Peter Hammill

Peter Hammill

Il cantore delle stelle e della solitudine

di Claudio Milano

Storico leader dei Van Der Graaf Generator e inafferrabile compositore solista. Schizofrenico e ossuto signore, Hammill è crocevia di antitesi ben espressa in ogni aspetto della sua arte. Una voce che sa essere angelica al limite del femmineo e violentemente demoniaca, una scrittura che accarezza le note per far precipitare in un frammento di secondo in un abisso tremendo

Prefazione

Si può essere considerati un riferimento culturale dichiarato per Peter Gabriel e Nick Cave, Marc Almond e David Bowie, Mark E. Smith dei Fall e Johnny Rotten, Julian Cope, Robert Fripp e Fish, Lady Starlight (alle prese con sue composizioni usate come soundtrack nelle performance pre-Gaga concert) e David Thomas, tra gli altri ed essere quasi completamente sconosciuti? Si può raccogliere consensi da Scott Walker, Laurie Anderson, Damon Albarn, Bruce Dickinson, Mikael Akerfeldt degli Opeth, citazioni ammirate dall'intera scena avant-rock mondiale, tanto più col passare degli anni ed essere stati considerati già morti all'esordio della propria carriera? Si può esordire come massimo pioniere dell'art rock e ritrovarsi a pre-ordire l'esplosione del punk? Diventare riferimento vocale per la scena heavy metal mentre si organizzano le trame della darkwave più cerebrale? Essere considerati il Jimi Hendrix della voce ed esaltati come interprete drammatico e virtuoso dell'ugola (a compimento dell'epopea di Tim Buckley e con quasi cinque ottave a disposizione), essendo giudicati impietosamente da alcuni, semplicemente un “ubriacone stonato”? Scrivere le architetture soniche più contorte e verbose della storia del rock e (solo) a volte non riuscire a mettere in croce due note giuste durante l'arco di due ore e mezza di concerto? (Ne sa qualcosa l'amico Max Marchini, che dopo averlo invitato a Piacenza un mesetto fa, se l'è ritrovato prima e sorprendentemente a tenere una lezione sulla composizione, in italiano, per gli allievi del Conservatorio Nicolini e poi ad arrampicarsi come un gatto in panico sui tasti d'avorio a caccia di mezza nota giusta, prima di imbroccare, senza fare mezza piega, una perfetta e commovente “House With No Door”...). E poi ancora raffinatissimo e crudo poeta innamorato di Dante (una figlia di nome Beatrice) e Shakespeare, alfiere in versi della filosofia teoretica, produttore, cantautore colto da bulimia, con almeno una cinquantina di pubblicazioni alle spalle, incluse quelle con i Van Der Graaf Generator (ma solo una trentina dichiarate, a giorni alterni), ma anche semplicemente “colto”; autore di opere rock, musiche per balletti e colonne sonore mai impiegate perché ritenute “terrificanti” (“Eyewitness”, in italiano, “Il Ragazzo ha visto l'assassino e deve morire”), ricercatore sonico estremo e (poli)strumentista mediocre, stakanovista e imprevedibile performer da migliaia di date alle spalle (anche tre al giorno dal 1967 ad oggi) e di palchi calcati in tutto il mondo con a seguito solo una voce, un pianoforte (o una tastiera) e una chitarra o le formazioni improbabili al limite del bizzarro?
È possibile solo se si è Peter Hammill.

Un'allucinazione, la più sfuggente e controversa delle metafore rock. Schizofrenico e ossuto signore, gentile e dallo sguardo che ogni tanto si blocca come a fermare chissà quale oscura premonizione nel vuoto, Hammill è crocevia di antitesi ben espressa in ogni aspetto della sua arte. Una voce che sa essere angelica al limite del femmineo e violentemente demoniaca, una scrittura che accarezza le note per far precipitare in un frammento di secondo in un abisso tremendo. Un uomo divertente e loquace quanto barricato nel proprio mondo, accessibile a nessuno se non a sé stesso (la sua Terra Incognita,in quel di Bath). La realizzazione di una dicotomia che si auto-afferma e si nega un attimo dopo per rilanciarsi lungo un percorso impervio e imprevedibile. Alla luce di una vena creativa tanto più rinvigorita e proiettata in un remoto futuro con gli ultimi album che hanno riacceso la sua stella in modo inequivocabile (almeno) a partire da “Singularity” del 2006, ecco un suo ritratto d'artista e uomo che cerca di sfuggire dall'approssimazione di chi ha voluto perderlo al primo passo falso e chi l'ha idolatrato considerando geniale a priori qualsiasi sua esternazione, raccogliendo un archivio senza precedenti, ma astenendosi da ogni valutazione critica del suo percorso.
Di fatto, ambo gli atteggiamenti hanno contribuito a vanificare ogni tipo di interesse nei riguardi di un pubblico non composto da addetti ai lavori.
Quella di Hammill è una storia in musica e un viaggio umano lungo 47 anni, del quale considererò non solo la produzione ufficiale ma anche l'immensa messe di bootleg, aneddoti, documenti inediti e collaborazioni. Storia e culto che certo, un giorno, non lontano, sarà leggenda.

Capitolo I: 1971-1979 – Il furore creativo

Peter Hammill1971, i Van Der Graaf Generator stanno per pubblicare “Pawn Hearts” (ottobre), proiettandosi verso il massimo del consenso che riceveranno da pubblico e critica, curiosamente localizzato esclusivamente in poche, pochissime nazioni europee, Italia in testa, pur non ricevendo particolare attenzione in terra patria. Hammill decide di pubblicare un album solista ad anticipare il capolavoro della band di cui è leader. È cosa abbastanza diffusa all'epoca tra i musicisti associare alla carriera con il proprio gruppo, quella da solista in modo ben più parco. Nessuno di fatto può immaginare quello che di lì a poco accadrà. È nel luglio di quell'anno che l'allucinato cantore britannico dà voce e forma ad alcune canzoni nel cassetto ormai da diversi anni. La copertina del disco è di quel Paul Whitehead, che aveva trasformato in visioni metaforiche il suono del disco precedente dei VDGG e ancor meglio, quello di quel “Nursery Cryme” dei Genesis, che farà la sua fortuna come illustratore surrealista. Una scacchiera, simbolo ricorrente nella poetica del cantante, tra aeroplanini e una miriade di oggetti assortiti, campeggia sul cartonato del 33 giri di Fool's Mate (Scacco Matto). Per quanto l'intera band di Hammill e diversi amici tra i quali quel Robert Fripp (già ospite in “H to He” e poi in “Pawn Hearts”) dei King Crimson, siano presenti nell'album, qui non c'è la benché minima ombra del suono violentemente psicotropo a cui l'autore ha fin qui abituato. Un suono pastorale, con qualche fortunato slancio lirico (“Summer Song” – “In The Autumn”), due ballate che rimarranno tra le cose migliori tra gli episodi di breve durata della carriera che verrà (“Vision”, celebrata al meglio dal vivo a Los Angeles, il 14 luglio 1986 e “The Birds”), qualche apertura armonica con arrangiamento di classe (“Viking”), curiosi barocchismi in salsa chamber folk (“Happy”) e un minimo slancio drammatico che annuncia strani presagi (“I once wrote some Poems”, che annuncia la lunga serie che verrà, di brani dal finale, inquieto, pari a un avvertimento).
Col passare degli anni, dal vivo anche brani come “Candle”, magnificamente eseguita a Berna nel maggio di quest'anno in apertura ai VDGG e “Solitude” sapranno prender quota in ispirate versioni. Un album solare dunque, piacevole, a tratti divertente, figlio di un cantautorato sghembo, che di fatto resterà episodio unico tra le produzioni a venire. Sì, perché a Fool's Mate non seguirà alcuna tournée solista, ma un'estenuante tour con i VDGG fino alla fine del'72, che consumerà risorse economiche ma soprattutto energie mentali della band, ridotta al rischio di una comune estraneità. Da qui la scelta dello scioglimento, che, cosa assai bizzarra ma testimonianza del legame umano tra i suoi componenti, non sarà mai di fatto compiuto, vista la continua partecipazione di tutti i membri passati e presenti del gruppo, alle produzioni soliste di Hammill.

Intanto dopo aver preso parte come ospite all'affollatissimo, ma solo di recente riscoperto, esordio di Colin Scott (l'album omonimo del 1971), l'autore si proietta avanti di almeno un decennio. Così sarà per Chameleon In The Shadows Of The Night del 1973, ancora per Charisma. La produzione, come per il precedente album è affidata a John Antony, produttore anche degli ormai ex-VDGG e dei Genesis. Tante cose sono però cambiate. Con questo album, il cantore britannico raggiunge appieno la sua maturità, trovando in arrangiamenti assai scarni, da recital brechtiano in salsa pesantemente drammatica, al limite del lamento, catarsi per i propri deliri interiori.
La forma vandergraffiana torna a essere presente in questi solchi, in particolar modo nella conclusiva “(In The) Black Room/The Tower”, suite che per il gruppo madre era di fatto stata scritta, ma l'accento si sposta su un lirismo più marcato con focus principale su un espressionismo vocale senza pari. Se Hammill fino alla prova precedente aveva inciso non ricorrendo mai a un suono della voce naturalmente “distorto”, grazie all'impiego delle corde vocali false (vocal frei), in contemporanea o in alternanza alle vere e con rapidissime escursioni tra un suono da controtenore, talvolta mezzo soprano, immacolato (praticamente contralto spinto, data la quantità inquietante di armonici) a vero e proprio erede di Arthur Brown (con cui pure dividerà palco e musicisti in quel di Roma il 27 maggio dello stesso anno) trasfigurato da un vocoder.
Con questo disco, più che con i precedenti, il cantante si impone come virtuoso timbrico dello strumento voce e interprete di massima portata, spaziando, come detto, per più di quattro ottave, nel solco lasciato da Tim Buckley e già raccolto con gli ultimi dischi fin qui incisi con i VDGG, ma portato alle estreme conseguenze espressive. “In The End” E “Easy To Slip Away” (seguito concettuale della celebre “Refugees”) sono delle romanze contemporanee soggette a continui sussulti dell'animo espressi in frammentazione ritmica e armonica; “German Overalls” è l'esploso di un'acidissima ballata folk progressiva che sa inquietare pur nell'assoluta assenza di ridondanza nella confezione sonica. Basta poco a Hammill, un pianoforte al limite dell'accordatura, percosso con dichiarato sadismo, una chitarra ora acustica, come nei bozzetti dell'album (splendidi “What Is Worth?”, “Slender Threads”), o elettrica, come nel jazz, hard-rock psichedelico di “Rock And Rôle”, favoloso brano che inaugura il filone più abrasivo. Persino, l'outtake del disco, “Rain 3Am” sfoderato nella (ingloriosa) raccolta che verrà, The Calm (Before The Storm), non è meno che un autentico gioiello.

Si è a un passo dal capolavoro che è conseguito appieno con il successivo album The Silent Corner And The Empty Stage del 1974, autentica pietra miliare del rock colto, opera che (assieme alla successiva, pubblicata a brevissima distanza) compie 40 anni proprio in questi giorni. Qui nessun elemento è fuori posto, tutto sfiora la perfezione con arrangiamenti più ricchi ad opera dei VDGG al completo su tutto il disco, senza rinunciare al racconto in primo piano di voci e liriche sempre più curate e ricche di rimandi letterari, artistici e storici. “Modern” è carta vetrata con arrangiamenti davvero inverosimili, pionieristici, ma di fatto mai emulati se non in qualche deriva garage-psych dei Chrome, “Red Shift” (brano dal testo semplicemente sensazionale, con Randy California degli Spirit alla chitarra) plana tra jazz rock e psichedelia acida, “The Lie” è un ossianico bozzetto a trattare temi religiosi con fare quasi demoniaco (“genuflection, erection in church”), ad anticipare la poetica di Diamanda Galás.
La conclusiva “A Louse Is Not A Home” è perfetta sintesi di tutto quanto l'autore ha fin qui detto, con una performance vocale davvero inimitabile, da brivido nel suo scalare e ridiscendere ottave con furore e sovraincisioni da manuale che da tanti saranno riprese, ma con esiti senza eguale intensità emotiva. Un grumo di sangue e nervi. Hammill è come detto, dicotomia dichiarata, angelo e demone, donna (nell'ottica dantesca del termine) e orco, apre a paradisi e spalanca squarci spazio temporali terrifici. Nella parte conclusiva del pezzo fa persino capolino un primo esempio di drum machine, a testimoniare l'insaziabile e ossessiva ricerca timbrica ad ampio raggio.
È comunque il binomio Hammill/Jackson (del quale il cantante produrrà nel 1996, il modesto “Fractal Bridge”) a rimanere la cosa più alta dell'amalgama sonica, entrambi sospesi con quantità di ossigeno a prova di apnea tra levità e distorsione pura e in aperta e istericamente divertita competizione, nella reciproca emulazione di registri e timbri. C'è anche spazio per il sublime slancio romantico di “Forsaken Gardens”.

Pochissimi mesi di distanza ed è già tempo di pubblicare un nuovo album, dal titolo In Camera. Un diamante grezzo e spigoloso. Molte cose cambiano. In primis la produzione, per la prima volta appannaggio di Hammill stesso, ma per quanto la sostanza compositiva rimanga in buona misura immutata, ciò che cambia è il suono, che si muove in una direzione ben più estrema. Hammill abbandona l'impianto chitarra/pianoforte/voce per abbracciare suoni analogici e manipolazioni di nastri a tutto spiano. Anche la voce appare estremizzata, spesso sopra le righe, anche nei momenti più lirici. L'autore, sin dalla copertina figura come una sorta di inquieto principe oscuro. Ben sei gli episodi degni di nota del disco. Anzitutto l'incredibile “Gog”, demoniaca a dir poco, che nella coda (“Magog – In Bromine Chambers”) deraglia in un magma sonico assai prossimo alla musique concrete di Pierre Schaeffer. Poi le due splendide “(No More) The Submariner” e “Faint-Heart And The Sermon”, che però dal vivo troveranno la loro dimensione più autentica, sfrondate di miriadi di suoni su disco e per quanto l'elegiaca elevazione della seconda sia più che rimarchevole. Idem dicasi per “The Comet, The Course, The Tail”, brano dal testo eccezionale, qui tarpato da un arrangiamento troppo appesantito. Solo dal vivo e in particolare a partire dalla metà degli anni 80, il brano acquisterà le dimensioni del classico autentico. Un po' più riuscita nella confezione, la bella ballata “Again”, con arrangiamento chamber pop ante litteram ad accompagnarla. L'esasperatamente rumorosa “Tapeworm”, anche questa, infinitamente migliore nelle scarne e rare versioni live dei 70, è un primo esempio di proto-punk con intermezzo a mo’ di madrigale nella sezione centrale.
In breve, un disco di grandissima sostanza che però rivela subito un limite/pregio di Hammill, quello di anticipare tendenze soniche (l'abitudine allo studio di registrazione come strumento a sé, gestito però come mediocre polistrumentista in quasi totale solitudine), senza centrare appieno il risultato di buon produttore, esecutore e arrangiatore del proprio materiale. In Camera rimane tutt'oggi uno strano oggetto, ambiguo culto per i fanatici del suono retrò, irrimediabilmente “vecchio” in molti momenti (ma assolutamente non in toto) per chi non si è fermato con le orecchie all'epopea prog, ma è proprio la sua ambiguità a farlo semplicemente eccezionale.

In questo anno luminoso, Hammill pubblica anche il libro “Killers, Angels, Refugees” (Charisma Books, London), una bellissima raccolta di testi, poesie e brevi storie, ristampata poi negli anni a venire. Tra il '73 e il '74 assai sostenuta sarà anche l'attività dal vivo, che vedrà, in particolare in alcune fortunatissime Bbc session, il meglio (un'ultra lirica “Easy To Slip Away” con acuti conturbanti e un'ultra-teatrale “German Overalls”, ambedue una spanna sopra quelle in studio, saranno la summa di quella del '73), con qualche data d'eccezione (Rtl Grand Studio Paris 1973, Hec Paris 1974, Basilea 1973, Teatro Corso – Padova 1973, Genova – Teatro Alcione 1973, Bologna – Palazzetto dello Sport, 1973 Novellara Ritz Club 1973, Roma – Charisma Festival 1973, Delemont 1973, le due date a Montreal nel 1974, giusto per citarne alcune).
Non sempre il pubblico si mostrerà ricettivo alla proposta dell'autore inglese, così esasperatamente asciutta quanto complessa e aggressivamente emotiva (Hammill non è Nick Drake, quando sussurra il pubblico mormora spazientito, quando urla, l'audience applaude) accompagnata spesso da performance vocali pari a tour de force ma a una tecnica strumentale modesta, in piena epoca di “manifestazione a tutti i costi”. Gran parte della gente che va ad ascoltarlo, sarà ai concerti nella speranza di imbattersi in qualche classico dei VDGG o per sentire le band a cui Hammill suona come spalla. La tournée italiana di supporto alle Orme (gruppo per il quale si occuperà della traduzione e adattamento dei testi per la versione inglese di “Felona e Sorona”, grazie a una buona conoscenza dell'italiano, oltre che del francese, del tedesco e dello spagnolo) in particolare, sarà un autentico disastro, tra insulti e minacce, ma neanche troppo meglio andrà il tour da supporter ai Genesis, fischiato apertamente (e notare che in quella del 21 aprile, Hammill immortala “The Birds” con una versione in cui la voce si leva in alto a quote interpretative indimenticate).

Per quanto la poetica dell'autore sia perfettamente a fuoco e abbia prodotto musica di elevatissimo livello, che influenzerà un'intera stirpe di cantori di teatro vocale vicino alle avanguardie rock, dovranno passare molte lune perché il suo nome non venga considerato uno spauracchio. Hammill è cosciente di questo e decide di riavvicinarsi ai vecchi compagni VDGG. Pretesto saranno una manciata di canzoni brevi e dirette, scritte per lo più tra il 1967 e il 1968. La ritrovata volontà di suonare assieme si esprimerà nella ricerca di un suono aggressivo e rumoroso, fatto di riff chiaramente leggibili e voce urlata allo spasimo. Ne verrà fuori un album, non perfetto, ma storicamente essenziale come pochi, Nadir's Big Chance, che cambierà in buona misura rotta nella scrittura codificata. Tre brani “Birthday Special” (che è “God Save The Queen” dei Sex Pistols, ascoltare per credere), la title track e “Nobody's Business” sono punk o a un passo da esso. Curiosa parabola per un artista che finora all'universo progressivo veniva ascritto e che d'un tratto si ritrova a essere in prima linea (anche ideologica, dati i contenuti politici anarcoidi delle liriche) ad anticipare la rivoluzione musicale che alcune delle sue creazioni cercherà di ripudiare fino a riconoscere pure quelle come proprie progenitrici.
Certo non mancano le ballate, “Shingle Song” e “Been Alone So Long”, quest'ultima dell'amico Chris Judge Smith (co-fondatore dei VDGG nel 1967 e che in futuro sosterrà, partecipando a tutte le sue incisioni, tra operetta e musical, dal carattere bizzarro), su tutte, interpretata con un falsettone rinforzato in maschera, asessuato da far paura. Bellissime anche la progressione chitarristica e la linea vocale di “The Institute Of Mental Health, Burning”, tra glam bowiano e psichedelia minimale, ma è tutto il disco ad affascinare.
Suonato splendidamente e arrangiato meglio, incisivo, fresco quanto abrasivo nei testi, Nadir's Big Chance, nella sua riduzione ai minimi termini delle strutture, ma con un suono ricercato è avanguardia targata 1975 e suona attualissimo tutt'oggi. Valutandone solo il valore storico e non l'effettiva resa, è “Nadir's” assieme a “Chameleon”, “The Future Now” e “And Close As This”, pietra miliare assoluta di Hammill. Avrebbe solo avuto bisogno, come gli altri dischi citati, di un buon produttore e qualche soldo in più da investire (ma valutando cosa sarebbe potuto essere, avendo una cura diversa del suono e degli arrangiamenti, optando per l'assenza di uno, due brani, stesso discorso potrebbe esser fatto per “In Camera”, “Over”, “A Black Box”, “Patience”, “Out Of Water”, “Consequences” e dunque... in parte, decade). Di certo, nessun altro autore, se escludiamo Nick Cave e Tom Waits, potrà vantare un canzoniere così nutrito e felice. Seguirà la reunion della band madre (anche se, come anticipato, mai reale scioglimento c'era stato, tenendo anche conto dell'album “The Long Hello”, prova strumentale del '73, dai profumi canterburiani e con Jackson, Evans, Banton, Potter, il chitarrista italiano Pietro Messina, Ced Curtis), con tre album ben più terreni, scritti di getto, uno dietro l'altro, due fortunati, “Still Life”, in particolare (1976) e “Godbluff” (1975), uno un po' meno, “World Record” (1976). Con un intenso e bellissimo tour di due anni, la band toccherà anche il Nuovo Continente e al nuovo materiale e a classici del repertorio, il quartetto, aggiungerà anche brani di Hammill solo in versioni più o meno convincenti.

Sarà nel 1976, anno in cui nel complesso i dischi prodotti dal cantore saranno tre, che Hammill, conclusa una relazione in modo non meno che traumatico, sentirà il bisogno di tornare in studio, questa volta col supporto del violinista Graham Smith (String Driven Thing). L'album che ne nascerà è Over, e ancora una volta si è a un passo dal capolavoro. L'epopea del distacco è affrontata da Hammill con un canto remissivo e sofferto, sostenuto da arrangiamenti in bilico tra semplicità e complessità oggettiva, dando vita a gemme di autentico valore: “Betrayed”, “Alice (Letting Go)”, “(On Tuesday She Used To Do) Yoga”, “Time Heals”, “(This Side Of) The Looking Glass”, “Autumn”, che dal vivo, eccetto le prime tre, sapranno emozionare ancora di più (“Time Heals” sarà persino superba, basti ascoltare, tra le altre, la versione a San Francisco del 13 febbraio 1978, show pomeridiano). Un'autentica confessione nuda e cruda, con parole talmente tanto dirette da suscitare imbarazzo. Un diario indimenticato a cui farà eco una sola data in solo (nella quale l'autore avrà il coraggio di suonare per sola chitarra e voce l'intera “Meurglys III”), prima di un nuovo baratro.

Conscio di aver toccato degli oggettivi limiti evolutivi nella propria scrittura, Hammill sceglie di rifondare i VDGG con un'altra formazione, che sostituisce Graham Smith ai fiati di Jackson, richiama il bassista di “The Least We Can Do” e “H To He”, Nic Potter e pigia l'acceleratore su un punk divenuto nella sua mente già “post”. Nascerà il fresco “The Quiet Zone/The Pleasure Dome”, a cui farà eco immediatamente, un album solo dall'emblematico titolo The Future Now. Il disco rimarrà a lungo l'ultima grande intuizione compiuta di Hammill e per quanto non perfetto per ragioni di produzione, ha un valore storico inestimabile per la capacità che ha avuto e ha tuttora, di influenzare un'intera schiera di ricercatori musicali estremi.
C'è come per “In Camera”, il ritorno in studio in quasi solitudine (con lui Jackson e Smith), l'uso di nastri magnetici e di strumentazioni avveniristiche per l'epoca, impiegate con un fare minimale quanto ficcante. L'autore scomoda i percorsi del Bowie berlinese e del suo comprimario Brian Eno, ma si muove un passo in là, le avanguardie newyorkesi con cui stabilirà una sorta di interscambio di modalità soniche (Tuxedomoon e Talking Heads su tutti) e torna a temi (anatemi) di violenta critica sociale, politica, religiosa. Trova nell'ossessione africana di “A Motor-Bike in Afrika” (riletta poi in modo non meno che straordinario dai The Ex, nell'album “Aural Guerrilla”, del 1988) un'anticipazione glaciale dell'etno di Peter Gabriel e di “I Zimbra” dei Talking Heads, ma anche di certo speed/trash metal, nell'accentuata iper-accelerazione pneumatica delle percussioni. Impressionante e irripetibile intuizione. Riduce la sua voce ad una quasi declamazione psicotica, sorretta da cori gotici (“Mediaevil”), manipola nastri in modo inquieto e ondivago (“The Cut”), aggredisce con “Energy Vampires”, impressionante dal vivo, affascina con “The Second Hand” e i cori in reverse di “Trappings”. L'episodio che commuove e ferisce invece, è la shakespeariana “The Mousetrap (Caught In)”. Unico brano affossato dalla produzione, i synth ad appoggiare il piano sono veramente brutti. Dal vivo, questa canzone diventerà un classico, fino ai tardi anni 80, talmente struggente da muovere alle lacrime.

La “beatificazione” di Hammill è a nome Johnny Rotten, durante una trasmissione radiofonica, ma gli attestati di stima che gli giungeranno da Bowie, Gabriel, Stranglers e poi con gli anni da Almond e decine di musicisti della nuova scena musicale gli permetteranno finalmente di ricevere dal vivo meritata attenzione, in particolare nel Nuovo Continente, mentre la sua produzione discografica sarà celebrata tanto dagli estimatori del progressive rock che da quelli della new wave.
È tempo di una prima, bella collection, Vision, ben supportata dall'idea di pubblicare remix e alternative take. Non solo, dietro la copertina dell’edizione originale del vinile (mai ristampato su cd) figura una versione inedita del poemetto, "Vision" per l'appunto, che in questa veste, non appare nei due libri di poesie scritti e pubblicati da Hammill.

Con PH7, la produzione è nettamente superiore, ma la sostanza alterna luci a ombre. Letteralmente fa-vo-lo-si i brani segnati da una sintassi post-punk, “Porton Down” e “Carrering”, che con un canto urlato e soli di sax e violino (impossibile a tratti non pensare a cosa avrebbero fatto di lì a poco Tuxedomoon e Contortions), anticipano di un po' la no wave, affiancando una scarnificata sintassi prog, imbevuta di suoni acidi (“Mr X”/“Faculty X”), ballate che dal vivo giganteggeranno ma che in studio suonano povere (“Mirror Images” e il classico dal vivo “Time For A Change” ancora una volta dalla penna di Chris Judge Smith). Non meno che magnifica “Not For Keith”, dedicata allo scomparso Keith Ellis, al basso nei VDGG di “The Aerosol Grey Machine”, a lungo sottovalutato album del 1969, con un arrangiamento pianistico davvero degno di nota e un cantato, “vivo”.
La pasta vocale appare assai cambiata, profondamente irrobustita d'alcool e tabacco, violentemente espressionista e propensa all'urlo gutturale, un'anticipazione del primo Nick Cave e del Tom Waits di “Rain Dogs” e “Swordfishtrombones”, eppure ancora capace di prolungate, magnifiche escursioni in un falsettone luminoso e limpidissimi acuti tenorili. Più una scelta estetica che un ripiego dunque, questa vocalità da “babau”, che accompagnerà il musicista in una lunghissima e trionfale tournée nel biennio 1978-1979, ma in realtà da qui innanzi, perenne. Tanto in solo che con Graham Smith, Hammill eviscererà un teatro vocale beckettiano estremo e intrigante, prima della precisione esecutiva e al ritorno a una vocalità meno compressa nei primi 80. Memorabili le date americane e canadesi al Troubadour; alla Unitarian Church; al Cinema Cartier; Bookies Club 870, a Detroit, 24 febbraio 1979; Cellar Door, a Washington, il 13 Febbraio 1979; Old Waldorf, a San Francisco, il 16 marzo 1979. Ma non c'è mezzo concerto dell'epoca che non sia meritevole di plauso. Il più famoso, senza dubbio, ma null'affatto il migliore, è quello veicolato dal bootleg “Skeletons of Songs”, registrato alla All Souls Unitarian Church, Kansas City, il 16 febbraio 1978. Da ascoltare, se non altro per la perfetta resa sonora e versioni da brivido di “In The End”, in medley con “A Plague Of Sleepwalkers” (!), “The Lie” e “The Mousetrap”. Il resto ne fa in buona misura da contraltare, con Hammill a caccia delle note su un piano e una chitarra.

In contemporanea, i VDGG si schianteranno con il tour che precederà l'uscita del grezzo ma affascinante epitaffio “Vital”, con una band sempre più propaggine delle visioni autenticamente progressiste del leader e delle sue scelte soniche, ormai votate al decennio in arrivo. Nel 1979 Hammill prende parte, assieme a Brian Eno, Phil Collins, Peter Gabriel, Tony Levin, Jerry Marotta, Terre Roche, Daryl Hall, all'esordio solista di Fripp, “Exposure”, regalando tra le altre, due interpretazioni-capolavoro, l'urlo trash metal di “Disengage”, brano del quale è anche co-autore e lo stranito blues dalla ritmica impensabilmente irregolare, quanto fluida, di “Chicago”, che accarezza vocalmente a colpi di lama, partendo dai bassifondi per raggiungere isterie da mezzosoprano in acido (Acid King?). Non solo, nel 1980 è tra gli ospiti del concerto al Rainbow degli Stranglers a dar voce, assieme allo stesso Fripp (alla chitarra) a un'ispirata versione di “Tank” e a una più sbiadita di “The Raven”. Di lì a poco, Hammill sarà autore di alcuni testi del tentativo di svolta colta di un Miguel Bosè (“Bandido”, 1984) , per il quale Hammill provvede alla scrittura delle liriche di "South Of The Sahara" e "Domine Mundi", venendo ringraziato nelle note di copertina. Bosè, ormai lontano dai panni di teen idol e votato a un electro pop di un certo interesse, preparerà, consapevolmente (basta leggere quanto scritto tra le note del disco), la sua strada a un suicidio commerciale. Non solo, Hammill tenterà anche la carta da produttore, con l'ottimo e unico album dei Random Hold, “Etceteraville” (Passport Records - 1979), cult band new wave nata dall'esperienza breve ma significativa degli 801 (cult band fondata da Brian Eno e Phil Manzanera), con David Rhodes, David Ferguson e Bill MacCormick.

Capitolo II: 1980-1991 – Dalla new wave al cantautorato colto, alla ricerca di nuove formule

Peter HammillDiscograficamente, gli 80 si aprono con A Black Box, disco con pochissimi momenti infelici, la cui unica oggettiva pecca, neanche a dirlo, di produzione (la cosa è stata ammessa diversamente dall'autore negli anni 90), è la scelta di Hammill di dedicarsi anche alla batteria. Il risultato è qualche volta curioso e in altri momenti, non fosse sostenuto da tanta e vera grazia ispirativa, semplicemente orrendo. Due i must del disco, autenticamente avant, dove “batteria non ferisce” e nei quali è da segnalare un uso dell'elettrica sempre più ricercato: “Fogwalking”, mesmerizzante, con i fiati trattati di Jackson, brano che potrebbe essere uscito da un Gabriel votato alla musica gotica, e “In Slow Time”, che si regge su un cut up di loop chitarristici, a delineare scenari sonori lynchiani con una voce proveniente da un altro pianeta. Poi... la lunga suite “Flight”, composta a fine 70 e degna epigone di quell' “A Plague” dei VDGG di cui sembra essere una attualizzazione in chiave 80, con tanto di ossessivi riff reiterati e stregoneschi, associati a un canto su dinamiche sempre mutevoli. Unico handicap, non da poco e come anticipato, alla batteria, Hammill. Un suono assai 80, meccanico certo, ma capace di ammazzare ogni dinamica del brano. Un pezzo che dal vivo, fino a metà decade, risplenderà non poco con le sue multiformi evoluzioni, in esecuzioni soliste e per band, davvero mozzafiato. Ben riuscita anche “Losing Faith In Words”, austero brano new wave e con una sezione in tempi dispari davvero affascinante. Interessante “The Jargon King”, con batteria campionata e accelerata, brano che dal vivo assumerà le proporzioni che gli spettano, abbandonando l'idea di “rumore bianco” per affrontare un più ispirato rumorismo industrial.
Un buon disco, dunque, ottimo auspicio per l'inizio decade. Dal vivo, Hammill torna in Italia da solista, dopo 7 anni, ma ad attenderlo è un'altra infelice tournée come spalla a Peter Tosh. La bizzarra idea dei manager non porterà fortuna alle ispirate rese degli show, che verranno irrimediabilmente interrotti e fischiati dai fan del cantante reggae, in attesa di ritmiche e good vibrations. In una celebre data, il 19 luglio, al Teatro Comunale di Torino, Hammill, infuriato con il pubblico comprime “Man Erg” del gruppo madre, in una resa espressionista senza mezza sbavatura e di una crudeltà punk wave da brivido. La famosa rivista nostrana Ciao 2001, se si escludono gli articoli dei primissimi 70, sempre piuttosto ambigua nei riguardi del cantore inglese, nel commentare l'episodio, sentenzia senza mezzi termini, “Peter Hammill è morto”.

Nell' 81, l'autore ritorna a impiegare una band al completo e il risultato che ne segue è il piacevolissimo nella forma, ma magro nella sostanza, Sitting Targets. In questo caso la produzione è superlativa, ma l'estrema riduzione formale non porta gli stessi frutti di Nadir's Big Chance. Certo, non mancano i buoni episodi, l'andamento gotico, sospeso e dissonante di “Breaktrough”, che si stempera nel cantabilissimo inciso e lo splendido, neanche a dirlo, ossessivo riff della sperimentale “Empress's Clothes”, con un grande Jackson ai fiati, sono i brani cardine, ma degni di nota, sono anche il riff più granitico di “Central Hotel”, accompagnato da batteria in delay ed esplosione di un sax free e il bel riff ritmicamente elaborato della title track, che rende tanto più dal vivo, anche in solo. Episodio a sé, la linearissima e straniata “Ophelia”, caratterizzata da un andamento sotto anestesia, come un dolore lenito da morfina, nella sezione finale, cesoiata in modo bruto e inquietante. Un classico dal vivo per tenute in acuto a prova di fiato.
Così “Stranger Still”, a partire dai tardi anni 80, sarà trasfigurata live con una resa espressionista ed escursioni per voce da capogiro. Il resto è piacevole, nulla più. Dal vivo, una data il 28 agosto a Kansas, sfiorerà la perfezione esecutiva e interpretativa, rappresentando una delle memorie più vive del repertorio dell'autore, nel bootleg “More Skeletons Complete”, ma nello stesso anno Hammill, si esibirà anche assieme agli Sparks al Rock & Classic Festival in Germania con un'inverosimile jam su “Give Peace A Chance” al limite dell'isteria.

Intanto, l'idea di costituire una band stabile, si concretizza col K Group, dove “K” è Hammill, “Brain” Guy Evans alle prese con batteria e un mucchio di sortilegi elettronici, “Fury” John Ellis, nobile chitarrista della scuderia Charisma, in tour con Gabriel nei primi 80 ma anche chitarrista in “IV” (disco noto come “Security” e per il quale Hammill contribuirà ai backing vocals di "The Family And The Fishing Net", "Shock The Monkey" E "Lay Your Hands On Me"), “Mozart” Nic Potter, con le sue geometrie estremamente essenziali al basso. La presenza di ben tre membri dell'ultima incarnazione dei VDGG nella band permetterà al progetto una grande visibilità e la possibilità di suonare in lungo e largo tra Europa (in Italia anche in diretta Rai, in Germania al Rockpalast) e Nord America.

L'esordio discografico arriva con Enter K, disco ampiamente sopravvalutato, anche in Italia, dove a un suono secchissimo e minimale, tipicamente wave, non corrisponde adeguata felicità compositiva. Eccezionali davvero due brani, l'ultra-sperimentale “Accidents”, pieno compendio della saga iniziata con “The Future Now”, e la mini suite “The Unconscious Life”, sensazionale brano che si apre in una crepa improvvisa per poi ritornare al tema principale, senza apporto del minimo manierismo. Si tratta di episodi isolati, però, ai quali si possono affiancare per qualche spunto di interesse il singolo “Paradox Drive” per l'inciso claustrofobico (ma con strofa sin troppo “leggera”), la multi-stratificata “Happy Hour”, che però non convince del tutto, e la cupa ballad “Don't Tell Me”, che diverrà un classico dal vivo.

Intanto, mentre l'autore pubblica un altro bellissimo libro da titolo “Mirrors, Dreams, Miracles”, in qualità di poeta, muove un passo avanti con Patience del 1983 dove (in studio), a parte l'eccellente “Now More Than Ever”, bellissima anche nella versione come singolo, nessun brano merita l'appellativo di capolavoro, ma dal vivo quasi ogni pezzo del disco saprà divenire un classico autentico, a testimonianza dei contenuti più che felici. Le improvvise increspature della title track e di “Labour Of Love”, l'ossessione ritmica di “Traintime”, il felicissimo riff di “Jeunesse Doree”, la struttura elaborata di “Comfortable”, la semplicità della bellissima ballata “Just Good Friends” (re-interpretata assieme a “Vision” da Marc Almond), diventeranno col tempo tra i brani più apprezzati della discografia dell'ex-cantante dei VDGG.

Peter HammillIl disco è quello che i VDGG, per l'appunto, avrebbero potuto produrre se fossero sopravvissuti al nuovo decennio. Preso dalla continua volontà di mescolare in modo irrequieto, carte diverse, Hammill pubblicherà, solo su cassetta, uno strano progetto di stratificazioni soniche inafferrabili e oscure, che andrà non a caso, sotto il titolo di Loops & Reels, poi stampato a gran richiesta anche in formato cd nel 1993. Fascinoso, ma tutto sommato autoreferenziale, l'album presenterà anche alcune anticipazioni dell'opera “Usher”, in cantiere dai primi anni 70 e una curiosa canzone dovuta a un ipnotico etno-riff di kora, “A Ritual Mask”, presentata al “Womad Festival” (world music festival in beneficenza, organizzato da Gabriel) con L. Shankar, Larry Fast, David Rhodes e Steward Copeland dei Police. "My Pulse" e "In Slow Time" sono state composte per una coreografia di Nikolas Dixon (della seconda esiste anche un raro videoclip, con l'autore presente). Intanto, alle date con il K Group, Hammill alterna performance solo, in duo (con Guy Evans o con John Ellis), in trio (con Evans ed Ellis assieme), riscuotendo quasi ovunque un ottimo successo di pubblico, se si escludono le sfortunate date come supporter ai Marillion e a Siouxsie & The Banshees, che certificano una cosa: Hammill, non può in alcun modo essere rapportato con fortuna ad alcun musicista, tantomeno come spalla.

Seconda collection nel 1984 a titolo The Love Songs. Tutti i brani sono re-incisi o re-mixati (tranne la sola “Been Alone So Long”). Piacevole compilation con una versione ad alto tasso emotivo di “(This Side Of) The Looking Glass”, dove la voce stentorea del 1976 si fa carico del peso di una di un'orchestrazione ancora più ricca e diventa possente, quanto carica di lirismo.

Nel 1985, viene dato alle stampe un doppio vinile live, epurato da applausi, per sancire la fine del sodalizio col K Group e finalmente, si ritorna a livelli qualitativi dimenticati da qualche anno. Per quanto le registrazioni incluse non siano da annoverare necessariamente tra le migliori del periodo di esistenza del quartetto (il disco è registrato in sole tre date, a Glasgow, Edimburgo e Londra nel dicembre 1983 e verrà ri-pubblicato nel 2002 con l'aggiunta del bootleg “The Secret Asteroid Jungle”) e piova qualche critica, tutto sommato risibile, in merito alla resa lo-fi del suono, non c'è brano incluso in The Margin Live che non sia degno di plauso.
Diverse le versioni che dal vivo trovano una dimensione davvero felice, da “Flight” e “Labour Of Love” a “The Jargon King” (davvero inquietanti queste due) e una bellissima “The Second Hand”, poi esclusa dalla ristampa su cd. Ma l'intero disco è quadratura del cerchio di un repertorio felice. Mancano - e questo è un peccato mortale - “Accidents”, “Modern”, “The Unconscious Life”, brani resi al meglio dal vivo durante questo periodo. La ristampa cd del 2002, includerà “Modern” e una versione alternativa di “The Second Hand”, non propriamente un must have, considerando la qualità audio bassina, se confrontata con registrazioni radiofoniche dell'epoca (magistrali quelle ad Arnheim nel 1981 e ad Amsterdam – Carré nel 1984). La foto di copertina del disco, che col suo urlo diverrà simbolo dell'Hammill cantante, è opera del grande Anton Corbijn.

Il ritorno in studio è assai infelice, con un Hammill ora infatuato dalla tecnologia midi e per la prima volta a caccia di un riscontro di pubblico. Inutile dirlo, l'idea va a produrre un album che rasenta l'insignificante, Skin. Tre le ballate di buon livello, “Four Pails” (ancora a firma Chris Judge Smith), “Shell” e “After The Show”, ma solo dal vivo i brani acquisteranno il giusto slancio lirico e drammatico. Stessa cosa per il lungo brano conclusivo, “Now Lover”. I resto del disco è inascoltabile.

Viene pubblicata anche una raccolta dal titolo The Essential Collection, in realtà null'altro che un miscuglio tutto sommato arbitrario (come giustificare altrimenti l'assenza di “Traintime” e la presenza di “She Wraps It Up” e “The Great Experiment”?), ma non sgradevole, di brani tratti da “Enter K” e “Patience”. Curiosamente, lo stesso anno (1986), Hammill pubblica il più brillante dei gioielli dei suoi 80, And Close As This. Ancora Corbijn a suggellare la copertina di un vinile bianco. Questa volta, l'interprete sceglie la via degli esordi, ma in maniera ancora più radicale, un disco per sola voce e piano/o tastiere, come in molti dei suoi show. Le melodie sono davvero belle, dal fortunato inciso della struggente “Too Many Of My Yesterdays” al luciferino capolavoro “Silver” dove quello che verrà della Galás per voce e piano si palesa dichiaratamente, alla struggente “Sleep Now”, il romanticismo di “Beside The One You Love”, le modulazioni dal maggiore in minore che trasformano una semplice canzone in un abisso, come in “Other Old Clichés”, le armonizzazioni cantate in punta di voce, dal sapore cavalleresco di “Empire Of Delight”, altro capolavoro, siglato a quattro mani con Keith Emerson. Un disco stupendo davvero, dapprima ignorato dalla critica, poi riscoperto con gli anni, anche grazie alla felice riproposizione live di alcuni dei temi più belli.

L'autore avvia anche la più prolifica delle sue collaborazioni in studio, quella con il musicista giapponese Ayuo, cantando come lead vox brani di buon livello in “Nova Carmina”. Intanto, un'altra collaborazione, quella col ben più vicino Guy Evans dà luce nel 1988 a un esangue Spur Of The Moment, che da reiterazioni minimali trae ispirazione ma solo dal vivo (Londra, 14 febbraio 1988) troverà una buona dimensione, mentre in studio è un colpo a vuoto.

Ultimo capitolo degli anni 80 è In A Foreign Town, che ritorna a flirtare con l'elettronica, risultando complessivamente più piacevole di Skin, ma con pochi momenti felici, ancora una volta resi al meglio solo dal vivo: “The Plays The Thing” E “There Goes The Daylight” su tutte (quest'ultima originariamente incisa anche in una Bbc session dai tardivi VDGG), ma anche “Hemlock” e “Time To Burn”. Cameo del 1989, la partecipazione al disco-capolavoro della nostra Alice, “Il sole nella pioggia” con la bella “Now And Forever”.

C'è da dire che, a monte di un'ondivaga resa in studio, gli anni tra il 1985 e il 1989 sono stati tra i più maturi per l'Hammill interprete, forte di un'estensione e una molteplicità timbrica recuperate completamente e portate alle estreme conseguenze, tali per cui alcuni live dell'epoca, su tutti, le bellissime date a Philadelphia, il 24 aprile 1985, l'1 e il  3 giugno 1988 ad Amsterdam (quest'ultima con in successione la migliore “Refugees” di sempre, eccezionali rese di “After The Show” in medley con “The Mousetrap”, le viscerali “Still Life” e “Stranger Still”) e molti concerti del 1989 con John Ellis alla chitarra (Glasgow, Londra – Royalty Theatre e Coventry) sono impagabili.

Risanato anche il rapporto con l'Italia, dopo i non lontani dissidi, con date memorabili al Conservatorio Verdi di Milano, 8 novembre 1987 (Hammill è stato tra i primi artisti “popular” a cui sono state aperte le porte del Conservatorio italiano per eccellenza e regala qui la più belle resa di “Too Many Of My Yesterdays” e una commossa “Sleep Now”), Bologna, 10 luglio. Curioso l'episodio di Mezzago, al Bloom, il 28 aprile 1998, quando gli organizzatori si aspettavano una minima affluenza e si ritrovarono davanti un esercito impaziente di gente, buona parte della quale dovette ascoltare il, bel, concerto, fuori dal locale. Altrettanto inaspettato il riscontro di Pisa, il 24 aprile precedente, quando in una data a elevato tasso emotivo, il cantante, preso dall'entusiasmo, ribattezza “Time For A Change” con il verso “Hey presidente when you'll grow, what you want to be?”. Per Hammill, ormai è chiaro, il palco è un'arena, dove ogni sera trasformare in catarsi una sua necessità comunicativa irrefrenabile. Non c'è concerto in cui lo stesso brano sia riproposto nella stessa maniera di un'altra sera, l'unico codice è il racconto di un momento, che trova nell'improvvisazione su tema, vocale e strumentale, una forza magnetica.

Gli anni 90 vedono la fondazione di un bizzarro trio, che raccoglie assieme a Hammill, l'incredibile violinista Stuart Gordon, mago nell'uso di pedali ed effetti applicati allo strumento ad arco, e Nic Potter al basso nel gestire una scheletrica ossatura ritmica. Il decennio è inaugurato con Out Of Water, nobile e maturo canzoniere che supera di slancio i lavori elettronici precedenti, grazie anche al supporto di Gordon, Ellis, Jackson e Potter. Capolavoro assoluto del disco è la minimalista e cupissima “On The Surface”, che anticipa le atmosfere dell'opera “Usher” in arrivo, ma splendide anche l'estenuata, lunga e commovente ballata “A Way Out”, dedicata al fratello suicida, la declamazione teatrale di “Something About Ysabel's Dance” con un pirotecnico Stuart Gordon e la bella melodia di “Our Oyster”. Degna di nota anche l'introduttiva “Evidently Goldfish”, uno tra i pochi brani rock del musicista a risultare riuscito appieno.

A seguire il doppio live in trio Roomtemperature live. Il disco sarebbe stato perfetto se fosse durato la metà. Sorprende la scelta di selezionare brani dalle serate in cui il compositore era meno in voce, quasi a ricordare il gutturale approccio di fine 70 e soprattutto la scelta di pezzi con paurosi errori esecutivi (il disco è registrato, come d'abitudine, in sparute date tra Stati Uniti e Canada nel febbraio e marzo 1990, ma se cercate i massimi documenti del trio è ai bootleg “The Marginal Vox” - Vienna 18 ottobre 1990, con una sensazionale “Modern”, San Francisco 1990-03-21, Bruxelles le Botanique 1990-07-10, La Stampa Vpro 1990-10-20, che dovete rivolgervi e avrete ben altra idea del suo operato). A monte di tutto però, un disco con versioni inaudite, spaventose, quasi un ricordo della fenomenale (e ben superiore) data a Montreal nel 1978 con lo stesso Potter e Graham Smith ad anticipare Gordon. “Modern”; “Traintime”; “The Future Now”; “The Comet, The Course, The Tail”, “Cat's Eye Yellow Fever (Running)”, sono da pelle d'oca ma spiace non sentire una delle meravigliose versioni di “The Wave” (qui martoriata) e “Our Oyster”, ad opera del trio.

A seguire, la tanto annunciata opera The Fall Of The House Of Usher su libretto di Chris Judge Smith, ispirata al celebre racconto di E.A. Poe e tra le voci, Sarah Jane Morris, Lene Lovich e Andy Bell degli Erasure. Marc Almond, dapprima invitato a partecipare e poi “dimenticato”, seminerà parole di fuoco per Hammill nella sua autobiografia. Assai intrigante l'idea, più che atteso il concept, solo in parte centrato l'obiettivo. Certo i suoni non sono il massimo, con una batteria elettronica grezza come poche, ma c'è da dire che i momenti più alti del disco sono davvero alti.
Le riletture delle poesie “The Sleeper” e “The Haunted Palace”, con i movimenti appena successivi (“I Shun The Light” su tutti) sono quanto di più oscuro prodotto finora dal cantore, assieme a “(In The) Black Room”, “The Lie”, “Gog”, “Silver” e “On The Surface”. Considerando anche “She Is Dead”, le sezioni citate saranno il focus della “Usher Suite”, che dal vivo suonerà annichilente, alle orecchie di un pubblico atterrito da tanta violenza esecutiva. Unico altro momento degno di nota del disco è “Architecture”, notevole brano a cappella con sovraincisioni dello stesso Hammill sull'intera sua gamma tonale. L'opera sarà ripubblicata riveduta e corretta negli arrangiamenti nel 1999, senza batteria elettronica, con chitarre elettriche a sottolineare atmosfere, con una resa, assai più piacevole certo, ma manierista.

Capitolo III: 1992-2001 – La fondazione dell'etichetta Fie! e i difficili anni della maturità

Peter HammillCon la fondazione dell'etichetta personale Fie!, che si occuperà subito della ristampa su cd di Enter K e Patience, inizia bene la produzione dei 90 con Fireships, elegantissimo album di ballate, arrangiato con il gradito supporto di David Lord (anche con Peter Gabriel, Jean-Michel Jarre, John Renbourn, Tori Amos, Tears For Fears, Icicle Works, The Pretenders, Echo and the Bunnymen). Tra i pezzi, spicca “Curtains”, cupo racconto da cronaca e nuovo classico, sorretto da un arrangiamento d'archi struggente. Non da meno l'elegante “Gaia”, con bellissima linea di Jackson al sax alto, la sospesa “His best Girl”. Suadente e ancora più fascinosa dal vivo “Oasis”. Non certo un capolavoro, ma un gran bel disco.
Nel 1991, il 6 giugno, con Stuart Gordon e David Jackson, Hammill regala nella sua città, Bath, uno dei concerti più belli della sua vita. Arrangiamenti per archi e fiati dal sapore cameristico, vestono di una meraviglia antica quanto ultra-contemporanea brani come “Ophelia”, “Patience”, “Out Of My Book”, “Something About Ysabel's Dance”, trasfigurandoli completamente. Il fatto che ne sia rimasto solo un bootleg è un peccato mortale. Ma lo è altrettanto, la mancata registrazione ufficiale del live alla Queen Elizabeth Hall del 15 novembre successivo, quando un pubblico in delirio vedrà l'interprete cimentarsi nelle rese più belle di sempre, in versione piano-voce, di capolavori immortali come “Darkness” e “The Sleepwalkers”, dal repertorio dei VDGG, e una favolosa “Usher Suite”.

Nel 1992 viene pubblicata, in origine su Vhs, poi in una ristampa del 2009 (come doppio cd + Dvd), l'unica testimonianza video ufficiale del musicista, “In The Passionkirke”, su regia di Stephan Guntli. Un grazioso racconto di una serata, con qualche versione di pregio (“The Future Now” su tutte) e l'unica testimonianza ufficiale della “Usher Suite”, in una versione che da “She Is Dead” in poi, decolla in un delirio raccapricciante, complice anche la ripresa tra le architetture gotiche di una chiesa sconsacrata. In realtà, le testimonianze video di buona qualità (non ufficiali) esistono eccome e di ottima fattura. Un monumentale Dvd con il K Group ad Amburgo, Rockpalast, del 26 novembre 1981, ad esempio, ma anche uno in quartetto per la televisione moscovita del 15 maggio 1995, il Live in Francoforte, alla Bockenheim Music Hall, del 7 aprile 1992 e quello per la Tv spagnola del 5 giugno 2002.Di recente scoperta poi, un favoloso documento video per RockEnStock, girato a Parigi nel 1973, con “In the End” e “German Overalls”, ma anche, uno con Graham Smith (1979-05-14, French Tv Chorus, sur la scène du Théâtre de l'Empire à Paris, trasmesso il 24 giugno 1979 e per breve tempo in vendita come free downloading su www.ina.fr) con una versione di “Energy Vampires”, alla fine della quale c'è da chiedersi cosa sia rimasto del pianoforte e delle mani del pubblico, che esplode in un boato.

Fin qui (se si esclude l'imbarazzante Ep “A Fix On The Mix”, pubblicato nel 1992) la canzone d'autore “da camera” e relative declinazioni operistiche avevano annunciato un decennio di tutto rispetto. Hammill partecipa anche ad “Us” di Peter Gabriel, cantando su "Digging In The Dirt", ma un generale declino sta per cogliere la sua vena ispirativa. The Noise del 1993, è un disco tremendo. Persiste l'ostinazione a un'elettronica algida e autoreferenziale, che lascia appena intravedere i risultati positivi dei bei brani “Primo On The Parapet” e “Planet Coventry”, neanche a dirlo, eccellenti dal vivo, appena ascoltabili in studio.
Sulla scia dell'album tedesco di Gabriel, viene pubblicato un altrettanto inutile album in tedesco di Hammill, Offensichtlich Goldfisch. Non solo, la Virgin Records annusa aria di stanca e decide di pubblicare due mediocri album antologici, The Calm (After The Storm) e The Storm (Before The Calm). Una successione di flop imbarazzante, quanto il successivo live There Goes The Daylight, registrato dal vivo in un'unica data, il 29 aprile 1993 al London’s Grand Theatre, e che annuncia la nascita di una nuova formazione a quattro negli anni a seguire, con Jackson ai fiati, Gordon al violino elettrico e la new entry Manny Elias, ex-Tears for Fears, alla batteria. Infelice l'entrata di quest'ultimo, che non riesce a reggere la materia sonora, se non su disco e qualche sparuto concerto. Per chi fosse interessato a un buon documento “audio” della formazione, rimando al notevole Utrecht, 1 novembre 1994.

Il primo disco del combo è Roaring Forties, dell'anno appena citato, pubblicato originariamente per l'etichetta italiana Mellow Records di Mauro “Faraone” Moroni. Un disco che suona bene, ma che ha ben poca carne a fuoco meritevole. Eccellente l'introduttiva “Sharply Unclear”, quattro accordi quattro, con muro del suono vocale, ritmica solidissima, break violinistico raggelante e coda inaspettata. Della suite che copre l'intero secondo lato “A Headlong Stretch”, da rimarcare solo i momenti più inquieti: “The Twelve – Long Light”.

Nel luglio dello stesso anno, al Barbarican di Londra, Hammill è lettore (ma sarebbe il caso di parlare di “recitarcantando”) d'assoluta eccezione nella piece teatral-musicale "The Music Of Eric Zann" su testo di H.P. Lovecraft, assieme al Kronos Quartet. Questa collaborazione, per quanto mai pubblicata su disco e disponibile esclusivamente come bootleg, resterà un autentico fiore all'occhiello nella carriera dell'autore. Non solo, come cantante, parteciperà a “Sax Pax For A Sax” di Moondog e regalerà nella sua Bath, il 29 maggio, un concerto in trio con David Jackson e Stuart Gordon, dove, se la voce non tocca i livelli consueti dell'epoca, gli arrangiamenti su “Again” e “Something About Ysabel's Dance”, lasciano senza fiato.

Nonostante tutto, si ha però a sensazione che Hammill lavori solo per produrre un disco all'anno con due-tre canzoni meritevoli. Nel 1995 viene pubblicato un preziosissimo album di sessioni per la Bbc. Hammill, è stato sempre uno dei pupilli del compianto John Peel e ha inciso decine di live presso gli studi radiofonici a cui il conduttore radiofonico e talent scout ha fatto riferimento. In The Peel Session sono incluse solo tre sessioni, tralasciando tristemente, quella magnifica del 1973, una del '74, il live con Jackson del 1979, le sessioni di metà 80 e dei 90, tutte assolutamente degne di essere incluse in una raccolta ben più estesa. Qui risplendono come mai “(No More) The Submariner”, “Faint-Heart And The Sermon”, una eccezionale versione per piano e voce di “The Emperor In His War Room” dei VDGG, le preziose “Autumn” e “Afterwards” con Graham Smith al violino; ben più degne versioni, se comparate con quelle in studio, di “Time For A Change” e “The Plays The Thing”. Da avere, ma se non avete mai ascoltato le altre sessioni live in studio, diffuse in rete, cercatele, ne vale davvero la pena.

Peter HammillX My Heart, assai apprezzato in Inghilterra, grazie a una certa attenzione per la tradizione folk irlandese, ignorato altrove, tra le produzioni in studio dell'epoca, è l'opera meno ambiziosa, ma più centrata. Da segnalare, l'unica ballata solare di gran pregio di Hammill, “A Better Time”, nella versione non a cappella, ed “Earthbound”, conturbante e oscura, la bella “Material Possession”, con un break strumentale di Jackson/Gordon da favola. Dal vivo, anche “Amnesiac” diventa uno standard in cui tanto Hammill che Gordon mostrano un'energia incontenibile. Segue un nuovo capitolo sulla stregua di Loops & Reels, che include, anche, composizioni per balletti e per film. Qui, la materia sonora si fa più raffinata, grazie all'uso di computer “caldi”. Nessun episodio da segnalare, però, se non qualche momento dalla lunghissima suite “Labyrinthine Dreams” (quasi 27 minuti), giusto qualche atmosfera piacevole, nulla di più.
Viene anche pubblicato un live che trova ferma opposizione da parte dell'autore, perché in realtà si tratta di un bootleg (poi ufficializzato), di ottima fattura in quanto registrato da mixer, ma con titoli erronei in copertina. Si chiama Tides e fa riferimento a una data per solo pianoforte e voce, registrata al Lanzarote Festival nel 1989. Una performance complessivamente discreta e nulla più certo, ma i picchi sono indimenticabili e ne valgono l'acquisto/ascolto, “My Room” anzitutto, nella versione più bella mai eseguita (il finale, da un falsettone rinforzato di una leggiadria carezzevole, esplode in un continuo saliscendi di registri e timbriche, prima di lanciarsi in un lungo acuto. Da incorniciare e fare ascoltare dicendo “questo è Hammill cantante”). Di poco superiore questa versione, a quelle del Teatro Nobel a Milano (14 dicembre 1994 e grandissimo concerto in toto) e quella registrata per la Bbc, dal vivo con David Jackson nel 1979. Ma anche “Four Pails” qui è impagabile, l'unica versione che ne regge il confronto è quella storica a Berlino, il 26 novembre 1986 (o quella a Zurigo del 2004) e splendida anche “Shell”.

La Virgin Records coglie il generico momento di stanca per pubblicare una nuova compilation a basso prezzo, After The Show, non meno che orrenda.
Ritorno in studio e discesa libera con Everyone You Hold, sgranatissimo album che regala un diamante come “Bubble”, truculento brano con voci in fuga madrigalistica, l'organo di Hugh Banton e chitarre in reverse. Impagabile, ma... qui non c'è null'altro, se non la ballad “Nothing Comes”. Ben poca cosa dunque, tanto più se consideriamo l'altrettanto sbiadita collaborazione con Saro Cosentino (autore più felice in duo con Franco Battiato) in “Ones And Zero” e la scrittura del testo di “Open Your Eyes” per un auspicato, ma in buona misura fallito, rilancio commerciale di Alice, con Skye dei Morcheeba.

È la volta anche della partecipazione, ben più fortunata, a “Exiles” di David Cross, in cui regala assieme a Fripp, una perla assoluta, “Tonk”, praticamente Hammill a corte del nuovo Re Cremisi. Un suono duro, nervosissimo e capace di grandi aperture soniche che trovano nell'urlo di Hammill la foce naturale. Ma è anche l'anno di un indecoroso live siglato con Guy Evans: The Union Chapel Concert, in realtà null'altro che un audience recording bootleg su traccia unica e di pessima qualità sonora, che vede per la prima volta, dopo tanti anni, l'intera formazione storica dei VDGG sullo stesso palco per una versione assai imprecisa, ma elettrizzante, di “Lemmings” e un’austera, solenne trascrizione per organo, ad opera del solo Hugh Banton, dell'“Adagio for Strings” di Samuel Barber (siamo ben distanti dalle baracconate di Emerson e Wakeman, ma anche dal Banks prodotto da Deutsche Grammophon e testimonianza ulteriore ne saranno il bell'adattamento organistico delle “Variazioni Goldberg” di Bach, nel 2003, e dei “Pianeti” di Holst, nel 2009).

Non solo, non pago, Hammill pubblica anche per Fie!, in un'estenuante carrellata di uscite, che allontana il più paziente dei critici, un'ulteriore raccolta, Past Go: Collected, di scarso interesse. Nuova collaborazione come cantante solista con Ayuo, in “Songs From A Eurasian Journey”, dalla quale qualcosa è salvabile, ma anche in questo caso, l'urgenza espressiva del primo step è calata. Cosa tiene dunque almeno il pubblico hammilliano legato alle sue uscite? Semplice, la speranza di una “resurrezione” (che arriverà, come in tutte le storie a lieto fine, anche se si dovrà aspettare... un po'), ma anche e soprattutto l'eccezionale resa dal vivo che in questi anni, e fino al 2004 almeno, raggiungerà un apice prezioso. Hammill ha ormai un canzoniere sterminato a cui attingere e non ha neanche cinquant'anni. La voce, pur tra picchi e tonfi, regge miracolosamente intatta, all'urlo quanto al sussurro e mostra in questi anni una tenuta di fiato mai udita prima. Non solo, l'autore fa di ogni serata un enigma, nessuno può sapere qual è il repertorio che verrà eseguito e a quali brani attingerà, tra il repertorio solista e quello dei VDGG. In alcune sere, l'artista chiede al pubblico di scegliere, esegue brani per chitarra al pianoforte e viceversa, brani a cappella. Durante una memorabile tournée australiana nel 1997, ripercorrerà a Melbourne e a Sidney, in quattro sere, un esercito di brani in successione senza sosta, spolverando l'intera carriera con una lucidità e un'intensità sorprendenti (superlativa “Central Hotel” a Melbourne, inarrivabili “The Comet”, “Ophelia”, “Out Of My Book” e “Easy To Slip Away”, a Sydney). Nonostante questo, la critica inizia ad abbandonarlo, Scaruffi per primo, poi a ruota Bertoncelli e tutte le riviste italiane e straniere che “contano”. Blow up qualche anno dopo dirà, per “voce” della penna di Diego Palazzo e Piergiorgio Pardo, che Hammill dopo The Future Now non sarebbe riuscito a emozionare alcuna anima, “neanche la sua”... salvo poi riabilitarlo con la firma del solo Pardo, da Singularity in poi.

Il miracolo atteso di una resurrezione non avviene con This. Per quanto qui brani come “Unrehearsed”, “Since The Kids”, “Nightman” non manchino di interesse (principalmente dal vivo, ascoltare la seconda nella registrazione a Freiburg, 15 dicembre 1998, per credere), la dimensione in studio rende i brani sin troppo legati alla forma, roboante, con sovraincisioni vocali stucchevoli. La conclusiva “The Light Continent”, immersa in abissi ambient, sarebbe stata un gioiello, se fosse durata la metà. Nello stesso anno, l'autore prende parte al bellissimo Mirror Man Act 1: Jack & The General della Pale Orchestra di David Thomas, suonando harmonium, elettrica e tastiere e registra assieme a Midge Ure, ex-Ultravox, una divertente versione di “Siamo Gatti” di Samuele Bersani, col titolo “I'm So Happy To Be A Cat”,  per la versione inglese di “La Gabbianella e il Gatto”. Viene però pubblicato anche un lavoro di un'inconsistenza imbarazzante, The Appointed Hour, in duo con Roger Eno, fratello del ben più noto Brian. I due, decidono di darsi appuntamento a distanza in un'ora stabilita e di registrare nel rispettivo studio delle improvvisazioni, che poi Hammill avrebbe mixato, dando una parvenza di continuità al tutto. L'idea affascina, l'esito è ridicolo. Paradosso che ha dell'unico, a seguire è la pubblicazione di un live che è la summa dell'estetica hammilliana, un'autentica pietra miliare della canzone d'autore colta e della possibilità d'essere interpreti di carattere, virtuosi e teatrali, ma con una naturalezza e una semplicità che non hanno termini di paragone.

L'album è il doppio Typical e raccoglie performance (inclusa una registrazione fatta a Rovereto) registrate in giro per l'Europa, durante la lontana e fortunata tournée del 1992. Non c'è versione qui che non sia meno che interessante, ma in qualche caso non si può non gridare al capolavoro. “Traintime” è da urlo e così una “Modern”, alla chitarra elettrica, che va a creare un assurdo cortocircuito in saturazione, nella sezione strumentale. Che dire poi della sequenza iniziale che va da “My Room” a “Vision”, passando per le bellissime “Curtains”, “Just Good Friends”, “Too Many Of My Yesterdays”, se non “sen-sa-zio-na-le”? Belle allo stesso modo anche “Stranger Still”, “Shell”, “The Future Now”, persino “Given Time”, non certo uno dei must del suo canzoniere sa affascinare e laddove compaiono i consueti acciacchi strumentali (“Patience”) è subito l'emotività a prendere il sopravvento, in modo aggressivo, trasformando il veleno in medicina. Persino tre tracce fantasma, a chiudere il tutto, con “Afterwards” su tutte (comunque non capace di spodestare la versione eseguita ad Amsterdam nel 1 giugno 1988), a raccontare la capacità di rileggere il passato in modo sempre nuovo, se non migliore. A chi non bastasse questo documento, consiglio di far suo il bootleg noto come “Stations Of A Lonesome Trip – Live In Europe”. Qui “Curtains” raggiunge vertici interpretativi massimi, ma non da meno sono un'interminabile, dolente ed elettrica “Patience”, anticipata da un canto a cappella di stampo mediorientale, “Stranger Still”, “His Best Girl” in tedesco e una curiosa quanto accattivante “The Future Now”.

Il 1999, è anche l'anno della partecipazione al disco tributo al cantautore francese Michel Polnareff, con una versione di “Jour Après Jour”, vocalmente intensa quanto poco convincente nell'arrangiamento. Il ritorno in studio con None Of The Above deve far conto anche con un presente infelice e una penna inaridita. Si è ancora più in basso che con “Everyone You Hold”. Appena due brani apprezzabili melodicamente, “Touch And Go” e “Tango For One”, il resto è insignificante. Unica sorpresa, come “Like Veronica”, veramente brutta in studio, dal vivo possa divenire eccezionale. Miracoli hammilliani.“Naming The Rose”, invece, rimane pura forma, stucchevole nelle sue evoluzioni armoniche e negli intrecci vocali madrigalistici (l'amore per Carlo Gesualdo da Venosa torna spesso nelle interviste del periodo).
La terza e fin qui ultima, collaborazione con Ayuo in 1000 Springs And Other Stories non rialza le quotazioni neanche un po', regalando maniera a badilate. La discesa prosegue senza sosta con What, Now?, disco di canzoni dal quale nulla va salvato, se non la bella “Far-Flung (Across The Sky)”, il fatto che in medley con Faculty X, “Edge Of The Roads” saprà brillare non poco (Londra, 15 giugno 2002, show pomeridiano) e che la maniera di “The American Girl”, con le sue modulazioni senza fine, accenna un tema di un certo fascino.

Non bastasse, viene pubblicato l'ennesimo e sempre più inconsistente album di presunte “sperimentazioni” ambientali/new age, Unsung, e una raccolta, The Thin Man Sings Ballads, che definire di musica “leggera” è farle un complimento. Per la poco fortunata pellicola “Nos hacemos falta” del regista Juanjo Giménez, Hammill incide una magnifica versione in studio di “Refugees” e questo è il maggior lascito di questo anno.

A questo punto, non fosse che la resa live si muove in maniera inversamente proporzionale a quella in studio, regalando concerti epocali (Archa Theatre, Praga, 12 dicembre 1998; Roma Air Terminal 12 febbraio 1998; Ottawa 29 ottobre 1999; Cambridge, 1 novembre 1999; Darmstadt Centralstation, 29 gennaio 2003, con la più bella versione di sempre di “Patience”; Karlsruhe Tollhaus, 27 gennaio 2003 con una versione insuperabile di “Stranger Still” seguita da 5 minuti di standing ovation per Stuart Gordon; Mantova 14 ottobre 2000; Karlsruhe 28 novembre 2004; Amburgo 10 gennaio 2001; Guastalla 4 aprile 2001; Tivoli 18 gennaio 2003; Halle Objekt 28 gennaio 2003), ormai regolarmente in duo col fido Gordon, Hammill sembra un artista che ha ben poco da dire se non come performer live senza confronti, ma...

Capitolo IV: 2002-2014 – La rinascita

Peter HammillLa scintilla arriva con Clutch.
In piena epoca nu folk, Hammill abbandona l'estenuata ricerca sonica prodiga di soundscape “frippiani” e ambient edulcorata, iniziata con Everyone You Hold ,per tornare indietro, assai indietro, ai suoi primi due album solisti e all'estetica roots.
Un disco per chitarra e voce, con il prezioso contributo di Jackson e Gordon, null'altro. Sin dalle prime battute, questo Clutch appare il disco di un esordiente, freschissimo, giusto qualche appunto da fare a qualche residuo di leziosità negli arrangiamenti e nel suono di chitarra, ma per il resto, non c'è melodia che non sia centrata appieno. Un solo capolavoro certo, quella “This Is The Fall” che sembra uscire direttamente da Chameleon, cupissima, preziosa con i contributi di flauto in delay, violino e voce in primissimo piano. Ma bella è “Driven”, che dal vivo diverrà un mega-classico. Stupende le iniziali “Crossed Wires” e “We Are Written”, che riprendono una tradizione folk in maniera energica e convincente, con deliziose modulazioni, voci dispiegate e soli di Gordon al fulmicotone. Praticamente ogni pezzo sarà riproposto in chiave live, con un'energia e una modalità spesso più convincenti che nelle incisioni in studio, incluso il lungo brano conclusivo “Barenuckle Trade”.

Hammill è ospite d'eccezione nell'unica traccia in studio del “Live in Japan” della Premiata Forneria Marconi, la bella “Sea Of Memory” della quale è co-autore e interprete a suo agio. Intanto il 20 febbraio del 2003, alla Queen Elizabeth Hall, accade qualcosa che lascia senza parole i presenti. Certo, era successo già nel 1997 alla Union Chapel, ma questa volta, questo incontro con i compagni VDGG al completo, più Stuart Gordon al violino, per una superba versione di “Still Life”, ha il sapore di una premonizione. Sì, perché “il futuro adesso”, invocato nello straordinario disco del 1978, sembra ora dover render conto del passato per trovare linfa vitale. Continuando il viaggio a ritroso, Hammill decide di dedicare al tema del linguaggio, citando persino il Paradosso di Epimenide, “Tutti i Cretesi mentono”, in un'intera suite/concept album, Incoherence, che lui stesso definisce a tratti poco coesa, ma che risulta comunque (quasi) sempre degna d'interesse. “Un disco luccicante, di indubbia ricchezza espressiva e musicale, che unisce l'urgenza e la secchezza di certa new wave esistenziale, la ricercatezza del progressive e l'intensità di un Tim Buckley”, nelle parole di Michele Chiusi, che sottoscrivo, quanto il voto dato al disco e poi... “Non un capolavoro, ma un piccolo gioiello di sensibilità emozionale in tempi di grande aridità”.
Di fatto, pochi i momenti prolissi (“Cretans Always Lie” poteva essere un gran pezzo, fosse durata la metà, vista anche la natura pesantemente retrò degli arrangiamenti), in particolar modo le sezioni quiete sono le meno efficaci, ma la mini-suite interna che unisce i movimenti: “Call That A Conversation ? – The Meanings Changed – Converse” è assai bella. In particolare il tema strumentale à-la Piazzolla, “Converse” (Piazzolla è uno degli amori dichiarati di Hammill assieme a Ligeti, Messiaen, Penderecki, i Beatles, Coltrane, Mingus, gli Who e Bjork) è una gemma assoluta. Il tema-cardine “When Language Corrodes” è di gran pregio e diventa ancora più bello nella mesta coda “If Languages Explodes”. “Gone Ahead” diventa un classico live con le sue maestrie armoniche. Il disco viene pubblicato in contemporanea alla notizia di un grave episodio di salute che coglie l'autore, un infarto che segnerà irrimediabilmente il suo percorso creativo. La cosa renderà più facile la distribuzione dell'opera, che diventerà reperibile persino nelle magre sezioni audio/video di grosse catene alimentari.

Nello stesso anno verrà consegnato a Hammill il Premio Tenco alla carriera e sarà pubblicato il live Veracious, raccolta di performance con Stuart Gordon registrate tra il 1999 e il 2004 (The Recher Theatre, Towson, Usa, 7 novembre 1999; The Noga Theatre, Jaffa, Israele, 30 marzo 2001; The Patronaat, Haarlem, Olanda, 8 dicembre 2004). Come ormai accertato, qui non ci sono le migliori versioni possibili del duo, anzi... ma si tratta di un delizioso fotogramma di un percorso nel quale spiccano una “Like Veronica” autenticamente incantevole (seppur inferiore a quelle di Karlsruhe 2003 e del 10 gennaio 2001 ad Amburgo con uno Stuart Gordon in fiamme) e “Nothing Comes”. In particolare è apprezzabile la pulizia esecutiva (se si fa eccezione per gli errori davvero imbarazzanti di pochi brani, “A Way Out” docet). Alcune versioni sono alquanto educate, “Gone Ahead”, “A Better Time”, di rado autenticamente creative (una curiosa “Bubble”). Un'istantanea che arriva quasi come a voler sfogliare le foto di un passato recente dopo un evento così drammatico, quello dell'infarto.

La percezione di una prossimità a un tema così tante volte cantato, come quello della morte, porta l'autore “ad avere più cura del proprio tempo”. Hammill sceglie di rifondare i VDGG, “prima che sia troppo tardi”, dirà. Non sarà un'operazione nostalgica. Ne seguono 4 album in studio, 3 buoni (“Present”, “Trisector” e soprattutto “A Grounding In Numbers”), uno estremamente modesto (“Alt”, di pretese ben altre) e tre album dal vivo. Due discutibili (l'autocelebrativo “Real Time” e lo sgranatissimo “At Paradiso”), uno davvero bello come Dvd (e poi Dvd + doppio cd), “At Metropolis”, l'unica testimonianza video ufficiale della band assieme a “Godbluff Live” a essere meritevole di attenzione. Viene anche pubblicata un'intera messe di ristampe, con annessa qualche bonus track già ben nota ai fan,sesi escludono i demo tape di “Fool's Mate”. Gli unici dischi a trarne autentico beneficio, sono Chameleon, The Future Now e A Black Box. In buona misura invece, il lavoro di marcata compressione applicato, toglie calore e dinamiche agli altri dischi, portando alcuni audiofili a estenuanti lavori di trasferimento da vinile in formato lossless, al fine di avere versioni delle opere con un suono autenticamente caldo.

Se il gruppo-madre intanto, forte anche di un rapporto d'autentica stima e collaborazione reciproca ultra-decennale, si muove tra passato e presente, manierismo/complessità “progressive” e urgenza moderna (talvolta, o meglio, raramente, anche ultra-moderna), scandagliando tutte le possibili formule attorno a una sintesi comunque “codificata”, diverso è il percorso degli ultimi lavori dell'Hammill solista. La trilogia post-infarto Singularity, Thin Air e Consequences fa davvero paura. L'autore viviseziona la realtà con occhio clinico e talvolta cinicamente crudele e disilluso, riscoprendo il cut-up elettronico, brutale (e minimale) di fine 70, riaggiornato sulla base delle manipolazioni al laptop degli ultima anni, con annesse passioni neo-acquisite per l'estetica glitch e dei “drones”. Consumato, non senza traumi, il burrascoso distacco da David Jackson (che in realtà si era mostrato sin troppo stanco e trionfalistico nei live seguiti alla reunion di “Present”), l'autore torna a incidere in completa solitudine.

Singularity è la più diretta delle tre opere, c'è tra i suoi solchi un'urgenza di dire “e subito”. “White Dot” è il capolavoro, voci e strumenti in un magma filtrato, ora diretto, ora in reverse, lava incandescente che proietta avanti di anni luce e dunque oltre il presente, il suono pionieristico di “Bromine Chambers”. Ma ogni brano è attraversato da una sottile inquietudine, che si palesa attraverso il suono, non solo la voce. Il drone che si accumula nella sezione centrale di “Event Horizon” è una nebulosa nera e spaventosa, “Naked To The Flame” è una ballata acustica (bella), ma è attraversata da suoni stranianti, che la portano in tutt'altra dimensione. “Famous Last Words”, si apre con un coro stregonesco, che lascia spazio a una infinity guitar per tornare a essere romanza progressive, magari non perfetta nella confezione, ma sinceramente commovente. “Friday Afternoon” dal vivo diviene un'arena interpretativa spiccatamente teatrale, nuda e cruda.

Il disco che segue, Thin Air, è più compiuto nella forma, ma appena inferiore nei contenuti. I brani “grandi” però sono degli “instant classic”. “The Mercy” è minimalismo vero, quello della tradizione classica di Riley, che si dipana in armonizzazioni vocali stupefacenti, si contorce su sé stesso in sospensioni ritmiche attraversate da dissonanze e suoni malefici, per poi tornare in sé. “Ghost Of Planes”, ispirata al dramma delle Twin Towers, sembra uscire direttamente da casa Samadhisound, ma è profondamente imbevuta di vapori ossianici. “Undone” è tra le ballate più riuscite dell'intero canzoniere del cantante, muovendosi appresso a una melodia perfetta e vertiginosa nelle modulazioni armoniche, cantabili quanto complesse. Un gioiello. La conclusiva “The Top Of The World Club” è uno psicodramma che si muove al rallentatore tra minime varianti, per implodere infine e lasciare atterriti quando si ascolta il pedale di un pianoforte lasciato con forza a sancire la “fine”. Umana, disumanamente umana. “Stumbled” diviene un classico dal vivo per chitarra e voce, carico di passione. Nello stesso anno, Hammill canta in “Bittersweet” di David Rhodes.

È tempo di una lunghissima tournée, che nel 2010 toccherà il suo apice in date come quelle ad Amburgo, 14 gennaio; Berlino, 15 gennaio (con una stupenda “Time Heals”, ma non solo); Francoforte, 24 gennaio; Parigi, 25 gennaio (forse la data migliore); Londra, Cadogan Hall, 31 gennaio; Leamington, 2 febbraio; Cambridge, 19 maggio; Salford, 23 maggio (eccellente data), con una versione di “Driven” di grande impatto. Dal tour sarà tratto nel 2011 un doppio album Pno, Gtr, Vox, nella quale appaiono, e ormai la cosa assume proporzioni inverosimili (ma anche un po' noiose), versioni non sempre all'altezza di quanto di meglio prodotto nel tour, anzi. A risentirne è soprattutto il primo disco, per piano e voce, dal sapore violentemente espressionista ma troppo impreciso, dove a brillare sono solo belle versioni di “Friday Afternoon” e “Gone Ahead”, oltre a un'intensissima “Time Heals”. Meno parco il secondo dischetto, per chitarra e voce, assai piacevole e ben riuscito nel complesso, di buon grado considerabile una sorta di riepilogo festoso della propria storia musicale, per chitarra e voce. “I Will Find You”, “Central Hotel”, “Driven”, “Shingle Song”, “Amnesiac” e “Stumbled”, in particolare, brilleranno non poco.

In edizione limitata a 2000 copie, un cofanetto di ben 7 cd e 84 performance (“Comfortable” dal cd 7 su tutte, con la voce che precipita negli abissi di un vocal free modulato a kargyraa tibetano), che fotografano in maniera emozionata ed emozionante, ma non sempre lucida, l'intera epopea personale, dagli esordi con i VDGG ai giorni recenti. Certo, una nuova occasione mancata per rendere il meglio di sé dal vivo “in due cd soli ma perfetti”, ma anche l'ennesima testimonianza di un'umanità infinita, che si manifesta nuda e cruda per quello che è, con pregi e difetti. Una fotografia dai contorni non sempre a fuoco, ma a suo modo commovente, e una sorta di onesto dono di sé al pubblico, antico e recente, ormai in netta crescita, dopo la rinascita del gruppo madre.

Peter HammillIn contemporanea all'uscita live, Hammill ritira dal mercato Typical, affermando di considerare le ultime istantanee dal vivo come le uniche davvero rappresentative nel suo rapporto diretto tra voce e strumento, senza altri strumentisti al seguito. Consequences, del 2012, spinge ulteriormente l'acceleratore in ambito avant, ma è anche l'album più cupo di un'intera carriera. I suoni sono ridotti al minimo indispensabile, a lasciare parlare anche i silenzi, l'atmosfera dello studio, i sussurri della voce, le folate di zolfo dispensate da un'elettronica, mai così spaventosamente esistenzialista. Il legame con l'ultimo Scott Walker si fa forte e sono tanti gli episodi che fanno di questo disco, dopo anni, una perfetta introduzione all'uomo e musicista Hammill, anche per neofiti. “That Wasn't What I Said” è nervosa, essenziale ma complessa nelle evoluzioni armoniche imprevedibili e nei cori, davvero vicini a un'ideale machbethiano. “All The Tiredness” è allucinogena, “Perfect Pose” disintegra la forma-canzone in una nebulosa sonica tossica, irrespirabile, “Scissors” prepara l'esplosione della tensione come in una nenia d'orrore al ralenti e si frantuma in schegge di chitarre elettriche isteriche e pianoforti tintinnanti, “A Run Of Luck” è un impietoso requiem a sé stesso (nel concerto a Zurigo, il 31 gennaio dell'anno successivo, dopo tre favolose date a Vienna, Praga e Schio nel 2012, le lacrime non cessano di rimarcare le rughe, in ricordo della recente scomparsa dell'amico Nic Potter). Davvero, immaginare un disco nuovo dopo questo, sembrava impossibile.

Nel frattempo, il compositore britannico riceve tributi di ogni tipo, dal Times alle più importanti testate giornalistiche inglesi, in qualità di “tesoro nazionale”. Ma è tutto il mondo musicale a riscoprirlo d'improvviso. Riceve per i Progressive Music Awards il premio/titolo di “artista visionario” che gli viene consegnato, e non è un caso, da Mikael Akerfeldt degli Opeth. Gli spettacoli del tour mondiale di Lady Gaga, vengono aperti dalle musiche sue e dei VDGG, oltre a quelle degli Scorpions, davanti a un pubblico stranito. I Van Der Graaf avviano il loro tour più ambizioso e più compiuto dal 1976 in poi, quell'“A Plague Tour” che presto vedrà l'uscita di un live (si spera, o meglio, s'implora, con un'oculata scelta dei pezzi, nel cercare non solo l'emozione ma anche la perizia tecnica, fortunatamente, abbastanza salda dalla metà delle date in poi).

Non solo, Gary Lucas, storico collaboratore di Captain Beefheart e Jeff Buckley, contatta l'autore e ne nasce una collaborazione, che frutta un album nel febbraio del 2014. Il titolo, emblematico, è Other World. Un disco di ricerca sonora profonda, tra psichedelia, ambient, avanguardia (The Wire se ne occupa con interesse) ma anche un disco di canzoni, che raggiunge il suo apice quando i due elementi, forma (più o meno canonica) e suono (più o meno estremo ed elaborato), si fondono nel dar vita a un’unica sostanza, bizzarra ma gradevole, a tratti spumeggiante, in altri più cupa, ma quasi mai terrifica. “Black Ice”, fondata su un riff acid grunge, evidentemente ad opera di Lucas, presenta, nel mezzo, una stratificazione di loop/drones chitarristici, agitata da laptop affamati di singhiozzi glitch, che è da pelle d'oca; “Cash” e “This Is Showbiz” sono autentica maestria armonica sposata a suoni aerei e ben condotti da una voce per lo più da crooner. Non c'è alcuna ritmica e non se ne sente minimamente la mancanza. “Reeboot”, ha una voce mesmerizzante, prima di collassare nel nero pece dei suoni di Lucas, “Spinning Coins” e “Of Kith & Kin” sono ballate semplici ma anche “semplicemente deliziose”, grazie a cascate di suoni brillanti, cristallini, pioggia di luce all'alba.
Solo gli episodi strumentali risultano a tratti (o in toto) ridondanti, eccezion fatta che per la conclusiva “Slippery Slope”. L'interesse, grande, attorno al disco, è principalmente dovuto alla confezione sonica più gradevole e alla presenza di uno strumentista “vero” appresso alla voce, rispetto alle opere precedenti, ma la sostanza è inferiore. Intanto, nell'unica data fin qui proposta in duo, lo scorso 21 febbraio, alla Union Chapel, i due trionfano, proponendo l'intero album, più una magnifica “Primo On The Parapet” e soprattutto una meravigliosa interpretazione hammilliana del brano di Lucas “The Lady Of Shalott”, ballata elisabettiana che sembra uscire da un canzoniere rinascimentale, impreziosita dal cantante, in stato di pensosa grazia. Non solo, c'è anche spazio per citare “The Light Continent” in una versione più concisa.

Capitolo V: ?

Da ormai due anni, è in cantiere un nuovo album in studio, da solista, assai meditato e senza alcuna anticipazione, cosa assai rara per l'autore. Cosa aspettarsi, se non “il futuro... adesso”?

Nota alla leg(g)enda: Sono segnalati tutti i dischi che hanno un maggiore compimento estetico/contenutistico e/o che hanno avuto un'adeguata rispondenza storico/culturale relativa al periodo di appartenenza. Per chi volesse approfondire l'analisi, tutte le produzioni con un voto da 6,5 in su sono meritevoli di ripetuti ascolti. È comunque consigliata la lettura della monografia nel complesso, perché non di rado, alcuni dei brani più rappresentativi dell'autore sono presenti in dischi valutati non positivamente.

(12 marzo 2014)

Per un approfondimento dei testi è vivamente consigliato il volume: “Fogwalking – Tutti i Testi 1971-1980” a cura del PH e VDGG Study Group: http://www.phvdggstudygroup.it/home_ita.htm

Peter Hammill

Il cantore delle stelle e della solitudine

di Claudio Milano

Storico leader dei Van Der Graaf Generator e inafferrabile compositore solista. Schizofrenico e ossuto signore, Hammill è crocevia di antitesi ben espressa in ogni aspetto della sua arte. Una voce che sa essere angelica al limite del femmineo e violentemente demoniaca, una scrittura che accarezza le note per far precipitare in un frammento di secondo in un abisso tremendo
Peter Hammill
Discografia
 Fool's Mate (1971)

6,5

Chameleon In The Shadow Of The Night (1973)

8

The Silent Corner And The Empty Stage (1974)

8,5

In Camera (1974)

7,5

Nadir's Big Chance (1975)

7,5

Over (1977)

8

 The Future Now (1978)

7

 Vision (antologia, 1978) 
 PH7 (1979)

7

 A Black Box (1980)

7,5

 Sitting Targets (1981)

6

 Enter K (1982)

6

 Loops And Reels (Audiocassetta, 1983 - cd, 1993)

5

 Patience (1983)

6,5

 The Love Songs (1984) 6
The Margin Live (live, 1985 – versione “+”, 2002) 7,5
 Skin (1986)

4

 The Essential Collection (antologia, 1986)

 

And Close As This (1986)

8

 Spur Of the Moment (con Guy Evans, 1988)

4

 In A Foreign Town (1988)

 6

 Out Of Water (1990)

7

 Roomtemperature Live (live, 1990) 7
 The Fall Of The House Of Usher (Opera, 1991; versione “Deconstructed and rebuilt”, 1999)

6,5

 A Fix On The Mix (Ep, 1992)

2

 Fireships (1992)  6,5
 In The Passionkirke Live (live, Vhs, 1992 - Dvd + 2 cd)

6,5

 The Noise (1993)

5

 Offensichtlich Goldfisch (1993)

 3,5

 The Calm (After The Storm) (antologia, 1993)

6

 The Storm (Before The Calm) (antologia, 1993)

5,5

 There Goes The Daylight Live (live, 1993)

 5

 Roaring Forties (1994)

6

The Peel Session live in studio (live, 1995)

7,5

 X My Heart (1996)

6

 Sonix (1996)

5

 Tides Live (live, 1996)

6,5

 After The Show (antologia, 1996)

3,5

 Everyone You Hold (1997)

4

 The Union Chapel Concert Live (live, con Guy Evans, 1997) 4,5
 Past Go: Collected (antologia, 1997)

4

 This (1998) 6
 The Appointed Hour (con Roger Eno, 1999)2
Typical Live (live, 1999) 8
 None Of The Above (2000) 4
 What, Now? (2001) 4
 Unsung (2001) 2
 The Thin Man Sings Ballads (antologia, 2002) 3
 Clutch (2002) 7
 Incoherence (2004) 7
 Veracious – Live Performances (live, con Stuart Gordon, 2006) 6,5
Singularity (2006) 7,5
 Thin Air (2009) 7
 Pno, Gtr, Vox Live (live, 2011) 6,5
 Pno, Gtr, Vox BOX Live (7 CD e 84 live performance, edizione limitata di 2000 copie, 2012) 7
Consequences (2012) 7,5
 Other World (con Gary Lucas, 2014) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

The Lie (Bernini's St.Theresa)

A Louse is not a Home

Gog / Magog (in Bromine Chambers)

 

Birthday Special

(On Tuesday She Used To Do) Yoga

A Motor-Bike In Afrika

Porton Down

Disengage (con Robert Fripp, Tony Levin e Phil Collins)

Tank (live con The Stranglers & Robert Fripp)

In the End (live da “Skeletons of Songs”)

Fogwalking

Man Erg (live a Torino, 19 Luglio 1980)

Accidents

Now More Than Ever (Single Version)

Silver

My Room (live in Rovereto, da “Typical”)

 

The Music of Eric Zann (live reading con il Kronos Quartet)

Bubble

Tonk (con David Cross & Robert Fripp)

This Is The Fall

White Dot

 

The Mercy

Scissors

A Motor-Bike in Afrika riletta dai The Ex

Peter Hammill su OndaRock
Recensioni

PETER HAMMILL

Pno, Gtr, Vox Box

(2012 - Fie!)
Un mausoleo alla carriera di Hammill, da solista e nei Van Der Graaf: un box di 7 cd con chicche e versioni ..

PETER HAMMILL

Consequences

(2012 - Fie!)
L'album pił inquieto del leader dei Van Der Graaf Generator

PETER HAMMILL

Pno, Gtr, Vox

(2011 - Fie!)
L'ex leader dei Van Der Graaf Generator si mette alla prova in un doppio album dal vivo

PETER HAMMILL

Thin Air

(2009 - FIE 9132)
Il nuovo canzoniere dell'ex-leader dei Van Der Graaf Generator

PETER HAMMILL

Incoherence

(2004 - Fie)

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