Nata l'8 novembre 1954 a Chicago, la giovane e irrequieta Rickie Lee vagabonda per l'America a caccia di fortuna. A 19 anni si trasferisce a Los Angeles e comincia a esibirsi nei folk-club, con singolari performance, prettamente vocali, quasi prive di accompagnamento. Si narra che alla fine del 1977, al Tropicana Motel, sia avvenuto l'incontro fatale con Tom Waits che rimane subito stregato dalla personalità della giovane cantautrice. Tra i due inizia così una relazione artistica e sentimentale, che durerà fino al 1980 e sarà immortalata sulla copertina di uno dei più celebri album del cantautore di Pomona: "Blue Valentine".
Dopo aver lavorato anche con Lowell George dei Little Feat, Rickie Lee viene notata dal capo della Warner, Lenny Waronker, che la ingaggia, lanciandola nell'olimpo della canzone d'autore americana. Nel 1979 esce il suo album di debutto omonimo, Rickie Lee Jones. E il singolo "Chuck E's in love" (dedicato al folksinger Cuck E. Weiss) è una rivelazione: arriva fino al quarto posto delle classifiche e vende oltre un milione di copie. La cantautrice di Chicago, aiutata da un team di maghi dello studio, tra cui Randy Newman e Dr. John, mette in mostra la sua predilezione per un rock raffinato, fatto di ballate intrise di blues, ma anche di incursioni nel jazz, di liriche intense, vicine allo spirito della beat generation, e di vocalizzi d'alta classe. I riferimenti obbligati sono Joni Mitchell e Tom Waits, ma anche intere generazioni di soul singer e di chanteuse jazz.
Ma Rickie Lee è un personaggio difficile: riservata e umorale, non ama le luci della ribalta, e decide così di ritirarsi sulle colline di Los Angeles a comporre le canzoni di Pirates (1980), il suo secondo album. E' un lavoro meno commerciale, ancora più intenso e maturo, con un pezzo trainante come "We belong together" e un impianto complessivo affascinante, grazie soprattutto ai testi visionari e ai vocalizzi maliziosi della Jones. La sua è una formula di cantautorato destinata a influenzare intere schiere di protagoniste del rock al femminile, da Suzanne Vega a Edie Brickell, da Sheryl Crow a Fiona Apple.
Intanto però problemi di alcool e guai familiari rendono la sua produzione discontinua. Il ritorno, nel 1983 con il mini Lp Girl at her volcano, è un progetto particolare, che alterna brani in studio e dal vivo. E' soprattutto un disco di cover: da un inedito di Tom Waits ("Rainbow Sleeves") alle rivisitazioni di classici jazz come "My funny Valentine" e "Lush Life", fino a una curiosa versione di "Under the boardwalk" dei Drifters. Con il successivo The Magazine, invece, la Jones torna alla sua formula doc, con il solito spirito agrodolce e con arrangiamenti sempre più raffinati. Si passa così dal soffice "Preludio" orchestrale a una struggente ballata come "It must be love", fino all'eccentrico "Theme for the Pope", con fisarmonica e ritmi mediterranei.
Ma Rickie Lee l'inquieta non riesce a godersi il successo (soprattutto di critica) che accompagna ogni sua nuova uscita. Si perde in storie di droga e di alcol, preannuncia fantomatici progetti di "cabaret musicale" che mai si realizzeranno, e scompare dalle scene. Fino a quando, nel 1988, riappare con Flying cowboys, un progetto realizzato in collaborazione con Walter Becker (Steely Dan) e i Blue Nile. E' un disco riuscito, che sembra segnare il ritorno alla vita per la cantautrice di Chicago, divenuta nel frattempo madre di un bimbo. Ma la sua avversione alle leggi del music business non si attenua: "Nella pop music, visto che c'è così tanta competizione, devi stare entro certi ritmi, e se non li rispetti vieni ignorato. Ma io non sono fatta così...", protesta con forza.
Dopo l'uscita di Pop Pop (1991) che rispolvera in chiave jazz successi degli anni Quaranta e Cinquanta, ma anche composizioni di Jimi Hendrix, la Jones ritorna nel 1993 con Traffic From Paradise e nel 1995 con la collezione di hit unplugged Naked Songs. Quindi, nel 1997, pubblica Ghostyhead, una miscela di ritmi dance e techno un po' velleitaria, che non convince né la critica né i suoi fan più intransigenti.
Passano tre anni e con It's Like This Rickie Lee Jones torna a graffiare, riavvicinandosi al jazz e confermando la sua grande espressività vocale. E' un altro disco di cover dopo Pop Pop. "Non so perché ho deciso di ritornare a fare cover - ha raccontato la cantautrice americana - forse perché non avevo canzoni originali. Sono molto lenta e non ne avevo scritta nemmeno una. Non ho scritto nuove canzoni perché mi serve molto tempo per farlo. Quando scrivo qualcosa voglio raccontare un fatto concluso, devo ragionarci, lasciarlo sedimentare. Ho solo pensato che era un po' di tempo che volevo cantare alcune canzoni soul degli anni '60 e '70. Mi piace suonare un po' di soul, un po' di Sinatra, po' di Beatles".
E del quartetto di Liverpool, la Jones ha deciso di riprendere uno dei brani più suggestivi: "For No One". "L'ho registrata perché mi piace molto - ha spiegato - Per i Beatles avevo da piccola una vera passione. Tanto che avevo imparato a cantare esattamente come John Lennon. Sono stata a Los Angeles a suonare in un locale, il The Largo, dove c'era un ragazzo che può suonare qualsiasi canzone dei Beatles. Insieme abbiamo suonato 'For no one'. Dopo quella serata si è concretizzata l'idea di questo disco". In "It's Like This", la bionda cantautrice di Chicago si cimenta anche con evergreen firmati Marvin Gaye, Traffic, Steely Dan, ed è accompagnata da ospiti d'eccezione come Taj Mahal, Ben Folds e Joe Jackson. La sua voce, calda e arrochita, mantiene intatto il suo intrigante fascino. E i suoi arrangiamenti conservano sempre un tocco di imprevedibilità. Un ulteriore saggio, insomma, della classe pura di questa signora della canzone d'autore statunitense.
Il ritorno a un album di inediti dopo ben sei anni, The Evening Of My Best Day (2003), si rivela però un passaggio a vuoto, mostrando un songwriting imballato e monocorde, lontano parente di quello dei tempi d'oro. L'ex signora dei pirati si lancia in filippiche politiche verbose (come l'iniziale "Ugly Man", dedicata a Bush), senza più riuscire a lasciare il segno. Fanno eccezione un paio di ballate di classe, come "Mink Coat at a Bus Stop", impreziosita dai ricami dell'armonica, e l'aspra "A Face In The Crowd", che chiude il disco con i suoi voli radenti di chitarre.
Ispirata da un libro di Lee Cantelon, “The Words”, Rickie Lee Jones dà vita al suo progetto forse più azzardato, The Sermon On Exposition Boulevard, un concept-album sulla storia e sul messaggio di Cristo. Peter Atanasoff e lo stesso Cantelon hanno composto e suonato insieme alla Jones, il primo prestando parole e vocals, il secondo offrendo parti di chitarre.
Tredici pezzi che riservano più di un brivido, dall'iniziale “Nobody Knows My Name”, passando per “Falling Up” e lo strumentale “Road To Emmaus”. A quasi trent'anni dall'esordio, Rickie Lee Jones sa ancora graffiare con la classe e l'intensità di un tempo, anche se la sua scrittura non è più quella scintillante degli esordi.
Due anni dopo, la cantautrice di Chicago torna con Balm In Gilead (2009), un disco con cui ricicla alcune vecchie composizioni che risalgono al suo passato (persino alla tenera età), per festeggiare il trentesimo anno di attività. Prova ne sono “The Moon Is Made Of Gold” scrittale quand’era bimba come ninna nanna dal padre, l’abbozzo riarrangiato di “Wild Girl” (dedicata alla figlia) e “Old Enough”. Un nuovo tributo al cristianesimo in stile “Sermon” spetta a “The Gospel of Carlos, Norman And Smith”. Il resto è miscellanea country e soul che arriva al massimo all’autoimitazione.
Nonostante comparsate importanti - Allison Krauss, Ben Harper, Victoria Williams, Bill Frisell, Jon Brion, Vic Chesnutt - è un disco gramo, il quattordicesimo, con l’autrice ormai rassegnata in tenuta domestica come unica protagonista. Alla produzione collabora sottobanco il fido Dave Kalish.
Contributi di Michele Saran ("Balm In Gilead")



