Volendo scorrere a ritroso le tendenze musicali sviluppatesi a cavallo di millennio, si colgono elementi assai utili per decifrare i connotati di molti artisti in erba ora giunti alle orecchie di tanti appassionati. La riscoperta delle sonorità new wave, il laptop che assurge a ruolo di strumento con dignità pari a quelli tradizionali, il neo-folk che esce dalla sua sfera per suggerirci canoni inediti sono gli ingredienti alla base di molte alchimie recenti. Non è questa la sede per sviscerarne la cronistoria, ci basti tuttavia sapere che nel 2002, mentre i Notwist davano alle stampe quel folgorante esempio di centrifugato neo-pop rappresentato da "Neon Golden", il diciottenne Patrick Wolf misurava il suo acerbo talento in un Ep che esprimeva, a suo modo, le medesime pulsioni.
Di sicuro, troppo poco per giungere a delle conclusioni, ma abbastanza da creare i presupposti a un lavoro sulla lunga distanza che si sarebbe ritagliato uno spazio di rilievo nella selva delle proposte figlie illegittime della tecnologia digitale. E non poteva essere altrimenti, giacché l’esordio breve contiene due capisaldi del futuro debut-album , che uscirà l’anno successivo: "Bloodbeat" e "A Boy Like Me". Entrambi prendono forma intorno ad attorcigliati beat in serrato controtempo, a tastiere sporcate e a cesellature glitch che volteggiano su vocalizzi dalla trama epica ma accessibile, sciorinando così le innate propensioni del nostro a confezionare motivi originali ma non per questo di complicata lettura.
Ma in Licanthrophy (2003) Patrick ci mette anche dell’altro, lasciando scorgere più di un frammento di quell’anima classico cantautorale che si paleserà con Wind In The Wires. E la dissemina qua e là, lungo un sentiero che mescola, con sana e inconsapevole spudoratezza, una produzione spartana e una spiccata inclinazione al dettaglio. Il tutto, con una personalità e con qualità canore fuori del comune.
A fianco di canzoni dal sapore morrisseyano in chiave lo-fi, come "To The Lighthouse" o "Don’t Say No", giochi di contrasto fra crude percussioni ultra-tecnologiche e modulate aperture acustiche, troviamo perle di puro folk quali "Pigeon Song", una culla architettata su voce, fisarmonica e archi, con l’elettronica lasciata, una volta tanto, fuori della porta. Eppoi voli pindarici che, partendo da affreschi medievali, diventano modernissime esplosioni di laptop ("Paris"), e ancora sbilenche ballate per chitarra dal retrogusto fiabesco ("Peter Pan"), nonché crepuscoli melodrammatici nei quali è il cantato (e quale cantato) a farla da padrone ("Demolition").
In tutti i casi, ci troviamo a descrivere dei pertinenti ossimori funzionali a una formula destinata a crescere e a definirsi molto in fretta.
Licanthrophy è il cangiante scintillio di mille idee tenute a bada faticosamente, un tourbillon di slanci immaturi ma felici, d’intuizioni ora sommerse in muri sonori dalle tinte fennesziane, ora espressione di un innocente sentimentalismo, di una furia latente, di un amore infantile. Tutto le nécessaire, insomma, per far breccia nei cuori indietronici, ma anche qualcosa di più. E, infatti, le vere sorprese sono di là da venire.
Prototipo dell' enfant prodige delle tensioni pop di prossima generazione, Wolf rompe gli indugi con Wind In The Wires (2005), cimentandosi in un progetto incredibilmente ambizioso, di quelli tanto rischiosi da poter disarcionare persino affermate rockstar. E invece Patrick rimane saldo in sella, esibendo tredici canzoni talmente dense che non schierarsi, pro o contro, sarà arduo per chiunque vi si avvicinerà.
Se Lycanthropy era stata una mirabile collezione di pulsioni scomposte, la schizofrenica babilionia di suoni disparati, destinati a colpire l'immaginario grazie ai suoi mille fluorescenti colori tutti centrati e scanzonatamente cool, il nuovo progetto si spoglia dell'ironia per vestire austeri abiti neoromantici: una pervasiva tensione teatrale va a occupare quegli spazi un tempo riservati alla divertita visitazione in chiave ora microtechno, ora folk, del proprio stesso cristallino talento.
Intendiamoci, non che Wind In The Wires arrivi dal nulla: a chi ha familiarità con Wolf diremo che il mood viene oggi ripreso laddove in Lycantrophy si era paventato in "Demolition", uno dei rari episodi realmente drammatici, mentre al contrario non troverete eredi ideali per "A Boy Like Me", o per "Paris", tanto per citare un paio di brani che caratterizzarono l'album d'esordio. Nessuna traccia, insomma, di movimentati e saturi nervosismi elettrici.
Il pop della nuova opera si libera dalla prospettiva contingente e in parte modaiola per approdare, elevandosi, a una scrittura smaccatamente classica, fuori dal tempo, nella quale a pesare è la recitazione turbata, ma soprattutto la canzone intesa come focus del processo creativo, con la prospettiva che fu di Scott Walker negli anni Sessanta, nonché del menestrello decadente David Bowie e del drammaturgico Marc Almond nei due decenni successivi. Patrick ha siffatti capisaldi, soprattutto Marc Almond, e da questi prende le mosse per esercitarsi in quella corsa pregna di sfrontata ambizione di cui parlavamo poco sopra. Non è tanto il genere a essere mutato, dal momento che permangono tanto gli elementi folk quanto quelli elettronici, ma la prospettiva e l'attitudine, partorite dalla medesima matrice creativa, producono un risultato totalmente inedito e inatteso: il giovane Patrick non ha più voglia di ridere, e lo si avverte forte e chiaro.
L'archetipo del dandy moderno ebbro di letture classiche si paventa da subito in "The Libertine", il cui incipit dedicato all'accoppiata pianoforte/archi viene presto fagocitato da un'incalzante, orecchiabile recitazione, che esaurisce la sua enfasi solo sfumando nel quieto dondolìo di viola di "Teignmouth", sogno a occhi aperti di irrinunciabile pathos. Forte è il contrasto fra melodie acustiche e sezione ritmica elettronica, in un incontro fra opposti che va a bilanciare il lirismo dolente di una voce sulla cui padronanza Wolf ha oggi pochi eguali: con un'interpretazione più defilata sarebbe impossibile rendere convincenti passaggi decisivi come la title track, così come toccante la ninna nanna folk "The Railwayhouse", o tanto nostalgica la formidabile ballata "The Gipsy King"; "Ghost Song" è un sentito elogio a indolenti crepuscoli, così mirabilmente anticipato dagli archi oscuri e classicheggianti di "Apparition", autentico film muto anni 20 trascritto in note da un minuto e venti secondi!
Turbamenti autentici, insomma, nei quali si finisce con l'imbattersi anche nel cadenzato, doloroso midtempo di "This Weather" e nell'umore darkeggiante e sinistro di "Jacobs Ladder", la cui saturazione finale sembra essere un omaggio agli indimenticati Neu!. "Tristan" ci rivela inaspettati pruriti industriali, mentre l'espressione di tutti i contorcimenti melodici di questo album sono racchiusi nell'acquerello di "Eulogy", che in meno di due minuti ci regala l'esatta dimensione del talento da songwriter di razza di Wolf.
Il commiato è riservato a "Landsend", che attraverso i compositi movimenti dei suoi sette minuti funge da ideale epitaffio a un disco bellissimo. Di quelli da non perdere per nessuna ragione al mondo.
La tempesta romantica di Wind In The Wires è un autentico terremoto, la fragorosa scossa d’assestamento di una qualità già palesatasi al debutto, e che lo segnala come il vero outsider vincente dell’anno duemilacinque.
Due anni dopo, liberato dall’effetto sorpresa, Wolf torna a riprendere il tema come se nulla fosse: in una mano la stessa penna puntata contro i nostri cuori, e nell’altra un vaso di pandora colmo di note, forse un po’ auto-compiaciute, di certo più solari, ma che non sacrificano nemmeno una stilla di qualità sull’affollato e insidioso altare del cantautorato neoromantico.
Laddove il predecessore indugiava su tempi posati e rallentamenti melodici, The Magic Position (2007), sia pur con analogo armamentario d’archi ed elettronica, trasmuta in qualcosa di più movimentato e brioso, regalandoci attitudini e propensioni più smaccatamente pop. Ci pensa subito "Overture" a inserire quella marcia più sostenuta che Patrick ci aveva fatto solo intravedere in precedenza (si ascoltassero "Tristan" e "The Libertine", di due anno orsono), coi suoi sbuffi incalzanti di matrice Tears For Fears prima maniera ("Mad World"?) che però nella seguente title track si accostano in modo ancor più deciso alla scrittura di Marc Almond. Non lo credereste? Levatele percussioni e archi, sostituendole con drum machine e sintetizzatori, e l’effetto Soft Cell è assicurato. L’affinità elettiva diviene ancor più praticabile con l’ascolto di "Accident & Emergency", per via di una sezione ritmica questa volta più spigolosa e ballabile, a immortalare il classico singolo vincente, di quelli da cui è difficile separarsi. E rapisce oltremodo anche il crescendo armonico di "The Bluebell", un summa melodico a due tempi il cui ritornello s’insinua con espedienti degni della migliore tradizione pop-wave britannica, che ha in Ian Mc Culloch uno dei suoi alfieri.
Come a volersi svincolare da così strette e, a sentir lui, ingombranti rispondenze, Wolf torna a raccogliersi attorno a umori più prossimi al folk. Così "Magpie" segna il ritorno a un mood più intimo e familiare, con un’accorata trama di pianoforte e viola che sostiene un delicato duetto canoro con un’ospite di lusso, una Marianne Faithfull dall’interpretazione quanto mai toccante e ispirata.
Cantautorato classicheggiante e ambizioso che ben pochi sanno oggi esprimere con tanta compiutezza, e che va a far da liason con quello di "Augustine", evocante struggevolezze vicine a un Bowie sospeso fra "Hunky Dory" e "Ziggy Stardust", nonché col sapore retrò dello swingato piano bar minimalista di "Enchanted".
"Secret Garden" è un divertissment di saturazione digitale che funge da intro a "Get Lost", la quale rivela gli insospettati umori propri dei Cure intenti a maneggiare l’ unplugged della loro "Boys Don’t Cry". Il ritorno ai temi d’inizio album è solo apparente, giacché la già citata e quieta "Enchanted" predispone i chiaroscuri alla maestosa ninna nanna favolistica "The Stars", un vero gioiello d’innocente, infantile, onirica malinconia. "Finale" è il breve strumentale a chiusura di un disco denso di citazioni ma mai calligrafico, che circoscrive ancor più le coordinate di uno stile personalissimo, per colui che si conferma quale uno dei cantautori principe della nuova generazione.
Quando lo stardom musicale era a un tiro di sasso, Wolf, spiazzando tutti, preferisce riscrivere tutto daccapo. Con un ritorno su lidi indipendenti e con Alec Empire in veste di co-produttore, assieme allo stesso Wolf per The Bachelor (2009).
Come coniugare il romanticismo dell’enfant prodige inglese con il battito ossessivo dell’ex-bombarolo degli Atari Teenage Riot? Il singolo elettronico “Vulture” ce ne dà un assaggio, sbattendo il crooning perverso di Patrick tra voci rallentate e synth spaziali che sembrano venire dritti dall’Ebm dei VNV Nation.
Un album di industrial elettronico? No, o meglio, non solo! La sirena dell’incipit “Kriegsspiel” fa credere che incomba chissà quale bombardamento sonoro sulla scia del singolo, invece ecco riaffiorare violino e chitarra acustica in “Hard Times”, una ballata folk che più barocca non si può, dondolata da un ritornello irresistibile. Il disco si riallaccia infatti al folk melodrammatico di Wind In The Wires, impreziosendolo di arrangiamenti ricchissimi (cori, archi, flauti, pianoforte, elettronica…), fino a raggiungere livelli di magniloquenza e di complessità compositiva immani, anche grazie alla maturazione di Patrick come cantante.
La varietà è la chiave di volta del disco, che scivola con strabiliante leggerezza dall'elettronica sinistra di "Oblivion" ai minuziosi puzzle di strumentazione acustica e beat electro freddi che rendono grandiosa "Count Of Casualty". Ma ecco che si giunge a una triade di episodi - "The Bachelor"-"Damaris"-"The Thickets" - che fa gridare al miracolo senza appelli. Un violino celtico apre idealmente le danze della prima, accompagnando uno splendido duetto tra la voce giovane e potentissima di Patrick e quella roca di Eliza Carthy, che insieme evocano la profonda malinconia di una fiaba medievale che racconta di sposalizi e solitudine. "Damaris" è un'altro esempio di epica contemporanea, fusione impeccabile di battito elettronico e sovrarrangiamento di cori paradisiaci e archi in continuo saliscendi; più dimessa e fiabesca "Thickets", gentilmente scossa dal moto ondoso di violino, flauto e un dolcissimo arpeggio.
Ma non appena lo scorrere delle note sembra rallentare e assumere connotati liturgici ("Who Will?"), ecco che minacciose nel cielo si spiegano le ali dell'avvoltoio ("Vulture"), ricordandoci la duplice natura del disco: da un lato l'antichità romantica, epica e idealizzata; dall'altro il futuro, crudo, freddo, ai limiti dell'estetica cyberpunk. E come la quiete dopo la tempesta, "Blackdown" dipinge un affresco nostalgico e romantico in un giro di piano che sorregge dolcemente un canto puro che si avvita su se stesso, per poi scoppiare in un finale celtico in odor d'Irlanda. Mentre "The Sun Is Often Out" e "Theseus" scrivono due manuali di folk orchestrale grazie ad arrangiamenti da brividi, "Battle" smorza il tono romantico con un boato industrial-metal che ci rimanda a gruppi quali Skinny Puppy e KMFMD.
Per finire, la chiusura di "The Messenger", affidata a un bozzetto folk lussureggiante spezzato da battiti elettronici, che si fa splendidamente solenne negli ultimi secondi, come se ci fosse ancora bisogno di convincere della grandezza monumentale dell'operazione.
Non ci è ancora dato sapere cosa combinerà il giovane songwriter in futuro (nel 2010 è prevista l’uscita di “The Conqueror”, il seguito di The Bachelor, che inizialmente doveva uscire a lui accorpato, come secondo cd di un doppio album), fatto sta che Wolf si conferma un genio della musica pop contemporanea, capace ancora una volta di superarsi come compositore, autore di testi e strumentista. È forte la sensazione di trovarsi di fronte a una personalità unica nella storia del pop, come un Todd Rundgren del ventunesimo secolo che compone, suona e arrangia ogni melodia della sua musica; e che ha riscritto le regole del cantautorato contemporaneo.
Contributi di Alberto Asquini e Alessandro Nalon ("The Bachelor")
Un ringraziamento a Claudio Fabretti per il coordinamento redazionale

