Luke Winslow King

Luke Winslow King

Cartoline da New Orleans

di Gabriele Benzing

Finito quasi per caso nel cuore della Louisiana, Luke Winslow-King ha deciso di tradurre l'aria di New Orleans in un cantautorato orgogliosamente vintage, immerso nelle radici del jazz, del blues e dello swing. Nella sua musica si uniscono la formazione classica e la lezione dei performer incontrati agli angoli delle strade della "Big Easy". Colorando di sfumature nostalgiche i paesaggi senza tempo del Sud

“Moving on towards better days”

 

Tutto è cominciato con una macchina rubata. La prima volta che ha messo piede a New Orleans, Luke Winslow-King aveva vent’anni e una valigia carica di sogni. Si era messo in viaggio dal Michigan per suonare in qualche locale, o forse per sfuggire all’incertezza della direzione da prendere. Ma i veri amori, si sa, nascono sempre da un imprevisto: ed è stato quando la sua macchina è sparita, rubata insieme a tutti i suoi strumenti musicali, che Winslow-King ha scoperto davvero New Orleans.

“Sono rimasto in città abbastanza per innamorarmene”, ricorda. Gli incontri fatti sotto il cielo della Louisiana sono come una rivelazione per lui: il cantante jazz John Boutté diventa il suo mentore e Winslow-King decide di iscriversi ai corsi di teoria musicale e composizione dell’Università di New Orleans. “Sono stato fortunato a poter completare il mio curriculum di studi a New Orleans. Nella mia educazione si sono unite la formazione classica e la conoscenza acquisita nelle strade e nei club. Entrambi questi elementi hanno dato forma alla mia scrittura in maniere diverse, ma ugualmente importanti. Ho imparato la teoria musicale, ma anche lo stile, e come intrattenere un pubblico”.

 

D’altra parte, Winslow-King ha sempre avuto uno spirito vagabondo. Nel Bronx ha fatto il terapista musicale e l’insegnante di musica per non vedenti, a Praga ha studiato i quartetti d’archi, in Italia ha scritto accompagnamenti musicali per lavori teatrali e cinematografici. In ogni città che ha attraversato non ha mai rinunciato a prendere in mano la sua chitarra per mettersi a suonare in qualunque angolo, bordi delle strade compresi.

Il suo primo disco, intitolato semplicemente con il suo nome e pubblicato nel 2006, è un saggio di cantautorato elegante e raccolto, capace di incantare con la grazia delle sfumature. Arpeggi delicati e panneggi cameristici accompagnano la voce del songwriter americano lungo tutti gli episodi dell’album, fino all’epilogo strumentale di “There, There”. Qua e là le movenze si fanno appena più vivaci (“Fall Down The Boulder”, “Flood Waltz”), compare un controcanto femminile (“Staying People Stay Going People Go”), fa capolino un accenno di swing (“Horse Stumble Fall”). Dettagli che vanno a incastonarsi in un quadro dominato dalla presenza costante degli archi, retaggio palpabile della formazione classica di Winslow-King. Il pensiero corre inevitabilmente alle partiture di Nick Drake; ma la declinazione, qui, segue una chiave radicata in maniera inconfondibile nella più profonda tradizione americana.

 

Nel frattempo, Winslow-King comincia a suonare insieme al chitarrista slide di origine livornese Roberto Luti, conosciuto in un angolo di New Orleans dopo essersi fermato per caso ad ascoltarlo, e raccoglie intorno a sé una vera e propria sezione di fiati (trombone, tromba, clarinetto e tuba), con l’accompagnamento della classica washboard, la tavola di legno da bucato usata sin dalle origini del jazz per creare sorprendenti invenzioni ritmiche.

È proprio l’aria della “Big Easy”, quindi, a pervadere le tracce di Old/New Baby, opera seconda del songwriter americano, che vede la luce nel 2009: old-time music per i tempi moderni, con un luccichio di fiati capace di evocare l’atmosfera di una banda persa tra le strade della città.

 

La parata malinconica di “As April Is To May” introduce il disco con un senso di fatalità degno di Elvis Perkins: “Why am I so dear to you, after all the wrong I’ve done?”. Non è difficile immaginare il valzer agreste di “Shoeshine” o l’incedere da brass band di “Airplane” librarsi tra le vecchie architetture in legno della Preservation Hall, lo storico locale jazz del Quartiere Francese in cui, grazie all’ausilio di Earl Scioneaux, ha preso vita Old/New Baby. Le coloriture jazzistiche di “All The Same” danzano con il tono svagato e senza tempo di certe pagine dei Bowl Of Fire di Andrew Bird, mentre lo scioglilingua funambolico di “Never Tired” prende il passo da locomotiva di un Johnny Cash era Sun Records.

Se il ragtime strumentale di “Birthday Stomp” rappresenta l’omaggio più esplicito (e meno personale) alla tradizione di New Orleans, non mancano gli episodi in cui l’atmosfera torna a farsi più vicina all’intimo songwriting dell’esordio di Winslow-King, dagli arpeggi di “I’ll See You When I Look At You” alla tuba pigra di “The Sun Slamming The Highway”, fino ad arrivare agli archi delicati di “Searchlight Waltz”.

Lo scalpitare della washboard scandisce i brani con la vivacità del suo tip-tap, la resophonic guitar di Winslow-King pizzica agile i contorni, gli ottoni diffondono la luce di un tramonto festoso. “Bird Dog Blues” si immerge nelle acque limacciose del Delta per un blues elettrico dalle tinte scure, con il rasoio della slide di Roberto Luti più che mai in evidenza. E, per l’epilogo del disco, i toni si distendono nell’abbraccio delle orchestrazioni dal sapore cinematografico di “Your Eyes, Your Eyes”.

 

“Swing that thing”

 

Luke Winslow-King & Esther RoseA tre anni di distanza da Old/New Baby, nel 2012 Winslow-King riparte sempre dalle strade di New Orleans per The Coming Tide. Immergendosi ancora più a fondo nelle radici della città, quasi a voler riportare in vita le cartoline ingiallite di qualche vecchio Mardi Gras. “È un album che riflette i nostri ultimi anni trascorsi a viaggiare e a vivere in questa splendida città”, spiega il songwriter americano. “Ci sono canzoni d’amore e di nostalgia per i vecchi tempi, quando è nato il jazz”.

Preceduto da un Ep con quattro inediti (You Hear Me Talkin’ To Ya), il terzo disco vero e proprio di Winslow-King continua ad essere permeato da un’atmosfera da brass band, solo con una declinazione più apertamente roots.
Anche in questa occasione, a tenere a battesimo il disco è un edificio storico di New Orleans: stavolta tocca ai vecchi uffici postali dove hanno sede i Piety Street Studios, saliti alla ribalta soprattutto per avere ospitato la Dave Matthews Band e sfuggiti di poco alla devastazione di Katrina.
Dall’orchestrina sbucata dagli anni ruggenti di “Moving On (Towards Better Days)” fino ai chiaroscuri di “Ella Speed”, The Coming Tide è una costante parata di fiati, slide, washboard e modernariato folk-jazz. Alla voce di Winslow-King si affianca per la prima volta quella di Esther Rose, compagna del songwriter americano, in un fiorire di armonie vocali che percorre in controluce tutto il disco.

Le coordinate si spostano sempre più esplicitamente verso il Delta, come testimonia il blues elettrico della classica “Keep Your Lamp Trimmed And Burning”. Un tuffo nella tradizione tutt’altro che isolato, a cui fanno eco l’omaggio alle strade di New Orleans di “I’ve Got The Blues For Rampart Street” e la rilettura di “I’ve Got My Mind Set On You”, resa celebre dall’interpretazione di George Harrison.

Dopo essere stato chiamato ad aprire i concerti di Jack White, del talento di Winslow-King si accorge anche la Bloodshot Records di Chicago, che mette sotto contratto il songwriter americano ripubblicando The Coming Tide nel 2013. Intanto, Winslow-King diffonde in formato digitale un breve Ep dal vivo, Live At Tweed Recording, in cui si cimenta con un paio di classici come “Miss The Mississippi” e “Ragtime Millionaire”, oltre a qualche brano autografo come “The Coming Tide” e “Mississippi Slow Drag”.
Per la sua prima uscita targata Bloodshot a tutti gli effetti, Everlasting Arms, Winslow-King si sposta verso un’Americana dagli orizzonti meno definiti: sempre percorsa dalle reminiscenze nostalgiche del blues di stampo Chess Records, del jazz e dello swing; ma anche legata con più immediatezza al presente, sulle orme del cantautorato roots di Justin Townes Earle.

Non è un caso, allora, che il brano che dà il titolo all’album, “Everlasting Arms”, apra il sipario con la citazione esplicita di un classico. Winslow-King prende il celebre inno gospel “Leaning On The Everlasting Arms”, scritto alla fine dell’Ottocento da Anthony J. Showalter, e lo trasforma in una celebrazione di fratellanza a base di call and response: “You can lean on me brother/ I believe you’ve carried too long”.

Il songwriter americano sembra deciso a pensare in grande: oltre ai familiari Piety Street Studios di New Orleans, le registrazioni toccano anche il Michigan e l’Italia, al Jambona Lab di Livorno, per rinnovare la collaborazione con Roberto Luti.

 

Il risultato traduce l’amore di Winslow-King per le atmosfere vintage in una forma più diretta ed energica che in passato. Finendo però, almeno in qualche occasione, per privilegiare la calligrafia alla personalità.

La batteria di Benji Bohannon irrobustisce i contorni, la chitarra si fa tagliente e in “Swing That Thing” Winslow-King offre una febbrile performance vocale. Tutto intorno a un semplice riff improvvisato dietro le quinte di un concerto romano, con tanto di dedica a quella Esther Rose che nel frattempo è diventata sua moglie (oltre che fedele controparte musicale): “Gonna give you my grandma’s diamond ring, make you Miss Esther King”. Ed è proprio Esther Rose a conquistare il centro della scena in “Wanton Way Of Loving”, accarezzando con la sua voce sottile il violino di Matt Rhody.

Il suo lato migliore, però, Everlasting Arms lo rivela quando le tinte si fanno più scure, dal cammino verso il patibolo sulle note del pianoforte di “Graveyard Blues” fino al baluginare di tromba e clarinetto che si fa strada in “Home Blues”, inoltrandosi tra le ombre del southern gothic: “They’ll make you mean, they’ll make you cruel/ Make you treat your lover like a fool/ Those blues will make you do things you would never do”. E l’aria del Sud, con la sua immutabile gravità, riprende il possesso della scena.

Luke Winslow King

Cartoline da New Orleans

di Gabriele Benzing

Finito quasi per caso nel cuore della Louisiana, Luke Winslow-King ha deciso di tradurre l'aria di New Orleans in un cantautorato orgogliosamente vintage, immerso nelle radici del jazz, del blues e dello swing. Nella sua musica si uniscono la formazione classica e la lezione dei performer incontrati agli angoli delle strade della "Big Easy". Colorando di sfumature nostalgiche i paesaggi senza tempo ..
Luke Winslow King
Discografia
 Luke Winslow-King (Self released, 2006)7
Old/New Baby (Self released, 2009) 7
 You Hear Me Talkin' To Ya (Ep, Self released, 2011)6,5
 The Coming Tide (Self released, 2012 / Bloodshot, 2013)6,5
 Live At Tweed Recording (Ep, Oxford Sounds, 2012)6,5
 Everlasting Arms (Bloodshot, 2014)6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
As April Is To May
(da "Old/New Baby", 2009)
Never Tired
(live, da "Old/New Baby", 2009)
Moving On (Towards Better Days)
(da "The Coming Tide", 2012)
Ella Speed
(live, da "The Coming Tide", 2012)
The Coming Tide
(live, da "The Coming Tide", 2012)
Swing That Thing
(da "Everlasting Arms", 2014)
Traveling Myself
(live, da "Everlasting Arms", 2014)
Everlasting Arms
(live, da "Everlasting Arms", 2014)
Luke Winslow King su OndaRock
Recensioni

LUKE WINSLOW KING

Everlasting Arms

(2014 - Bloodshot)
Il modernariato sudista si carica di slancio roots nel quarto disco del songwriter americano ..

LUKE WINSLOW-KING

The Coming Tide

(2012 - self released)
Dalle strade di New Orleans, torna il modernariato folk-jazz di Luke Winslow-King

LUKE WINSLOW KING

Old / New Baby

(2009 - Fox On A Hill)
Souvenir da New Orleans al luccichio di una banda di ottoni

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.