensione.
“Jaurès” è dedicata al leader socialista francese ucciso nel luglio 1914, mentre tentava di impedire la guerra con la Germania. Solo le lunghe e dimesse note della fisarmonica di Azzola accompagnano la voce di Brel, che descrive la durissima vita degli operai dell’epoca, e fa notare come proprio uno di questi – il giovane nazionalista Raoul Villain, che desiderava il conflitto con i tedeschi – abbia compiuto l’assassinio, nonostante Juarès fosse fra i politici che più si erano mobilitati per i diritti dei lavoratori.
In “La ville s’endormait” evaporano i riferimenti storici e rimane solo la poesia, a disegnare una città immaginaria vista di notte, dove la notte simboleggia la fine della vita, e nello specifico della vita dell’autore. “È vero che alle volte verso sera gli uccelli assomigliano a delle onde, e le onde agli uccelli, e gli uomini alle risate, e le risate a singhiozzi. È vero che spesso il mare perde l'incanto, voglio dire con questo che canta altre canzoni, diverse dalle canzoni nei libri per bambini”. L’arrangiamento non lascia scampo: il piano di Jouannest concede poche note e le ripete con delicatezza, mentre l’orchestra di Rauber copre tutto con un passo inesorabile, nero come la pece.
Agli antipodi, l’irresistibile “Les remparts de Varsovie”, con testo comico che vede protagonista una donna “birichina”, è una chanson vecchio stampo segnata dai vivaci ghirigori del piano e dai continui rimbrotti della sezione fiati.
Se la celebre “Voir un ami pleurer” è una toccante ballata sull’amicizia e “Viellir” torna a sfruttare il binomio tango-morte come già in passato, “Les F…” è invece la prima incursione di Brel in territorio disco-funk. La base strumentale è una ripresa di “The Frog”, dal repertorio del pianista brasiliano João Donato, mentre il testo è l’ultimo e definitivo attacco dell’autore ai nazionalisti fiamminghi: “Nazisti durante le guerre, cattolici fra una guerra e l'altra, passate continuamente dal fucile al messale, […] signori Flamingants, andate affanculo”.
Dedicati rispettivamente a un suo grande amico morto tre anni prima e alle sue amate isole, “Jojo” e “Les Marquises” sono i titoli più sentiti dall’autore. Gli arrangiamenti sono minimali, sembrano quasi aver paura di poter scalfire le parole: uno è per sola chitarra, l’altro per archi appena pizzicati.
Cinque brani registrati durante le sessioni di “Brel” vennero esclusi dalla cernita finale, con raccomandazione dell’autore affinché non venissero mai pubblicati. Il desiderio è stato mantenuto fino al 2003, quando i suoi familiari hanno acconsentito a inserirli nel box “Boîte à bonbons” e nella raccolta “Infiniment”.
Fra questi ce n’è uno in particolare, “La cathédrale”, che è plausibilmente fra i pezzi più belli di Brel, con quella fisarmonica malinconica, e il rigonfiarsi orchestrale che esplode in un finale imponente e liberatorio. Il testo è un sogno a occhi aperti in cui l’autore mostra la sua passione per la navigazione, immaginando di poter guidare una cattedrale come fosse una galeone. “Questa cattedrale in pietra, che verrà sconsacrata, trainatela attraverso la terra, fino a che non venga a fiorire il mare, issate la vela sorridendo, e via, verso l’Inghilterra”.

Valori del microcosmo Brel

Non si possono fare i conti con l’opera di Brel senza imbattersi nelle sue contraddizioni e senza notare la sua insistita negatività. Letti con gli occhi di oggi quei testi appaiono tutto tranne che politicamente corretti, ma considerando quanto tempo è passato, non sarà certo un problema comprendere le motivazioni e il contesto che spinsero a certi sfoghi questo belga provinciale, educato secondo precetti conservatori che sono poi stati travolti dalla bella vita della metropoli, generando una serie infinita di contrasti e sensi di colpa.
Fortunatamente la sua giovanile passione per la letteratura fece sì che potesse esprimere questa serie di conflitti interiori in maniera colorata, suggestiva, linguisticamente ricercata e di una tale profondità da generare empatia ancora oggi.
È vero che le canzoni di Brel sono state spesso sessiste (con le donne dipinte via via come subdole, egoiste, traditrici, facili alla carne), così come è vero che hanno espresso talvolta posizioni omofobe (si pensi alle vocine effeminate con cui venivano presentati i personaggi più imbranati e inetti, o alla neanche troppo velata equiparazione fra omosessualità e impotenza). D’altro canto è pero facile notare come spesso anche la più tipica figura maschile venisse descritta in maniera estremamente negativa: ossessionata dalla propria vita sessuale, incapace di tenere in piedi la famiglia di cui dovrebbe essere perno, piegata al denaro, vile, violenta, non di rado schiava dell'alcol, e chi più ne ha più ne metta.
Pertanto la condizione di base Brel è molto semplicemente indicabile come una forma fagocitante di misantropia, in cui nessuna categoria è al sicuro: nobildonne e prostitute, eterosessuali e gay, lavoratori e sfaticati, preti e laici, sono tutti stati prima o dopo messi alla berlina dal cantante.
A Brel non interessano minimamente le contrapposizioni che sostengono la struttura sociale in cui siamo inseriti. Se in “A suivant” si scaglia contro i militari, equiparandoli agli assassini, in “Les bonbons 67” il protagonista – fra le altre cose – è un pacifista militante, che lo fa però solo per moda e non perché gli interessino quegli ideali. Insomma l’umanità vista da lontano è un ammasso informe e mostruoso, verso cui Brel prova un equanime ribrezzo.
Le cose cambiano nel rapporto uno a uno, in cui parte di quei difetti e di quelle brutture permangono ma, grazie a una visione ravvicinata e approfondita, riescono a emergere anche i lati positivi. Da cui le tante canzoni sull’amicizia, la pietà per gli individui emarginati dalla crudeltà che li circonda, i momenti romantici in cui la donna acquista umanità e tenerezza.
La visione di Brel è in sostanza troppo contorta per lasciare spazio a polemiche superficiali. Talmente contorta che non di rado è stata la sua persona a finire oggetto di quegli strali. Dal codardo che va in chiesa per pulire la propria coscienza in “Grand Jacques”, allo squallido cascamorto operante a Knokke-le-Zoute descritto in “Jacky”, Brel non s’è mai tirato indietro quando s’è trattato di mostrare le proprie debolezze.

L’influenza

Jacques BrelIn Francia Brel è ancora oggi un modello insuperato. Molti chansonnier, dai più tradizionali ai più vicini al rock, devono fare i conti con lui. Tanto giganti del pop locale come Serge Lama, quanto maestri della scena alternativa come Alain Bashung o, in tempi più recenti, Damien Saez, gli devono una discreta parte della loro impostazione artistica.
Barbara, sconosciuta fuori dai confini nazionali, ma icona in patria e generalmente considerata la più grande cantautrice francese del dopo-Piaf, costruì il suo stile su quello di Brel, prima di individuare una propria strada.
Quanto alla star belga Stromae, negli ultimi anni onnipresente, sarà bene che il pubblico più attento non prenda a detestarlo per partito preso, perché in lui sono rintracciabili molti aspetti del connazionale maestro. Gli basterà abbassare un po’ i volumi dei synth e la cosa emergerà con ancor maggiore evidenza.
Spostandoci altrove, è affermabile con discreta certezza che Brel sia l’autore non anglofono più coverizzato di tutti i tempi (viene in mente solo Jobim che possa raggiungerlo).
I suoi innumerevoli classici vantano miriadi di riletture (già contando solo “Le moribond” e “Ne me quitte pas” si rintracciano circa seicento incisioni di una certa rilevanza). A sfogliare i nomi che hanno pescato dal suo canzoniere si rischia di impallidire: ci troverete chiunque, da Nina Simone al gigante country Glen Campbell, dalla teatralità teutonica di Ute Lemper alla Milano di Giorgio Gaber (che doveva a Brel molto dell'atteggiamento espresso sul palco, come del resto ha sempre limpidamente ammesso).
Perché proprio Brel, fra i tanti grandi della musica francese? La mia opinione è che Brel fosse anzitutto particolarmente appetibile a livello musicale.
Se lo paragoniamo al suo contemporaneo George Brassens, personaggio imprescindibile che a sua volta ha gettato la base per un certo tipo di cantautorato (si chieda a De André), non si può non notare quanto i brani di Brel siano più fruibili, almeno a parità di mancata comprensione del testo.
Non che si voglia sostenere che i pezzi di Brassens suonino tutti uguali, sarebbe irriguardoso e superficiale, ma di certo contando solo su voce e chitarra, una volta eliminato il significato della parola non potevano competere con Brel, che aveva dalla sua melodie arzigogolate e arrangiamenti rigogliosi, frutto del lavoro di squadra con i suoi maiuscoli collaboratori.
Nei primi anni Sessanta Rod McKuen, autore di canzoni e poeta californiano, iniziò a tradurre Brel in inglese, benché spesso addolcendone i tratti (i suoi testi erano davvero troppo violenti per il bigotto pubblico americano dell'epoca). In seguito fu la volta di Mort Shuman, le cui traduzioni – più vicine alle versioni originali – confluirono nel musical “Jacques Brel Is Alive And Well And Living In Paris”, che sarebbe andato in scena a New York quasi ininterrottamente dal 1968 al 1972, per quanto in teatri di medio calibro. In seguito venne trasposto in diverse altre lingue.
C’è quindi da mettere in conto la figura sacra del Brel concertista. Il suo impeto nell’affrontare il palcoscenico, la sua violenta presenza, le sue continue aggressioni mimiche, hanno profondamente segnato l’approccio alla performance di molti artisti che sono in seguito divenuti protagonisti della musica pop e rock.

Dopo essersi trasferito in Inghilterra, Scott Walker divenne suo ardente ammiratore, e oltre a rileggerne una decina di canzoni, impostò le sue esibizioni dal vivo su un tipo di teatralità che ricordava inequivocabilmente quella di Brel.
Mediante Walker la sua influenza raggiunse David Bowie e Marc Almond, che entrambi si sono poi appassionati a lui in maniera diretta: Bowie ha affrontato “La mort” (“My Death”) e “Amsterdam”, con risultati peraltro brillanti, Almond è arrivato addirittura a dedicargli un intero album, “Jacques” (1989). Nel 1973 Alex Harvey, cometa del glam-rock, affrontò “Au suivant” (“Next”), in una resa sopra le righe a lungo rimasta nella memoria del pubblico britannico.
Un altro effetto tangibile e diretto di Brel sui musicisti pop anglofoni, soprattutto britannici, fu l’inasprimento del linguaggio. Se è vero che qualche band inglese, Stones in testa, aveva già iniziato a pubblicare brani alquanto irriverenti, i loro testi rimanevano quelli di tenere educande se paragonati a quelli di Brel.
Quando Walker – nelle idee dei discografici un bambolotto da vendere alle quindicenni, in balia del suo viso e dei suoi boccoli biondi – si ribellò al circo e cominciò a incidere i brani di Brel, i dirigenti e i media si ritrovarono a fare i conti con testi che contenevano espressioni impensabili come “in mezzo alle tue cosce”, oltre a fare conoscenza diretta con “froci”, “gonorrea”, donne di bassa levatura morale, variopinti riferimenti anatomici, ossessioni psicotiche, attacchi all’ordine sociale e quant’altro. L’imbarazzo fu elevatissimo, in più casi si arrivò alla censura: la sua eccezionale versione di “Jacky” per esempio (dal titolo modificato semplicemente in “Jackie”) subì le cesoie della BBC. Ormai però, per quanto si potesse tagliare, il processo era avviato: Bowie e molti altri della sua generazione comprarono i dischi di Walker e quel nuovo tipo di linguaggio sarebbe dilagato negli anni a venire.
Ovviamente ciò non significa che Brel sia stato una mera miccia dell’irriverenza: la sua energia derivava proprio dal riuscire a generare uno stordente effetto poetico nonostante l’utilizzo di quel linguaggio, e dalla capacità di saperlo dosare e alternare a momenti di assoluta tenerezza. Del resto, non avrebbe conquistato più generazioni di artisti e ascoltatori se la sua incendiaria scelta delle parole non avesse fatto parte di un progetto infinitamente più complesso, a cui si spera con questa monografia di aver reso un modesto omaggio.

Jacques Brel

Furia e poesia della chanson

di Federico Romagnoli

Dagli esordi nei cabaret di Bruxelles alla consacrazione parigina, dalle vincenti collaborazioni con Rauber e Jouannest alla scomparsa prematura, la storia del più tormentato degli chansonnier. La cui produzione ha segnato più generazioni e rimane ancora oggi fonte ispiratrice per una moltitudine di artisti.
Jacques Brel
Discografia
 Jacques Brel et ses chansons (Philips, 1954-55)    
 Jacques Brel 2. Quand on n'a que l'amour (Philips, 1957)
 Jacques Brel N° 3 [Au printemps] (Philips, 1958)
Jacques Brel N° 4 [La valse à mille temps] (Philips, 1959)
Jacques Brel 5 [Marieke] (Philips, 1961)
 Enregistrement public à l'Olympia (live, Philips, 1962)
 Jacques Brel [Les bourgeois] (Barclay, 1962)
 Olympia 64 (live, Barclay, 1964)
Jacques Brel [Les bonbons] (Barclay, 1966)
Jacques Brel [Ces gens-là] (Barclay, 1966)
 Jacques Brel 67 (Barclay, 1967)
 Jacques Brel [J'arrive] (Barclay, 1968)
 L'homme de la Mancha, con Joan Diener (Barclay, 1968)
 Ne me quitte pas (Barclay, 1972)
Brel [Les Marquises] (Barclay, 1977)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

JACQUES BREL

Jacques Brel N° 4

(1959 - Philips)
La definitiva consacrazione del grande chansonnier belga

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