Nico

Nico

La valchiria delle tenebre

di Claudio Fabretti

Da attrice nella "Dolce vita" di Fellini a pupilla di Andy Warhol. Da chanteuse dei Velvet Underground a icona del rock delle tenebre. La vita e la morte di Christa Paffgen, in arte Nico. Tra leggenda e misteri

Sono in molti a pensare che il movimento dark sia solo una delle tante propaggini dell'esplosione punk di fine anni Settanta. Eppure il rock delle tenebre aveva già avuto una sua antenata. Il suo nome è Christa Paffgen, in arte Nico. Molti la ricordano per la sua presenza come chanteuse nell'album d'esordio dei Velvet Underground. Ma la carriera solista di Nico (che, insieme ai classici del periodo velvetiano, è stata sintetizzata di recente nell'ottima antologia "The Classic Years") si è rivelata altrettanto significativa e ha segnato un solco profondo nel modo di concepire la canzone rock. I suoi arrangiamenti scabri e ipnotici, la sua voce profonda e inquietante, le sue atmosfere sepolcrali, sospese nel tempo, hanno rappresentato un preciso riferimento per tutti quei gruppi che si sono avventurati nella stagione del dark-rock e non solo.

Sacerdotessa delle tenebre, dunque. In tutti i sensi. La vita di Nico, infatti, è sempre stata circondata da un alone di mistero. A partire dalla sua data di nascita, che viene fatta risalire al 1938, al 1941 o al 1943 a seconda delle fonti. Per proseguire con la sua città natale: Colonia oppure Budapest, Ungheria. Quel che pare certo è che la sua è un'infanzia difficile: il padre muore in un campo di concentramento, la madre la alleva tra mille difficoltà nella zona americana della Berlino post-bellica. Ma il talento di Christa Paffgen emerge fin dall'adolescenza. Fisico asciutto da valkiria, capelli biondissimi e viso dai lineamenti perfetti, intraprende a 16 anni la carriera di modella, che la porta per qualche tempo a Parigi. Nel frattempo, a Ibiza, conosce il fotografo che la ribattezza affettuosamente Nico, dal nome di un suo amico scomparso, Nico Papatakis. L'indole artistica la porta presto a cimentarsi nel cinema, con le partecipazioni a "Strip Tease" di Pointrenaud e "La dolce vita" di Fellini. Proprio in Italia, Nico incontra Alain Delon, con il quale ha una relazione e un figlio, che chiamerà Ari. Sempre nella prima metà dei Sessanta, si trasferisce a Londra, dove incide il singolo "I'm not saying" per la Immediate sotto l'egida di Robert Plant, futuro Led Zeppelin.

Ma il vero debutto nel mondo del rock avviene a New York, dove Nico conosce Bob Dylan, che le dedica la sua "Visions of Johanna" e la mette in contatto con Andy Warhol. Il maestro della Pop Art la inserisce in pianta stabile nel suo entourage, le procura delle parti in alcuni film sperimentali, come "Chelsea girl", e soprattutto asseconda le sue aspirazioni musicali, imponendola come chanteuse ai suoi protetti Velvet Underground. All'inizio Lou Reed e soci non l'accettano, temendo di finire oscurati dal suo carisma. Poi con John Cale si stabilisce un legame profondo, che porterà Nico a suonare accompagnata dalla viola del grande musicista americano in giro per il mondo.

Da questa convivenza difficile nasce l'album-capolavoro The Velvet Underground and Nico , griffato in copertina dalla banana a firma di Andy Warhol. Un album destinato a diventare uno dei più importanti dell'intera storia del rock, in cui Nico canta alcune ballate memorabili come "All Tomorrow's Parties", "I'll Be Your Mirror, "Femme Fatale". La band impazza nelle cantine di New York e diventa subito oggetto di culto per migliaia di appassionati, ma il divorzio è in agguato. Nico abbandona il gruppo e tenta la strada solista accompagnandosi con l'armonium avuto in dono da John Cale, che sarà anche il produttore di tre suoi dischi. Nel 1975, la cantante rivelerà: "I Velvet Underground avevano alcuni problemi di identità, volevano sbarazzarsi di me perché ricevevo più attenzione di loro da parte della stampa".

L'esordio come solista avviene nel 1968 con Marble index, un album a un tempo complesso e shockante che fa rifulgere tutto il suo talento di compositrice, il suo cosmo di spettri e risonanze, il suo conciliabolo di musa algida. Marble Index è un rituale sotto forma di ciclo di lied (con tanto di piccolo "Prelude") che sono, in realtà, rosari indecifrabili, vertigini di nulla che conservano sia un inconscio terrificante di ricordi ancestrali che divengono incubi asfissianti, che un malocchio spettrale che diviene insanabile tragedia elisabettiana, proiettata in scenari armonici d'avanguardia.

 

Musicalmente, ogni brano del disco fa storia a sè. L'ex-compagno d'avventure John Cale, produttore, fido assistente e multistrumentista d'eccezione, indovina le intenzioni della musa, e le influenze si dirigono voraci in direzioni disgiunte: il folklore slavo, teutonico e anglosassone, le danze mediorientali, la cantata barocca, l'avanguardia e la musica colta del '900 (minimalismo, musica gestuale, serialismo), persino sentori di free-jazz. Tutto è affastellato in un sottofondo affabulante che la cantante non aumenta di tono o di enfasi, nè diminuisce; anzi, spesso è ai lati dello spettro, come se ne diventasse pura benedizione, ma pregna di un potere di fattucchiera fatto di vocalizzi e modulazioni strettamente annodati.

 

Così, il recitativo d'oratorio di "Ari's Song" ha un accompagnamento che crea una voragine dissonante che ospita il solfeggio altero di Nico: tastiere che imitano un vento gelido, note rimbombanti come brividi, scie acustiche cacofoniche al limite del fischietto di carnevale. "Facing The Wind" in qualche modo chiarisce il metodo di composizione. Il breve preambolo strumentale del brano raccoglie un piano da cabaret espressionista, fitte di tastiera, colpi tremendi casuali (Stravinskj-iani) e un organetto di strada, prima che la deformazione sensoriale del canto trasporti tutto in una sarabanda allucinogena. E' la sua lettura di "sballo" lisergico. L'incanto malefico che ingloba dissonanze Bartok-iane di "Lawns Of Dawns" e mugolii di organi, ticchettii e stridori, affianca uno stanco contrappunto di harmonium: ciascuno di questi elementi sembra dare un'illusione di ritmo, ma nessuno vi si addentra, preferendo intersecarsi fino al collasso; le uniche referenze davvero ritmiche, le percussioni, sono snervanti battimenti casuali fuori dal tempo.

 

La musica da camera per archi è la base di "No One Is There", ma sono archi sezionati e giustapposti, tanto lapidari quanto accorati come spiriti sepolcrali che si accostano, trafiggono, imitano, riverberano il lamento del canto, fino a sdoppiarlo e a farlo precipitare in un anti-climax di toni gravi. Ma è "Julius Caesar" ad essere emblemtica del senso liturgico dell'autrice. La linea canora gregoriana, il "canone" vertiginoso di viola e harmonium e le instancabili volute da cattedrale dell'organo sono i membri della trinità; l'affanno funereo del tutto come lotta senza speranza contro la morte, e il contraltare del canto statuario di Nico come approdo supremo.

 

"Frozen Warnings" inverte il processo. Non c'è alcun preludio strumentale; c'è solo l'inno d'aurora di Nico che evoca due note glaciali di viola e organo, che subito evocano una cascata di diffrazioni elettroniche, l'anti-armonia perfetta per il mantra del canto, un refrain che cavalca lentissimo il tempo muto della storia. 

"Evening Of Light" è così il suo lied definitivo, oltre "Facing The Wind". Il vortice eterno di clavicembalo psichedelico dentro cui si perde l'affanno della voce di Nico (quasi da esso assordata) è solo l'inizio del presagio di catastrofe per accumulo di sovratoni, e, infine, dei tuoni di violoncello, sempre più forti fino alle tenebre della chiusa.

 

La visione a-storica, a-temporale e, forse, a-spirituale di Marble Index non ha nessun precedente, nè nella tradizione della lirica da camera nè tantomeno nella musica rock. Avrà, in compenso, stuoli di ammiratori diretti e indiretti che non sempre arriveranno a toccarne la complessa profondità. La nera filosofia esistenziale di Nico, che trapela via via da "Ari's Song" a "Julius Caesar", fino all'oasi metafisica di "Frozen Warnings" e alla catacomba di "Evening Of Light", ha di certoqualcosa di cosmico, di terribilmente panico, ma ha nella sua dicotomia angelo-demone il suo quid. Una contraddizione irrisolta che attanaglia la mente dell'uomo e lo pone inun serrato dialogo con le forze arcane della Fine.

 

Nel 1970, dopo un'apparizione nel film "La Cicatrice Interieure", che Nico pubblica il suo secondo capolavoro: Desertshore, un disco straordinario che per uno strano caso del destino passerà quasi inosservato nelle cronache del rock. E' un collage di sinfonie per musica gelida, inquietante come una cattedrale abbandonata o un castello medievale persi nei fumi del tempo. E' musica mesmerica, che evoca pavimenti alabastri e candele accese, cavalcate nella brughiera e rituali occulti. Ne sono esempi l'incubo per voce e armonium di "Janitor of Lunacy", l'elegia astratta di "Abschied", la filastrocca sinistra di "Le petit chevalier", intonata da un bambino sulle note lugubri di un carillon, l'ipnotica ballata di "All that is my own". I brani paiono quasi preghiere, salmodie, con solenni tratti vocali e il disegno essenziale dell'armonium. Gli arrangiamenti sono ridotti al minimo, ma conferiscono all'opera i toni spettrali di un requiem, mentre la voce di Nico scava nell'oscurità, evocando misteri di un'arcaica era gotica e facendo presagire profezie d'apocalisse di stampo orwelliano .

Dopo la pubblicazione di questo album, Nico scompare dalla scena e si trasferisce a Parigi. Si esibisce solo occasionalmente, accompagnata dai suoni del suo armonium. Tra le rare apparizioni del periodo, un concerto acustico al fianco di John Cale (immortalato nel bootleg "En concert a l'enfer") e una partecipazione nel 1973 al festival del Bataclan, con Cale e Lou Reed. In quell'occasione, curiosamente, l'artista tedesca ha modo di incontrare anche un giovanissimo Franco Battiato. L'anno successivo, Nico partecipa con Kevin Ayers, John Cale e Brian Eno al celebre concerto del 1° giugno al Rainbow e rafforza il suo mito di "valkiria del rock" con una spettrale performance insieme ai Tangerine Dream nella cattedrale di Reims.

Nel 1974 esce The End, disco ancora più enigmatico e desolato, che la vede interpretare una lugubre cover dell'omonimo classico dei Doors e una versione gotica di "Das lied der deutschen", l'inno nazionale tedesco. Dopodiché, Nico scompare nuovamente dalle scene.

La sua musica notturna e inquietante, cara ai cultori del rock decadente, ha un soprassalto di energia rock con Drama of exile (1981), con intriganti pezzi originali, come "Purple lips" e "Only flight", e due cover di David Bowie ("Heroes") e Lou Reed ("Waiting for my man"). Nel 1985, il ritorno in coppia con John Cale per Camera obscura, che riprende le sonorità più gelide di "Desertshore". Un repertorio che Nico porta in giro per il mondo e che suggella in due album live praticamente introvabili come Behind the iron curtain (registrato nei paesi oltrecortina) e Live in Tokyo. La musicista tedesca si presenta in scena con un look spettrale e frasi ad effetto. "Sono venuta per morire con voi", dichiara una volta raggelando il pubblico. L'attività dei concerti è spesso travagliata, anche a causa di seri problemi di tossicodipendenza. "Un vero artista deve autodistruggersi, mi pare che io ci stia riuscendo", dichiarerà nel 1980. La sua inquietudine verrà confermata anche da una successiva dichiarazione: "Non so bene come faccia a vivere. E' una continua lotta tra me e me. E' un dramma sentirmi come aliena a me stessa. Non ho alcun riferimento per capire chi io sia. Vivo come in un perenne esilio".

Durante gli anni 80, Nico diventa una sorta di "Billie Holiday della punk generation" e il movimento dark le tributa il suo omaggio. Siouxsie la vuole con sé nei suoi concerti come supporter, e per la cantante tedesca sembra iniziare una seconda giovinezza. Ma nel luglio 1988, a Ibiza, Nico muore in circostanze misteriose. La diagnosi è emorragia cerebrale, conseguenza di una banale caduta da una bicicletta. Le sue ceneri vengono sepolte a Berlino, in un piccolo cimitero della foresta di Grunewald, vicino alla tomba della madre. Sulle note di "Desertshore".

Come la vita, anche la morte di Nico, sacerdotessa sepolcrale del rock, resterà per sempre avvolta nel mistero.

 

Contributi di Michele Saran ("Marble Index").

Nico

La valchiria delle tenebre

di Claudio Fabretti

Da attrice nella "Dolce vita" di Fellini a pupilla di Andy Warhol. Da chanteuse dei Velvet Underground a icona del rock delle tenebre. La vita e la morte di Christa Paffgen, in arte Nico. Tra leggenda e misteri
Nico
Discografia
 Chelsea Girl (soundtrack, Polygram, 1967)

 

Marble Index (Elektra, 1968)

8,5

Desertshore (Reprise, 1970)

9

 The End (Island, 1974)

7

 Drama Of Exile (Cleopatra, 1981)

6,5

 Do Or Die! (live, ROIR, 1982)

 

 Procession (mini-lp, 1982)

 

 En personne en Europe (live, 1983)

 

 Camera Obscura (Beggar's Banquet, 1985)

6

 The Blue Angel (anthology, Aura, 1985)

7

 Behind The Iron Curtain (live, 1985)

 

 Live Heroes (Performance, 1986)

 

 Live in Tokyo (Dojo, 1987)

 

The Classic Years (anthology, 1998)

8

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