Disincanto, rabbia sommessa, malinconia senza sentimentalismi, felice nell’oscurità e nella tristezza perché è reale e gli appartiene; la frase sopra riportata riassume, in sintesi, il Lanegan-pensiero, ciò che si può ritrovare nei lavori solisti di una delle voci più evocative e profonde del cantautorato degli ultimi anni.
Il gruppo, autore di un "hard-rock psichedelico" (definizione dello stesso Lanegan), raggiunge una discreta popolarità a livello internazionale anche grazie al movimento grunge che in quel periodo conosce il periodo di massimo splendore e nel quale il quartetto è da tutti inserito, pur avendo connotati poco riconducibili a Nirvana, Pearl Jam e compagnia.
Nonostante le discrete fortune del gruppo e i buoni rapporti che intercorrono tra i componenti, Lanegan avverte la necessità di intraprendere una carriera parallela nella quale riversare le vere tendenze musicali che sente dentro, le passioni per i folksinger alla Leonard Cohen, Tim Hardin, Fred Neil, Dino Valente, inclinazioni che di dimostreranno straordinariamente diverse dal tipo di musica espresso fino a quel momento con i fratelli Conner e dal grunge in generale, nonché più idonee a esprimere i recessi più profondi del suo animo.
Il primo distacco e la rivelazione
And my mind is an opened door/ with nothing inside
Già nell’album di debutto, The Winding Sheet (Sub Pop, 1990), si può capire quanto il progetto solista che Lanegan ha intenzione di intraprendere sia lontano anni luce dalle strade percorse finora.
Sebbene, infatti, si riscontrino echi riconducibili al lavoro degli Screaming Trees, per esempio nella movimentata "Down In The Dark", tutto l’album è pervaso da quel senso di dolce oscurità, da quel folk annerito di blues che finirà per diventare tratto inconfondibile e marchio di fabbrica del lavoro solista di Lanegan.
La voce tremante e sofferente nel folk di fantasmi e solitudine della title track, che raschia i bassifondi in cerca di fuga dall’alienazione con l’oblio in "Ugly Sunday" o tra la cui leggerezza si nasconde un demone ("fear and paranoia run together in my dreams") in mezzo al violino tagliente di "Undertow": è in questa dimensione che Lanegan capisce di poter sfruttare al meglio le sue doti vocali e interpretative.
Con l'aiuto di Mike Johnson e di svariati amici (tra i quali Kurt Cobain e Chris Novoselic), Mark riesce a forgiare una personale versione di folk che guarda sì ai maestri fondatori (il folk-blues finale di "I Love You Little Girl"), ma che possiede una propria personalità, sottolineata in maniera decisa dalla forza d’interpretazione del cantante, come nelle grida sommesse di "Ten Feet Tall", negli acuti in falsetto di "Wild Flowers e, soprattutto, nella cover leadbellyana "Where Did You Sleep Last Night?", con l’apporto dei due Nirvana, che comincia con un andamento solenne e funereo, per poi esplodere di strazi urlati nel finale.
I testi rispecchiano la temperie attuale dell’autore: una lotta con i propri demoni che si risolverà solo più avanti e che qui sembra aver cominciato a presentarsi in maniera decisa.
Prima che l’amico Layne Staley interpretassa "Down In A Hole", Mark canta "I think my blood might boil/ then my veins might burn" in "Down In The Dark"; ma c’è n’è ancora prima di toccare il fondo e ricominciare.
Convivenza e consapevolezza
Here comes the devil, prowl around
one whiskey for every ghost
and I’m sorry for what I’ve done
cause it’s me who knows what it cost
Meno personaggio di Cobain, ma ridotto anche peggio, Mark troverà modo di esorcizzare il demone con Whiskey For The Holy Ghost (Sub Pop, 1994), quello che forse è il suo capolavoro più compiuto.
Sul tavolo ritratto in copertina, una bottiglia di whiskey, un bicchiere, un pacchetto di sigarette e portacenere pieno, una Bibbia; la dannazione e la redenzione che si abbracciano, o forse lottano per prevalere, nel mezzo, Lanegan che, scrivendo tutte le canzoni e riducendo l’apporto di Johnson col quale divideva il lavoro nell'album precedente, sfodera una serie di pezzi da brividi lungo la schiena. Il canto-preghiera ubriaca della title track, ad esempio, nelle cui impennate Lanegan fornisce una prova vocale e interpretativa rimarchevole. Oppure "Kingdom Of Rain", colonna sonora del western più triste e desolato possibile, con svisate di organo come folate di vento secco. E, ancora di più, "Riding The Nightingale", deriva vocale alla maniera del Buckley padre, tra acuti e bassi accompagnata solo da pochi accordi di acustica e da un leggero coro.
È tutto una dicotomia tra bene e male nella lotta dell’anima per salvarsi, canzoni sulfuree e striscianti ("Judas Touch") che convivono con tiepidi soli ("El Sol") e pacificazioni di sassofono ("Sunrise"), il folk in timor di Dio di "Pendulum" o quello blues scarno e roco di "Dead On You".
In conlusione, "Beggar’s Blues", piedi per terra, in mezzo alla polvere, senza sapere dove andare e quale strada scegliere, sempre che ci sia un bivio possibile, sempre che non arrivi il momento in cui una delle due vie diventi il burrone in cui sei già stato e che non vuoi conoscere più.
Espiazione e rinascita
Sixteeeenn
È il 1997 e Lanegan viene arrestato per sospetto possesso di sostanze stupefacenti, in tribunale con l’avvocato buono se la cava, ma ormai anche lui sa di essere ridotto più a un’ombra che a un uomo e decide di finirla passando per la disintossicazione in clinica.
In Scraps At Midnight (Sub Pop, 1998), composto al Rancho De La Luna, nel deserto californiano, Lanegan è un uomo cambiato. "Il disco mi coglie in un momento della vita dove ci sono felicità e speranza", dice, e nei brani trapelano in qualche modo queste sensazioni, anche se ad aprire la tracklist è "Hospital Roll Call", in cui Mark urla e ripete solo una parola: "Sixteen", come il numero della stanza in cui è ricoverato per la sua cura; gli strumenti in libertà trasfigurano la confusione e le sciabolate di chitarra la sofferenza.
Poi però quasi tutto è quieto, il folk riflessivo di "Hotel", il cuore sgravato di "Stay", il lento per slide e piano di "Bell Black Ocean" sembrano voler spazzare via il lato oscuro.
La solitudine e la pace paiono regnare in quel misto di Tim Hardin e Nick Drake che è "Day And Night", con il tremore di un’armonica sullo sfondo, e nella bellissima ballata sognante di "Last One In The World", uno dei migliori addii in musica mai realizzati.
Ma non tutto è stato semplice e come al solito Lanegan attraverso le sue canzoni descrive tutto in modo diretto: ci sono le sofferenze di notti insonni, "praying for sleep/ praying for something so easy", nel notturno per piano e chitarra di "Praying Ground", oppure oneste dichiarazioni d’intenti ("pull all my shit together/ try for another breath") nel country-western alla Waits di "Day And Night".
La pace e l’armonia si perdono alla fine, "Because Of This" è tremore, disordine, vibrazioni e pugnalate, lotta fisica e mentale di un corpo che si contorce su sé stesso per purificarsi e tornare a uno stadio normale.
Il disco non è all’altezza dei precedenti, forse perché di passaggio, di transizione verso una fase in cui bisogna raccogliere i pensieri, concentrarsi e ricompattarsi, partire da punti fermi per costruire, con solide fondamenta, una nuova carriera.
Un omaggio alle radici
I’m working
on the program
every day
Se il disco precedente era frutto di una fase di mutamento, I’ll Take Care Of You (Sub Pop, 1999) rappresenta un omaggio a quelle che Lanegan considera le radici del proprio lavoro da solista.
La voce è pulita, libera dai danni di alcool e stravizi accumulati in precedenza, il sound è morbido, soffuso. Lanegan diventa crooner tra attimi di quasi-jazz ("Creeping Coastline Of Light"), spiritual sofferti e sentiti ("On Jesus Program") e organi sospesi a tratteggiare amori ritrovati ("Together Again").
Ma soprattutto, si diceva, è un disco di tributo; prima di tutti all’amico e fonte d’ispirazione Jeffrey Lee Pierce, del quale riprende, con semplicità commovente, "Carry Home", poi Tim Hardin nel folk punteggiato di piano e violino country di "Siloh Town", l’ovvio Fred Neil omaggiato dall’incrocio di voci nella sublime "Badi-da" e i meno conosciuti Tim Rose (il blues vibrante e psichedelico della finale "Boogie Boogie") e Dave Van Ronck (il western ubriaco e solitario di "A Shanty Man’s Life").
L’interpretazione è la chiave di tutto, l’onestà e il rispetto della canzone nonostante l’adattamento personale, come nel soul avvolgente, caldo e sensuale di "Consider Me" o nel traditional "Little Sadie", con una prova tra l’ultimo Cash e lo Steve Earle più fuorilegge.
Da qui si (ri)partirà per una nuova strada, forse meno graffiante e sincera della precedente, ma ugualmente ragguardevole.
La maturità e gli anni a venire
Got no need for shelter
everything’s forgotten
all is forgiven and understood
Mark Lanegan è ormai un’altra persona. Gli ultimi dischi sono stati un successo, nel 2000 ha chiuso definitivamente il discorso Screaming Trees e iniziato le collaborazioni con i Queens Of The Stone Age di Josh Homme ("mi piace la musica che fanno, mi piacciono loro come persone e mi diverte dividerci un palco", dice) partecipando a "R" e con l’ex leader degli Afghan Whigs, Greg Dulli.
Ora la ribalta è per lui, con essa arrivano anche le aspettative.
Diversamente dai pezzi più grezzi e istintivi dei primi due album, Lanegan va alla ricerca di soluzioni più forbite e complesse; "No Easy Action" si rigira come un raga psych tra spire di cori femminili e wurlitzer, "Miracle" sguazza nel dark e "Resurrection Song" in un’evanescenza da trapasso terreno, mentre "Don’t Forget Me" è un folk-blues che rende omaggio alle origini messicane dell’autore ("i miei genitori vengono dal Nuovo Messico e da bambino ho vissuto nel sud ovest degli Stati Uniti, dove l’influsso della cultura messicana è molto forte").
E' soprattutto il lavoro delle chitarre a produrre i pezzi migliori: il mood creato dall’intreccio tra elettriche e acustiche in "Kimiko’s Dream House" (scritta con l’amico Jeffrey Lee Pierce) o quello di "Love", che pare omaggiare i due lati della vita artistica di Tim Hardin, regalano momenti sublimi e ci consegnano un artista ancora in possesso di uno dei migliori songwriting dell’ultima decade.
D’ora in poi la strada è in discesa, con tutti i rischi di scivoloni che ne conseguono.
L'anno successivo Lanegan partecipa più che attivamente al fortunatissimo "Songs For The Deaf" dei Queens Of The Stone Age e girando in tour con il gruppo inizia ad abbozzare i pezzi per il suo prossimo album.
Nel 2003 tutto sembra pronto per l’uscita di Bubblegum, ma qualcosa non va e Lanegan decide di pubblicare un’anteprima, un assaggio di quello che si troverà nell’album; esce così Here Comes The Weird Chill (Beggars Banquet, 2003), Ep di otto brani che offrono già un'idea del progetto su cui si costruirà poi l'Lp. E' un disco oscuro e diabolico: con il blues-rock "Methamphetamine Blues", con la cover beefheartiana "Clearspot" e la desertica "Skeletal History", si staglia una via più marcatamente rock, meno folk dei lavori precedenti, ma non per questo senza spazi di riposo, come il sussurro soul per piano e voce di "Lexington Slow Down" o la breve e solenne "On The Steps Of The Cathedral".
L’Ep viene registrato dall'autore con la Mark Lanegan Band, ensemble di musicisti che lo accompagna nei concerti e con il quale darà vita a una nuova svolta nel suo sound.
Nel 2004 esce Bubblegum, sempre per Beggars Banquet, e le peculiarità già rilevate nel lavoro di poco precedente si amplificano, provocando una cesura di stili che, sebbene funzionasse nel breve dell’Ep, trasferita sulla lunghezza delle 15 tracce risulta dannosa.
Se da una parte Lanegan affascina con rarefazioni di gospel ("Strange Religion") e ballate suggestive ("Morning Glory Wine"), dall’altra si propone anche in blues-rock o stoner frutto di quanto assimilato nell'intenso lavoro al fianco dei Queens Of The Stone Age.
Il rock di "Sideways In Reverse" e di "Hit The City" (in duetto con PJ Harvey) sono episodi che non sembrano appartenere al Lanegan che si è visto finora, e nonostante l’apporto massiccio degli ospiti illustri (due ex-Guns’n’Roses, Homme e Olivieri), il disco appare riuscito solo a metà.
Ci vogliono la lancinante e autobiografica "When Your Number Isn’t Up" o la vibrante "Like Little Willie John" per ritrovare il vecchio Lanegan, quello del folk di frontiera, che omaggia le proprie radici, e quello che canta delle proprie sensazioni, della propria vita.
Forse è stanco, forse l’attività frenetica che lo ha portato a registrare due album e un Ep nello stesso tempo che una volta impiegava per registrare un singolo disco lo ha spremuto, fatto sta che Lanegan stacca la spina.
Si fa per dire, però, perché a fermarsi è solo la sua carriera da solista, per dare il via a una trasversale fatta di apparizioni, collaborazioni, dischi a metà: tutti vogliono la sua voce graffiante ed evocativa, tutti bramano per un pezzettino di Lanegan da sfoggiare nel proprio disco.
E Mark non dice certo di no, si allontana dai Queens Of The Stone Age, ma canta nel loro "Lullabies To Paralyze", partecipa a "She Loves You" dei Twilight Singers di Greg Dulli e nel 2005 contribuisce alla prima uscita dal vivo del progetto Gutter Twins, che lo vede protagonista proprio insieme all’ex-Afghan Whigs.
Nel 2005 un altro incontro importante getta le basi per una nuova collaborazione. In occasione di un concerto a Glasgow (o così vuole la "leggenda"), Mark Lanegan incontra l’ex-Belle & Sebastian Isobel Campbell. I due trovano affiatamento giusto, e l’oscuro crooner partecipa con la sua voce all’Ep dell’angelica fanciulla scozzese "Time Is Just The Same".
Tuttavia, l’album non è riuscito come sia gli artisti che il pubblico si aspettavano, la sovrapposizione delle due voci e dei due stili, radicalmente diversi l’uno dall’altro, funziona solo quando si trova la giusta amalgama, come nella title track o nell’iniziale "Deus Ibi Est", e paradossalmente, mentre il lavoro di Lanegan sembra essere scontato, quando prende il pallino del gioco la Campbell il lavoro si fa interessante, vedi "Black Mountain" o "Saturday’s Gone".
Il lavoro condiviso con la Campbell, lungi dal fornire l’ispirazione per un ritorno da solista, conferma anzi a Lanegan quanto se la goda a spartire le cose con altri; così il songwriter americano riprende anche il discorso con i Twilight Singers, con la partecipazione ancor più attiva all’Ep A Sitch In Time nel 2006, e, un anno dopo, presta la sua voce alla maggior parte delle canzoni di It’s Not How Far You Fall, It’s The Way You Land del duo elettronico trip-hop Soulsavers.
Il 2008 è un anno importante per Lanegan, ma sempre nella versione di condivisore e collaboratore.
Prima esce l’atteso debutto del progetto Gutter Twins, a metà con Greg Dulli.
Saturnalia, tuttavia, delude le aspettative. Se pezzi come "All Misery Flowers", "Seven Stories Underground" e "Who Will Lead Us" ci presentano un Lanegan in forma, la restante parte dell'album vive di pezzi che sembrano già sentiti nelle collaborazioni precedenti tra i due, nei Twilight Singers, ad esempio, in "The Station" o "Idle Hands".
Insomma, il disco che molti aspettavano si rivela meno sorprendente del solito.
Qualche mese più tardi esce anche il secondo episodio della cooperazione artistica con Isobel Campbell, Sunday At Devil Dirt, che migliora certe situazioni scomposte del disco precedente, ma senza anch’esso convincere fino in fondo.
E' un altro esempio di scontro tra angeli e demoni, tra la sporcizia del blues e il lindore del folk-pop. Ovvio che Lanegan domini la scena come fu in Ballad Of The Broken Seas, non fosse altro che per la prepotenza virile della propria voce, qui spinta in alcuni casi a livelli da raschiare gli abissi degli inferi, tanto è bassa e carica di pece. E se è vero che in tracce come "Seafaring Song", "Come On Over" o "Who Built The Road", l’amalgama vocale tra i due risulta essere perfezionato, è altrettanto vero che il finale si perde tra ballate che incidono assai poco. Meglio, allora, episodi in cui ognuno va per proprio conto, come lo sciamanico Lanegan di "Back Burner" o la sensuale Campbell di "Shot Gun Blues".
Un disco che testimonia come il sodalizio che tutti credevano impossibile, per le differenze sostanziali tra i due, sia fattibile, ma comunque non facile come magari pensavano i diretti interessati.
Nel 2009 Lanegan rinnova il sodalizio con i Soulsavers, prestando la sua voce a Broken, altro disco gradevole, che tuttavia non aggiunge elementi particolarmente significativi al sound della band.
Chissà cosa riserverà il futuro di Mark Lanegan... Se la sua carriera solista sarà definitivamente accantonata per far spazio a quella da comprimario o se il cantautore di Ellensburg riserverà ai suoi fan altri episodi della sua saga, ritornando sulla via oscura del folk, quella di cui adesso sembra aver perso le tracce.

