Johnny Cash

Johnny Cash

The man in black

di Mauro Vecchio

Il mefistofelico viandante dello spirito della nazione americana. L’uomo solitario che faceva abbeverare i delinquenti di Folsom alla fonte del country-blues. Un "outlaw" al servizio del Signore. Viaggio nella leggenda di Johnny Cash: dagli esordi al declino, fino alla resurrezione artistica degli ultimi anni di vita, quando anche una nuova generazione di artisti lo ha eletto a suo "nume"
Aveva il dono di far sentire chiunque la persona più importante del mondo. Johnny Cash è un vero eroe americano
(Kris Kristofferson)

Era una persona vera ed era straordinario. Quando ha cominciato a cantare ecco che tutta la sua malattia sembrava scomparsa. E ha riacquistato energia. Ho spesso sentito cose del genere, e spesso sono solo stronzate, ma questa era vera sul serio. Mentre sedevo là con lui e gli parlavo, mi chiedevo se sarebbe stato in grado di cantare una cosa qualsiasi. Ma poi quando si è seduto là c’era proprio questa forza vera, questa forza della natura che è uscita da lui. Poi dopo due ore, quando me ne sono uscito fuori, pensavo: accidenti, che cosa è successo? Quella era una cosa straordinaria. Mi sentivo come se avessi davvero visto qualcosa che per me era immensamente confortante, piena di ispirazione e davvero incredibile
(Nick Cave)

L’amore è qualcosa di incandescente e dà vita a un cerchio ardente. Guidato da un desiderio indomabile, sono precipitato in un cerchio di fuoco
(Johnny Cash)

Intro

L’impero di fango

Piccole statue sofferenti e frutta a cascata da una coppa di bronzo. I primi, scheletrici accordi di una nenia struggente. Una chitarra nera tra le braccia di un uomo anziano, capelli radi e bianchi, sguardo perso nel vuoto a ricordare qualcosa che sfugge. "Colpisco me stesso oggi, per vedere se provo qualcosa. Mi concentro sul dolore, l’unica vera cosa che c’è".
C’è una bandiera americana e un museo chiuso al pubblico. Un tocco leggero di tasti per una decadenza fiera, di chi ha lottato, sudato e bruciato come un anello di fuoco. "Cosa sono diventato, amica mia dolcissima? Tutti quelli che conosco alla fine se ne vanno".
C’è un treno e un uomo dallo sguardo intenso, sorridente. Poi un disco infranto. "Tu potresti averlo tutto, il mio impero di fango". Dietro una casa bianca i sentimenti sembrano svanire. Una donna anziana e poi giovane fissa l’uomo con sguardo amorevole, ricolmo di dedizione. Seduto sulla sua "sedia da bugiardo", bagna l’abbondante cibo con un calice di vino rosso. Forse un modo per iniziare di nuovo. Miglia e miglia lontano. Forse un modo per concludere un viaggio. Un viaggio d’amore, di fede. Il viaggio di una leggenda americana.

Hello, I’m Johnny Cash

Il piccolo J.R. Cash viene alla luce il 26 febbraio del 1932. E’ il terzo figlio per il mezzadro Ray Cash e sua moglie, Carrie Rivers. Entrambi di origini anglosassoni, i due non potrebbero essere più diversi. Lei, alta e socievole, vorrebbe dare al nuovo arrivato il nome di John, mentre lui, robusto e lunatico, vorrebbe chiamarlo come se stesso, Ray. Alla fine, J.R. sembra un buon compromesso nell’angusta casa dei Cash a Kingsland, Arkansas.
I primi anni 30, negli Stati Uniti, non rappresentano certo l’eden. La Depressione butta giù il prezzo del cotone e, di conseguenza, l’economia domestica di migliaia di coltivatori.
E’ il 1935 quando Ray Cash e i suoi figlioli si trasferiscono a Dyess, un progetto di colonizzazione nell’ambito del New Deal del presidente Roosevelt. Un viaggio per terre più fruttuose, per scacciare i fantasmi più cattivi. Dopo soli sei anni, il piccolo J.R. è già nei campi a dare una mano, portando l’acqua che serve per alimentare un sogno di tranquillità e prosperità.
E’, tuttavia, una vita programmata al secondo. J.R. ha subito voglia di evadere, almeno con la mente. Inizia lentamente a far entrare la musica dentro di sé, ascoltando i grandi programmi alla radio in diretta da Nashville o le canzoni di preghiera. A dodici anni, risponde alla chiamata cristiana e viene battezzato presso la First Baptist Church.
Musica e religione occupano improvvisamente il suo cuore, ma una piccola tragedia è appena dietro l’angolo. Nello stesso 1944, l’amato fratello maggiore Jack Cash trova la morte in un incidente con la motosega. Il padre, disperato, arriverà a incolpare J.R. dell’accaduto, dicendogli che sarebbe dovuto morire lui. L’evento lo porta a una sempre maggiore introspezione, introducendolo al piacere di scrivere storie e, soprattutto, di suonare la chitarra.

La vita tranquilla del giovane Cash è fatta di penna, ragazze e moderazione religiosa. Fino al diploma nel 1950. Fino all’invasione della Corea del Sud da parte di quella del Nord. E’ il 7 luglio del 1950 quando John Ray (così scrisse) Cash si arruola nella U.S. Air Force. Inizia, così, il suo viaggio verso la piena maturità di uomo. Viene reclutato a Little Rock e poi mandato per l’addestramento a Lackland, San Antonio, e infine alla base di Keesler in Mississippi. Il ragazzo dimostra subito grande abilità nell’imparare il codice Morse, ottenendo un posto nel neonato Dodicesimo squadrone radio mobile (Rsm) con sede a Landsberg, in Germania Ovest.
Prima di partire, Cash passa un po’ di tempo insieme a Vivian Liberto, diciassettenne italoamericana conosciuta su una pista di pattinaggio.
Il periodo in Germania offre al soldato John Ray l’opportunità di mettersi in mostra, ma, soprattutto, di assaggiare per la prima volta uno stile di vita più tenero verso alcol, fumo e caffè. Non ragazze. Cash parla di Vivian in modo accorato e fedele.
Sono i primi anni in cui John Ray prende confidenza con una chitarra acustica da 25 marchi, inseguendo il sogno scapestrato di Hank Williams insieme ad alcuni compagni di caserma. La stella del country ascesa al cielo delle classifiche e poi a quello divino nel capodanno del 1953.

Cash entra in una fase di profondo sconforto che, tuttavia, si rivela subito fruttuosa: inizia a scrivere le sue prime storie (sotto lo pseudonimo di Johnny Dollar) e, soprattutto, le sue prime canzoni. Il soldato John Ray viaggia molto, recandosi a Parigi, Amsterdam, Londra e Berlino. Arricchisce il suo spirito e diventa uomo, pronto a tornare dall’amata Vivian, a casa.
Il 3 luglio 1954 il soldato John Ray Cash viene congedato con onore a Camp Kilmer, New Jersey. Non è affatto un caso che, nello stesso giorno, il chitarrista Scotty Moore inviti un giovane di nome Elvis Aaron Presley alla Sun Records di Sam Phillips. Appena due giorni dopo, inciderà "That’s All Right (Mama)". Nell’aria c’è odore di rivoluzione.

Walking the line

Johnny CashSubito dopo il congedo, l’ormai ex-soldato John Ray Cash torna a Memphis dove viene salutato dalla famiglia e, soprattutto, da Vivian Liberto. Nel "comitato d’accoglienza", Marshall Grant e Luther Perkins, meccanici amici di suo fratello nonché aspiranti musicisti.
L’idea è di riunirsi per suonare, ma prima c’è qualcosa di più importante ad attendere John Ray: il 7 agosto del 1954 sposerà la sua Vivian. E non si tratta affatto di una cosa facile. Bisogna fare l’uomo e pagare l’affitto. Cash trova un impiego come venditore porta a porta di lavatrici. Il suo sogno, ovviamente, è un altro. In auto, ascolta lo show radiofonico Red Hot and Blue che trasmette senza sosta un sound innovativo chiamato rock and roll. Decide, così, di provare la strada della radio: alla Keegan’s School of Broadcasting per diventare speaker provetto.
Prima di sposarsi in Texas, senza un soldo.
Marito felice, Cash fraternizza con Grant e Perkins, mettendo su un trio di chitarra solista (Perkins), chitarra ritmica e voce (John) e contrabbasso (Grant). La band si diverte a suonare in giro tra chiese e ristoranti, ma John Ray vuole di più. Realizzare un vero disco.

Nel settembre 1954 Cash incontra per la prima volta Elvis Presley dopo un concerto, ma, soprattutto, il suo musicista Scotty Moore che gli consiglia di chiamare il boss della Sun Records, Sam Phillips. Non se lo fa ripetere due volte. I tre si esibiscono negli studi Sun, suscitando l’interesse vivo di Phillips, soprattutto sulle potenzialità di una delle primissime canzoni scritte da Cash, "Hey! Porter".
E si arriva al maggio-giugno del 1955. Prima nasce Rosanne, primogenita in casa Cash-Liberto, e poi "Hey! Porter"/ "Cry, Cry, Cry", singolo d’esordio di Johnny Cash and the Tennessee Two.
Sam Phillips dice che Johnny è molto più ribelle di John. In un mese, le radio di tutto il Sud dicono che il singolo è qualcosa di fantastico. Johnny Cash si firma già come "il giovane artista più promettente che Memphis, Tennessee abbia mai prodotto". Il trio parte per un giro di piccoli concerti tra Arkansas e Tennessee, arrivando a suonare con Webb Pierce, Sonny James e, soprattutto, Elvis Presley.
E’ il 5 agosto 1955: sul palco dell’Overton Park Shell debuttano nel mondo della musica che conta Johnny Cash and the Tennessee Two. Ed è anche la realizzazione di un sogno: subito dopo, i tre partono per un tour del West Texas con lo stesso Elvis e Jean Sheppard.

La vita scorre così, tra esibizioni dal vivo e vendite porta a porta di elettrodomestici. Cash, infatti, passa ancora il suo tempo a raggranellare qualche dollaro in più, nonostante le ottime vendite del suo singolo "Cry, Cry, Cry" (alla fine centomila copie). Vivian non vede affatto di buon occhio tutti i giri in tournée del marito, impaurita soprattutto dalla massa di ragazzine che sbavano dietro al bacino di Elvis. Quasi in risposta, Johnny butta giù una canzone sul "rigare dritto". Si chiama "I Walk The Line". E’ Carl Perkins che lo aiuta con il titolo, ricambiato da Cash con il nome di un brano: "Blue Suede Shoes".Nel febbraio 1956, il suo nuovo singolo "Folsom Prison Blues"/ "So Doggone Lonesome" si appresta a scalare posizioni importanti nelle classifiche country. Poco prima, Cash appare per la prima volta al Louisiana Hayride, trasmissione radio dal vivo che la Kwkh trasmette, ogni sabato sera, dal Municipal Auditorium di Shreveport, Louisiana. E’, forse, questo il primo assaggio del giovane Johnny a una vera e propria fetta di fama. Fama tentatrice che lo porta via dalle vendite porta a porta e, soprattutto, dal "rigare dritto".

The songs that made him famous

All’inizio del 1956 gli Stati Uniti sono, ormai, pronti alla grande rivoluzione del rock and roll. Elvis Presley si dichiara re incontrastato del nuovo corso, a partire da due singoli spartiacque: "Heartbreak Hotel" e "Blue Suede Shoes". Sospinto dalla nuova marea sonica, Johnny Cash esce dai limitati confini del country sudista con "I Walk The Line", primo singolo a entrare nelle classifiche pop. Cash, tuttavia, rimane fedele al suo animo rurale, realizzando uno dei suoi più grandi sogni: arrivare al Grand Ole Opry da Nashville, spettacolo di punta per amanti della country music. E’ il 7 luglio e, dietro le quinte dello show, Johnny incontra per la prima volta lo sguardo di June Carter, bellezza della Carter Family, storica formazione country-gospel della Virginia.
La sua popolarità cresce mese dopo mese. Per sfruttare al meglio il successo di "I Walk The Line", il manager di Cash, Bob Neal, organizza un breve tour in California per il febbraio del 1957. A seguire, un giro in Canada, prima volta al di là delle mura a stelle e strisce. Vera ciliegina sulla torta, un contratto per dieci puntate del Jackie Gleason Show.
La vita on the road è, tuttavia, estremamente dura e spossante. Johnny e i suoi musicisti devono affrontare viaggi lunghissimi, per spostarsi tra una data e l’altra. "Fortunatamente" c’è una via d’uscita, generosa e affascinante: la piccola pillola bianca, l’anfetamina. Cash inizia ad assumere quantità sempre maggiori di droga, lasciando in disparte la moglie, scrivendo canzoni quasi senza sosta. Sul palco diventa una vera forza della natura, loquace oltre ogni limite e sbruffone nelle sue pose da chitarrista cantastorie.

Seconda metà del 1957. Ad aprile partono nuove registrazioni con la Sun, in compagnia di Jack Clement, giovane tecnico del suono voluto da Sam Phillips per la sua etichetta. E’ anche grazie a lui che Cash riesce, finalmente, a portare a termine il suo primo album. E’ il primo Lp pubblicato dalla Sun Records che, tuttavia, non sembra più soddisfare le voglie artistiche del figliol prodigo Johnny.
Ad agosto, Cash incontra a un party Don Law, produttore inglese, che lo spinge a firmare un più succulento contratto con la Columbia Records. Johnny è, ovviamente, attratto dai soldi, ma, soprattutto, è stanco del modo commerciale con cui Phillips sta trattando la sua musica. Il boss della Sun, infatti, non vede di buon occhio la passione di Cash per il gospel né quella per le ballate. Vuole azione, come quella dell’altro figlioccio Jerry Lee Lewis, in ascesa con "Great Balls Of Fire".
L’accordo è praticamente già fatto, in gran segreto. Nel frattempo, a Johnny non resta che godersi il frutto di tre anni di intensa attività musicale.

Johnny Cash With His Hot And Blue Guitar (Sun Records, 1957) è l’ambito traguardo di un ragazzo del Sud, cantastorie nato, voce agrodolce delle sofferenze di chi lavora, ama, prega. E’ come la prima volta in treno, sull’accelerare hillbilly di "Rock Island Line", cover calda di una vecchia ode di Leadbelly. L’inseguimento di un mito – quello vizioso di Hank Williams – che si trasforma nel tono drammatico di "(I Heard That) Lonesome Whistle", ballata sudista per voce calda. Sono, certo, brani altrui che Cash rende propri fino a "Country Boy", prima scrittura su album con tanto di scintillante fraseggio chitarristico. Johnny dimostra subito di saperci fare con le rime, creando l’altalena dolcezza-dramma di "Cry, Cry, Cry" e la filastrocca di "Wreck Of The Old 97".
Sono le storie oscure a ritmo di contrabbasso che avvolgono a partire da "So Doggone Lonesome" fino al capolavoro balistico "Folsom Prison Blues". Il punto di vista dell’uomo privato della sua libertà che sente l’odore dei sigari nei treni che scorrono in parallelo alla sua vita spezzata. Il tutto su un ritmo di chitarra che si trasforma nel galoppare solenne di "I Walk The Line", esempio massimo del suo irresistibile boom-chicka-boom sonico.
Un disco country, blues o gospel. Semplicemente, l’oscura e tenera opera prima di un cantastorie già immortale.

E’ l’estate del 1958. Johnny Cash ha già un accordo con la Columbia. Sam Phillips obbliga il suo ex-ragazzo prodigio a rispettare i vecchi impegni contrattuali, portandolo a registrare oltre venti brani tra maggio e luglio. Molti di questi sono di Hank Williams. Ad agosto la stessa Columbia convince il suo nuovo asso a trasferirsi nella luccicante California, provocando di fatto la sua rottura con Luther Perkins e Marshall Grant.
La famiglia Cash arriva, così, a Encino, California dove la aspetta un futuro di fama e successo, soprattutto nel nuovo eden della tv commerciale. Nel frattempo, la Sun tenta di riparare al meglio il torto subito, pubblicando un nuovo disco composto quasi interamente di inediti.

Contrariamente a quanto dichiarato nel suo titolo, Johnny Cash Sings The Songs That Made Him Famous (Sun Records, 1958) non è una carrellata di brani da raccontare ai nipoti. Per un verso. Sam Phillips non digerisce il volo del figliol prodigo tra le braccia della Columbia così inizia a svuotare i cassetti, pubblicando materiale sufficiente per un album intero. Come "I Can’t Help It (If I’m Still In Love With You)", ricalco dal canzoniere del mito maledetto Hank Williams. Johnny sfodera il suo tono più melodico ("There You Go"), confermando la sua girandola intensa tra il dramma di "Don’t Make Me Go" e la dolcezza di "The Ways Of A Woman In Love".
Apparentemente un disco riempito, ma non sentito. Come rifarsi a certe armonie doo-wop per barrelhouse tipo "Guess Things Happen That Way" e "You’re The Nearest Thing To Heaven". Poi, il colpo del fuoriclasse. Un pugno di brani che sembrano usciti da una pellicola di vita vissuta. A partire da "Ballad Of A Teenage Queen", stornello country, per finire con "Big River", giro di lacrime da St.Paul a St.Louis in attesa di un senso ineluttabile di morte.
Johnny è il cantore dell’adolescenza infelice (la solenne "Home Of The Blues"), tessitore dei ritmi cupi di "Next In Line", oscuro maestro del galoppo country-blues. E qui è di scena "Train Of Love", canzone che potrebbe davvero "rendere famoso" un semplice ragazzo del sud.

The Johnny Cash Show

Johnny CashProdotto da Al Quaglieri e Don Law, The Fabulous Johnny Cash (Columbia, 1959) è il disco che tenta di consacrare una volta per tutte un talento del country. E ci riesce, anche se non ce ne sarebbe bisogno, affatto. Per il suo primo album con la Columbia, Johnny Cash si divide in due, mettendo in mostra altrettante direzioni soniche. Da un lato, un pugno di armonie corali, condivise con The Jordanaires, gruppo vocale in chiave doo-wop. Ecco, allora, il western di "Run Softly, Blue River" e numeri come "One More Ride" e "The Troubadour", cover di Cindy Walker.
La dolente voce di Cash ("That’s All Over") si adatta perfettamente a vecchie storie come quella di "Frankie And Johnny", anticamera per la seconda anima del disco. Un’atmosfera drammatica aleggia su "I Still Miss Someone" e l’interpretazione di Johnny diventa magistrale in "Don’t Take Your Guns To Town" quando la sua ugola riempie da sola il vuoto dell’arrangiamento. Si tratta di dolci ballate country come "That’s Enough", "I’d Rather Die Young" e "Sheperd Of My Heart". Un lato romantico e tradizionale che, tuttavia, viene rivoluzionato dal recitare di Cash, vera forza nella chiusura di "Suppertime". Signore e signori, il "favoloso Johnny Cash".

La Columbia si gode, così, il suo nuovo acquisto, pezzo pregiato in continuo spolvero, cantante country fascinoso dalla voce memorabile. Quasi a intraprendere una vera e propria guerra di pubblicazioni, la tradita Sun decide di passare al contrattacco, rovistando ancora nei cassetti di quelle registrazioni effettuate a partire dal 1955. Il piccolo tesoro si chiama Greatest! (Sun Records, 1959) ed è pieno di brani dal sapore antico e moderno allo stesso tempo. Si parte, infatti, da "Goodbye Little Darling, Goodbye", gospel dolente per cuori nostalgici, proseguendo con il galoppo country di "You Tell Me", roba buona per le classifiche del momento. E’ la mano di Sam Phillips che stringe le note di "Katy Too" e lascia passare il boogie-woogie di "Luther Played The Boogie". Cash probabilmente non è d’accordo, ma la sua voce calda e piena tiene il passo della chicca di Elvis, "I Forgot To Remember To Forget". E’, tuttavia, evidente che il disco è stato riempito non in maniera naturale: "You Win Again" apre un trittico – con "Hey Good Lookin" e "I Could Never Be Ashamed Of You" – in memoria del mito Hank Williams.
Eppure, la forza di Johnny si vede proprio in questo. Ricamare il passato di un genere amato e tradizionale a partire da un’idea fresca, innovativa. "Get Rhythm" è la piccola, immensa gemma che risplende attraverso la luce del country e quella del neonato rock and roll. E’ proprio qui che si intuisce il valore di un cantautore tenebroso, emotivo, sincero.

Nel gennaio 1959 Johnny Cash inizia a lavorare sul suo secondo disco per la Columbia. E’ la realizzazione di un vecchio sogno, a lungo osteggiato da Sam Phillips: incidere un album interamente composto da pezzi gospel. Don Law è un padre benevolo.
Definito "una raccolta che combina splendidamente il sentimento religioso con la musica", Hymns By Johnny Cash (Columbia, 1959) è l’inseguimento di una terra promessa, visione americana della più pura relazione col divino. Non a caso, Cash parte da musicisti come Stuart Hamblen (in "These Things Shall Pass"), cowboy cristiano e cantante radiofonico. E’ un percorso decisamente a ritroso, per ritrovare lo spirito originario di una musica liturgica e profonda. "Lead Me Father" ricalca i vecchi spiritual, tradizionali messaggi di fratellanza come "Swing Low, Sweet Chariot". La sua voce tenebrosa trova una dimensione di luce, adattandosi a certe atmosfere corali da gruppo gospel ("It Was Jesus"). Quasi un miscuglio tra il galoppo country e i sentimentalismi di "Lead Me Gently Home".
Il disco, tuttavia, non riesce a scrollarsi di dosso un odore d’incenso lontano dalla poetica "umana, troppo umana" dei primi lavori. Cash ammalia con lo spoken word di "Are All The Children In", ma pare leggermente impantanato in un genere molto amato, ma allo stesso tempo non coerente con una vita lirica passata a bordo di treni merci, tra lacrime, anfetamine e blues dalla prigione di Folsom.

In California Johnny Cash stringe amicizia con il giovane cantante Johnny Western, invitandolo spesso a suonare insieme a Gordon Terry. Ha inizio un giro dal vivo nel Midwest che, di fatto, diventa quello che verrà chiamato il "Johnny Cash Show". Le tournée sono massacranti e, soprattutto, lunghissime. Johnny non ha mai il tempo di tornare a casa da moglie e figlie, attratto dai lustri del palcoscenico, delle droghe, delle spigliate ragazze in prima fila. Vivian odia tutto questo. E fa bene a preoccuparsi: il suo Cash è attratto irresistibilmente dalla sedicenne Lorrie Collins, chitarrista del duo Collins Kids. Il tormento di Johnny lo porta via, lontano. Alla fine del tour decide di non tornare a casa, a Encino, per starsene a Shreveport da Johnny Horton e sua moglie, la conturbante Billie Jean.

Songs Of Our Soil (Columbia, 1959) è un album intriso di un senso ineluttabile di morte, testimonianza di una sempre più forte dipendenza da anfetamine. Cash è visibilmente provato da una vita senza fine in tour, lontano dal calore della famiglia che sembrava sognare fino a qualche tempo prima. La sua voce dolente accompagna storie buie di carestia contadina ("The Man On The Hill"), ricercatori d’oro che muoiono di sete (l’altalena coro-chitarra di "Hank And Joe And Me") e orologi che smettono all’improvviso di funzionare ("My Grandfather’s Clock").
Piccoli racconti di solitudine e sofferenza, lasciati correre da ritmi country galoppanti come quelli di "Clementine" e "Five Feet High And Rising". Non c’è, quindi, molto spazio per i vecchi romanticismi, che rimangono in piedi soltanto con il doo-wop di "Drink To Me" e i coniugi di "Don’t Step On Mother’s Roses". Tutto il resto è attesa per il giudizio divino di "The Great Speckled Bird", al buio scheletrico di "The Caretaker". Fino all’ultima "It Could Be You (Instead Of Him)", piccolo, semplice discorso sulla speranza di una grazia celeste.
Songs Of Our Soil dimostra che Johnny non è solo uno spigliato interprete della country music, ma un autore via via più maturo, solo, tormentato, nero.

Alba degli anni 60. Johnny Cash appare per la prima volta sul grande schermo cinematografico, interpretando – guarda caso – un killer drogato nel noir "Five Minutes To Live". La situazione precipita ancora, ferita dal silenzio con Vivian e dalla morte dell’amico Johnny Horton. A complicare ulteriormente le cose ci si mette poi un’ambigua relazione tra Cash e Billie Jean, cantante seducente e praticamente vedova di fresco.

Johnny Cash Sings Hank Williams (Sun Records, 1960) è un disco a metà strada tra l’imbroglio commerciale e la piccola collezione di chicche per appassionati. Non a caso viene fuori dalla Sun di Sam Phillips che ancora tenta di cavalcare parallelamente il successo del suo vecchio pupillo. Imbroglio commerciale perché, contrariamente a quanto sbandierato dal titolo, solo i primi quattro pezzi sono rifacimenti dal repertorio maledetto di Williams. E, da "You Win Again" a "Hey, Good Looking", si tratta di brani già pubblicati in precedenza. Dove l’album può vantare un qualche valore artistico è in un pugno di canzoni pregevoli, fatte a mano da un Cash agguerrito per arrivare alla fama. Si parte dal rockabilly di "Straight A’s In Love", testimonianza sonica di un impatto ballabile sul country, visibile anche in "Come In Stranger". Si sviluppa, così, il noto boom-chicka-boom in stile "Folsom Prison": "Mean Eyed Cat" ne è un buon esempio.
Cash è un artista versatile, romantico in "Give My Love To Rose" e corale in "I Love You Because", doo-wop per piano barrelhouse. Chicche, appunto, che salvano un disco messo a punto più per vendere che per dimostrare al mondo il talento di un musicista.

Cash è un artista più che prolifico, tormentato dalle sue stesse idee anfetaminiche. E’ così che si sviluppa la sua poetica del viaggio, della semplicità nell’uomo comune, del martirio quotidiano.
Ride This Train (Columbia, 1960) è la naturale evoluzione in tal senso, un disco dominato da liriche che raccontano il più semplice e tragico microcosmo americano. Un concept-album in anticipo sui tempi, viaggio in musica a bordo di un treno sferragliante, magari senza l’ombra di un biglietto. Un’esperienza di vapore e rotaie che introducono la storia del minatore di "Loading Coal", quasi danza appalachiana. La lunghezza dei brani si amplia perché Cash ha voglia di parlare, di narrare vicende tragicamente umane. La country ballad diventa, allora, solo un pretesto per illustrare le gesta del pluri-omicida John Wesley Hardin o quelle di un semplice boscaiolo. Un viaggio nel folklore di una nazione intera, seguendo il fumo delle rotaie e la voce – mai così pacata – di un vagabondo cantastorie. Ecco l’amore infelice di "Dorraine Of Ponchartrain" e il sudore per costruire gli argini del fiume (il rockabilly di "Going To Memphis"). In "Papa Played The Dobro", il blues riuscirà a salvare l’animo di un genitore, meglio del medico di "Old Doc Brown", recitato per violino in odore di bluegrass.
Il viaggio ha fine e il treno arriva in città. Johnny Cash scende dal suo vagone solitario, per continuare il suo percorso, per raccontare altre piccole, grandi storie americane.

Il blues delle anfetamine parte prima

Johnny CashDopo l’abbuffata lirica di Ride This Train, la Columbia decide di pubblicare un disco di transizione, tentando di esorcizzare il momento di disagio di Johnny. Now, There Was A Song (Columbia, 1960) è, tuttavia, un album sostanzialmente inutile, zeppo di cover che nulla aggiungono al percorso artistico intrapreso da Cash. Come l’ormai solito boom-chicka-boom di "Transfusion Blues". In aggiunta, è un disco sostanzialmente monotono che scorre via senza particolari cambi di marcia. A dominare, infatti, è il formato ballata country, infarcita di arrangiamenti bluegrass in brani come "Season Of My Heart", "I’d Just Be Fool Enough (To Fall)" e "I Will Miss You When You Go". Meglio, forse, quando questo stesso bluegrass si abbina a ritmi più rockabilly (come in "I Feel Better All Over" e "Time Changes Everything") o a numeri barrelhouse come "My Shoes Keep Walking Back To You".
In generale, un disco povero di spirito, ancora una volta legato al mito di Hank Williams e della sua "I’m So Lonesome I Could Cry".

Aprile 1961. Per gli Stati Uniti è tempo di grandi cambiamenti. E’ da appena sei mesi che John Fitzgerald Kennedy si è insediato alla Casa Bianca di Washington. In piccolo, ci sono cambiamenti anche per i Tennessee Two che, dopo l’inserimento del batterista W.S. "Fluke" Holland, si trasformano nei Tennessee Three. Con il nuovo arrivato hanno inizio le sedute di registrazione per un secondo, imminente album di gospel. Cash, tuttavia, conosce benissimo la sua attuale situazione spirituale, cogliendo interiormente tutta l’ipocrisia di cantare lodi al Signore con lo sguardo strafatto di droga. Ci pensa Tara - quarta figlia della coppia Liberto/Cash - a donargli un minimo sorriso. Non la Sun Records che insiste a pubblicare album dal sapore commemorativo.

Now Here’s Johnny Cash (Sun Records, 1961) è, tuttavia, un album vivace, legato a brani freschi e originali. "Sugartime" vira verso lidi corali in doo-wop, mentre "Down The Street To 301" (scritta da Jack Clement) e "The Story Of A Broken Heart" suonano in chiave barrelhouse.
Al di là del frammento acustico di "My Treasure", il disco è ballabile, sul rockabilly di "Oh Lonesome Me" e sul galoppo western di "Life Goes On". Poi, ovviamente, una serie di successi già digeriti, allungati con la chicca assoluta di "Hey Porter", uno dei primi singoli scritti da Cash, mirabile esempio del suo boom-sound tra country e rock and roll. Un disco meno commerciale di quanto sembri, interessante retrospettiva sulla nascita di una stella del firmamento a stelle e strisce.

Le idee scorrono piuttosto copiose, ma si avverte ad orecchio nudo che c’è qualcosa che non gira come dovrebbe. The Lure Of The Grand Canyon (Columbia, 1961) è un secondo "album di concetto", tentativo blando di unire country music, atmosfere classiche e suoni della natura. L’intera struttura dei pezzi è modellata sui cinque movimenti della "Grand Canyon Suite", opera orchestrale del compositore Ferde Grofé, diretta da Andre Kostelanetz. Un viaggio nel deserto dell’Arizona, a partire dall’alba di "Sunrise" fino al poetico tramonto di "Sunset". Cash accompagna con la sua voce baritonale, infarcendo il disco di commenti parlati, soprattutto nel chilometrico finale di "A Day In The Grand Canyon". Un lavoro confuso, coraggioso nel suo spunto, ma incerto nello svolgimento, con decisamente troppa carne a bruciare sul fuoco del deserto.

E’ un periodo davvero duro per J.R. Cash. Nel novembre 1961 viene arrestato per la prima volta a Nashville, colpevole di aver sfondato la porta di un club della città. E’ rilasciato dopo poche ore su cauzione e il Nashville Banner intitola: "Johnny Cash arrestato in città per ubriachezza molesta". Alla fine dell’anno l’inefficiente manager Stew Carnall viene sostituito dallo stesso Johnny con Saul Holiff, già promoter di Everly Brothers e Bill Haley. Il nuovo manager non è un fan del country, ma decide di imporre il nome di Cash a un pubblico sempre più vasto, definendolo "il più grande cantastorie d’America". Per questo motivo, vengono organizzati imponenti concerti in posti celebri come l’Hollywood Bowl e la Carnegie Hall di New York. Luoghi non particolarmente legati a nomi di semplici artisti country, ma a stelle di prima grandezza del firmamento musicale americano.
Il 10 maggio 1962 il "cantastorie" Johnny Cash debutta alla prestigiosa Carnegie Hall, ma il concerto si rivela un fiasco quasi totale. La sua voce viene meno a causa di una sbalorditiva assunzione di anfetamine. La Columbia - che vuole trasformare l’esibizione in un disco dal vivo - non accende nemmeno un registratore. Il caos mentale aumenta sempre di più: dopo la nascita di Tara Cash, Johnny decide di trasferirsi a nord di Ventura, in un ranch praticamente isolato dal resto del mondo. Qui tenta di riavvicinarsi alla fede, attraverso l’amicizia del predicatore texano Floyd Gressett, che lo esorta a tornare sulla retta via, pregando e cantando lodi al Signore. E Johnny ci prova, discograficamente parlando.

Hymns From The Heart (Columbia, 1962) è come un rosario di brani religiosi, inni di lode al Signore nella più piena tradizione rurale. Inni come "My God Is Real" e "These Hands" sono piccoli omaggi al divino, frutto dell’ascolto perpetuo del canto della madre, Carrie Cash.
Johnny ci mette del suo, cantando con il suo solito timbro profondo e introspettivo, lasciandosi andare a uno stile insolitamente curato e melenso. Ecco, allora, elevarsi al cielo canzoni come "He’ll Understand And Say Well Done", country melodico e salmodiante. E’ l’antica forza del gospel a venire fuori imponente, dominando l’atmosfera dell’intero disco, da "I Got Shoes" (unico brano scritto interamente da Cash) a "When He Reached Down His Hand For Me". C’è soltanto un piccolo problema in tutto questo lodare: Johnny non mette assolutamente in pratica gli insegnamenti divini. E’ un "outlaw" della vita, ubriaco, molesto, drogato. E’ il cantore dei loser, di quelli che si spaccano la schiena ogni giorno per mandare avanti la famiglia. Tanto vicino alla "Home Of The blues" quanto lontano da quella del Paradiso. Si chiama incoerenza o, meglio, diverso destino.
Lo sforzo è, quindi, ammirevole. Cash tenta di percorrere le infinite vie della rettitudine, ma le droghe sono uno scoglio insuperabile. E’ il tunnel di un uomo immerso nelle anfetamine che gli scandiscono ogni momento della giornata. Johnny vive come un’esistenza schizofrenica, diviso tra la gentilezza che da sempre lo contraddistingue e un’inquietudine drogata, malata, anti-sociale.

Nel febbraio 1962 le Carter Sisters and Mother Maybelle si uniscono in pianta stabile al grande carrozzone country del Johnny Cash Show. E, ovviamente, il chitarrista è attratto in maniera straordinaria dalla bellissima e dolcissima June Carter. Questa volta, tuttavia, non si tratta di un amore qualunque, di una voglia da star del palcoscenico. Valerie June Carter - nata a Scott County, Virginia nel 1929 - è la mano divina che si posa sul peccatore, pronta a sollevarlo dal fango per ripulirlo e donarlo alla grazia.

Come manna dal cielo, arriva anche The Sound Of Johnny Cash (Columbia, 1962) che risolleva l’umore artistico di un uomo devastato da dubbi al sapore d’anfetamina. Il suo famoso "passo di chitarra" rivive quasi una nuova natura, a partire da brani come "In The Jailhouse Now" (scritta da Jimmie Rodgers), "You Won’t Have Far To Go" e "I’m Free From The Chain Gang Now".
La voce di Cash torna a essere la profondità di "Mr. Lonesome", toccante nella ballad "Let Me Down Easy" e nel romanticismo di "Accidentally On Purpose". "Lost On The Desert" e "You Remembered Me" calcano la mano su classiche armonie country e doo-wop, ma il vertice dell’album risiede in una piccola e timida trilogia. "In Them Old Cottonfields Back Home" cita Leadbelly con uno splendido spiritual ritmico che si ripercuote immediatamente su "Delia’s Gone".
Per il finale c’è, poi, il tormento d’amore di "Sing It Pretty, Sue", melodia dedicata alla sfuggente Billie Jean, temporanea e ambigua relazione di Cash prima della grande annunciazione emotiva chiamata June Carter.

Guidato da un desiderio indomabile

Johnny Cash con June CarterJune Carter è l’essere terreno mandato dal divino per salvare il drogato Johnny. E’ un’amica, un’alleata, dotata di pazienza infinita. Ovviamente è una relazione pericolosa quella tra Cash e June, perché sono entrambi sposati. Lei lo è con Edwin "Rip" Nix, carrozziere di Madison, Tennessee, ma il rapporto è in crisi già dalla luna di miele del 1957. June è letteralmente lacerata, divorata da un amore sempre crescente nei confronti di Johnny. Per lui scrive una canzone dal titolo "Love’s Burning Ring Of Fire". "L’amore è come un cerchio di fuoco".

Alla metà del 1963 la star del country Johnny Cash soffre un vistoso calo di pressione da classifiche. A nulla serve l’ennesima pubblicazione targata Sun – All Aboard The Blue Train (Sun Records, 1962) – e l’appena uscito nuovo album per la Columbia. Blood, Sweat And Tears (Columbia, 1963) porta avanti lo stesso discorso di Ride This Train, fotografando in musica l’America e i suoi racconti tanto umili quanto straordinari. Il tema portante di questo secondo capitolo è il lavoro, quello del sudore che cola, del sangue che sgorga dalle mani, delle lacrime che solcano il viso. Fondamentale, dunque, la lunga apertura di "The Legend Of John Henry’s Hammer", tradizionale arrangiato da Cash insieme a June Carter. L’operaio John Henry sacrifica la propria vita per lottare contro il potere in ascesa delle macchine, usando il suo magico martello per esaltare la dignità dell’homo faber. Gli effetti sonori del lavoro si mescolano a parti recitate e cori gospel, accompagnati dalla voce profonda di Cash per una sorta di piccola opera country in nove minuti.
Il blues del workingman racconta la morte di "Tell Him I’m Gone" e lo spiritual a cappella di "Another Man Done Gone" (con Anita Carter) quasi terrorizza con il suo alone di disperato e ineluttabile destino. Sono i brani migliori di un album che scivola poi verso arrangiamenti bluegrass ("Nine Pound Hammer" e "Chain Gang") e atmosfere gospel per banjo ("Casey Jones" e "Roughneck"). "Busted" vira verso il country, mentre "Waiting For A Train" (scritta da Jimmie Rodgers) non è che un normalissimo barrelhouse.
E’, tuttavia, l’idea che si cela dietro ad affascinare, ennesima prova a favore di un talento lirico assoluto, disperato nel suo modo oscuro di raccontare gli Stati Uniti e i suoi personaggi, pieni di sangue, sudore e lacrime.
Il disco, al di là della pregevole intuizione, non riesce a superare l’ottantesima posizione in classifica, generando attorno a Cash un’aura negativa di malumore e sfiducia commerciale. Il suo produttore, Don Law, incontra seri problemi nel convincere la Columbia a rinnovargli un contratto in scadenza per l’anno in corso. Ci vuole un colpo di genio, un grande successo.

Nel marzo 1963 Johnny Cash chiama al telefono il fido Jack Clement, dicendogli di venire a Nashville per incidere un brano di June Carter e Merle Kilgore. Parla di un certo sogno avuto da poco dove a introdurre il brano ci sono delle trombe. Ma nel country una tromba non la si è mai sentita. A maggio, "Ring Of Fire" di Johnny Cash scala le classifiche dei singoli, facendo tirare un gran sospiro di sollievo alla sua casa discografica.
Ring Of Fire: The Best Of Johnny Cash (Columbia, 1963) è il disco che permette a un grande storyteller di tornare alle luci della ribalta, confermandone il talento e la versatilità.
Le trombe messicane e la passione di "Ring Of Fire" rinnovano uno spirito di innovazione, al di là dei semplici stereotipi della country music. Come, ad esempio, "What Do I Care", miscuglio ritmico di toni rurali e tensioni rockabilly. L’album non è - a dispetto del titolo - un "meglio di", colleziona solo brani ancora inediti e registrati in vari punti della carriera di Johnny. Ci sono il romanticismo corale di "Forty Shades Of Green" e la marcia militare di "Remember The Alamo". Cash vira ancora verso predilezioni gospel, confermate nuovamente in traditional profondi come "Where You There When They Crucified My Lord" e "Peace In The Valley". Poi, una passione imperitura per il country, stravolto in "Tennessee Flat Top Box" e cadenzato nella ribelle "Johnny Yuma". Tra un solco e l’altro, il banjo di "The Big Battle" e la sigla western di "Bonanza".
A parte "Ring Of Fire", tuttavia, non si tratta di brani magistrali, ma di sicuro c’è materiale sufficiente per rilanciare una carriera sempre più devastata da droghe e dubbi amorosi. Durante il natale del 1963 Vivian Liberto è una moglie distrutta mentre June Carter divorzia dal partner. "L’amore è qualcosa di incandescente".

The Christmas Spirit (Columbia, 1963) è un disco squisitamente commerciale, simile al panettone che si mangia per compagnia e non per particolare gusto. Cash scalda i motori della sua voce profonda, aleggiando su recitati liturgici come la title track, "Here Was A Man" e "Ballad Of The Harp Weaver". Domina un’atmosfera calda, da focolare domestico: "I Heard The Bells On Christmas Day" e "The Gifts They Gave" sono due esempi quasi lampanti. Poi, una serie banalissima di tradizionali suoni natalizi che giungono pian piano al climax di "Silent Night". Per fortuna, Cash non perde totalmente lo spirito della sua arte (e, quindi, non del decantato natale), firmando una versione intensa di "The Little Drummer Boy", tra marcia militare e struggenti tessiture acustiche.

Tra il 1963 e il 1964 la musica country pare cambiare decisamente pelle. La veemenza del rock and roll muta i connotati di un genere legato storicamente a strumenti tradizionali come il violino. Ecco, allora, aggiungersi i protagonisti sonici di un genere più urbano: la batteria, la chitarra elettrica e il piano barrelhouse. Le radici rurali si trasformano in un contesto più metropolitano, capace di ribellarsi ai falsi stereotipi borghesi e farsi portatore di grandi ideali contro il caos disumanizzato. Il folk vive una seconda giovinezza, portato alla ribalta dalla voce di Joan Baez, ma, soprattutto, da un album intitolato "The Freewheelin’ Bob Dylan".

Inizia, così, un rapporto di stima reciproca tra il giovane cantastorie di Duluth e l’uomo tenebroso dell’Arkansas. A Cash piace Dylan perché si rifà ai suoi stessi eroi (Hank Williams e Leadbelly) e perché ha qualcosa da dire, con emozione e intensità. A Dylan piace Cash perché è per lui un maestro, fin da quando lo ascolta alla radio durante gli anni 50.
Anni 50. Sono proprio quelli che offre, ancora una volta, la Sun Records. The Original Sun Sound Of Johnny Cash (Sun Records, 1964) ripropone la formula "metà raccolta/metà inediti", giustificando, così, l’ennesima uscita celebrativa. Il disco, tuttavia, è un’ottima testimonianza di un sound unico nel suo genere, tra le levigatezze del country e il ritmo frenetico del rock and roll.
Se brani come "Goodnight Irene", "Born To Lose" e "Two Timin’ Woman" virano verso morbidezze di stampo barrelhouse, un pugno di canzoni si alza in alto per stabilire una leggenda. Come il rockabilly di "Wide Open Road", strutturato su una caratteristica galoppata di chitarra e contrabbasso altrettanto evidente in "Belshazzar". La voce ferma e tragica di Cash fa il resto, raccontando storie di confine come quella di "New Mexico". Il titolo, questa volta, è azzeccato: questo è il vero "original sound of Johnny Cash".

Subito dopo, quasi a rispondere colpo su colpo, la Columbia decide di pubblicare un’altra antologia, scippando a Sam Phillips brani storici di Cash come "I Walk The Line", "Hey Porter" e "Folsom Prison Blues". In I Walk The Line (Columbia, 1964) sono contenute, poi, le inedite "Bad News" e "Understand Your Man", piccole gemme tra country e blues a suon di chitarra dobro. Chiude il disco "Troublesome Waters", accorata preghiera scritta da Mother Maybelle Carter.

Le due raccolte sembrano quasi mettere un punto. Bob Dylan e gli attivisti musicali del Newport Festival aprono una nuova stagione all’insegna della folk music di protesta. Lo stesso Johnny entrerà in una nuova stagione creativa.

Da Nashville al Greenwich Village

All’inizio del 1964, dopo l’assassinio di JFK e l’arrivo negli Stati Uniti della beatlemania, Johnny Cash si interessa con passione alle canzoni di Peter La Farge, artista folk di scena al Gaslight di New York. La Farge scrive brani acustici al limite del recitato e dedica tutti i suoi testi alle gesta sofferte dei nativi americani. La star del country è molto attratta dalla profondità del folk in generale, conscio di non voler rimanere per sempre un artista legato a un genere preciso.
E’ per questo motivo che, a marzo, incide "The Ballad Of Ira Hayes", pezzo dello stesso La Farge già pubblicato dalla Columbia due anni prima. E’ la storia toccante dell’indiano Ira Hamilton Haynes che, passate le celebrazioni in seguito alla battaglia di Iwo Jima, viene dimenticato dal suo paese e lasciato morire di stenti. Il mondo del country attorno a Nashville è quasi sconvolto. Il "Re" Johnny si sta piegando alla sinistra radicale, al folk di protesta, agli intellettualismi di New York. I dj conservatori si rifiutano di mandare in onda il pezzo. Cash, allora, paga un’inserzione sulla rivista "Billboard" che esce il 22 agosto a tutta pagina e che inizia così: "Dov’è il vostro fegato?". Non ne avranno i dj e i commercianti, ma Cash ne ha. E così la scena folk si gode un mezzo capolavoro, intenso e commovente.

Definito da alcuni "uno dei migliori Lp emersi dal movimento folk degli anni 60", Bitter Tears: Ballads Of The American Indian (Columbia, 1964) allarga a ventaglio gli orizzonti compositivi di un artista ancora più completo e maturo. L’album completa una trilogia iniziata con Ride This Train e proseguita da Blood, Sweat And Tears, piccola epopea americana a partire da storie di dolore e sofferenza. Qui si descrivono le "lacrime amare" dei nativi, trattati come degli estranei, distrutti da un capitalismo barbaro privo di scrupoli umani. E’ una vera e propria "Vanishing Race" che viene cantata da Cash sul tappeto sonico di un inno da tribù. Il ritmo si fa scheletro, scandito dai battiti implacabili di "Apache Tears" e da recitati per chitarra acustica e cori (lo stile preferito da La Farge in "As Long As The Grass Shall Grow" e "The Talking Leaves"). Il vecchio hillbilly incontra il folk per una profondità lirica maggiore, evidente in brani come "Custer" e nella romantica "White Girl".
La marcia blues di "Drums" punta allo stravolgimento di un genere conservatore, trasformandolo nel brillante ritmo folk di "Ballad Of Ira Hayes", mela della discordia e commovente storia del marine di origini indiane che viene abbandonato al suo destino di solitudine e morte.
Un disco spartiacque che aiuterà a trasformare il "Re del country" in un artista americano definitivo.

Dopo l’uscita di "Bitter Tears", la musica di Johnny Cash vira improvvisamente verso i lidi più bohemién del Greenwich Village di New York, deludendo alla grande le aspettative più conservatrici della scena di Nashville. Nel luglio 1964 queste nuove simpatie vengono più che consacrate. Cash si esibisce al Newport Folk Festival e manda in visibilio oltre settantamila persone con i suoi classici, ma, soprattutto con la nuova ode per Ira Hayes e una cover di "Don’t Think Twice, It’s All Right". E’, infatti, a Newport che Johnny incontra per la prima volta un giovane cantante folk chiamato Bobby Dylan. L’uomo del country inizia, così, un brillante legame con uno dei più influenti portavoce della nuova musica. A partire dall’inizio del 1965.

Con Orange Blossom Special (Columbia, 1965) Johnny Cash prosegue il suo viaggio artistico tra le corde del nuovo folk americano. Nucleo dell’album, una trilogia di brani presi a prestito dalla penna di Bob Dylan, nuovo profeta di una generazione. Si parte dal ritmo di "It Ain’t Me Babe" per arrivare a "Don’t Think Twice, It’s All Right" e "Mama You’ve Been On My Mind", filtrate più propriamente da un sound tipico, quasi al galoppo. Cash inserisce nel tessuto sonico del disco l’armonica di Charlie McCoy per dare vita a marce bluegrass come la title track e filastrocche di protesta come "All Of God’s Children Ain’t Free" e "Wildwood Flower". Il country passa, così, in secondo piano, pilotato in percussioni nella ballad "Long Black Veil" e in "The Wall". In evidenza, invece, timidi fraseggi acustici ("You Wild Colorado" e "When It’s Springtime in Alaska") e vecchi traditional come l’irlandese "Danny Boy". Un sound, quindi, più completo e ricco, celebrato dal finale corale di "Amen" tra gospel da chiesa e piano barrelhouse.

Nonostante l’evidente legame del marito con June, Vivian continua a rifiutare il divorzio, trasformando Cash in una sorta di straniero in casa propria. Johnny soffre a dismisura questa situazione, passando lunghissime ore in viaggi solitari verso il deserto per "unirsi ai fantasmi dei cowboy". Nasce, così, un’intensa passione per la cosmogonia del Vecchio West, incentrata su fuorilegge come John Wesley Hardin. Cash studia interviste, riviste e libri, ma, soprattutto, affronta il suo dolore interiore vivendo come un vero cowboy, pistola in cinta e penna alla mano.
A Nashville viene soccorso dopo aver schiantato l’auto di June contro un palo della luce. E’ strafatto di alcol e anfetamine. I suoi show contengono sempre più spesso messaggi del tipo: "Signore e signori, Johnny Cash non è qui stasera". Viene cacciato dal Grand Ole Opry dopo aver distrutto asta e microfono per via delle luci troppo forti. L’unica consolazione sembra il silenzioso deserto dove passa intere settimane in ranch semi-abbandonati. Il suo stato, tuttavia, è letteralmente disastroso. A giugno, il calore del suo camper insabbiato brucia un terreno di oltre duecento ettari della Los Padres National Forest. Il governo federale lo denuncia e lo costringe a pagare quasi centomila dollari. Intanto arriva l’autunno e, finalmente, il suo nuovo disco sulla mitologia del Vecchio West. Ed è un altro mezzo miracolo.

Johnny Cash Sings The Ballads Of The True West (Columbia, 1965) è un’epopea in musica, frutto di viaggi solitari, di meditazioni interiori, di studi su un mondo che quasi non esiste più. E’ lo spirito maledetto di John Wesley Hardin attraverso gli accordi scheletrici di "Hardin Wouldn’t Run". Il fuorilegge non scappa, ma vive le avversità di una realtà dura, vissuta ai limiti, presa da una "Hiawatha’s Vision", ancestrale recitato per chitarra acustica desolata.
Sono, ovviamente, le visioni di un artista devastato dai dubbi, tormentato nella fede e nella fedeltà che si spinge sempre più lontano, fino al delirio anfetaminico della spartana "Sam Hall". Cash non sa più come controllarsi, perso nella sua stessa voglia di creare, eterno percorso "on the road" nella tradizione della musica americana. Dentro, fino al cuore di traditional come "I Ride An Old Paint", "Streets Of Laredo" e "Green Grow The Lilacs". Ne viene fuori un immane lavoro tra enciclopedia, leggenda ed emotività straziante, accompagnato dall’orchestrale corale della "Shifting Whispering Sands" in due parti. Un doppio album più che concettuale, sorta di romanzo per canzoni country e western. Come il banjo di "The Road To Kaintuck" e "Bury Me Not On The Lone Praire". Come le marce della "Ballad Of Boot Hill" di Carl Perkins e dell’armonica di "Johnny Reb". Cash racconta le più dure storie del deserto, macchiando di bluegrass l’assassinio del presidente James Garfield ("Mr. Garfield" di Ramblin Jack Elliott) e seguendo ancora una volta l’esempio di Peter La Farge in "Stampede". Un modo borderline di cowboys ed emarginati che contano alla rovescia sul ritmo country-blues di "25 Minutes To Go" e finiscono anche per piangere sul finale solitario di "Reflections". Più che un disco, il romanzo di un vero autore americano.

Il blues delle anfetamine parte seconda

Johnny CashOttobre 1965. Dopo un concerto a Dallas, Johnny Cash arriva a Juarez, in Messico, per incontrarsi con uno spacciatore del luogo. Compra oltre 1000 pasticche e le nasconde dentro una chitarra. A El Paso, Texas, viene arrestato dalla dogana federale che aveva precedentemente messo lo spacciatore messicano sotto sorveglianza. Passa una notte in carcere prima di venire accusato pubblicamente di "aver introdotto droga nel paese e di averla nascosta". Johnny esce dal tribunale dietro occhiali scuri e viene immortalato da alcuni fotografi di Casitas Springs. Si dichiarerà colpevole, ma non è tutto. Dalle foto sui giornali - in cui Cash è accompagnato dalla moglie - si intravede la carnagione piuttosto scura di Vivian Liberto. Il Ku Klux Klan inizia a distribuire in giro volantini che accusano Johnny di stare con una "negra", invitando la gente a boicottare i suoi concerti. Cash è furioso e decide all’istante di fare causa al KKK per venticinque milioni di dollari. L’organizzazione fanatica si accorge dell’errore e molla tutto, ma non è finita; non ancora. Peter La Farge viene trovato morto in una stanza di New York apparentemente a causa di una overdose.
Il peso sembra essere davvero troppo. Cash improvvisamente ha paura e smette di prendere pillole. Si chiude in studio per registrare, per non pensare a tutto questo.

Everybody Loves A Nut (Columbia, 1966) è, infatti, un disco spensierato, in forte contraddizione con l’epica cupa di "True West". Cash prova a regalarsi un’immagine ripulita dalle anfetamine, dilettandosi con il fido Jack Clement e i suoi barrelhouse scanzonati, dalla title track a "The One On The Right Is On The Left" e "The Singing Star’s Queen". Si canta per cantare, giocando con lo yodel di Ramblin Jack Elliott in "Cup Of Coffee" o con certe classiche armonie doo-wop ("The Bug That Tried To Crawl Around The World"). La qualità dei brani ne risente, evidenziando una banalità crescente tra marcette country-folk come "Austin Prison" e "Please Don’t Play Red River Valley".
Rimangono, così, numeri bluegrass come "Take Me Home" e filastrocche a base di rutti come "Boa Constrictor". Non molto, dopo la grande narrativa del Vecchio West.

Nel maggio 1966 Johnny Cash sbarca a Londra per dare il via a un tour tra Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles. Il suo giro di concerti coincide con quello dell’amico Bob Dylan che ha da pochissimo pubblicato il capolavoro assoluto "Blonde On Blonde". C’è, tuttavia, qualcosa di più oscuro che lega i due artisti americani. La droga. Il periodo d’astinenza di Johnny, infatti, dura poco, molto poco. A suggellare il rinnovato vizio, Cash non si presenta all’aeroporto di Heathrow per volare a Parigi, dove è in accordo un concerto esclusivo all’Olympia.

Tornato negli Stati Uniti, il chitarrista riparte subito in tournée, abbandonando per l’ennesima volta moglie e figlie. E’ l’ultima goccia per Vivian Liberto. Alla fine di giugno, la donna chiede ufficialmente il divorzio, accusando pubblicamente il marito di averle inflitto "inique sofferenze psicologiche e angoscia". Ad agosto, Cash non si presenta in aula per il processo, ma finirà per capitolare, concedendo a Vivian la custodia delle ragazze e la proprietà di Casitas Springs.
Intanto, il 29, un gruppo chiamato Beatles tiene il suo ultimo concerto a San Francisco.

Johnny si trasferisce a Madison, Tennessee in un appartamento "per scapoli" con Waylon Jennings per poi decidersi a comprare una strana ed eccentrica casa sul lago dove potersi rilassare e scrivere musica in pace. E’ a trenta chilometri da Nashville, sul lago Old Hickory a Hendersonville. La nuova casa piace da matti a Johnny che vuole approfittare del divorzio per iniziare come una nuova vita. Con l’aiuto di June e del dottor Nat Winston, cerca disperatamente di disintossicarsi.
Cash tocca davvero il fondo. Un giorno si incammina verso un labirinto di cave oscure, avendo deciso fermamente di sdraiarsi dentro una di esse e morire. E lo fa. "Mi sembrava di essere arrivato alla fine del cammino. Volevo allontanarmi da me stesso. E se questo significava morire, allora d’accordo, ero pronto". Poi, una luce interiore, come un’epifania, lo salva, riportandolo alla voglia di vivere. Arriva come un’intensa e improvvisa felicità. Anche discograficamente.

Happiness Is You (Columbia, 1966) è però un disco debole, forzatamente allegro e spensierato. "For Lovin Me" e "No One Will Ever Know" sono banali numeri melodici, arricchiti dall’arpa di Maybelle Carter. Cash cita ancora lo stile di Peter La Farge in "She Came From The Mountains", racconto per chitarra acustica, abbandonandosi successivamente al solito bluegrass di "Wabash Cannonball". Sono protagonisti sonici già masticati, dal barrelhouse di "You Comb Her Hair" all’organo da chiesa della title track. Solo "Happy To Be With You" riesce davvero a trasmettere una sensazione di freschezza con l’inusuale ritmo beat per organetto. Per il resto, un disco scontato che dimostra quanto la felicità di Johnny Cash sia qualcosa di lontano, di inafferrabile.

Forse per correre ai ripari, la Columbia Records decide di sfornare un altro album di grandi successi dal titolo Greatest Hits Vol.1 (Columbia, 1967). La raccolta viene aperta dall’unico inedito, "Jackson", cantanto da Cash insieme a June Carter e prima testimonianza alla luce del sole musicale della loro indissolubile unione. Il singolo ottiene un grande successo, trascinando tutto il disco al primo posto nelle classifiche country. Sfruttando il momento, ad agosto viene pubblicato un album fatto interamente di duetti tra Johnny e quella che sarà la sua futura compagna nel grande viaggio della vita.
Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter (Columbia, 1967) è l’inevitabile e accalorato incontro in musica tra due artisti, narratori, amanti. E’ la scintilla creata da un rapporto quasi segreto, lontano dalle luci della ribalta, eppure al centro delle attenzioni di tutta la country music. Nel rockabilly di "Long Legged Guitar Pickin’ Man" si insinua il legame tra la voce profonda e calda di Johnny Cash e la foga acida della countrygirl June Carter. E’ questo il filo rosso su cui balla tutto il lavoro, pregevole in effervescenti spunti ritmici come "Jackson" e "Fast Boat To Sydney" (quasi etnica), ma non da stampare nella mente quando i due giocano con alcuni affascinanti giocattoli soul-blues. Qui, in particolare, due cover dal repertorio di Ray Charles - "I Got A Woman" e "What’d I Say" - che non brillano a causa del semplice fatto che Cash e Carter non sono artisti sulla scia di Charles. Decisamente più a loro agio, infatti, con il banjo bluegrass di "Pack Up Your Sorrows". L’album, poi, vira verso lidi melodici decisamente già esplorati, dalla barocca "You’ll Be All Right" alla filastrocca di "No No No". Di affascinante, qui, c’è soltanto un grande amore che sta per esplodere.

I problemi di Cash, tanto per cambiare, tornano a bussare alla sua porta, puntuali come l’uomo delle tasse. Il 2 novembre 1967 viene arrestato a Lafayette, Georgia, dopo aver vagato per i quartieri come un vagabondo, strafatto e pieno di pillole nelle tasche. Lo sceriffo decide di risparmiarlo, permettendo all’amico musicista Richard McGibony di pagargli la cauzione. Il 5, a Hendersonville, June Carter trascina Johnny alla First Baptist Church per risvegliargli dentro qualcosa che lo possa salvare da morte certa: la fede in Dio. E Johnny Cash lo sente davvero, Dio.

Alla Prigione di Folsom

"I ain’t seen the sunshine since I don’t know when"

All’alba del 1968, Johnny Cash è pronto ancora una volta a cambiare pagina. Il 3 gennaio viene dichiarato ufficialmente concluso il divorzio tra il chitarrista e Vivian Liberto che, pochi giorni dopo, sposa Dick Dustin, poliziotto di Ventura conosciuto proprio a un concerto organizzato da Johnny. Nello stesso mese, Cash torna alla sua dimensione solista, pubblicando un nuovo concept-album, per l’ultima volta con il produttore Don Law. La struttura di From Sea To Shining Sea (Columbia, 1968) è la stessa dei precedenti album concettuali, infarcita di recitati in musica.
Cash, tuttavia, abbandona l’epopea del West e tutta la discussione sul folklore americano per abbandonarsi alle placide onde del mare. Un’idea non proprio originale che, infatti, fatica non poco a decollare già a partire dal coro patriottico della title track. Emergono brani come "Cisco Clifton’s Filling Station", dove la musica è solo uno scenario aperto per la voce narrante di Johnny. Un disco acustico che brilla in "The Walls Of A Prison", ma che poi continua con arrangiamenti bluegrass in "The Whirl And The Suck" e "Another Song To Sing". Meglio, allora, quando Cash velocizza il tono, ad esempio con l’armonica rockabilly di "Shrimpin Sailin". Un lavoro sostanzialmente inutile, che nulla aggiunge al percorso parallelo dei concept-album iniziato con Ride This Train.
"La prima volta che ho suonato in un carcere ho pensato che quello era l’unico posto in cui registrare un album dal vivo: non avevo mai sentito una reazione simile alle mie canzoni. Non si vergognavano di mostrare il loro apprezzamento". E’ dal 1963 – anno in cui si esibisce a San Quentin, in California – che Johnny Cash desidera ardentemente di veder pubblicato un album registrato in presa diretta tra le fredde mura di un carcere. La Columbia, tuttavia, non si è mai rivelata entusiasta di un progetto simile. Fino al giugno del 1967. Don Law, infatti, decide di andare in pensione, lasciando il timone al più giovane e coraggioso Bob Johnston. Il nuovo produttore di Cash è perfetto per il suo desiderio. Ha lavorato con Simon & Garfunkel, ma, soprattutto con sua maestà elettrica Bob Dylan. Johnston definisce senza troppe remore "spazzatura" la produzione della Columbia fino a quel momento, affidandosi completamente all’istinto dello stesso Cash.
Per l’esibizione di Johnny, allora, viene scelta la prigione statale di Folsom, a Represa, California, meglio nota per i suoi 3.500 detenuti tra i peggiori degli Stati Uniti. La mattina del 13 gennaio 1968 Johnny Cash, Carl Perkins, la Carter Family, i Tennessee Three e gli Statler Brothers si incamminano verso una sala da pranzo più che affollata, sotto il calore di luci che, ovviamente, non possono essere spente. "Hello, I’m Johnny Cash".

At Folsom Prison (Columbia, 1968) è l’immensità di un artista sul palco, frutto incandescente di una passione in fiamme, mai così bruciante su disco. Johnny smette i panni della star drogata e piena di bizze e raccoglie un numero, come a stamparselo sul petto. Un numero per diventare uno dei prigionieri di Folsom, cantando a squarciagola per ritrovare la libertà perduta. Johnny si presenta così, con un semplice "Hello", come a dire "sono uno di voi", "vi capisco", ma allo stesso tempo "seguitemi, non fate cazzate e vi darò passione attraverso i miei brani". Partendo al galoppo irrequieto di "Folsom Prison Blues", raccontando il dolore di chi non ricorda più come sia fatta l’alba. E nella sala da pranzo si applaude e si grida sulle chitarre elettriche di Luther e Carl Perkins.
Cash non ha tempo per i grandi discorsi né per brani orecchiabili e facili. Vuole parlare solo attraverso le sue canzoni, quelle più tragiche come "Dark As A Dungeon" e "The Long Black Veil".
E’ l’amore che manca agli uomini dietro le sbarre, esorcizzato in "I Still Miss Someone" e "Give My Love To Rose". Il romanticismo non cede - nemmeno per un istante - il passo al melenso, testimonianza di una sensibilità matura, da "Dirty Old Egg-Suckin’ Dog" a "Flushed From The Bathroom Of Your Heart". I carcerati di Folsom gridano, ululano, rapiti dalla voce amichevole e trascinatrice di Cash, quasi sorella di sventura in "Jackson" (con June Carter sul palco).Niente "Ring Of Fire" o "Hey, Porter!". Qui si parla di droga che aiuta l’uomo a sopportare il peso dell’anima ("Cocaine Blues") ed esistenziali conti alla rovescia ("25 Minutes To Go"). E’ il countrybilly del definitivo autore americano, mefistofelico viandante dello spirito di una nazione, vagabondo armato di chitarra acustica e voce baritonale. Solo in quest’ottica si può comprendere la piccola grandezza della leggenda di "John Henry" e di quella di "Joe Bean".
Cash si consacra il migliore degli outlaw, affascinante creatura in bilico sul fiume oscuro della vita. Le sue due esibizioni in carcere rimarranno nella storia della cultura a stelle e strisce perché racchiudono in musica tutto quello che affligge l’animo umano, possibilmente racchiuso nel finale stratosferico di "Greystone Chapel", tra chitarre vibranti, ritmi country, cori gospel e inflessioni vocali blues.
At Folsom Prison è, più che un doppio disco, una liturgia cantata per l’uomo solitario.

Come profetizzato da Johnston, At Folsom Prison si rivela un’iniezione benefica per le sorti di Cash. L’album, infatti, vende sei milioni di copie, raggiungendo il tredicesimo posto nelle classifiche pop statunitensi. E’ un momento felice per il tribolato fuorilegge Johnny: il 22 febbraio, sul palco di London, Ontario, chiede finalmente all’amata June di sposarlo. La risposta è scontata e i due diventano marito e moglie a Franklin, Kentucky. Dopo un tour in Gran Bretagna, i novelli sposi partono per Israele per una luna di miele sulle orme di Gesù Cristo.

Nel frattempo, la Columbia è lesta a capitalizzare la fama raggiunta con il live di Folsom. Old Golden Throat (Columbia, 1968) è una compilation decisamente atipica, fatta di singoli rimasti inediti tra la fine dei 50 e gran parte dei 60. Il disco ruota, ovviamente, intorno a un pugno di brani che Cash ha proposto negli show al carcere di Folsom. Si parte dal country melodico di "I Got Stripes" per proseguire con il dramma di "Dark As A Dungeon" e il romanticismo di "Send A Picture Of Mother". Attorno a questo nucleo, una serie di brani convincenti, chicche dal repertorio già sconfinato di un artista più che prolifico. In evidenza, un paio di numeri barrelhouse ("A Certain Kinda Hurtin" e "Still In Town") e "The Sons Of Katie Helder", storia western per trombe.
"All Over Again" e "Smiling Bill McCall" ripropongono il ritmo galoppante che lo ha reso famoso, mentre "Red Velvet" e "The Wind Changes" ritornano all’antico suono bluegrass delle campagne americane. Un disco sicuramente minore dopo il trionfo di Folsom, ma interessante per scoprire il lato b di Johnny Cash.

Dopo il grande successo di At Folsom Prison, Johnny Cash si gode il momento felice, lasciando entrare nella sua vita un giovane regista, Robert Elfstrom, che vuole girare un film/documentario sulla sua incredibile storia. Mentre il regista si prepara al lavoro, esce un’altra compilation, questa volta decisamente meno succulenta. Heart Of Cash (Columbia, 1968) contiene la solita carrellata di grandi successi più due inediti: l’acustica "Locomotive Man" e il ritmo doo-wop di "Girl In Saskatoon".

La prima session che viene aperta ad Elfstrom è quella con Bob Johnston a luglio, quando viene registrato un altro disco concettuale basato, questa volta, sul recente viaggio di nozze di Cash.
The Holy Land (Columbia, 1969) è, infatti, una sorta di cartolina sonica da Israele, sul cammino e la passione di Cristo. Johnny uomo tenta il riallaccio con una fede mai abbandonata del tutto, ma sempre in bilico sul sottile filo della droga. Questa visione celestiale si trasforma nel lavoro artistico di Johnny musicista, in preda a deliri cristiani da "terra promessa". Qui, l’orchestrale "Land Of Israel", a testimoniare una sorta di miscuglio tra country e pomposità da liturgia.
Il disco non convince, troppo ancorato a recitati fuori posto come "Mother’s Love" e "Town Of Cana" e superflue audio-guide, tra cui "Mount Tabor" e "My Wife June At The Sea Of Galilee".
La musica passa decisamente in secondo piano, affidata al ritmo billy di "Nazarene" o a stornelli country come "The Ten Commandaments" e "Daddy Sang Bass". Intenzioni religiose e suoni tradizionali si abbracciano con poca convinzione, tra il rockabilly di "The Fourth Man" e il gospel di "He Turned Water Into Wine". Cash, in effetti, sembrava molto più sentito e intenso quando faceva abbeverare i delinquenti di Folsom alla fonte del country-blues. Ora, in veste di prete in visita pastorale, non riesce a dare nulla che sia rovente, profondo, passionale.

A San Quentin, ancora in prigione

Alcuni mesi dopo, Elfstrom riprende una seconda session di Cash per il suo documentario. Incide "The Devil To Play" di un giovane da Brownsville, Texas, chiamato Kris Kristofferson. Kris compone canzoni tra un lavoretto e l’altro e vede Johnny come il musicista e l’uomo da seguire: "Tutti volevamo essere come lui. Aveva integrità. Andava per la sua strada con fierezza. Era un fuorilegge e questo ci piaceva. Andava nella sua direzione e nessuno poteva dirgli cosa fare".
Cash apprezza le liriche di Kristofferson, registrando la sua "To Beat The Devil" e arrivando addirittura a volerlo con lui sul palco del Newport Folk Festival.

La terza session filmata da Elfstrom per il film si rivela un incontro magico e inaspettato tra due veri artisti americani. Bob Dylan, dopo il drogato e monumentale "Blonde On Blonde", decide di esplorare le sonorità country di Nashville e, quindi, di recarsi in città ai Columbia Studios per lavorare ancora con Bob Johnston. E’ il 18 febbraio del 1969 e il produttore ha un’idea selvaggia: far suonare insieme Bob Dylan e Johnny Cash. I due sembrano divertirsi all’idea e danno vita a una jam intrepida per quasi venti pezzi. La versione a due di "Girl From The North Country" aprirà "Nashville Skyline" dell’uomo di Duluth.
Durante il 1969, una tv commerciale di Londra - la Granada Television - inizia seriamente a pensare all’ipotesi di filmare un secondo concerto di Cash nel carcere di Folsom. La risposta di Johnny è ferma: non ha intenzione di tornare nello stesso posto. C’è, tuttavia, uno spiraglio per i propositi della televisione ovvero riprendere un’esibizione che si terrà alla prigione di San Quentin.
San Quentin è più grande e pericolosa di Folsom ed è situata sulla baia di San Francisco. Cash ci ha già suonato una volta, per il capodanno del 1959 con Merle Haggard tra il pubblico dei detenuti. Il regista designato per il film, Michael Darlow, chiede a Johnny di scrivere un pezzo apposta per il concerto, dedicato ovviamente alla prigione, come con "Folsom Prison Blues". Johnny lo accontenta, preparandosi così a un concerto ancora più difficile di quello precedente, il 24 febbraio del 1969.

At San Quentin (Columbia, 1969) è la seconda parte dell’epopea delle prigioni, altro viaggio dal vivo tra le anime perdute al ritmo galoppante della chitarra. Cash viene accolto come un vero amico, un fuorilegge tra carcerati, un cantastorie della passione umana. Quando parte "I Walk The Line", Johnny scherza con i prigionieri, ammettendo di aver ricevuto pressioni sulla scaletta da parte della televisione inglese. Ma Cash suona solo per loro ed è disposto ad accontentare solo le richieste di chi "non vede l’alba da troppo tempo". E’ l’espressione più dura del romanticismo del migliore degli outlaw, racchiusa nell’ode "San Quentin". E solo il migliore può permettersi il lusso di ripetere la stessa canzone due volte di fila, con un entusiasmo mai domo da parte del pubblico.
Lo show trasuda emozione e tensione, con le guardie irrigidite nel controllare assassini e ladri, trattati da Cash come fratelli, al di là di ogni morale comune. Anzi, racconta loro di quando passò un giorno in prigione dopo aver raccolto fiori da un’aiuola pubblica ("Starkville City Jail"), dedicando il pezzo a Luther Perkins, deceduto tragicamente l’anno prima. Johnny racconta del suo recente incontro con Bob Dylan, offrendo una versione di "Wanted Man" prima dell’irresistibile filastrocca di "A Boy Named Sue". E’ una delle canzoni che Cash prova per la prima volta a San Quentin, come "Darlin Companion", scritta da John Sebastian.
E’ un putiferio di grida e sudore, bagnato dall’acqua chiesta da Johnny quasi a celebrare un rito di libertà collettivo. Al ritmo scatenato di "The Old Account Was Settled Long Ago", tra gospel e rockabilly, e dei grandi classici "Folsom Prison Blues" e "Ring Of Fire", con gli Statler Brothers e l’immancabile June Carter. Forse meno ricco di pathos rispetto agli show di Folsom, ma quello di San Quentin è un altro evento che la storia della musica popolare ricorderà a lungo.

Il documentario del concerto di San Quentin viene trasmesso dalla Granada nell’aprile 1969, ma solo in Gran Bretagna. I canali statunitensi, invece, decidono di boicottarlo a causa di espressioni troppo colorite e di un’immagine troppo positiva dedicata ai prigionieri. Il film spinge l’album in vetta alle classifiche a giugno, confermando la bontà commerciale di un’operazione ancora più pomposa di quella di Folsom. La Abc, nel frattempo, offre a Cash un ruolo di primo piano all’Hollywood Palace per una serie di quindici spettacoli per tutta l’estate. L’artista accetta a patto che il tutto venga fatto al Ryman Auditorium. Saranno sue le idee di duettare con artisti del calibro di Bob Dylan, Joni Mitchell, Ramblin Jack Elliott e Linda Ronstadt. E’ il Johnny Cash Show. Si parla d’amore, di omicidi, di fuorilegge al ritmo di una musica che raramente passava nella tv generalista americana. Gli spettacoli ottengono un successo strepitoso, spinti dall’album live, e portano la Abc a confermare Cash per tutto il 1970 per un totale di 17 puntate.

Nel frattempo la Columbia continua a spremere la sua gallina dalle canzoni d’oro, pubblicando la seconda puntata della raccolta More Of Old Golden Throat (Columbia, 1969). L’album ricalca il modello "b-side" del precedente, mettendo insieme brani registrati nel corso degli anni, buoni per collezionisti e amanti di Cash. Si va dal country di "Bottom Of The Mountain" e "Time And Time Again" per finire con il rockabilly di "Bandana" e il barrelhouse di "Lorena". Nel mezzo, una serie di numeri a definire una varietà di stili e ispirazioni, tra un blues in stile Folsom ("Blues For Two", scritta dal defunto Luther Perkins) e le trombe mariachi di "You Beat All I Ever Saw". Tutto buono, ma non si mangia certo a crepapelle.

Decisamente più incisivo, invece, l’album Hello, I’m Johnny Cash (Columbia, 1970) che offre spunti degni del suo nome. A guardare il disco dall’alto è un pugno di cadenzati western, dalle iniziali "Southwind" e "Devil To Pay" alla cover dello stimato Kris Kristofferson, "To Beat The Devil". "See Ruby Fall" viene scritta con Roy Orbison, barrelhouse pianistica prima di partire al galoppo con il ritmo di "Route N 1, Box 144". E’ il Cash più sporco, ammorbidito solo dal sentimento di "Cause I Love You" e dalla solita presenza di June Carter nella cover mistica di "If I Were A Carpenter" di Tim Hardin. Chiude la ballad "Jesus Was A Carpenter", per un disco che può giustamente inserirsi nella risalita dell’artista a partire da Folsom.

La voce d’America

Johnny CashAll’inizio del 1970 Cash continua a godersi la sua popolarità da piccolo schermo, alimentando il "Johnny Cash Show" con grandi classici dal vivo e ospiti d’eccezione. L’artista riprende l’epopea del selvaggio West con il momento di "Ride This Train" in cui, vestito con abiti d’epoca, propone testi e canzoni come "Loading Coal". L’unico compromesso riguarda il suo aspetto che deve essere più curato e languido, adatto a un pubblico generalista. Da qui, il suo saluto "Hello, I’m Johnny Cash" diventa una sorta di marchio di fabbrica in technicolor. Ecco che il "Man In Black" si trasforma in un vero e proprio custode della fede e delle tradizioni americane. L’incarnazione più limpida e affascinante dell’uomo laborioso che pensa alla sua famiglia, al Signore e alla patria. In sintesi, la voce d’America. Voce non certo conservatrice, dato che Cash si oppone all’intervento militare in Vietnam e comprende le voci di protesta delle nuove generazioni. Eppure, voce amata perché fedele alla nazione, ai soldati impegnati nel tragico conflitto. "Finché non tornerà un po’ di luce, sarò l’Uomo in Nero".

A maggio, la Columbia pubblica un’altra compilation, The World Of Johnny Cash (Columbia, 1970) che spalma sul piatto 19 brani meno eclatanti, come "In Them Old Cottonfields Back Home" e la cover di Hank Williams, "I’m So Lonesome I Could Cry".
Fortunatamente, a spezzare la monotonia da best-of ci pensa The Johnny Cash Show (Columbia, 1970) che presenta su disco alcuni momenti caldi degli spettacoli di Cash sul piccolo schermo. Vera e propria chicca da collezione, "Sunday Morning Coming Down", intensa ballata western che lancia - proprio grazie alla versione di Cash - la carriera di Kris Kristofferson. Due, poi, i medley incentrati sul viaggio in treno come metafora della vita stessa. Entrambi dal titolo "Come Along And Ride This Train", sono la testimonianza sonica della parte, forse, più amata dagli spettatori che si identificano con il cantastorie ribelle che racconta le tradizioni e il folklore americani. Con stralci dal galoppo di "Detroit City" e "Mississippi Delta Land". Episodi minori, invece, le armonie doo-wop di "These Hands" e quelle gospel di "I’m Gonna Try To Be That Way". E’ il Cash più salmodiante, infatti, che inizia a prendere piede, annunciando lodi sperticate al Signore come in "Here Was A Man".

Il successo del "Johnny Cash Show" continua imperterrito, portando la Abc a una terza stagione da settembre per un totale di 26 puntate. Johnny è sempre più coinvolto nel suo rapporto d’amore con la fede cristiana, parlando in tv di Gesù, Mosè e Giovanni Battista.

Due mesi dopo, viene pubblicato I Walk The Line (Columbia, 1970), colonna sonora dell’omonimo film con Gregory Peck. Il disco affonda in un magma di country orchestrale, reso ancora più mellifluo per il grande schermo. La versione di "Amazing Grace" ne è la prova più lampante. Spicca, tuttavia, la ballad "Flesh And Blood", ripetuta anche in versione strumentale. Per il resto, un lavoro del tutto minore, tra il beat bluegrass di "This Town" e la filastrocca di "This Side Of The Law".
Con il passare del tempo, gli spettacoli televisivi di Cash perdono grinta, affollati da sermoni biblici e brani che iniziano a diventare troppo datati. Gli ascolti calano vistosamente e persino l’amatissima sezione "Ride This Train" non convince più.
Seconda colonna sonora nella sua discografia, Little Fauss And Big Halsy (Columbia, 1971) accompagna i momenti salienti del film con Robert Redford, ma, più che un vero disco di Cash, sembra un progetto a quattro mani con Carl Perkins. Di quest’ultimo, infatti, è la title track, sorta di countrybilly che tiene in piedi l’album. Segue sulla stessa scia "706 Union", prima del romanticismo di "True Love Is Greater Than Friendship". La penna di Johnny è, qui, avara, limitandosi al ritmo western di "Rolling Free" e "Little Man". Un mero riempitivo.

Maggio 1971. Due notizie dalla vita di J.R. Cash, una positiva e una negativa. La positiva è che viene pubblicato a maggio l’album Man In Black (Columbia, 1971) che rilancia con decisione la sua aura da cantastorie di protesta e di outlaw al servizio del Signore.
"The Preacher Said Jesus Said" è, infatti, uno stornello religioso con tanto di versi biblici recitati dal reverendo Billy Graham, mentre "I Talk To Jesus Every Day" è una dichiarazione di fede in chiave gospel. Il disco, quindi, è circolare, inizia e finisce con il divino. Nel mezzo, tuttavia, c’è qualcosa di "pagano" che rende giustizia a un artista difficile e ribelle. Se "Orphan Of The Road" e "If Not For Love" virano verso il formato ballata country,
"Man In Black" assurge al ruolo anthemico di canzone-manifesto di un’intera visione lirica. L’uomo in nero, al galoppo per difendere gli oppressi, gli sfortunati. Il folk prende piede tra i solchi del disco, tra la protesta di "Singin’ Vietnam Talking Blues" e la leggenda selvaggia di "Ned Kelly". E’ il Cash più sanguinolento e viscerale che canta dal cuore. Senza alcun dubbio.
La notizia negativa, invece, è che gli viene annunciato in Australia che il "Johnny Cash Show" è stato tagliato dalla Abc dopo 58 episodi in due anni. Cash è sorpreso, ma, in cuor suo, rilassato: i suoi obiettivi artistici sono cambiati. "La televisione ti ruba l’anima", dichiarerà in seguito.

A far cambiare lo spirito di Johnny è, in questo periodo, una profonda intesa con il reverendo Billy Graham, che lo spinge ancora più dentro i meandri della fede. Dopo la nascita del primo figlio avuto da June, John Carter Cash, l’uomo in nero sembra rinato, lontano anni luce dal tunnel della droga.
Ne parlerà come del "culmine della mia carriera", ma, in realtà, è soltanto l’inizio del periodo più intenso e spirituale della sua vita.

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"Vesto di nero per la povera gente e per gli sconfitti, che vivono nelle zone affamate e senza speranza della città. Vesto di nero per il prigioniero che ha pagato a lungo per il suo crimine, ma è lì perché è una vittima dei tempi... Ah, mi piacerebbe indossare un arcobaleno ogni giorno e dire al mondo che tutto va bene, ma proverò a sopportare il buio sulla schiena, finché le cose non diventeranno più lucenti, sarò l'Uomo in Nero"

Johnny Cash


"Sono sempre stato attratto da ciò che è spigoloso ed estremo. Johnny Cash è sempre stato un fuorilegge, una figura che non rientrava nei canoni. Lo consideravano un artista country, ma non credo che la gente di campagna l'abbia mai accettato davvero. Era un outsider, e credo sia stato questo ad attrarmi a lui più di ogni altra cosa"
Rick Rubin


Reach out and touch faith

Nella primavera del 1971 Johnny Cash è un uomo rinato, lontano dalle anfetamine, dalle camere d'albergo devastate e dalle fughe nel deserto per sfuggire a un matrimonio troppo vicino alle fredde mura delle prigioni che ha visitato e reso felici con la sua musica. E' vero che gli ascolti del Johnny Cash Show sono improvvisamente precipitati, portando la Abc alla decisione di bloccare spettacoli un tempo di grande successo, ma l'Uomo in Nero è ormai un'autentica star americana. June Carter lo rende felice ogni giorno che passa, avendogli anche regalato il tanto atteso figlio maschio. Ha girato l'anno prima un film con Kirk Douglas ("Quattro tocchi di campana") e ha addirittura perdonato il tanto ignorato padre. Cash è un uomo nuovo, pronto a intraprendere il suo viaggio più spirituale, atto di fede a redimere la sua anima un tempo empia. E' in questo periodo che Johnny inizia a frequentare assiduamente l'Assembly Of God, chiesa di origine pentecostale fondata a Hot Springs, Arkansas nel 1914. Qui furoreggiano i sermoni di Jimmy Snow, ex-cantante drogato, rinato sulla via del Signore contro le tentazioni demoniache del rock and roll. E' lui a convincere Cash a dichiarare pubblicamente il suo pentimento, in ginocchio davanti a tutta la congregazione. E c'è di più.

Johnny è oltremodo deciso a offrire il suo più sentito pentimento alla religione, offrendo di tasca propria un budget di 750.000 dollari per realizzare un film sulla vita di Gesù Cristo da affidare alle mani di Robert Elfstrom, già regista di "Johnny Cash: The Man, His World, His Music".

A novembre, una troupe si reca in Palestina per iniziare le riprese di un progetto ancora acerbo, con June Carter nel ruolo di Maria Maddalena e lo stesso Elfstrom a fare Gesù. Qui, Jimmy Snow battezza Cash nel fiume Giordano. La Columbia, in attesa di un artista sempre più lontano dal music business, pubblica due raccolte: Greatest Hits Vol. 2 (Columbia, 1971) e Sunday Morning Coming Down (Columbia, 1972).

All'inizio del 1972, Cash inizia a lavorare con il produttore Larry Butler per realizzare quella che dovrebbe diventare la colonna sonora del nuovo film cristiano. Nel frattempo, esce A Thing Called Love (Columbia, 1972), disco piuttosto scialbo con poche canzoni che contino. Cash mette in mostra il suo lato più romantico e sentimentale, con brani come "I Promise You" e la corale title track. Emerge un riavvicinamento con la tanto contestata figura paterna ("Daddy" e "Papa Was A Good Man") e solo quando riecheggiano gli stili di Folsom ("Kate") qualcosa di vitale riesce a venire fuori. Si sente che l'Uomo in Nero ha altri progetti da portare avanti.

Le session per film e disco, infatti, continuano negli studi nuovi di zecca della House Of Cash a Hendersonville. A collaborare attivamente con Johnny sono Kris Kristofferson e l'aspirante cantante Larry Gatlin. A giugno, i tre partecipano all'Explo '72, organizzato dalla Campus Crusade For Christ e definito "la Woodstock religiosa". Gli ottantamila presenti sono tutti per il cristiano rinato Johnny Cash.

Nello stesso mese viene pubblicato l'album America: A 200-Years Salute in Story And Song (Columbia, 1972) che prosegue con la scia di lavori dedicati al folklore e alla storia degli Stati Uniti. Qui, tuttavia, la penna di Cash si concentra soprattutto su eventi centrali per la nazione, tra numerose parti recitate e brani dal forte sapore politico. Si parte con il rockabilly che narra le vicende di "Paul Revere" per scivolare subito tra le linee delle due battaglie di New Orleans e Alamo. "The Battle Of New Orleans" risale al 1815, resa canzone per la prima volta da Jimmie Driftwood e interpretata da Johnny in chiave folk, così come la ripresa di "Remember The Alamo". "The Gettysburg Address" ricama scarni accordi per la lettura del discorso di Abraham Lincoln, seguita dalla ballad country "Big Foot". "The Big Battle" respira arie bluegrass e appare più che convinta la dichiarazione d'amore di "These Are My People".
Il disco, nonostante un lavoro di quasi due anni e la volontà dello stesso Cash di spedirlo sulla Luna con la missione Apollo 14, non è all'altezza dei precedenti lavori "americani" e testimonia un'attenzione decisamente orientata verso le vicende di una fede che sta richiamando l'artista a nuova vita.

Durante la seconda metà del 1972, Jimmy Snow crea una sorta di versione gospel del Grand Ole Opry da svolgere al Ryman Auditorium con, ovviamente, la presenza di Johnny Cash. Il nuovo predicatore del country è, ormai, ovunque dove si celebri la parola di Dio. A Las Vegas viene organizzato un ciclo di sette concerti che suscita più di qualche critica: in giro si dice che Cash faccia proselitismo sul palco, invitando gli spettatori ad accettare la cosiddetta "chiamata all'altare".

Le accuse non sminuiscono la sua aura carismatica, ancora più forte dopo un'esibizione di un'ora alla Casa Bianca per volere del Presidente Nixon. Cash rifiuta l'invito di quest'ultimo a suonare "Welfare Cadillac" (brano non suo) e tira fuori il discorso sul Vietnam, difendendo l'operato di Nixon sulle note di "Peace In The Valley".

Alla vigilia del Natale, esce il suo secondo album per le festività, The Johnny Cash Family Christmas (Columbia, 1972). Ci sono ancora meno canzoni scritte da Cash rispetto a "The Christmas Spirit", come, ad esempio, "When You're Twenty-One" di Carl Perkins e "King Of Love" di Harold Reid. E' un lavoro corale, insieme alla Famiglia Carter, imbottito di banali canti natalizi come "Silent Night" e "Jingle Bells". Irrilevante da un punto di vista artistico.

Più ricco, invece, il doppio International Superstar (Columbia, 1972) che raccoglie materiale già conosciuto come "Jackson" e "Mr.Garfield". L'album presenta anche canzoni ancora inedite che, se non aggiungono nulla a quanto già ascoltato, almeno rinfrescano un'aria troppo natalizia e liturgica. "No Need To Worry" gira in rockabilly, seguito dal coro bianco di "Song To Mama" e il lamento di "Cotton Pickin' Hands". "Rosanna's Going Wild" ottiene un grande successo come singolo, sorta di "Ring Of Fire" in versione western. A chiudere, un pugno di bluegrass come "Pick A Bale Of Cotton" (da Leadbelly), "You And Tennessee" e "Hammer And Nails".

Nel prosieguo dell'anno, il college battista Gardner-Webb conferisce a Cash un dottorato honoris causa in lettere. "E' un principe della musica country americana e gli conferiamo il dottorato per le sue attività umanitarie a vantaggio degli umili e dei poveri, delle vittime di droghe e alcol, e delle migliaia di persone dietro le sbarre delle carceri". Carceri, ancora una volta.

Pa Osteraker
(Columbia, 1973) è la testimonianza dal vivo di un concerto tenuto da Cash alla prigione svedese nell'ottobre del 1973. Quello che salta subito all'orecchio è una differenza sostanziale (se non abissale) con gli show di Folsom e San Quentin. Il pathos da galera è ridotto ai minimi termini, con qualche grido lanciato qui e là e basta. Johnny si limita al pilota automatico, sciorinando brani che sembrano usciti più da un disco in studio che da una grande esibizione su palco. Le canzoni, tuttavia, sono degne del suo nome, brillanti come il bluegrass western di "Orleans Parish Prison" e il folk carcerario di "Jacob Green". Cash recita ("The Invertebraes") e dedica canzoni al padre ("That Silver Haired Daddy Of Mine"), accelerando il ritmo in "City Jail" e "Looking Back in Anger". Due, poi, i brani dello stimato Kris Kristofferson, "Me And Bobby McGee" e "Help Me Make It Through The Night".

Il Grande Americano

Nel 1973, Johnny Cash è ormai considerato una bandiera nazionale, un uomo buono che non si risparmia quando si tratta di aiutare gli emarginati, simbolo ultimo di un patriottismo fiero e imbevuto di cristianità. L'artista riesce a unire gli ascoltatori più diversi, dai carcerati senza speranza di San Quentin ai giovani ribelli, dagli amanti del country e del rock and roll ai conservatori più rigidi. Questo miscuglio di stili e influenze viene messo in evidenza dall'album Any Old Wind That Blows (Columbia, 1973) che si apre con il bluegrass orchestrale della title track, dal repertorio di Dick Feller. Emerge il romanticismo sempre crescente di Cash, con "Kentucky Straight" e l'ode "The Good Earth". "Oney", invece, racconta un'altra storia di lavoratori, ammorbidita in seguito dai ritmi caldi di "The Ballad Of Annie Palmer" e dal billy di "If I Had An Hammer" dalla penna di Pete Seeger. Più discutibili alcune filastrocche prive di appeal come "Best Friend" e "Country Trash", pieghe oscure di una prolificità troppo abbondante per costruire ogni volta un album convincente.

Il suo manager Saul Holiff, nel frattempo, decide di dimettersi per tornare in Canada e laurearsi in letteratura inglese. Viene sostituito da Lou Robin, esperto d'economia e già promotore di concerti per Beatles e Rolling Stones. La sua missione, tuttavia, non è affatto facile: Cash sarà anche un "grande americano", ma la sua carriera inizia ad accusare qualche colpo sotto il peso dei tempi che passano. Primo fiasco discografico, infatti, è The Gospel Road (Columbia, 1973), doppio album che racconta la vita e le opere di Gesù Cristo, facendo da colonna sonora all'omonimo film diretto da Roberty Elfstrom. I quattro lati sono confusi, zeppi di introduzioni parlate e odi di lode al Signore: la musica ne risente, tra brani incisi per l'occasione e vecchie conoscenze.
La mini-opera "Gospel Road" è un miscuglio poco coeso di parole, ritmi country e cadenze western. Ancora più difficile da comprendere, il melenso orchestrale di "Follow Me" con June Carter che piange davanti al barbuto redentore. Recuperate, tra le altre, "Jesus Was A Carpenter" e "Last Supper" per un disco che non va decisamente da nessuna parte, tranne che verso la ritrovata fede di un uomo.

La vitalità discografica di Cash pare arrancare, schiacciata dal troppo peso delle pubblicazioni continue. Johnny Cash And His Woman (Columbia, 1973) è un altro album superfluo, raccolta di duetti con la moglie June Carter. Si tratta di country canonici, da "The Color Of Love" a "Allegheny", cantati con gusto, ma privi di verve. Meglio il blues dolente di "Saturday Night In Hickman County" o certi numeri folk come "City Of New Orleans" e "The Pine Tree".

Alla metà del 1974 il governo degli Stati Uniti non se la passa molto bene, minato alle fondamenta dalle attività illegali della presidenza Nixon, inchiodata dai giornalisti del Watergate e costretta alla caduta rovinosa ad agosto. Il patriottico Johnny Cash si è esibito proprio per Nixon e, prima ancora delle sue dimissioni da presidente, ha deciso di dire la sua, ancora una volta in musica.

In Ragged Old Flag (Columbia, 1974) l'artista indica all'ascoltatore una bandiera a stelle e strisce, logorata da strappi e buchi. E' il dito del patriottismo, richiamato a gran voce in un momento difficile per la nazione e per la sua democrazia. Chiave di volta è la title track, spoken-word per le nuove generazioni su base polistrumentale di banjo, pianoforte e armonica. Cash sottolinea il problema ambientale nella corale "Don't Go Near The Water", continuando progressivamente su stili a lui cari, tra i rockabilly "All I Do Is Drive" e "Lonesome To The Bone".
Il disco perde all'improvviso la sua vena politica, sfumando in una serie di ballate western come "King Of The Hill", "Pie In The Sky" e "Good Morning, Friend". Per fortuna si tratta di brani validi, ispirati da arie bluegrass ("Southern Comfort") e dalla metà penna di June Carter ("I'm A Worried Man"). Almeno è il Cash più vero a parlare.

Junkie And The Juicehead Minus Me
(Columbia, 1974) è un altro album apprezzabile, nonostante la presenza di molti brani tratti da repertori altrui. Cash è ormai innamorato della musica di Kris Kristofferson, omaggiata dalla scanzonata title track e da "Broken Freedom Song", cantata da Roseanne Cash. "I Do Believe" vira verso un country tipico, lasciando spazio al corale "Keep On The Sunny Side" con la famiglia Carter al gran completo. Intenso, poi, un duetto con Rosey Nix per la cover di "Father And Daughter (Father And Son)" di Cat Stevens. E' l'anima folk scoperta anni prima grazie a Dylan che riemerge anche nella delicata "Christal Chandeliers And Burgundy".

All'inizio del 1975 un grave lutto sconvolge la famiglia Cash: il 22 gennaio muore il padre di June, Ezra "Eck" Carter. I due si chiudono in un religioso silenzio, rotto soltanto dal tenero album The Johnny Cash Children's Album (Columbia, 1975). Il disco, al di là dei buoni propositi da focolare domestico, risulta assolutamente melenso, rimpinzato di filastrocche come "I Got A Boy (And His Name Is John)" e "Miss Tara". Sono brani buonisti, senza alcuna pretesa artistica, piccoli ritratti country come "Nasty Dan" e "One And One Makes Two" o brevi stomp come "Call Of The Wild". "Dinosaur Song" cerca di far imparare divertendosi, ma numeri come "Little Magic Glasses" affondano in un mare melenso difficile da sopportare.

Il momento difficile si ripercuote anche sugli esiti commerciali dei dischi di Cash, assenti dalle classifiche pop fin dal 1972. La Columbia appare piuttosto turbata dal calo generale delle vendite, decidendo di intervenire più decisamente nella scelta dei brani da incidere.

In Precious Memories (Columbia, 1975), ci sono così alcuni must di un ascolto piacevole e massificato: il mellifluo orchestrale di "Amazing Grace", il canto natalizio di "Rock Of Ages" e la melassa pop di "The Old Rugged Cross". L'idea iniziale di Cash è quella di confezionare un altro disco dal sapore gospel, sulla scia di "Hymns From The Heart". "Softly And Tenderly" e "In The Sweet By And By" sono, infatti, brani corali a testimonianza di una vena liturgica e introspettiva. La mano della Columbia, tuttavia, aggiunge zucchero a cucchiaiate, rendendo il disco scialbo come tanti e seppellendo tra i suoi solchi due intimi gioielli folk come "Just As I Am" e "Father Along".

Nel settembre 1975, Cash si imbarca per una tournée europea, seguita da un giro di concerti giapponesi. La Columbia continua a sfornare album, inseguendo un successo commerciale che pare ora un pallido ricordo. Nemmeno Look At Them Beans (Columbia, 1975), infatti, riesce a risollevare le sorti di un artista amato come pochi, ma in declino come tanti in seguito ai cambiamenti radicali che fermentano nell'underground musicale. Troppo anacronistiche, dunque, le classiche svisate country come "Texas, 1947" o l'ennesimo numero barrelhouse di "Beer Drinking Song". E non vanno certo a lasciare il segno i fiati soul della title track o lo spirito da storyteller in "All Around Cowboy", incapaci di dare una direzione precisa sia al disco che alla carriera di Cash.

A conferma di questo declino artistico, l'album live Strawberry Cake (Columbia, 1976), registrato in presa diretta durante un concerto al Palladium di Londra. L'artista afferra con decisione il suo glorioso passato, raccontando al pubblico britannico la genesi di canzoni per la maggior parte provenienti dal periodo Sun. Accolto da applausi scroscianti, Cash dà vita a un piccolo revival, a partire da "Big River" per proseguire con "Doin' My Time" e "I Still Miss Someone". E' una dimensione intima, da storyteller navigato, che si fregia di ballate toccanti come "The Church In the Wildwood" e "Strawberry Cake". Il ritmo accelerato di "Rock Island Line" è coinvolgente come un tempo, ammorbidito solo dai ritmi country di "Navajo" e "Destination Victoria Station". Un concerto riuscito, se visto come cartolina dai tempi che furono.

House of Cash

Johnny CashIl 1976 è un anno importante per gli Stati Uniti perché si festeggia il bicentenario della nascita della nazione con la Dichiarazione d'Indipendenza ratificata il 4 luglio. Johnny Cash è richiestissimo e inizia le sue attività di festeggiamento con uno special tv su Nbc per celebrare i duecento anni del circo americano. Successivamente, tiene un concerto di beneficenza per il Bicentenarial Freedom Train, fino al 4 luglio dove partecipa come gran maresciallo durante la parata a Washington. A trainare l'entusiasmo nazionalista, esce un singolo, "Sold Out Of Flagpoles", che cerca di caricare il popolo di un entusiasmo ormai perduto dopo lo scandalo Watergate. E', tuttavia, un secondo brano, "One Piece At A Time", a salire finalmente in classifica con una storia improbabile su un operaio che costruisce una macchina nuova partendo da pezzi rubati da una catena di montaggio.

Il successo di questi due singoli non riesce a costruire un disco degno d'interesse: One Piece At A Time (Columbia, 1976) è, infatti, soltanto un'ammucchiata di brani senza particolare verve. "Let There Be Country" scivola via nel suo andamento corale, conducendo all'altare la title track, buona per i palati più nostalgici con il suo galoppo western. Della stessa pasta, "Michigan City Howdy Do" che si abbina bene con i ritmi spensierati di "Sold Out Of Flagpoles". A Cash pare non importare, prolifico come pochi nella storia della musica: "Committed To Parkview" e "Go On Blues" sono semplici divertissement e, forse, in questo momento, basta davvero così.

Johnny Cash sembra finalmente un uomo felice, soddisfatto di quello che ha conquistato con estrema fatica. La sua vita trascorre serena, sempre più rilassata soprattutto alla Cinnamon Hill Great House, villa coloniale del Settecento a Montego Bay, in Giamaica.

Testimonianza acustica di questa felicità interiore è The Last Gunfighter Ballad (Columbia, 1977) che si impreziosisce di brani melliflui e tranquilli, basati su melodie orecchiabili come quelle della title track e di "Ballad Of Barbara". Cash torna, soprattutto in "I Will Dance With You" e "You're So Close To Me", allo stornello country, reso ancora più tenue dal mezzo orchestrale "Far Side Banks Of Jordan" con June Carter. Meglio, tuttavia, il country acustico di "Ridin' On The Cotton Belt" o la corale "That Silver Haired Daddy Of Mine", registrata insieme al fratello minore Tommy.

A maggio, Bill Hamon, preside della Scuola cristiana internazionale di teologia, consegna a Nashville una laurea di primo livello a Johnny Cash, in occasione di una cerimonia alla House Of Cash. Viene consacrato ministro del culto, capace ormai di battezzare e di officiare i matrimoni di alcuni amici stretti. Molti artisti che un tempo lo avevano trattato come un'autentica leggenda, ora lo definiscono uno "svenduto alla religione", preferendo di gran lunga l'outlaw drogato e alcolizzato al servo del Signore. Johnny sente il peso di quest'anima doppia, bisognoso di un equilibrio come figura pubblica, incapace di piacere contemporaneamente ai due lati della sponda morale e spirituale. E i suoi dischi non lo aiutano di certo: The Rambler (Columbia, 1977) è un altro lavoro che non riesce a riportare luce sulla carriera di un artista che soffre sempre di più il tempo che passa. Eppure, l'idea che c'è alla base dell'album non è priva di un certo fascino: Cash interpreta il vero uomo della strada, chino sul volante a macinare chilometri sulle highway e pronto a far salire a bordo l'umanità più varia, dal fisherman alla cowgirl. Qui, il senso narrativo dei dialoghi che si inseriscono tra un brano e l'altro, dall'iniziale blues per pianoforte di "Hit The Road And Go" alle marce solenni di "No Earthly Good" e "My Cowboy's Last Ride". Sono gli episodi migliori di un album altrimenti fiacco come altri, al di là dell'intelligente struttura narrativa.

Tra la fine del 1977 e l'inizio del 1978, Johnny Cash attraversa per la prima volta da quando ha abbracciato la fede un periodo di difficoltà emotiva e spirituale. Mentre dall'Inghilterra impazza il furore sonico del punk e delle rivolte stradaiole, il Grande Americano smette di frequentare l'Evangel Temple, incapace di conciliare la sua stessa fama con la voglia di sobrietà religiosa. La sua idea di mettere su una congregazione presso la House Of Cash deve fare i conti con i fiumi di fedeli che arrivano per vedere la star del country e non il ministro del culto. Johnny è così sempre più tentato da una vecchia conoscenza: la droga. Inizia a scroccare pillole ai musicisti con cui lavora e, ben presto, si ritrova con una dipendenza forse ancora più forte di quella degli anni 60. Solo che ora non pensa al sesso occasionale o ai continui concerti per guadagnarsi fama e gloria, ma all'apostolo Paolo e alla sua saggezza. Nel frattempo, il 16 agosto, Elvis Presley passa a miglior vita dopo un cocktail fatale di undici farmaci diversi. Cash, che ha condiviso con il Re palcoscenici, manager e produttore, non pare particolarmente scosso dalla notizia. Forse perché le droghe l'hanno reso nuovamente distante, imprevedibile ed egoista. "Ho perso il contatto con Dio", dichiara nel 1978.

Senza il tocco divino, tuttavia, Johnny se ne esce con uno dei dischi meglio riusciti degli ultimi anni: I Would Like To See You Again (Columbia, 1978). Parte del merito è di Waylon Jennings, altro fuorilegge della country music, che toglie la polvere dagli stilemi finora ripetuti alla nausea da Cash, ridando grinta vitale ai suoi accordi. In coppia con Jennings, l'uomo in nero ritrova la profondità acustica di "I Wish I Was Crazy Again", accelerando con il sublime country-rock di "There Ain't No Good Chain Gang". La partnership artistica ha un effetto benefico su tutto il disco, a partire dalla title track, dolente ballad, fino all'inno corale di "I'm Alright Now".

Nel mezzo, Johnny si riscopre saggio storyteller, raccontando ancora le leggende degli outlaw in "Who's Gene Autry?" con un piglio narrativo degno del miglior Bob Dylan ("Abner Brown").
Servivano forze fresche e sono arrivate.

Estate 1978. Una gloriosa pagina del country a stelle e strisce si chiude repentinamente: Mother Maybelle e Sara Carter salutano questo mondo, ultime testimonianze della formazione originaria della Carter Family. Cash perde due colleghe, ma, soprattutto due amiche. La Columbia risponde pubblicando la terza parte di Greatest Hits, Vol. 3 (Columbia, 1978) che pesca soprattutto dagli ultimi album di Johnny.

Dopo la buona riuscita del disco in compagnia di Jennings, Johnny riesce in un inaspettato bis, pubblicando Gone Girl (Columbia, 1978). Il disco è sì una rincorsa agli stili che l'hanno reso leggenda, ma allo stesso tempo offre un piccolo repertorio di canzoni da ascoltare più di una volta. La title track è scritta da Jack Clement e si abbina con la melodia di "The Diplomat", antipasto a un sound che si irrobustisce con i solchi. Cash spinge sull'acceleratore, con il rockabilly scanzonato e nostalgico di "I Will Rock And Roll With You" e la febbrile cover di "No Expectations", dal capolavoro rollingstoniano "Beggar's Banquet". "It Comes And Goes" vira ancora in barrelhouse, accompagnata dalla bandistica "Cajun Born". Intima, poi, l'acustica di "The Gambler" e l'ode pianistica "Song For The Life", uscita poco prima sul primo album di Rodney Crowell.

Il blues della cocaina

La Bear Family Records è un'etichetta indipendente con base in Germania, specializzata nella pubblicazione di materiale rimasto inedito, soprattutto a partire dagli anni 50 tra country e rock and roll. Nel 1978, proprio mentre Johnny Cash ritorna a un'esistenza drogata e solitaria, esce il primo di tre album che guardano a un passato ormai quasi remoto, agli inizi di un ragazzotto baldanzoso e sbruffone, strappato alla Sun dalla sua prima grande madre discografica. The Unissued Johnny Cash (Bear Family Records, 1978) presenta innanzitutto un pugno di gioielli tratti dalle session per "Fabolous Johnny Cash", primo album registrato con la Columbia. Sono gli albori del galoppo country di "Mama's Baby" e "Cold Shoulder", tinto di blues ("Fool's Hall Of Fame") nello splendido fraseggio acustico di "Walkin' The Blues". E' il primo grande Cash, romantico come in "So Do I" e "I'll Be All Smiles Tonight", cantastorie nato, perso tra i solchi di "The Fable Of Willie Brown". Un disco che è un prezioso viaggio a ritroso, alla riscoperta di uno dei più cristallini talenti della musica americana.

Seconda puntata della trilogia retrospettiva, Johnny & June (Bear Family, 1978) raccoglie in particolare alcuni duetti inediti con la moglie June Carter. Il country di "How Did You Get Away From Me" si mescola, così, con i ritmi esotici di "Adios Aloha" e la grinta di "Cotton Pickin' Hands". Gli episodi migliori, tuttavia, sono quelli che vedono il solo Cash alla chitarra, tra un barrelhouse romantico ("The Baby Is Mine") e il western orchestrale di "Thunderball", pensato come colonna sonora di James Bond. Brillante la cover di "One Too Many Mornings" di Bob Dylan, seguita dal boom-chika-boom che l'ha reso una leggenda, con "Smiling Bill McCall" in odore di santità country-rockabilly.

A chiudere poi il trittico, ci pensa Tall Man (Bear Family, 1979) che non riesce, tuttavia, a presentare brani all'altezza dei precedenti. La title track è un doo-wop allegro e senza pretese, seguito a ruota dalla quasi bandistica "Besser So Jenny Jo". A convincere, solo il piano blues di "The Sound Of Laughter" e il country solitario di "Engine 143". Segno che, forse, l'etichetta tedesca ha esaurito le sue scorte di piccoli gioielli sonici.

Nel 1979 la Columbia Records decide di festeggiare il venticinquesimo anno di attività di Johnny Cash, affidandolo alle cure del produttore canadese Brian Ahern, già con Emmylou Harris. Gli anni sono, in realtà, ventiquattro (dal primo singolo per la Sun) e si intuisce abbastanza chiaramente che quella della Columbia è un'operazione di mercato per tentare di rimettere in vendita un artista in declino, troppo legato a un sound che lo ha reso sì leggenda, ma anni e anni prima.

In Silver (Columbia, 1979) viene quindi smorzato il classico boom-chicka-boom, in favore di toni più ripuliti e arrangiati in maniera meticolosa. "The L & N Don't Stop Here Anymore" è, ad esempio, una tradizionale ballata western, solo più scintillante, arricchita da un violino quasi celtico. La mano del produttore si fa sentire, soprattutto nel rendere meno impastata la voce di Cash che, nello stomp "Bull Rider", pare riacquistare una limpida verve narrativa. E' un disco strano, certamente ripulito, ma pieno di canzoni sopra la media, degne del migliore degli outlaw. "(Ghost) Riders In The Sky" cerca l'epica, accompagnata dalla marcia cadenzata di "West Canterbury Subdivision Blues". "Muddy Waters" ritrova il sapore agre di certi velenosi blues di frontiera, mentre "I'm Gonna Sit On The Porch And Pick My Old Guitar" è una sorta di stornello serale, da suonare con pochi intimi se non con se stessi.

"Silver", alla fine, riesce nel suo intento, entrando nella Top 30 dei dischi più venduti e addirittura al numero due di quella dei singoli con "Ghost Riders In The Sky". Non solo: il disco è l'ultimo con l'apporto del basso di Marshall Grant, licenziato all'inizio del 1980 per "divergenze artistiche" con Johnny. E in parte questo è vero, vista la fermezza con cui Cash si impegna a modificare il suo classico sound galoppante, troppo vecchio all'alba di un decennio che stravolgerà parecchie cose in ambito musicale. Grant è vecchio, antico, ma soprattutto vuole controllare in modo razionale la vita di Johnny, credendo di essere l'unico insieme a June a poterlo salvare dalle droghe. Un vero e proprio manager, in pratica, che si vede arrivare diverse lettere di benservito, a detta sua "molto scortesi".

Il licenziamento di Grant, quindi, fa parte di un tentativo generale di svecchiamento artistico, accolto con sollievo dalla Columbia quando a uscire sono dischi come Silver. Il problema emerge, tuttavia, quando Cash comunica all'etichetta la sua intenzione di pubblicare addirittura un disco doppio, tutto a base di gospel. A Believer Sings The Truth (Columbia, 1979) viene inizialmente rifiutato dalla Columbia, affidato alle cure editoriali della Cachet, di proprietà dello stesso Cash. Si tratta di un magniloquente doppio album, diviso in quattro lati e ricco di lodi al Signore in formato country-gospel. Un passo indietro rispetto alle amare ballate di Silver e apparentemente un controsenso nella biografia di un artista ricaduto nelle mani di Satana e delle sue abbondanti droghe pesanti. Cash sembra voler nuovamente insistere sulla sua immagine di "Cristiano Rinato", sciorinando filastrocche di preghiera come "Wings In The Morning" e "Oh Come Angel Band". La sua missione è di comporre nuovi ritmi per Gesù ("Gospel Boogie" e "Old Chunk Of Coal"), abbandonandosi a intimismi acustici come quello di "Children Go Where I Send Thee".
L'atmosfera corale di certi brani, su tutti "When He Comes" e "Lay Me Down In Dixie", rendono perfette le partecipazioni delle varie June Carter, Cindy e Roseanne Cash per tentare di ritrovare non solo la strada divina, ma anche quella perduta della grande famiglia del country religioso americano.

Nell'ottobre 1980, Johnny Cash ha quarantaquattro anni ed è la persona più giovane in assoluto a entrare nella prestigiosa Country Music Hall Of Fame, dichiarando ai presenti di essere pronto a tener duro a livello artistico, sperando di poter tener testa a tanti ancora per qualche anno.
Rockabilly Blues (Columbia, 1980) è di fatto il suo tentativo di riprendere una fetta prestigiosa della tradizione americana, il rockabilly che tanto ha avuto fortuna negli anni 50. L'azzardo, in effetti, sta proprio qui, nel riproporre trent'anni dopo (e dopo il punk) un genere al massimo buono per i nostalgici. A poco, dunque, serve la produzione di Earl Pool Ball che aiuta Cash a lavorare di armonica a bocca ("Cold Lonesome Morning" e "Texas 1955"), sempre attento al ritmo del country di "Without Love" (scritta da Nick Lowe, con Dave Edmunds alla chitarra) e alla melodia di "It Ain't Nothing You Babe". Meglio quando a comporre è un talento più fresco (quello di Kris Kristofferson in "The Last Time", ma in sostanza nulla di rilevante, almeno non per tornare davvero in pista come protagonista.

All'alba di un nuovo decennio, il leggendario outlaw pare privo di idee fresche, costretto a ripiegare, dopo l'ennesimo passo falso di un disco rockabilly, su uno dei più classici temi, quello del Natale. Classic Christmas (Columbia, 1980) è un album infarcito di tessiture orchestrali e cori per un pugno di banalissimi canti festivi, da "Silent Night" a "Joy To The World". Basta questo per spiegare il momento di difficoltà artistica di Cash.

Uomo della strada

Nel 1981, Johnny Cash tenta inutilmente di tornare a una ribalta artistica ormai divenuta quasi anacronistica. The Baron (Columbia, 1981) è l'ennesima prova d'autore, affidata alle esperte mani del produttore Billy Sherrill, veterano di Nashville e di un sound country-pop. Il risultato del suo lavoro, tuttavia, non soddisfa Cash che più tardi si pentirà di aver realizzato un disco così fiacco, a partire dall'orribile videoclip del singolo apripista. Ne viene fuori un country piatto e artificiale (la title track su tutte), affogato nella melodia di "Mobile Bay", tutto cosparso di salsa sintetizzata ("The Hard Way").

Per esorcizzare il momento duro nella sua vita musicale, la Columbia decide di pubblicare un'altra raccolta, Encore (Columbia, 1981), che, tuttavia, copre proprio il suo ultimo periodo. Spicca l'unico brano inedito, "Song Of The Patriot", tra banjo, ritmo militaresco e atmosfere irlandesi.

A giugno, Cash è in tournée in Australia, poco prima di un'altra cattiva notizia: Marshall Grant gli fa causa per 2,6 milioni di dollari, accusandolo di inadempienze contrattuali e diffamazione. L'ex-bassista afferma che Johnny gli ha promesso centomila dollari l'anno fino alla fine della carriera, anche se il pubblico ministero dichiarerà che i due non sono mai stati soci in affari e che Grant è stato licenziato per assenteismo e mancanza di professionalità. I problemi non finiscono qui: alla fine dell'anno, Cash viene attaccato da uno struzzo del suo zoo personale presso la casa sul lago. L'uccello, battezzato Waldo, gli fracassa alcune costole, costringendolo a un periodo di degenza a base di analgesici. Ovviamente, Johnny ne prende sempre qualcuno in più.

Prima di partire per la tournée australiana, Cash si esibisce a Stoccarda dove, per caso, incontra i due veterani del rock and roll, Jerry Lee Lewis e Carl Perkins (anche loro in Germania per un giro di concerti). Questi ultimi decidono, a sorpresa, di raggiungere Johnny sul palco, per uno show da antologia della musica. The Survivors Live (Columbia, 1982) è, appunto, la cronaca del meeting tra "sopravvissuti" del primo rock americano, tra grandi classici e brani meno conosciuti. A non mancare sono, ovviamente, "Get Rhythm", "Whole Lotta Shaking Going On" e "Blue Suede Shoes", colonne soniche delle carriere dei tre musicisti. Attorno a queste, il country di "I Saw The Light" (Hank Williams) e il ritmo di "Matchbox" (Carl Perkins), per finire con l'inno gospel di "Peace In The Valley". Le esecuzioni sono imbolsite dagli anni, infarcite dei canoni tradizionali a stelle e strisce, per un revival nostalgico (ma alla fine efficace) tra leggende sulla via del tramonto.

Alla fine del 1981, la famiglia Cash decide di passare un po' di tempo a Cinnamon Hill per il Natale. Proprio nel momento di mettersi a tavola, i commensali vengono presi in ostaggio per quattro ore da tre rapinatori armati che, alla fine, scappano via con un bottino del valore di cinquantamila dollari. I banditi vengono presi successivamente, con il primo ministro giamaicano Edward Seaga a scusarsi personalmente con Cash.

Prodotto dall'amico di sempre Jack Clement, The Adventures Of Johnny Cash (Columbia, 1982) è un altro disco che tenta di riprendere la scalata al successo, senza centrare l'obiettivo. L'album risuona troppo nella sua eco, andando ad appiattire brani potenzialmente di un certo valore. "I Been To Georgia On A Fast Train" ha un discreto ritmo, fregiato di un inutile coro yodel iniziale; "Fair Weather Friends" e "Sing A Song", invece, tentano la via della profondità canora, meritando almeno la menzione. Buoni poi, certi numeri bluegrass come "Good Old American Guest" e "Ain't Gonna Be A Hobo No More", forse il brano migliore di tutto l'album.

Verso la fine del 1983 Johnny Cash è un autore sempre meno prolifico, autore di appena cinque brani negli ultimi cinque album pubblicati dalla Columbia. L'ultimo di questi, Johnny 99 (Columbia, 1983) presenta un quasi inspiegabile paradosso: Cash il maestro si ritrova a emulare la straordinaria verve lirica di Bruce Springsteen, ispirato dalle stesse registrazioni di Johnny nel suo nuovo disco, "Nebraska". Cash il maestro, dunque, a rifare le scarne e cristalline "Johnny 99" e "Highway Patrolman", alla sua maniera, ovviamente. Prodotto da Brian Ahern - che continua il suo lavoro di svecchiamento della musica dell'ormai ex-outlaw - il disco finisce per convincere, almeno in intensità. A parte il folk delle due gemme springsteeniane, Cash vira in blues con "That's The Truth", seguito dallo spoken di "God Bless Robert E. Lee". In alcuni pezzi, tuttavia, emergono vecchie tentazioni melliflue ("Joshua Gone Barbados"), per fortuna rese emozionanti dal finale di "I'm Ragged But I'm Right". Il problema di fondo resta in piedi, al di là dell'album riuscito: la penna di Johnny è sempre più arida.
E la situazione non è delle migliori anche per quanto riguarda la sua salute psico-fisica. Nel novembre 1983, a Nottingham, ha delle allucinazioni da alcol e droga, convinto che oltre la parete della stanza d'albergo ci sia un letto a sorpresa. Inizia a battere talmente forte contro il muro che si gonfia una mano, facendola infettare. Verrà sottoposto a intervento chirurgico di ritorno a Nashville prima di scoprire di soffrire di emorragie interne e di dover togliersi via duodeno e parti di milza, stomaco e intestino. La famiglia Cash è tutta per lui, ma lo rimprovera profondamente per lo stato in cui ha gettato tutti i suoi cari a causa dei suoi comportamenti egoistici da drogato.

Johnny alla fine acconsente al ricovero al Betty Ford Center di Rancho Mirage, in California, per intraprendere la filosofia dei "dodici passi" e disintossicarsi. Ci resta per quasi due mesi, pronto a rinascere ancora una volta a nuova vita.

Durante il Natale del 1984, Cash presenta uno speciale televisivo dalla Svizzera, con ospiti d'eccezione come Waylon Jennings, Willie Nelson e Kris Kristofferson. E' qui, a Montreux, che nasce l'idea di formare un supergruppo di musica country, successivamente noto come Highwaymen. Dall'Europa l'idea si sposta a Nashville, dove viene realizzato in studio l'album Highwayman (Columbia, 1985). Il disco viene accolto con grande clamore dal pubblico, arrivando al numero uno delle classifiche country e, certamente, le stelle che vi partecipano sono di prima grandezza. Molto rumore, tuttavia, si traduce spesso in nulla e il lavoro a otto mani non convince, appiattito da una produzione in classico stile eighties. A parte l'epica iniziale della title track e di certi numeri corali come "The Last Cowboy Song", l'album scivola via senza evidenziare alcunché di effettivamente spettacolare, particolarmente compassato quando si tratta di numeri come "Committed To Parkview" (Cash) e "Desperados Waiting For A Train". Più divertenti, la versione country di "Big River" e il ritmo di "Welfare Line". Per il resto, sembra di assistere a quattro vecchie leggende americane che proprio non hanno altro da fare nella vita.

The Mercury Years

Johnny CashTra la fine del 1984 e l'inizio del 1985, la Columbia Records pare non essere più interessata al futuro della carriera di Johnny Cash. L'ultimo disco con il supergruppo Highwaymen ha dimostrato che il successo può essere inseguito solo se insieme ad altre vecchie leggende del country, non con vagonate di dischi da solista, magari pieni di cover. La goccia che fa traboccare il vaso è l'album Rainbow (Columbia, 1985) che passa completamente inosservato sia artisticamente che a livello commerciale. Cash continua a orbitare intorno ai suoi recenti compagni di band, interpretando la melodia di "Here Comes The Rainbow Again" e "Casey's Last Ride", entrambe dalla penna di Kris Kristofferson. "You Beat All I Ever Saw" ospita la voce di Waylon Jennings, ma non basta a confezionare un disco convincente, soprattutto alla luce della scialba cover di "Have You Ever Seen The Rain" dei Creedence Clearwater Revival. Il disco vende a stento ventimila copie, convincendo così la storica etichetta a dare il benservito al vecchio pupillo Johnny Cash.

Verso la fine del 1985 Cash è alle prese con il film "The Last Days of Frank and Jesse James", con gli stessi Kristofferson e Waylon Jennings. Il 23 dicembre, tuttavia, arriva un evento che sconvolge ancora la sua vita: all'età di ottantotto anni muore suo padre, Ray Cash. Con la dipartita del pater familias, Johnny matura sentimenti ambivalenti, da una parte segnati dall'astio nei confronti di un forte e violento potere gerarchico, dall'altra ammorbiditi con il tempo, quasi sconfinati nel rispetto. Dopo il divorzio di ben tre delle sue figlie, Johnny Cash "padre" decide di dedicare più tempo al piccolo John Carter, per evitare gli stessi errori di sempre.

Nel frattempo, liberato dalle pressioni commerciali della Columbia, l'Uomo in Nero decide di dare ancora una volta sfogo alle proprie pulsioni religiose, pubblicando per l'etichetta cristiana Word l'ennesimo disco di gospel. Believe In Him (Word Records, 1986) è, tuttavia, anche l'ennesimo polpettone religioso, condito a non finire con lodi al Signore e arrangiamenti artificiali degni dei peggiori anni 80. L'iniziale title track ne è un ottimo esempio, seguita dall'orchestrale biblico di "The Old Rugged Cross". Alcuni numeri preferiscono tessiture acustiche ("God Ain't No Stained Glass Window" e "Over There", ma rifacimenti come quello di "Belshazzar" non meritano nemmeno la menzione.

Nel marzo 1986, Cash porta a termine il suo ambizioso lavoro narrativo per "The Man In White", dedicato interamente alla vita e alle gesta di San Paolo. Il libro esce nello stesso momento in cui la Columbia gli comunica ufficialmente che non ci sarà per lui un rinnovo del contratto, dopo ventotto anni di fedele devozione alla causa dell'etichetta. Rick Blackburn, capo della casa discografica di Nashville, decide a malincuore che un artista che ha avuto il suo boom negli anni 50 non può piacere più ai ragazzi, bacino fondamentale del mercato musicale. Cash non piazza un disco nelle classifiche pop (quelle più appetitose) da dieci anni, continuando imperterrito a battere strade e stili sonici già sentiti da decadi. L'ultimo album ufficiale pubblicato dalla Columbia è Heroes (Columbia, 1986), registrato in coppia con Waylon Jennings. Anche qui si cerca di riportare alla vita il fruttuoso miscuglio di talenti del progetto Highwaymen, ma quello che viene fuori è semplicemente un gruppo di canzoni arrangiate in maniera modesta. I due virano verso una certa melodia di base, a partire da "Folks Out On The Road" per proseguire con il mandolino di "I'm Never Gonna Roam Again" e finire con la cover blanda di "One Too Many Mornings" di Bob Dylan. Nel mezzo, due ballad ("Heroes" e "The Ballad Of Forty Dollars") che nulla aggiungono al valore dei due attori sul palco.

Alla fine del 1985, Cash era tornato, per la prima volta in quasi trent'anni, nei vecchi studi della Sun Records a Memphis, per una riunione nostalgica con vecchie glorie del primo rock and roll come Carl Perkins, Jerry Lee Lewis e Roy Orbison. Uscito solo nel 1986, Class Of ‘55 (Polygram, 1986) è un album deprimente per molti aspetti, a cominciare dall'aspetto fisico in evidente declino delle quattro leggende della musica popolare americana. Cash e soci cercano di ricordare al meglio la stella di Elvis Presley, dedicandole "We Remember The King" (scritta per l'occasione a otto mani). Le canzoni sono, tuttavia, fiacche, stanche, incapaci di mordere come un tempo faceva una "Great Balls Of Fire" o una "Big River". Rimane la gioia dei presenti in studio e qualcosa da raccontare ai nipoti.

Alla metà degli anni 80, Cash sembra aver perso qualsiasi entusiasmo nel comporre e registrare musica, non certo aiutato dalla pessima figura fatta con l'ultimo singolo per la Columbia, "The Chicken In Black", dove si veste addirittura da supereroe in calzamaglia per il relativo video.

Come lato B, viene pubblicata "The Battle Of Nashville", chiaro attacco del musicista alla sua ormai ex-casa discografica. Johnny non fatica, tuttavia, a trovare un'altra pretendente, firmando nell'agosto 1986 con la Polygram Records a Nashville, per pubblicare i suoi futuri album con l'etichetta Mercury. Per l'occasione, Cash torna a lavorare con l'amato Jack Clement che gli presenta un fido tecnico del suono, David "Fergie" Ferguson.

Johnny Cash Is Coming To Town
(Mercury, 1987) è così il primo disco del nuovo corso discografico, intriso di voglia di rivincita e di resurrezione artistica. I toni profondi di "Ballad Of Barbara" e "Let Him Roll" sembrano indicare una strada di impegno effettivo, ma sono soltanto poche luci, non paragonabili ai grandi dischi del passato. E' evidente, in pratica, che il vecchio Cash ha bisogno di un nuovo performer del country (l'Elvis Costello di "King Of America") per rispolverare lo stile di "The Big Light". E ci vuole ancora l'aiuto di Waylon Jennings per la pur ottima "The Night Hank Williams Came To Town". Una prova non da dimenticare, certo, tra toni swinganti ("Sixteen Tons") e beat insoliti ("Heavy Metal"), ma che risulta più o meno come l'ennesimo, estenuante tentativo di rimanere a galla in un mondo non più proprio. Quello che resta, ormai, pare l'uomo, l'intrattenitore, la leggenda.

Spinta dalla buona riuscita del primo album, la Mercury decide di sfruttare l'oceanico canzoniere di Johnny Cash, pubblicando la sua prima raccolta dal titolo Classic Cash: Hall Of Fame Series (Mercury, 1988). Il disco è una carrellata di successi del passato, solo deturpati con nuovi arrangiamenti sintetizzati, per renderli più appetibili al pubblico moderno. La nuova casa discografica intende, cioè, dimostrare a Cash di poterlo trattare in maniera molto più attenta rispetto alla Columbia, ma sbaglia su tutta la linea, snaturando completamente quelli che erano capolavori del country e del rockabilly, assolutamente non proponibili in chiave eighties.

Nello stesso anno esce Waters From The Wells Of Home (Mercury, 1988), album composto interamente da duetti. Per l'occasione viene rispolverata "Ballad Of A Teenage Queen", insieme alla figlia Roseanne Cash e alle voci degli Everly Brothers. Cash incontra le vocalità salmodianti di Emmylou Harris (nel country di "As Long As I Live") e della moglie June (nella ballad "Where Did We Go Right") prima di accelerare con il blues di "The Last Of The Drifters" (con Tom T. Hall) e la grinta di "Call Me The Breeze", insieme al figlio John Carter. Il disco è, tuttavia, povero di spunti significativi, ad eccezione della chicca scritta con Paul McCartney, "New Moon Over Jamaica".

Alla fine degli anni 80, Cash inizia ad accusare più di un colpo dopo un'intera vita passata in bilico, sul filo dell'autodistruzione. Nel 1987, durante uno show a Council Bluffs, Iowa, si interrompe alla seconda canzone per un problema coronarico. Viene portato fuori dal palco, dove i medici gli diagnosticheranno uno stato di ipertensione. Nel 1988, viene ricoverato a Palm Springs, California, per una laringite e poi a Nashville dove gli inseriranno un bypass. Cash racconterà di aver fumato una sigaretta mezz'ora prima dell'intervento. Ai giornalisti viene addirittura chiesto di iniziare a preparare necrologi.

Il suo ritorno sulle scene avviene all'Embassy Theatre di Fort Wayne, Indiana, prima di un tour europeo che lo porta a Parigi, dove suona nonostante le contrarie raccomandazioni dei medici.
Nel frattempo, la Mercury decide di pubblicare Boom Chicka Boom (Mercury, 1990), un ritorno in bello stile dei vecchi fasti del suo inconfondibile sound. L'iniziale "Backstage Pass" fa rivivere il ritmo saltellante degli esordi, seguito da numeri country di alta scuola, la cover di "Cat's In The Cradle" e la profondità di "Monteagle Mountain". Prezioso il rifacimento di "Hidden Shame" dal repertorio di Elvis Costello e la melodia tenera di "Harley". Non si tratterà di qualcosa di nuovo, ma almeno è un'iniezione di grinta nelle arterie di una carriera dispersa nel tempo che passa.

On the road again

"E' stata un'esperienza rivelatrice per me. Non voglio ripeterla più": sono le prime parole pronunciate da Johnny Cash dopo le sue difficili condizioni di salute che l'hanno portato a un'operazione di bypass per il blocco del novanta per cento delle arterie coronariche. Il suo ritorno al lavoro discografico è ancora insieme a Kristofferson, Nelson e Jennings per realizzare il secondo album con il supergruppo Highwaymen. Nonostante un forte dolore alla mandibola, nel marzo 1990 appare alla conferenza stampa di presentazione del disco, annunciando un imminente tour statunitense. Highwayman 2 (Columbia, 1990) è, tuttavia, un altro album riuscito soltanto in parte, completamente al di sotto delle grandi potenzialità di quattro cavalieri del country riuniti insieme. "Silver Stallion" e "Born And Raised In Black And White" sono ballate rurali come altre, con i toni che si addolciscono sempre più in "Two Stories Wide" e "We're All In Your Corner", quasi grondanti melassa sonica. Meglio il western di "American Remains", che almeno regala un po' di saggezza cantautoriale a tutto l'album. Per il resto, sembra che Cash, Jennings e soci siano troppo presi da se stessi per realizzare un'opera che risulti davvero corale.

Nel marzo 1991 viene a mancare Carrie Cash, adorata madre di Johnny, all'età di ottantasei anni. E' un altro duro colpo per il musicista che scoppia in lacrime durante il funerale, nel ricordo dell'unica persona che lo ha incoraggiato fin dai suoi primi tentativi con la musica.

Come per reagire a un sentimento diffuso di sconforto, Cash pubblica quello che poi sarà l'ultimo disco registrato per la Mercury Records. The Mystery Of Life (Mercury, 1991) offre spunti tra i meno peggio del lungo periodo di aridità creativa del musicista, leggermente più freschi degli altri per arrangiamento e piglio esecutivo. Cash recupera il galoppo di "The Greatest Cowboy Of Them All" per lasciarsi andare a numeri rockabilly ("I'm An Easy Rider" e una riuscita cover di "Wanted Man" di Bob Dylan) e bluegrass (la title track e "My Songs Again" con Tom T. Hall).
E' vero, tuttavia, che Cash continua a non riuscire a riprendersi da uno stato di insufficienza compositiva, dato che si riduce anche qui a riproporre "Hey, Porter" in versione moderna oltre che una "Man In Black" non troppo nascosta tra le righe di "Angel And The Badman".
Il disco non ottiene alcun successo commerciale e lo stesso Johnny ammetterà, in una sua biografia del 1997, che la Mercury decide di realizzarne la misera cifra di 500 copie.

Verso la fine dell'anno, Cash riceve il premio Living Legend ai Grammy Awards, prima di entrare nella prestigiosa Rock And Roll Hall Of Fame nel 1992. Sono, tuttavia, segni di stanchezza: Johnny ormai è un mito di un tempo passato, costretto a esibirsi in piccoli club in giro per gli Stati Uniti. Le cose vanno certamente meglio quando a entrare in gioco sono gli Highwaymen, che riempiono gli stadi di mezzo mondo tra il 1990 e il 1992.
Certamente non aiuta la pubblicazione di dischi come Johnny Cash Country Christmas (Delta, 1991) che contiene ancora una volta un'accozzaglia di canti natalizi completamente fuori fase.

Stesso discorso per Return To The Promised Land (Renaissance Records, 1992) che viene imbottito dei soliti sermoni biblici, inframezzati da gospel pomposi e già sentiti.

Cash sembra essere confuso, investendo in Cash Country, un parco a tema da realizzarsi presso Branson, Missouri. Il progetto viene portato avanti da un costruttore californiano, ma né i teatri previsti né le aree tematiche sulla musica e sui costumi americani arrivano alla luce.
Scoraggiato dalla dichiarata bancarotta del costruttore, Johnny decide di tornare a suonare dal vivo, giungendo in una particolare città europea in un particolare giorno di un particolare anno. 8 febbraio 1993.

American Recordings: il ritorno della leggenda

Johnny Cash8 febbraio 1993. Johnny Cash arriva a Dublino, Irlanda, per una nuova tappa del suo tour europeo. Arriva a Dublino come una vecchia cariatide del country. Dopo il concerto, Bono degli U2 lo invita a fare un salto ai Windmill Studios, dove la band sta incidendo del materiale sperimentale insieme a Brian Eno, per un disco che dovrà risultare piuttosto diverso dal tipico sound dei quattro rocker. Il brano a cui Bono sta lavorando si chiama "The Preacher" e parla di un viaggio interiore ispirato all'Ecclesiaste. Cash dà ai versi liturgici di "The Preacher" la profondità necessaria e poi se ne torna in patria, pensando che il brano non verrà mai utilizzato dalla band. E invece sì, con il nuovo titolo di "The Wanderer", la canzone è l'ultima traccia dell'album "Zooropa" che arriva al primo posto delle classifiche angolofone ed espone il vecchio Johnny a un pubblico del tutto nuovo, quello monumentale dei fan degli U2.

27 febbraio 1993. Tornato da Dublino, Johnny Cash si esibisce in un piccolo ristorante a Santa Ana, in California. Dopo lo show, gli si fa vicino un personaggio alquanto strano, lunghi capelli neri e barbone, quasi un alcolizzato. "Signor Cash, sarei decisamente interessato a produrla", gli dice con fare sicuro. L'uomo in nero è stupito, soprattutto dall'aspetto bizzarro dell'uomo, ma rimane profondamente incuriosito dalla cosa. L'uomo bizzarro che sembra un alcolizzato si chiama Rick Rubin ed è proprietario dell'etichetta Def American Records.

Originario del Long Island, Rubin è un affamato di musica, amante del rock più aggressivo e duro, dagli Ac/Dc agli Slayer. Ha fondato insieme a Russell Simmons, impresario del mondo del rap, la Def Jam, etichetta che ha lanciato un nuovo modo di sintetizzare i ritmi più underground con l'heavy-metal. Rubin è particolarmente ricco, perché è riuscito a legarsi a dischi di estremo successo come "BloodSugarSexMagik" dei Red Hot Chili Peppers. Il produttore è alla caccia di un'avventura davvero stimolante, alla ricerca di un artista affermato da rilanciare all'attenzione del pubblico mondiale. Johnny Cash gli sembra perfetto, perché incarna quello spirito maledetto degli outsider che Rubin adora così tanto. Oltretutto, Johnny non è affatto contento del trattamento che la Mercury gli sta riservando, come se fosse un pezzo d'anticaglia sonica da pubblicizzare come tale. E alla fine accetta la folle proposta.
Rubin gli spiega subito che la sua intenzione è quella di farlo sedere su una sedia per registrare un numero di brani acustici: solo Johnny Cash e la sua chitarra. Casualmente, è la stessa idea che è venuta in mente alla leggenda del country: un pugno di canzoni folk scarne, che vengono solo dalle viscere e dal cuore. E così, tra il 17 e il 20 maggio del 1993, Cash arriva nel salotto di casa Rubin a Hollywood armato soltanto di una chitarra nera. Registra oltre trenta canzoni tra vecchi classici, cover e brani suggeriti dallo stesso produttore. Quello che emerge subito è che Johnny ha ritrovato all'improvviso il gusto di suonare quello che veramente ama. Il nuovo flusso di coscienza musicale funziona al di là di ogni previsione: Cash registra al 7 dicembre 1993 la bellezza di novantaquattro canzoni. E questo fornisce a Rubin una nuova idea: un concerto di soli brani acustici da tenersi al Viper Room di Hollywood, il locale più alla moda della zona di proprietà dell'attore Johnny Depp. Tre spettacoli di fila per mettere il vecchio menestrello del country davanti a un pubblico troppo giovane per ricordare ogni sua gloria passata. Trasformarlo in un esordiente assoluto per far girare la voce che Cash è bravissimo e mette il cuore della gente sopra una corda di chitarra. Gli spettacoli sono un successo assoluto e regalano a Rubin altro materiale su cui lavorare per quello che sarà il primo album di una serie.

Che American Recordings (Def American, 1994) sia un disco diverso lo si intuisce già dalla sua copertina. Cash troneggia nel mezzo di un campo selvatico, come un vecchio cantastorie mefistofelico, protetto da due cani (uno bianco e uno nero) che sembrano indicare il Peccato e la Redenzione. E di peccato e redenzione parla l'album, che non è un concept ma poco ci manca. Rubin ha la capacità di far emergere il lato più dolente di un uomo pervaso dai suoi anni, seduto su uno sgabello da solo, per mettersi completamente a nudo davanti al suo pubblico. L'assassinio di "Delia's Gone" è una sorta di dichiarazione d'intenti, per recuperare un'intimità perduta e iniziare a raccontarsi come in un memoriale del country e del folk. "Let The Train Blow Whistle" scivola via dolorosa, come un antico blues dell'anima, insieme al satanismo acustico di "Tennessee Stud", dal vivo al Viper Club, mecca dorata del nuovo jet set hollywoodiano, rapito dal silenzio assordante di un uomo in cerca di luce interiore. E da questo punto di vista è la struttura scheletrica di "The Beast In Me" a fare da magnete a tutto il disco, scritta da Nick Lowe per un Cash quasi in stato di grazia. Un Cash che ora sembra aver toccato non si sa quale grazia, trasformando "Why Me Lord?" di Kristofferson in un'accorata preghiera al Signore e, soprattutto, "Thirteen" (di Glenn Danzing) in un'ode magistrale alla libertà dell'uomo in catene, direttamente dai fasti della prigione di Folsom. Sono i panni dello storyteller navigato, luccicanti nella loro austerità, tra "Bury Me Not" e la splendida versione di "Bird On A Wire" di Leonard Cohen.
Il disco si chiude in tragedia, sulle note devastate e piangenti della cover di "Down There By The Train" di Tom Waits e soprattutto sulla nuova esibizione live di "The Man Who Couldn't Cry", toccante melodia dal repertorio di Loudon Wainwright. "American Recordings" rilancia la fiammeggiante luce delle tenebre interiori di Johnny Cash, tornato improvvisamente a nuova vita artistica grazie alla mano di un solo uomo, Rick Rubin.

La stampa di settore si rivela entusiasta dell'album, rilanciando in maniera decisa le quotazioni di un autentico cantastorie americano, soprattutto tra gli ascoltatori più giovani e alternativi.
Il video di "Delia's Gone" vede la partecipazione della modella Kate Moss, aprendo la strada a una serie di esclusivi concerti in alcune dei locali più in voga degli States. A giugno, Johnny Cash si esibisce al prestigioso festival di Glastonbury, davanti a una folla di cinquantamila giovani. Andy Kershaw, dj britannico, lo annuncia definendolo un gigante della musica americana e un gigante d'uomo. Cash è visibilmente nervoso, ma si esibisce in uno show memorabile, suonando quattordici brani e mandando in estasi Glastonbury.

Nel febbraio 1995, American Recordings vince il premio Grammy come miglior album di folk contemporaneo. Nel frattempo, viene pubblicato il terzo album ufficiale degli Highwaymen. The Road Goes On Forever (Liberty Records, 1995) è con ogni probabilità il migliore lavoro partorito dai quattro, aperto dal sostanzioso rock springsteeniano di "The Devil's Right Hand" (scritto da Steve Earle). Il brano trascina un disco piuttosto robusto, quasi moderno nonostante l'età dei suoi protagonisti: "It Is What It Is" vira verso il rock-blues, spingendo sull'acceleratore. Ma non mancano gli stilemi classici della musica tradizionale americana. "Live Forever" splende come una piccola gemma acustica, mentre "Death And Hell" e la title track ricamano variazioni sul genere country. E non mancano le ballate, come "Everyone Gets Crazy" e "I Do Believe", che per una volta non annoiano l'ascolto, a impreziosire un disco ben fatto.

Il successo di critica e pubblico che accompagna American Recordings spinge Rubin a continuare la collaborazione con Cash. Anzi, mai come in questo momento appare chiaro che Rubin ha bisogno di Cash come Johnny del produttore che trasforma in oro tutto quello che tocca. In previsione di una seconda puntata delle "registrazioni americane", Rick Rubin decide di cambiare quasi completamente registro, evitando di ripetere il formato solitario in acustico del primo album. Ad affiancare Cash vengono così chiamati Tom Petty e i suoi Heartbreakers, Flea dei Red Hot Chili Peppers e Lindsey Buckingham e Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac.

Definito un insieme di canzoni comode come un cappotto nero da lutto, Unchained (American Recordings, 1996) mescola in modo chirurgico il tocco nostalgico di un grande vecchio del country con il coraggio di un produttore alternativo come Rubin. Basta ascoltare per la prima volta la versione di "Rowboat", gemma acustica del giovane Beck Hansen trasformata da Cash in una sarabanda ritmica personalissima. O l'inimmaginabile cover di "Rusty Cage", da aggressivo sfogo grunge made in Soundgarden a diabolica sferzata blues tra acustico ed elettrico. Johnny la leggenda interpreta brani fuori dal suo tempo con la grazia di un veterano, adattandoli al suo spirito controverso, come accade nel gospel di "Spiritual" degli Spain di Josh Haden.
Ma Unchained non è soltanto Rubin che forza magnificamente Cash all'interno di stilemi non suoi, ma anche Cash che mostra a Rubin di non essere mai morto artisticamente, a costo di dover riprendere in mano brani antichi come una generazione. La cadenza saltellante di "Sea Of Heartbreak" aggiorna un hit di Don Gibson risalente al 1961, mentre la velocità furente di "Country Boy" torna al 1957 con un boogie supersonico tra western e folk-punk. L'artista provato dalla vita ha bisogno di sfogare i suoi temi più cari, come il legame e la liberazione, il peccato e la redenzione. E' la stessa title track, in questo caso, a rappresentare il vertice di un bisogno di essere libero, fino all'intima preghiera di "Meet Me In Heaven", speranza ultima per un mondo che verrà.
Intorno al cuore liberato del disco, una serie di brani di piglio e freschezza, dalla giravolta boogie-woogie di "Mean Eyed Cat" alla ballad "Southern Accents" (di Tom Petty), dal country romantico di "The One Rose" al rockabilly finale di "I've Been Everywhere".
Unchained non riesce a lacerare il cuore come American Recordings, ma pare più adatto a testimoniare la grandezza versatile di un cantastorie d'altri tempi.

L'uomo solitario

All'inizio del 1997, Johnny Cash intraprende prima un tour statunitense e poi uno in Europa, ma si accorge presto di non essere fisicamente in grado di affrontare il palco. A settembre, prima di uno show al Ford Theater di Washington D.C., c'è una riunione tra musicisti dove viene annunciato ufficialmente che la grande stagione dei concerti è finita, che saranno sempre di meno fino al termine ultimo dell'anno 2000. Non è così. Durante uno spettacolo a Flint, Michigan, Cash inciampa mentre tenta di raccogliere un plettro e poi annuncia al pubblico di essere affetto dal morbo di Parkinson. E' di fatto l'ultimo concerto intero di J. R. Cash.

La situazione precipita: il 29 ottobre viene ricoverato d'urgenza per una sorta di combinazione di polmonite, diabete e problemi nervosi. Entra in coma e ci rimane per dodici giorni. June Carter è disperata, chiede le preghiere dei fan di tutto il mondo. Alla fine Johnny si risveglia, ma gli viene diagnosticata la sindrome di Shy-Drager. Ovvero, gli rimane soltanto un anno e mezzo di vita.

E' un alone di tristezza e morte che circonda tutto quello che rimane del grande Johnny Cash che vive ormai quasi da recluso all'Old Hickory Lake. Nel gennaio 1988 muore l'amico Carl Perkins, poi Helen e Anita Carter. La vita sulla strada con il pullman del tour è finita e l'uomo in nero non può più sfogare la sua natura di cantastorie, sprofondando in una profonda depressione. Fisicamente, è ridotto ai minimi termini: è ormai sordo all'orecchio sinistro e semicieco dopo un attacco di glaucoma. A rincuorarlo, una serie di elogi pubblici alla sua musica, come quello fatto da Al Gore in occasione del Kennedy Center Lifetime Achievement Award. "Ha rivelato l'intera gamma dell'esistenza umana: fallimento e rinascita, catene e fuga, debolezza e forza, perdita e redenzione, vita e morte". Nel febbraio 1998, Unchained vince il Grammy come miglior album country.

Verso l'estate dello stesso anno, viene pubblicato VH1 Storytellers: Johnny Cash & Willie Nelson (American Recordings, 1998), lungo racconto in musica da parte di due autentici cantastorie americani. Ancora prodotto da Rick Rubin, il disco si apre in una dimensione intima, con Cash e Nelson che si presentano allo stesso modo, prima di attaccare una soffusa e sofferta "Ghost Riders In The Sky". I due si parlano, comunicando a se stessi e al pubblico aneddoti riguardanti un percorso compositivo lungo una, anzi due vite. Prima per "Worried Man" e "Don't Take Your Guns To Town" di Cash e poi per "Funny How Time Slip Away" di Nelson. E' uno scaldare progressivo delle chitarre acustiche, impreziosite dalla voce profonda dei due musicisti, uniti in maniera più coesa rispetto al progetto degli Highwaymen. La versione di "Flesh And Blood", infatti, spicca per intensità, a formare una trinità centrale con "Crazy" (Nelson) e "Unchained" dall'ultimo album con Rubin. A brillare, anche la dolente deriva di "Drive On", narrata dalla voce stanca di Cash, quasi opposta a quella squillante di Nelson nella sua "Me And Paul". Il disco si chiude con dolcezza, sulle note morbide di "I Still Miss Someone" e su una versione placidamente saltellante di "Folsom Prison Blues".

Nella primavera del 1999, il mondo della musica si riunisce alla Hammerstein Ballroom di New York per omaggiare Johnny Cash con un All-Star Tribute Concert. Tra gli altri, si esibiscono gli U2, Bob Dylan e Bruce Springsteen.

Ormai lontano anni luce da una vita di concerti in giro per il mondo, Cash vive rintanato in casa, trovando nuova ispirazione per la sua musica, non più tanto incentrata su temi classici come il peccato e la redenzione, quanto su un senso effimero della vita. Spinto ancora dal nuovo mentore Rick Rubin, l'uomo in nero incide quasi come un condannato a morte, con la collaborazione di altri prestigiosi amici come Sheryl Crow, Will Oldham e Tom Petty.

Verso la fine dell'anno, Cash interrompe le registrazioni per gli ennesimi ricoveri, giungendo a una lieta conclusione dei suoi travagli: non è affetto dalla letale sindrome di Shy-Danger. Johnny fa spallucce, convinto di aver vissuto una vita intensa, guidata da Dio. Quasi a rimarcare una sorta di trinità aleggiante sulla sua esistenza, nella primavera del 2000 viene pubblicato un prezioso cofanetto di tre dischi, intitolato Love, God, Murder (Columbia, 2000). A scrivere dentro il booklet per i tre album, June Carter Cash ("Love"), Bono ("God") e Quentin Tarantino ("Murder").

Nell'ottobre dello stesso anno, viene finalmente pubblicata la terza puntata della serie American Recordings, dal titolo American III: Solitary Man (American Recordings, 2000). Si tratta di un lavoro a metà strada tra l'intimismo disperato del primo album con Rubin e il luttuoso scintillare di "Unchained". Cash continua il suo viaggio nelle vertigini tenebrose della sua anima, tra una voglia irrefrenabile di essere libero e le catene della malattia, della morte incombente. E' in questa zona grigia che l'uomo in nero indossa per la prima volta i panni del solitary man, del cantastorie disperato che non ha più nulla se non i propri ricordi. Qui, una serie di stornelli desolati come "Lucky Old Sun" e "I See A Darkness", toccante versione della canzone di Bonnie "Prince" Billy. Cash ritrova certi racconti scheletrici come "Nobody", prima di celebrare il vuoto apocalittico con la cover di "The Mercy Seat" dal repertorio dei Bad Seeds di Nick Cave.
A seguire, un pugno di ballad scintillanti nella propria intima tragicità, dal country-pop di "I Won't Back Down" (da Tom Petty e Jeff Lynne) allo strazio pacato di "One" degli U2. Su tutte, il manifesto di "Solitary Man", trasformata a partire dalla penna di Neil Diamond in una riflessione sulla consapevolezza di essere ai margini di un percorso già compiuto e segnato dalla grazia divina.

Alla fine del 2000, Cash sa benissimo che gli rimangono pochi anni di vita. Decide, allora, di gettarsi a capofitto verso un nuovo album con Rick Rubin. Nel frattempo, la vecchia Columbia decide di svuotare i cassetti, pubblicando prima un antologia in due dischi - The Essential Cash (Columbia, 2002) - e poi una testimonianza dal vivo, precisamente un concerto tenutosi al Madison Square Garden di New York durante il 1969, a quattro mesi di distanza dallo storico concerto alla prigione di San Quentin. In At Madison Square Garden (Columbia, 2002) Cash viene accompagnato dall'amico Carl Perkins e dalla Carter Family, per un concerto che non arriva ai livelli di Folsom e San Quentin, ma poco ci manca. E' un'orgia dal vivo di generi cari alla tradizione a stelle e strisce, una sorta di carrozzone itinerante che spazia dai ritmi serrati di "Cocaine Blues" al rockabilly di "Big River". Uno show enciclopedico quanto incendiario, intagliato dalle stesse mani di una leggenda della tradizione musicale degli Stati Uniti.

American IV: The Man Comes Around
(American Recordings, 2002) arriva nei negozi il 4 novembre del 2002 e diventerà particolarmente noto a tutti in quanto ultimo disco pubblicato da Cash nel corso della sua vita. Il risultato è ancora una volta titanico nel suo dolore agonizzante, a iniziare dalla title track, l'ultima riflessione acustica di un uomo spinto verso il divino, verso la fine della vita terrena. Si tratta di una delle ultime canzoni scritte da Cash, ad aprire un altro disco composto quasi interamente da cover, tutte alla nuova maniera di Rubin, stravolte rispetto alle versioni originali, per adattarle alla splendida voce spenta di Johnny. Come il tono disperato nella cartolina sanguinante del dolore di "Hurt", strazio in endovena a firma Trent Reznor, sgocciolato dal piano e dagli anni di una leggenda che sta per tornare alla polvere. Cash sembra divertirsi a rendere più tristi brani altrui, come nella ballad "Bridge Over Troubled Water" (Simon & Garfunkel), nella dolce e malinconica "In My Life" (Lennon) e nel folk-blues sinuoso di "Personal Jesus" (Depeche Mode) che diventa quasi un brano scritto da Cash perché cantato da Cash con la chitarra di John Frusciante.
L'album presenta numeri di impressionante e gelido impatto, nelle scheletriche "I Hung My Head" e "Saw Your Face", ma soprattutto nella versione con Nick Cave di "I'm So Lonesome I Could Cry". Cash sembra quasi appagato quando ricanta a distanza di anni "Give My Love To Rose", perché pare far uscire dalle sue labbra una maturità conquistata all'ultimo istante dell'esistenza. I traditional "Streets Of Laredo" e "Danny Boy" lo trasformano quasi in un crooner degli abissi, cantore di una vita che corre via velocemente e che prima o poi si presenta a chiedere il conto. Morale, fisico, artistico.

Redemption Songs

Johnny Cash con Nick CaveDopo l'uscita di The Man Comes Around, John e June si ritirano nella casa di Cinnamon Hill, gustandosi in isolamento il grande successo di critica e pubblico del disco. Il video di "Hurt" tocca i cuori di migliaia di fan, definito da Rolling Stone uno dei videoclip più intensi ed emozionanti di sempre. L'album arriva sorprendentemente a vendere un milione di copie, primo disco di platino della sua sconfinata carriera. In Giamaica tornano i problemi di salute per Cash, costretto ad altri ricoveri prima e alla sedia a rotelle poi. Il medico gli ordina di non uscire di casa. June Carter si dedica anima e corpo alla situazione disperata del marito, svuotandosi di ogni energia rimasta nel proprio corpo. Il 28 aprile del 2003, viene ricoverata ed entra in coma. La sua fine è ormai segnata: a maggio, June Carter Cash si spegne, lasciando Johnny in uno stato di sconforto difficile da descrivere a parole.
Impossibilitato a reagire emotivamente in alcun modo, Cash decide di ributtarsi a capofitto nel secondo amore della sua vita, la musica. Purtroppo, non riesce più a cantare, né a leggere gli spartiti o memorizzare i testi. Incredibilmente, riesce a suonare sette brani al Carter Family Fold in Virginia, toccando oltre 1600 persone con un'ammissione straziante: "Il dolore è così forte che non c'è modo di descriverlo". Davanti alla lapide di June Carter, Johnny le dice: "Sto arrivando, tesoro".

Il 21 agosto 2003 suona in studio la sua ultima canzone, "Engine 143", che si conclude con i versi "più vicino a te, mio Signore". Cash inizia a sputare sangue la sera dell'11 settembre, subito ricoverato come decine di altre volte. Ma questa volta non torna indietro: il suo viaggio per la vita ultraterrena inizia alle due del mattino di venerdì 12 settembre 2003. Sulla sua lapide, accanto a quella di June, c'è scritto il versetto 14 del Salmo 19: "Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia roccia e mio redentore".
La stampa internazionale è unanime nel dipingere Johnny Cash come un grande uomo americano, un immenso artista che ha modellato le generazioni musicali a venire.

Appena due mesi dopo la morte di Cash, Rick Rubin decide di svuotare gran parte dei suoi cassetti sonici, per erigere un monumento in musica alla vita, all'arte e alla passione bruciante dell'uomo in nero. Descrivere nel dettaglio tutto quello che è contenuto nel cofanetto di cinque dischi Unearthed (American Recordings, 2003) risulterebbe alquanto azzardato, dal momento che le sue oltre quattro ore di musica sono quasi la summa creativa dell'uomo solitario dell'Arkansas. Cinque album per raccontare un percorso artistico e umano, tra caduta e redenzione, amore e isolamento. Cinque album per la storia di un uomo che non ha mai mollato la sua musica e la sua anima, al di là della leggenda, degli show televisivi, delle tournée e delle droghe. Il primo disco - "Who's Gonna Cry" - rappresenta la genesi del lutto, quel sapore acre del dolore che Cash è riuscito a raccontare con dovizia di particolari. Johnny il cantore degli emarginati, degli uomini che peccano e poi si pentono, della carne che sputa sangue. Si tratta di diciotto canzoni acustiche, realizzate alla scheletrica maniera del primo episodio di "American Recordings": la voce profonda e stanca di Cash seduta su uno sgabello, sola. "Long Black Veil" e "Flesh And Blood" sono scarnificate, rese così asciutte da sembrare lacrime fossilizzate. Sono lamenti folk e country, mescolati da antichi blues come quello di "I'm Going To Memphis". Su tutti, la riproposizione della funebre "Dark As A Dungeon", privata della foga ribelle della prigione di Folsom e arricchita dalla disperazione di un uomo che sta per morire.
Il disco secondo - "Trouble In Mind" - riprende un sentiero fatto di luce, reso elettrico dall'accompagnamento strumentale degli Heartbreakers di Tom Petty e di Flea/Frusciante dei Red Hot Chili Peppers. A sorprendere subito per lucidità, le splendide gemme dal repertorio di Neil Young, ovvero "Pocahontas" e "Heart Of Gold". Cash vira verso territori elettrici, frutto di un'esperienza decennale nel mondo del blues e del country più sostenuto. Da qui, "I'm A Drifter" di Dolly Parton e il rockabilly di "Brown Eyed Handsome Man" di Chuck Berry con la chitarra di Carl Perkins.
Il terzo disco - "Redemption Songs" - riprende in parte il formato acustico del primo, per raccontare in altre quindici tracce una storia fatta di squarci di buio e ampi lampi di luce. Cash si presenta come un "Singer Of Songs", accompagnandosi con le sue corde in un viaggio lento a ritmo di blues, folk e country music. "The L & N Don't Stop Here Anymore" sembra un diario di viaggio dal sentimento western, così come la cover di "Father And Son" (con Fiona Apple) è un'intima testimonianza d'affetto da parte di un uomo rinato più volte nel corso della sua vita. Rubin si diverte a coccolare il suo pargolo con una serie di brani che scivolano via come il divertissement di un'intera vita, dal banjo di "Chattanooga Sugar Babe" alla filastrocca "Cindy" (con Nick Cave), dal ritornello bluegrass di "Salty Dog" alla toccante versione di "You'Re My Sunshine". Su tutte, spicca il duetto con Joe Strummer per una sentita cover di "Redemption Song" di Bob Marley e "Big Iron", ballata di confine dall'ampio respiro country.
Il quarto disco - "My Mother's Hymnbook" - torna alla dimensione acustica in solitario, rimembrando con voce e chitarra gli antichi inni gospel cantati a un piccolissimo Johnny dalla madre. Cash torna a una dimensione intima, sussurrata, mai invadente, dimostrando di trovarsi maggiormente a suo agio rispetto alle cover moderniste proposte da Rick Rubin. Brani come "Where We're Never Grow Old" e "When The Road Is Called Up Yonder" sono come filastrocche liturgiche, cantata con tono di preghiera. "Do Lord" e "I'm A Pilgrim" testimoniano la svolta spirituale di Cash, dopo anni di eccessi e devastazioni interiori, ritrovato nella fede sul sentiero del gospel e della musica di matrice cristiana. Nell'ottica di un disco magniloquente che illustra tutti gli aspetti dell'artista e dell'uomo, si tratta di una piccola raccolta dovuta, perché Cash è stato sì un degno outlaw, ma anche un pastore della country music.
Per chiudere, il quinto disco - "Best Of American" - è un insieme di estratti dai dischi precedenti con Rubin, una serie di gemme tra tristezza e passione, dal funerale di "Delia's Gone" al sangue colante di "Hurt".
Termina così, dopo oltre quattro ore, un viaggio tra i più affascinanti nella musica popolare americana, tra i solchi di un artista seminale e mastodontico nella sua aura musicale.

Scomparso da ormai due anni, Cash entra lentamente nel firmamento delle leggende rock, aiutato non poco dal lungo testamento in musica di Unearthed, acclamato dalla critica come un capolavoro. Nel 2005 esce un altro grande cofanetto, questa volta senza inediti. The Legend (Columbia, 2005) copre quasi tutta la carriera di Cash, a partire dai primi vagiti countrybilly fino alla profondità di The Wanderer negli anni 90.

Nel 2006, la Columbia decide di svuotare ulteriormente i suoi cassetti, pubblicando un doppio album della durata di più di due ore, per circa 50 brani rimasti inediti e registrati presso lo studio personale di Cash alla House Of Cash tra il 1973 e il 1982. Personal File (Columbia/ Legacy, 2006) offre una vasta selezione di canzoni intime, create per lo più a partire dal classico abbinamento tra chitarra acustica e voce dolente. Si tratta dell'ennesima preziosa testimonianza sonica della lunga carriera dell'uomo in nero, incentrata su piccoli spezzoni di folk tradizionale e inni gospel. Cash riprende gli artisti che hanno formato la sua vita artistica, dal Rodney Crowell di "Wildwood In The Pines" ai tanto amati numeri della Carter Family, dalla dolcezza di "The Winding Stream" ai toni melliflui di "It Takes One To Know Me". Cinquanta canzoni per raccontarsi in maniera personale, come seduto davanti a un fuoco caldo e familiare, in modo da illuminare una zona poco conosciuta dello spirito creativo di Johnny Cash.

All'inizio di luglio del 2006, Rick Rubin decide di dare alle stampe l'ultimo capitolo della serie delle registrazioni americane. American V: A Hundred Highways (American Recordings/ Lost Highway Records, 2006) rappresenta per Cash un ritorno alle dimensioni intimamente spettrali del primo episodio di dodici anni prima. "Help Me" (di Larry Gatlin) e "If You Could Read My Mind" (Gordon Lightfoot) gocciolano accordi strazianti, in bilico tra oscuro folk da camera ed emozioni su corde di chitarra. A differenza degli ultimi episodi della serie con Rubin, Cash rinuncia a ospiti d'onore e cover famose per concentrarsi maggiormente sulle canzoni, come nel caso del magistrale stomp apocalittico di "God's Gonna Cut You Down" o della vellutata versione jazzy di "Like The 309". Il Bruce Springsteen ripreso da "Further On Up The Road" non è quello magniloquente di "The Rising", bensì quello rinchiuso di "Nebraska" e "The Ghost Of Tom Joad".
Non mancano poi numeri più rilassati e docili, come la tenera ballata country "Rose Of My Heart" e lo strimpello "Four Strong Winds", scritta dal canadese Ian Tyson. Mentre "On The Evening Train" ricorda ancora una volta la memoria artistica di Hank Williams, la nuova versione acustica di "I'm Free From The Chain Gang Now" arriva a commuovere, ultimo toccante atto di una lunga e indimenticabile vita tra note anfetaminiche e passioni indomabili.

Pacificato. Consapevole. Pronto. Questo è il ritratto di Johnny Cash che emerge dal sesto e, si presume, ultimo album della serie American Recordings, American VI: Ain't No Grave (2010), pubblicato in concomitanza con quello che doveva essere il settantottesimo compleanno del cantautore americano. Ogni canzone pare scelta per figurare un pensiero attinente agli ultimi anni di Cash. Guardando in faccia la morte. La sensazione che scaturisce dall'ascolto di queste parole cantate dalla voce del nostro, non più gagliarda come un tempo ma rotta dagli acciacchi di una vita, fa passare in secondo piano il fatto che quelle di "American VI" non siano le cose migliori edite dall'artista sotto l'egida di Rick Rubin.
Nonostante non regga il confronto con altri lavori, questo album però regala pezzi di assoluto valore; i rintocchi del folk-blues gravoso di "Ain't No Grave", l'orchestrazione discreta ma efficace della splendida "Redemption Day" (a firma Sheryl Crow), la delicatezza del romanticismo di quella "For The Good Times" che fu di Kris Kristofferson, la rinnovata bellezza del puro country di "I Don't Hurt Anymore" o la timida solarità di "Can't Help But Wonder Where I'm Bound", sono episodi che ci offrono ancora un grande Cash.
In definitiva, se Mr. Rubin (che pure non ci sembra il tipo) vorrà risparmiarci azioni di reiterato sfruttamento postumo, American VI: Ain't No Grave sarà l'ultimo canto di un artista fuori dal comune, un addio toccante come al solito, creato con quell'onestà e semplicità interpretativa che hanno reso Johnny Cash una delle cose più belle e sincere nella musica degli ultimi anni.

The End

God's Gonna Cut You Down

C'è un video dove un uomo barbuto mostra i suoi denti dietro oscuri occhiali da sole. Sta spiegando a chi guarda che Johnny Cash ha sempre indossato il nero per risultare più vicino ai poveri, agli emarginati. Come un'eco dalla prigione di Folsom, un suono secco, tribale, uno stomp luciferino. Si può correre per molto, molto tempo. Krist Kristofferson sta suonando la sua chitarra acustica in mezzo alla campagna. C'è un crocifisso e una parola che è diventata cruciale proprio negli ultimi anni di vita di una leggenda outlaw: redemption, redenzione. Prima o poi la mano divina ci taglierà via da questa vita. Bisogna dirlo a tutti, accompagnati da una voce calda, tremolante, arrochita dalle troppe sigarette e dalle veloci anfetamine. Una bionda si muove sinuosa, mentre il maledetto cowboy delle prigioni e del country va in ginocchio a parlare con l'uomo di Galilea. E' l'uomo di Galilea che ha chiesto a Johnny Cash di annunciare l'inevitabile apocalisse all'umanità? I peccatori, si sa, sono i santi più acclamati. Come Bono e Sant'Agostino. Solo Dio porterà alla luce ciò che viene fatto nell'ombra. Come l'opera immensa di Brian Wilson. Due uomini sono in piedi, in cappello da cowboy. C'è un precipizio a mare e un cielo terso. Un mazzo di fiori viene lanciato in aria. Per fare in modo che i suoi petali si disperdano nell'aria, uno per ogni sentimento narrato da Cash nella sua lunga, bruciante esistenza.

A Johnny (e scusa per i 5)

Johnny Cash

The man in black

di Mauro Vecchio

Il mefistofelico viandante dello spirito della nazione americana. L’uomo solitario che faceva abbeverare i delinquenti di Folsom alla fonte del country-blues. Un "outlaw" al servizio del Signore. Viaggio nella leggenda di Johnny Cash: dagli esordi al declino, fino alla resurrezione artistica degli ultimi anni di vita, quando anche una nuova generazione di artisti lo ha eletto a suo "nume"
Johnny Cash
Discografia
Johnny Cash With His Hot And Blue Guitar (Sun Records, 1957)

8,5

Sings The Songs That Made Him Famous (Sun Records, 1958)

7,5

 The Fabulous Johnny Cash (Columbia, 1959)

7

 Greatest! (Sun Records, 1959)

7

 Hymns By Johnny Cash (Columbia, 1959)

6

 Songs Of Our Soil (Columbia, 1959)

6,5

 Sings Hank Williams (Sun Records, 1960)

6

 Ride This Train (Columbia, 1960)

7

 Now, There Was A Song! (Columbia, 1960)

5

 Now Here’s Johnny Cash (Sun Records, 1961)

6,5

 The Lure Of The Grand Canyon (Columbia, 1961)

5

 Hymns From The Heart (Columbia, 1962)

4,5

 The Sound Of Johnny Cash (Columbia, 1962)

6,5

 All Aboard The Blue Train (antologia, Sun Records, 1962) 
 Blood, Sweat And Tears (Columbia, 1963)

6,5

 Ring Of Fire: The Best Of Johnny Cash (Columbia, 1963)

6,5

 The Christmas Spirit (Columbia, 1963)

5

 The Original Sun Sound Of Johnny Cash (Sun Records, 1964)

7

 I Walk The Line (Columbia, 1964)

7

Bitter Tears: Ballads Of The American Indian (Columbia, 1964)

7,5

Orange Blossom Special (Columbia, 1965)

7

Sings The Ballads Of The True West (Columbia, 1965)

7,5

 Everybody Loves A Nut (Columbia, 1966)

6

 Happiness Is You (Columbia, 1966)

5,5

 Greatest Hits Vol. 1 (antologia, Columbia, 1967)

 

 Carryin’ On With Johnny Cash And June Carter (Columbia, 1967)

6

 From Sea To Shining Sea (Columbia, 1968)

5

At Folsom Prison (live, Columbia, 1968)

9

 Old Golden Throat (Columbia, 1968)

6,5

 Heart Of Cash (antologia, Columbia, 1968)

 

 The Holy Land (Columbia, 1969)

5

At San Quentin (live, Columbia, 1969)

8

 More Old Golden Throat (Columbia, 1969)

6

 Hello, I’m Johnny Cash (Columbia, 1970)

6,5

 The World Of Johnny Cash (antologia, Columbia, 1970) 
 The Johnny Cash Show (Columbia, 1970)

5,5

 I Walk The Line (colonna sonora, Columbia, 1970)

5

 Little Fauss And Big Halsy (colonna sonora, Columbia, 1971)

5,5

Man In Black (Columbia, 1971)

7

 Greatest Hits Vol. 2 (antologia, Columbia, 1971)

 

 Sunday Morning Coming Down (antologia, Columbia, 1972)  

 

 A Thing Called Love (Columbia, 1972)
5
 America: A 200-Year Salute in Story and Song (Columbia, 1972) 

6

 The Johnny Cash Family Christmas (Columbia, 1972) 

4

 International Superstar (Columbia, 1972)

6

 Pa Osteraker (live, Columbia, 1973) 

6,5

 Any Old Wind That Blows (Columbia, 1973) 

5,5

 The Gospel Road (Columbia, 1973)

4,5

 Johnny Cash And His Woman (Columbia, 1973) 

5

 Ragged Old Flag (Columbia, 1974) 

6,5

 Junkie And The Juicehead Minus Me (Columbia, 1974) 

6

 Five Feet High And Rising (antologia, Columbia, 1975)

 

 The Johnny Cash Children’s Album (Columbia, 1975)  

4

 Sings Precious Memories (Columbia, 1975)

5

 Look At Them Beans (Columbia, 1975) 

5

 Strawberry Cake (live, Columbia, 1976) 

6,5

 One Piece At A Time (Columbia, 1976) 

5

 The Last Gunfighter Ballad (Columbia, 1977)

5,5

 The Rambler (Columbia, 1977) 

5,5

 I Would Like To See You Again (Columbia, 1978) 

7

 Greatest Hits, Vol. 3 (Columbia, 1978) 

 

 Gone Girl (Columbia, 1978) 

7

The Unissued Johnny Cash (Bear Family, 1978)

7,5

 Johnny & June (Bear Family, 1978)

7

 Tall Man (Bear Family, 1979) 

5,5

 Silver (Columbia, 1979) 

6,5

 A Believer Sings The Truth (Columbia, 1979) 

5

 Rockabilly Blues (Columbia, 1980)

5

 Classic Christmas (Columbia, 1980)

4,5

 The Baron (Columbia, 1981) 

4,5

 Encore (antologia, Columbia, 1981) 

 

 The Survivors Live (live, Columbia, 1982) 

6

 The Adventures Of Johnny Cash (Columbia, 1982) 

5

 Johnny 99 (Columbia, 1983) 

6,5

 Biggest Hits (antologia, Columbia, 1984)

 

 Highwayman (con The Highwaymen, Columbia, 1985)

5,5

 Rainbow (Columbia, 1985)

5

 Believe In Him (Word, 1986)

4

 Heroes (con Waylon Jennings, Columbia, 1986) 

6

 Class Of ‘55 (America/Smash, 1986)

5

 Columbia Records: 1958-1986 (antologia, Columbia, 1987)

6

 Johnny Cash Is Coming To Town (Mercury, 1987) 

6

 Classic Cash: Hall Of Fame Series (antologia, Mercury, 1988) 

 

 Water From The Wells of Home (Mercury, 1988) 

5

 Boom Chicka Boom (Mercury, 1990) 

6

 Highwayman 2 (con The Highwaymen, Columbia, 1990) 

6

 The Mystery Of Life (Mercury, 1991)  

6

 Johnny Cash Country Christmas (Delta Records, 1991) 

4

 Patriot (antologia, Columbia, 1991)

 

 Return To The Promised Land (Renaissance Records, 1992) 

4

 Wanted Man (antologia, Mercury, 1994) 

 

American Recordings (American Recordings, 1994) 

8

 The Man In Black: 1963-1969 (antologia, Bear Family, 1995)

 

 The Road Goes On Forever (Liberty, 1995)

6,5

Unchained (American Recordings, 1996) 

7,5

 VH1 Storytellers: Johnny Cash & Willie Nelson (live, American Recordings, 1998) 

7

 The Man In Black: His Greatest Hits (antologia, Columbia, 1999)

 

 16 Biggest Hits (antologia, Sony, 1999)

 

 Love, God, Murder (antologia, Columbia, 2000)

 

 American III: Solitary Man (American Recordings, 2000) 

7

 The Essential Johnny Cash (antologia, Columbia, 2002)

 

 At Madison Square Garden (live, Columbia, 2002) 

7

American IV: The Man Comes Around (American Recordings, 2002) 

7,5

Unearthed (box set, American Recordings, 2003) 

9

 The Legend (box set, Columbia, 2005)

 

 The Legend Of Johnny Cash (antologia, Columbia, 2005)

 

 June Carter & Johnny Cash: Duets (antologia, Sony, 2006)

 

 Personal File (Columbia, 2006) 

7

 American V: A Hundred Highways (American Recordings, 2006)

7

 American VI: Ain't No Grave (American Recordings, 2010) 

6,5

pietra miliare di OndaRock
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Johnny Cash su OndaRock
Recensioni

JOHNNY CASH

American VI: Ain't No Grave

(2010 - American Recordings/ Lost Highway)
Esce postumo il sesto lavoro dell'uomo in nero per l'etichetta di Rick Rubin

JOHNNY CASH

American V: A Hundred Highways

(2006 - American / Universal)

JOHNNY CASH

The Man Comes Around

(2003 - American)

JOHNNY CASH

Unearthed

(2003 - American)
Un uomo solo, vestito di nero, cammina nel buio, il volto nascosto nell'ombra...

JOHNNY CASH

At Folsom Prison

(1968 - Columbia/Legacy)
I tanti risvolti dell'uomo in nero tra le mura della prigione di Folsom, in un live storico

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