Natalie Merchant - 10,000 Maniacs

Natalie Merchant - 10,000 Maniacs

La grazia innaturale del folk-pop

di Claudio Fabretti

Con i 10,000 Maniacs ha dato vita a una delle esperienze pop più raffinate degli anni Ottanta. Come cantautrice, è riuscita a costruire storie tanto delicate quanto avvincenti. Con testi complessi, che le sono valsi l'appellativo di "Emily Dickinson del folk-pop". Storia e segreti di Natalie Merchant
I 10,000 Maniacs sono stati una delle band più gradevoli e raffinate degli anni Ottanta. Il loro peculiare folk-rock, fatto di ballate intimiste, arrangiamenti sobri e melodie delicate, si discostava nettamente dal pop elettronico in voga quegli anni per abbracciare una forma di cantautorato acustico a tinte tenui che sarebbe poi venuta alla ribalta nel decennio successivo. Di quel gruppo, nato a Jamestown (New York) all'inizio degli anni 80, Natalie Merchant - nata da figli di emigrati irlandesi e siciliani (il nome Merchant deriva dall’originario Mercante) - era la voce e la mente.

All'inizio, l'organico della band (il cui nome nasce da un film dell'orrore degli anni 60) era un sestetto, comprendente - oltre a una diciassettenne Merchant, ancora studente del Jamestown Community College - Dennis Drew alle tastiere, Robert Buck e John Lombardo alle chitarre, Steven Gustafson al basso e Jerome Augustyniak alla batteria.

Dopo l'Ep Human Conflict Number Five (1982), in cui era presente il loro primo successo, "Tension", i 10,000 Maniacs pubblicano un anno dopo l'album d'esordio Secrets Of The I Ching, in cui si comincia ad avvertire la personalità della Merchant, autrice di ballate colte e forbite. La loro alchimia è un folk-pop atmosferico e frugale, costruito sulle tastiere in odor di wave di Dennis Drew, sulle chitarre jangle di Robert Buck e di John Lombardo, autore anche dei brani insieme alla Merchant, che con la sua voce incantevole regala il vero valore aggiunto.
Pubblicato nel 1983 dalla Mark negli Stati Uniti e nel 1984 dalla Press in Gran Bretagna, l'album riesce a spopolare proprio in questa seconda versione nelle classifiche indie inglesi, sotto la spinta di John Peel, che lo passa a ciclo continuo nella sua trasmissione radiofonica presso la Radio 1 della Bbc, definendolo "il disco più bello dell'anno".
Non ancora perfettamente padrona dei propri mezzi, Natalie Merchant riesce però a sfornare già canzoni di delicata eleganza, come la prima versione di "Grey Victory" (con un magnifico jingle-jangle degno dei Rem), la delicata "Tension", la suggestiva "The Latin One" e la più aggressiva "My Mother The War", con chitarre brucianti in odor di psichedelia - brani che saranno opportunamente ripresi in nuove versioni nell'album successivo - o ancora la estroversa, contagiosa "Daktari" e la suggestiva "Death Of Manolete", che insieme ad altri episodi più acerbi, rivelano una ricchezza di influenze e una varietà compositiva in grado di segnalare tutto il talento di questi nuovi pionieri del college-rock a stelle e strisce.

Sulla Sedia dei desideri

10,000 ManiacsMa è con il successivo The Wishing Chair (1985) che la band di Jamestown compie il definitivo salto di qualità. Per l'occasione Natalie e compagni fanno le cose in grande: volano a Londra, alla corte di un guru del folk britannico come Joe Boyd, già deus ex machina di Fairport Convention, Incredible String Band, Nick Drake e John Martyn, nonché artefice, proprio in quello stesso 1985, delle “Favole della ricostruzione” dei Rem, portabandiera del college-rock che stava proliferando in America e del quale gli stessi Maniacs sarebbero diventati autorevoli esponenti.
E Merchant decolla definitivamente come autrice, pennellando affreschi esistenzialisti con il lirismo di una Emily Dickinson del pop. Sono collage di suggestioni e istantanee a tinte tenui di un'America di provincia, sfumata e indefinita, che fugge lontana dallo sguardo dell'ascoltatore, proprio come il paesaggio visto dai finestrini del treno di "Can't Ignore The Train", un concentrato di dolcezza e malinconia in formato jangle-pop, con una melodia deliziosa, intonata con un filo di voce, a pennellare un acquerello agreste.
Folk americano e inglese e pop si mescolano indissolubilmente, per un risultato inedito e personalissimo che si esalta nella bellezza di ogni singola canzone, dalla folgorante "Scorpio Rising", marchiata a fuoco dall'assolo di Buck, all'Irlanda virata a tinte country nella rilettura del traditional medievaleggiante "Just As The Tide Was A Flowing", dal mandolino di "Everyone A Puzzle Lover" (che insegnerà qualcosa ai futuri Rem di "Out Of Time") al tenero lirismo di ballate come "Lilydale" e "Grey Victory" (con un bell'intreccio tra l'organo di Drew e l'elettrica di Buck, a sublimare il groove jangly).
La tensione del post-punk non è svanita, è solo stemperata, vibra sottopelle tra i solchi di "The Colonial Wing", intonata dalla Merchant con l'intensità di una Janis Joplin, o nella superba "My Mother The War", griffata da una chitarra acida sospesa tra suggestioni velvettiane e Paisley Underground. Il commiato, con il valzer trasognato di "Arbor Day", pennella l'ennesimo paesaggio di un'America bucolica e remota. Seduta idealmente sulla Sedia dei desideri a sognare un'evasione dalla routine di tutti i giorni, di quei thirty, thirty, thirty afternoons.
The Wishing Chair è un lungo e delicato brivido, pienamente calato nel mood più malinconico degli Eighties (quello di band come Rem, Lone Justice, Smiths, Lloyd Cole & The Commotions, China Crisis e tanto indie-pop a venire) ma che rinnova un'austerità frugale e un incanto melodico degni dei migliori Fairport Convention (non a caso, prodotti dallo stesso Boyd).

Una tribù alla ribalta

Se fino a quel momento la band era costruita soprattutto sul binomio Lombardo-Merchant, autori di quasi tutti i brani, per il lavoro successivo, con l'abbandono del primo, è Natalie ad assumere pienamente le redini del gruppo, appoggiandosi soprattutto al lavoro di cesello chitarristico di Buck.
Disco in perfetto equilibrio tra gli inizi quasi roots della band, accostabili ai Rem più folk-rock, e la svolta decisamente pop dei successivi, In My Tribe (1987) consacra i 10,000 Maniacs come una realtà internazionale, esaltando la vocalità limpida e struggente della Merchant, la cui magnifica voce dà vita a brani semplici ed eterei, ma sempre disperatamente malinconici. A cominciare dall'iniziale "What's The Matter Here", introdotta da un soffice strato di chitarre e sublimata dal canto flessuoso della vocalist, intenta a narrare una drammatica storia di violenze sui bambini che una madre non riesce a denunciare ("And I want to say, 'Hi'/ Want to say/ 'What's the matter here?'/ But I don't dare say"). Altro climax emotivo del disco è il midtempo di "Like The Weather", tutto giocato sul fitto dialogo tra la voce della Merchant e la chitarra di Buck, che si inseguono lungo il bridge per poi unirsi nella melodia del ritornello; un brano apparentemente scanzonato, ma pervaso in realtà da una vena di romantico pessimismo ("The color of the sky is grey as I can see through the blinds/ Lift my head from the pillow and then fall again/ Shiver in my bones just thinking about the weather/ A quiver in my voice as if I might cry").
L'immaginario dei testi della Merchant resta molto ampio, spaziando da temi sociali drammatici (alcolismo, abusi sui minori, analfabetismo) ai pensieri sparsi, dedicati perfino alla madre dell'autore di "On The Road" (la deliziosa "Hey Jack Kerouac", con una delle melodie migliori del lotto), dalle aggraziate novelle folk-pop di "Cherry Tree" e "The Painted Desert" all'anelito pacifista con la cover di "Peace Train" di Cat Stevens (che sarà però fatta rimuovere dalla band nella versione su cd, dopo alcuni commenti del cantautore, neoconvertitosi in "Yusuf Islam", ritenuti non ostili alla fatwa a Salman Rushdie).
Michael Stipe, all'epoca presunto compagno di Natalie, compare al controcanto in "A Campfire Song" e l'influenza remmiana resta tangibile anche tra le note di "Gun Shy" e nel mandolino di "City Of Angels", mentre afrori caraibici affiorano in "My Sister Rose".
Ma a brillare sono anche la struggente ninnananna di "Don't Talk", cullata su un tappeto di chitarre elettriche (e ripresa in una versione ancor più vibrante sull'Unplugged del 1993), e la conclusiva, delicatissima "Verdi Cries", prodigio acustico per violino, violoncello e piano, con la voce della Merchant che tocca nuove vette di commovente intensità.
In My Tribe raggiungerà il n.37 dellla Billboard 200, consolidando la fama del gruppo anche in Europa.

Il successivo Blind Man's Zoo (1989), decisamente più pop dei predecessori, lascia intravedere qualche segno di cedimento in sede di scrittura (l'inutilmente chiassosa “Headstrong", la sovraeccitata “You Happy Puppet”), ma sfodera comunque un pugno di brani di gran classe, a cominciare dall'iniziale "Eat For Two", dolente riflessione di una ragazza-madre con versi di inusuale ruvidità ("Dream child in my head/ in a nightmare born in a borrowed bed"), e dal singolo "Trouble Me", altro gradevolissimo midtempo che riporta la band dalle parti della Sedia dei desideri, una terra di malinconie sospese in cui si potrà assaporare anche la melodiosità rugiadosa di "Dust Bowl" e "The Lion's Share", due ballate cesellate con la consueta grazia cristallina.
E se "Please Forgive Us" rimette a lucido le chitarre jangle, al servizio di un'invettiva assai lungimirante che prende spunto dallo scandalo Iran-Contra per gettare un'ombra su futuri decenni di politica interventista degli Stati Uniti ("to justify murder by their fighters for freedom"), a chiudere il cerchio è un'altra prodezza, l'acustica "Jubilee", orchestrata per chitarra arpeggiata, arpa e quartetto d'archi, con un testo intriso di spiritualità e di complessi riferimenti biblici.
Sempre legato a doppio filo alla tradizione country e folk (non solo americana), a tratti vicino ai Rem più estroversi, l'album conquista ancora una volta la critica e il pubblico, scalando ancor di più le classifiche su entrambe le sponde dell'Oceano (n.13 nelle chart americane, n.18 di quelle inglesi).

Pop in Eden

10000maniacs_mtvTre anni dopo i 10,000 Maniacs tornano con Our Time In Eden, un album che ripropone gli ingredienti tipici del loro sound (le chitarre jangle, il nitore dell'organo elettrico, la batteria sostenuta, oltre al canto sempre armonioso della leader), e ne rilancia le sorti grazie a episodi freschi e seducenti, come l'ouverture di "Noah's Dove", giocata più sull'atmosfera, sul mood, che sulla melodia, la ballata di "Stockton Gala Days", sempre nel solco dei Rem, l'r'n'b a briglie sciolte di "Few And Far Between" e “Candy Everybody Wants”, marchiate da un'insolita sezione di fiati, oltre alla più cupa e spigolosa "I'm Not The Man", che chiude la raccolta in un grumo di melanconia.
Ma a trainare il disco nelle classifiche (venderà due milioni di copie nel giro di pochi anni) sarà soprattutto il fragrante impasto melodico di "These Are The Days", che resterà anche una delle loro massime hit, con un testo - per una volta - carico di speranze e di ottimismo: “These are the days you'll remember/ Never before and never since, I promise, will the whole world be warm as this/ And as you feel it, you'll know it's true that you are blessed and lucky/ It's true that you are touched by something that will grow and bloom in you”.
Da sottolineare la presenza nell'album in tre episodi ("Stockton Gala Days", "Jezebel" e "How You've Grown") di Mary Ramsey alla viola, l'artista che di fatto rimpiazzerà (si fa per dire) Natalie Merchant nella seconda, stanca fase della band.

All'apice della creatività, infatti, la Merchant lascia i 100,000 Maniacs, celebrando l'ultimo atto insieme alla band con il fortunatissimo live Mtv Unplugged (1993), forte di nuove, accattivanti versioni dei loro classici (da una “Eat For Two” imbevuta di spezie mediorientali a una più soffusa "Hey Jack Kerouac", passando per una "What's the Matter Here?" impreziosita da un assolo centrale di chitarra) oltre a un'ottima cover dell'evergreen di Bruce Springsteen e Patti Smith "Because The Night".
Mtv Unplugged diventerà a sorpresa il loro album più venduto, ma segnerà anche, di fatto, il loro canto del cigno.

La lunga agonia

Nonostante la gigantesca perdita, 10,000 Maniacs proseguono indefessi la loro attività con il ritrovato John Lombardo e la violinista Mary Ramsey ormai in pianta stabile, pubblicando Love Among The Ruins (1997), un album che inevitabilmente risente del trauma. Ramsey fa del suo meglio per non far rimpiangere il carisma della Merchant, ma il suo flebile falsetto non riesce a far decollare ballate autunnali come "Piles Of Dead Leaves" e "Rainy Day", riuscendo semmai a risaltare con più efficacia nella novelty pianistica di "A Room For Everything" e tra le volute d'organo Hammond di "Shining Light", uno dei brani più classicamente Maniacs, con tanto di briosa sezione ritmica.
La vera sorpresa è però l'imprevedibile cover della "More Than This" dei Roxy Music, che la band stravolge a suon di mandolino (Buck) e radiosi vocalizzi (Ramsey).
Ma non si può negare che Love Among The Ruins rappresenti un passo indietro per l'ex-college-band americana, che senza la Merchant sembra aver perso anche la sua anima.

Tentando di battere il ferro finché è caldo (o meglio, non del tutto raffreddato), i "nuovi" 10,000 Maniacs pubblicano due anni dopo The Earth Pressed Flat (1999), album sostanzialmente inutile, che contiene alcune outtake dall'Lp precedente, accreditate sia alla band sia ai loro singoli autori, per motivi di copyright.
Degne di nota quantomeno la title track, ennesimo jangle-pop rinfrescante pennellato dall'organo e dalla voce gentile della Ramsey, e un paio di altri numeri melodici di saldo mestiere, come “On And On (Mersey Tune)” e “Hidden In My Heart”, mentre la cover di Sandy Denny “Who Knows Where The Time Goes?” riesce al tempo stesso a far rimpiangere la stessa vocalist dei Fairport Convention e l'idea di come l'avrebbe resa la voce di Natalie Merchant. Un esperimento velleitario e tedioso, quasi come il fuzz di chitarre di "Somebody's Heaven".

A questo punto, le sorti dei Maniacs sembrano davvero segnate. Tanto più che Robert Buck, purtroppo, ci lascia nel 2000, a soli 42 anni, per una grave malattia al fegato.

A interrompere il silenzio è solo Campfire Songs: The Popular, Obscure and Unknown Recordings (2004), una doppia raccolta messa in commercio dalla Elektra/Asylum/Rhino Records con 31 canzoni rimasterizzate digitalmente, quattro delle quali demo e una inedita; nel secondo disco trovano invece posto B-side e outtake ripescate nella carriera del gruppo, incluse diverse cover, tra cui quella della "These Days" di Jackson Browne e della "I Hope That I Don't Fall In Love With You" di Tom Waits.

Eppure, tredici anni dopo, spunta un nuovo capitolo, di nome Music From The Motion Picture (2013), a cura di una formazione ancor più stravolta, in cui esce di scena ancora Lombardo e subentra Jeff Erickson (chitarre e prima voce maschile), ad affiancare Mary Ramsey alla voce, Jerome Augustyniak alla batteria, Dennis Drew alle tastiere e Steve Gustafson al basso.
Ciondondimeno, il sound dei "nuovi" Maniacs appare saldamente ancorato al passato, tra folk-rock e jangle-pop. A spiazzare sono solo le cadenze reggae di "It's A Beautiful Life" e il mood vagamente spettrale di "Fine Line". Il resto sembra una collezione di quei calchi malriusciti di opere d'arte reperibili in qualche vecchia bottega d'antiquariato. Un campionario semplicemente vetusto, senza più neanche un briciolo dell'urgenza espressiva che aveva infiammato la stagione d'oro della band americana.

L'ultimo, improbabile lascito a nome 10,000 Maniacs è Twice Told Tales (2015), raccolta di traditional folk delle Isole Britanniche, fortemente voluta dal redivivo John Lombardo, che ha recapitato agli altri membri del gruppo un'audiocassetta con i suoi brani prediletti, convicendoli a intraprendere una battaglia al fianco dei fan per realizzare l'album attraverso la piattaforma di crowdfunding PledgeMusic. Grazie anche al sostegno del produttore Armand John Petri, al fianco della band fin dal 1991, il progetto è andato in porto, a beneficio quasi esclusivo degli aficionados più incalliti. Unico brano inedito in scaletta è il breve interludio folk a cappella di "The Song Of Wandering Aengus".
Un album del tutto sui generis nella discografia del gruppo, dunque, ma utile quantomeno a riscoprire un patrimonio di suoni e melodie sommerso nei fumi del tempo, in attesa di capire cosa ne sarà dei 10,000 Maniacs (o di ciò che ne resta).

Natalie corre da sola

Natalie MerchantNatalie Merchant nel frattempo intraprende una carriera solista che si rivelerà densa di contenuti, a cominciare da Tigerlily (dal nome di un giglio cinese), l'album che esce nel 1995 e la lancia nell'olimpo del folk-rock femminile, sulla scia delle più grandi esponenti del genere, da Carole King a Joni Mitchell.
Merchant costruisce canzoni colte e piene di consapevolezza sociale, che ne mettono in luce i testi complessi e il canto sempre più suggestivo: un contralto molto "gutturale" e severo, con il quale riesce a raccontare storie dal grande impatto emotivo. Come "Beloved Wife", soffusa e contrita riflessione sulla scomparsa di una moglie dopo cinquant'anni di matrimonio, oppure la struggente "River", ode per piano e batteria (con le spazzole di Peter Yanowitz sugli scudi) in memoria dell'attore River Phoenix, scomparso a soli 23 anni, o ancora "I May Know The Word", zenit emotivo del disco, in cui la Merchant dà vita a una confessione dolente e profonda, intonata al suono delicato di chitarra e organo.
Se i testi e la voce di Natalie restano il piatto forte, la cornice sonora non è meno avvincente: l'iniziale "San Andreas Fault", ad esempio, offre un bel duello tra le chitarre elettriche di John Holbrook e Matt Henderson, che, unite alle percussioni di Randy Grant, assecondano la voce limpida e flessuosa della Merchant sopra una lenta melodia; "Wonder" alza il ritmo e l'adrenalina, grazie ai graffianti e insistiti assoli di chitarra elettrica di Jennifer Turner (la stessa che pennella il tenero assolo di "I May Know The World"); sono invece le backing vocals di Katell Keineg a innervare l'altra prodezza elettrica di "Carnival", dopo l'intro percussiva a cura di A. L. Guevarra, protagonista anche sulla solare e acustica "Where I Go".
A saldare il debito con la lezione dei Maniacs, oltre alla suddetta "River", è soprattutto "Jealousy", con la sua andatura sbarazzina e ammaliante, e con le sue tessiture eleganti, cesellate sull'elettrica dell'ospite Eric Schenkman e i ricami dell'organo di John Holbrook.
Anche grazie a un pugno di musicisti e sessionmen di indubbio valore, Tigerlily dimostra come il talento di Natalie Merchant possa travalicare l'esperienza dei Maniacs, aprendo una nuova stagione sonora per l'ex-studentessa-frontgirl di Jamestown.

Sempre più austera e sensibile, raffinata e graffiante, la cantautrice americana affina ulteriormente il suo stile con il successivo Ophelia (1998), in cui si percepisce subito una produzione più ricca e un suono più corposo, tra strati di organo, cori, percussioni esotiche e la chitarra di Daniel Lanois. Resta intatta, però, la classe purissima della cantautrice di Jamestown, abile nel districarsi tra ballate solenni come la remmiana "My Skin", con un dolente piano e un violoncello in evidenza, la malinconica "Frozen Charlotte" (con Karen Peris degli Innocence Mission) e una "Life Is Sweet" che possiede quasi la stessa intensità dell'omonima canzone di Maria McKee, con il suo chorus amaro ("Life is sweet in spite of the misery").
Ma non mancano anche hook accattivanti, come il "na na na na" del brioso singolo "Kind & Generous", o come quello che manda in gloria "Break Your Heart" ("People ruthless, people cruel/ The damage that some people do… it’s enough to make you lose your mind").
La polpa del disco, però, sta soprattutto negli episodi più riflessivi, come la drammatica title track (che vede anche l'imprevedibile partecipazione di Carmen Consoli), l'ode pianistica di "Thick As Thieves”, in cui la Merchant punta il dito con sarcasmo contro il caos del millennio ("The chaos of the millennium and the falling out of the doomsday crowd”) e il sofferto congedo di "King Of May", forte di una melodia folk dal sapore antico.
Rispetto all'epopea dei 10,000 Maniacs, sono quasi scomparse le sonorità new wave, a vantaggio di un cantautorato acustico che si avvale di un set di strumenti tanto ricco quanto sobrio: violoncello, organo, pianoforte, corno francese, tromba, viola, violino.

I suoi testi poetici e provocatori l'hanno fatta paragonare più a personaggi letterari che a musicisti ("l'Emily Dickinson o la Flannery O'Connor del pop"). E Merchant continua anche a impegnarsi in molte battaglie civili per la difesa degli animali, in favore dei senzatetto e contro la violenza domestica. Al centro delle sue storie c'è sempre il racconto di un mondo femminile nascosto, segreto, che svela la propria vulnerabilità e assieme la propria forza. "La scrittura è essenziale per me - racconta la cantautrice di Jamestwon - Leggere libri è una fonte inesauribile di idee. I due miei scrittori di riferimento sono Tolstoji e Dostoevskji. Adoro il loro modo di raccontare storie, di mostrare i rapporti tra madri e figli, di delineare personaggi. Li ho studiati per portare un po' del loro talento nelle mie canzoni".

La Madre Terra vista dall'America

Co-prodotto con T Bone Burnett (Elvis Costello, Wallflowers, Sam Philips e la colonna sonora di "Fratello dove sei"?), Motherland (2001) spazia da ballate folk a ritmi reggae, da aromi arabi a orchestrazioni da camera, da accenni gospel a sprazzi di tango e flamenco. Natalie Merchant getta uno sguardo politico sull'America oggi. "The House Is On Fire", la "casa che va a fuoco", ad esempio, è una metafora degli Stati Uniti. Il testo è stato scritto durante le proteste anti-globalizzazione a Seattle e lo scandalo dei voti durante il ballottaggio elettorale in Florida. Ma il testo - letto alla luce degli ultimi eventi - diventa anche la testimonianza della rabbia di una popolazione ferita, che "vuole fuggire dalla realtà, e non si rende conto che l'11 settembre anche l'America ha avuto il suo Armageddon, il giorno del giudizio". "The House Is On Fire" è sorretto da un arrangiamento ammaliante di archi e fiati arabeggianti e da un ritmo reggae, con i vocalizzi di Natalie che sembrano quasi evocare Natacha Atlas.
La musica di Motherland si scompone in una serie di direzioni musicali, mantenendo sempre in primo piano i suoni "root", ma non disdegnando le contaminazioni "etniche". Come nell'accenno di tango di "The Worst Thing". Non mancano poi gli episodi che riportano alla mente i 10,000 Maniacs, dalla riflessione sull'ossessione dell'immagine di "Tell Yourself" (“Tell yourself that you're not pretty/ Look at you, you're beautiful... Tell yourself you'll never be/ Like the anorexic beauties in the magazines/ Like a bargain basement Barbie Doll”) all'intensa ballata "Just Can't Last". Sorprende favorevolmente l'incursione nella musica nera di "Build A Levee". E la Merchant narratrice profonda di storie personali torna a emozionare con la meditazione sofferta di "Not In This Life" e l'esausta invocazione finale di "I'm Not Gonna Beg" ("Non ti supplicherò per nessuna cosa/ Non ti supplicherò per il tuo amore"), ennesima ballata fiera e austera, che riporta alla mente la miglior Joni Mitchell.

Negli anni successivi la Merchant scompare dalle scene, limitandosi a rilasciare solo un disco di cover, The House Carpenter's Daughter (2003).

L'era della maturità

Natalie MerchantLa maternità ha segnato gli anni Zero di Natalie, che ha nel frattempo ha raccolto ninnananne e filastrocche per realizzare un album di folk music interrazziale, dove l’unico universo è quello dell’infanzia. Leave Your Sleep (2010) annovera ottime performance vocali e strumentali. Limpida e flessuosa, la voce di Natalie dona grazia a ogni episodio. Valgano ad esempio l’eleganza del valzer di “Equestrienne”, dove la cantante asseconda la grazia della poesia di Rachel Fields mentre l’orchestra definisce con toni leggiadri la figura di una giovane cavallerizza. Altro esempio di duttibilità si esterna nel reggae di “Topsyturvey-World”, che sfida il gradevole nonsense della filastrocca di William Brighty.
Tra i brani più significativi, “Griselda”, un soul-blues-rock sorretto da un effervescente ensemble di fiati, e “The Land Of Nod”, basata su un racconto di Robert  Louis Stevenson. Il Chinese Music Ensemble di New York in “The King Of China's Daughter” e i Klezmatic per le evoluzioni di “The Dancing Bear” colgono lo spirito universale dell’album, tra strali jazz e doo-wop in” Bleezer's Ice-Cream” e tentazioni dixieland in “The Blind Men And The Elephant “spunta la naturale attitudine folk dell’autrice, ed ecco una sequenza di deliziose ballad tra tentazioni western (“Calico Pie”), tradizioni cajun (“Adventures Of Isabel”) e malinconiche atmosfere (“The Man In The Wilderness”).
Più evidenti le suggestioni da ninnananna in due pregevoli episodi, il primo, “Sweet And A Lullaby”, è un classico e brillante folk a due voci con fisarmonica e violino a condurre le danze, il secondo, “The Walloping Window Blind”, è una esuberante giga folk dai toni fiabeschi e rupestri. Lo swing di “The Janitor's Boy” e il profumo di cabaret in “The Sleepy Giant” sono altre perle dissonanti per chi conosce la Merchant per i suoi fasti folk-rock; tutto diventa più complesso da assimilare in un solo ascolto, le sfumature blues di "The Peppery Man", le suggestioni pastorali di "Autumn Lullaby" per arpa e woodwind, e le infinite trame armoniche di "Indian Names" sono il risultato di una maturità sorprendente.
Le 26 canzoni della versione completa dell’album donano al pubblico qualcosa su cui riflettere e gioire. Valga ad esempio la delicata atmosfera di “Spring And Fall: To A Young Child”, dove con struggente malinconia si prova a rendere comprensibile a un bambino il concetto della morte: le foglie, che svolazzando scompaiono, diventano strumento poetico per una intensa metafora.

Ha da poco compiuto cinquant’anni la Emily Dickinson di Jamestown. Gli splendidi capelli corvini si sono fatti grigi mentre si consumava la fine del matrimonio con il documentarista Daniel de la Calle, pur senza particolari strascichi: abbastanza traguardi o novità da indurla a tornare a raccontarsi, lasciando da parte l’inclinazione al fiabesco e all’infanzia di Leave Your Sleep per riabbracciare registri più in linea con la sua poetica asciutta e sommessa. Non è un caso che a introdurci in Natalie Merchant (2014) sia un senso di pacificazione, mentre la musica richiama i 10,000 Maniacs di Our Time In Eden, per quanto in una versione depurata: pochi orli aggraziati e appena un intervento corale minimalista a rinforzo. Natalie ha così modo di mostrarsi con la massima naturalezza, perfettamente a suo agio in quella condotta di frugale e limpida introspezione, nonostante l’ombra intatta dell’inconfondibile, dolente riserbo. Poco oltre è un’altra ballad intimista, “Texas”, a rivelarcela per la superba ballerina sulle corde del cuore che è sempre stata.
Le tonalità gravi prevalgono anche in “Maggie Said”, episodio più scarno in cui quasi solo la voce ha spazio. Un refrain che ripropone al meglio le grandi suggestioni di cui è capace apre a una luce benevola, cristallina.
La nuova Merchant è rasserenata e l’equilibrio che affiora dal songwriting non fa che renderle piena giustizia, rappresentandola fedelmente. Si tratta di una sorta di ritorno alle origini, all’essenzialità di The Wishing Chair, un contesto sonoro in cui la cantante si muove con determinazione e leggerezza dagli esordi. Questo riguarda senz’altro i brani roots ma pare osservazione valida anche per l’insolito, commosso passaggio di “Go Down, Moses”, innervato dalle pennellate gospel di Corliss Stafford e dalla scorta, mai troppo vistosa, di fiati e organi: un’incursione in territori per lei non proprio canonici (come era capitato a più riprese in Motherland) operata da Natalie alla sua maniera, in punta di piedi, utile a irrobustire e dare un po’ di colore all’insieme. I “sette peccati capitali” che seguono ce la restituiscono in una posa austera e non priva di amarezza, come nelle pagine meno rosee del passato.
Nella seconda facciata si torna a deviare dalla via maestra folk-cantautoriale con la voluttuosa atmosfera da live club notturno di “It’s A-Coming” o le parche spruzzate jazz-blues di “Black Sheep”. La presenza di Natalie si fa allora via via più plastica, sensuale, prima che una marcetta in stile vaudeville introduca il titolo forse più riconoscibile del nuovo album (“Lulu”, dedicata alla diva del cinema muto, Louise Brooks). Torna così in scena la songwriter delicata, radiosa e struggente, per quanto un po’ troppo condizionata dall’impronta classicheggiante e retorica della parte musicale. Uno dei limiti di Natalie Merchant è la sua prolissità e il finale patisce il medesimo incaglio per quanto i fregi degli archi servissero più che altro a garantire una sostanziale lievità.

Certo però, quando è la sua voce ad accoglierci e condurci in un altrove a tal punto distante dalla volgarità quotidiana, è indubbio come la classe purissima di questa straordinaria cantautrice rimanga il classico dettaglio che non potrà mai essere messo in discussione, nemmeno alla prossima ricorrenza. Che, sorprendentemente, arriva solo a un anno di distanza, anche se si tratta solo della rielaborazione del suo capolavoro, vent'anni dopo. Paradise Is There - The New Tigerlily Recordings (2015) è un'opportunità per riassaporare la bellezza incantata di quelle canzoni, solo più mature e aggiornate ai suoni contemporanei. Si perde per strada qualche traccia di rock - come in “Carnival”, deprivata della sua chitarra elettrica psych-pop, ma rinvigorita dal mood jazzato, con spazzole e acustica. E se episodi come “Beloved Wife” o “The Letter” sono ancor più delicati e impalpabili di venti anni fa, l'atto conclusivo di “Jealousy” e “Wonder” recupera un suono radioso, vicino a quello del celebre Unplugged dei Maniacs.
Una buona occasione, insomma, per rispolverare un classico del songwriting in rosa dell'ultimo ventennio, ma l'attesa maggiore resta tutta concentrata sulle nuove strade che il cantautorato di Natalie Merchant imboccherà nei prossimi anni.

Contributi di Gianfranco Marmoro ("Leave Your Sleep") e Stefano Ferreri ("Natalie Merchant")


Natalie Merchant - 10,000 Maniacs

La grazia innaturale del folk-pop

di Claudio Fabretti

Con i 10,000 Maniacs ha dato vita a una delle esperienze pop più raffinate degli anni Ottanta. Come cantautrice, è riuscita a costruire storie tanto delicate quanto avvincenti. Con testi complessi, che le sono valsi l'appellativo di "Emily Dickinson del folk-pop". Storia e segreti di Natalie Merchant
Natalie Merchant - 10,000 Maniacs
Discografia
 10,000 MANIACS

 

  

 

 Human Conflicts Number Five (Ep, Mark, 1982)

 6

 Secrets Of The I Ching (Christian Burial Music, 1983)

 6,5

The Wishing Chair (Elektra, 1985)

8

In My Tribe (Elektra, 1987)

7,5

 Blind Man's Zoo (Elektra, 1998)

6,5

 Hope Chest (antologia, 1990)

 

 Our Time In Eden (Elektra, 1992)

7

 Love Among The Ruins (Geffen, 1997)

5,5

 The Earth Pressed Flat (Bar/None, 1999)

5

 Campfire Songs: The Popular, Obscure and Unknown Recordings (antologia, Elektra/Asylum/Rhino Records, 2004)
 
 Music From The Motion Picture (Org, 2013)

4

 Twice Told Tales (Cleopatra, 2015)
 
 

 

 NATALIE MERCHANT

 

  

 

Tigerlily (Elektra, 1995)

8

 Ophelia (Elektra, 1998)

6,5

 Natalie Merchant live (Elektra, 1999)

7

 Motherland (Elektra/Asylum, 2001)

6

 The House Carpenter's Daughter (Myth America, 2003) 6
Leave Your Sleep (Nonesuch, 2010)

7,5

 Natalie Merchant (Nonesuch, 2014)

6,5

 Paradise Is There - The New Tigerlily Recordings (Nonesuch, 2015)

6,5

pietra miliare di OndaRock
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