Sinead O'Connor

Sinead O'Connor

La bisbetica indomabile

di Claudio Fabretti

I suoi gesti provocatori e i suoi drammi familiari hanno sostituito a lungo le canzoni. E la sua trasformazione in suor Bernadette-Marie ha fatto il giro del mondo. Ma è la sua voce ad averla resa unica. Segreti e canzoni di una delle vocalist più talentuose, controverse (e intrattabili) del rock

Dotata di uno straordinario talento di vocalist e di quasi altrettanta capacità autodistruttiva, folle, aggressiva, romantica, disperata, Sinéad O'Connor è una delle grandi protagoniste del rock al femminile a cavallo tra la fine degli anni 80 e il decennio successivo. La sua è sempre e comunque una vita esagerata. Contro tutti, ma spesso anche contro sé stessa, con i suoi tumulti, le sue sceneggiate e le sue provocazioni, a partire da quando debuttò sulle scene completamente calva a quando strappò in diretta tv una foto del Papa, fino alle recente decisione di "farsi suora" e alle rivelazioni sulla sua bisessualità. O'Connor è così riuscita nella doppia impresa di conquistare un enorme successo in tutto il mondo e di dissiparlo in pochi anni. Come un'eterna Penelope che fa e disfa in continuazione la sua tela, questa inguaribile riot girl d'Irlanda sembra non conoscere una delle doti fondamentali di una rockstar: saper gestire nel tempo la propria fama. Risultato: la stardom che lei stessa bramava le si è ritorta contro, in una sorta di crudele pena del contrappasso. E oggi i suoi (facili) detrattori sono quasi più numerosi dei suoi fan.

Sinéad O'Connor nasce nel 1966 a Dublino, nel sobborgo operaio di Glenageary. La sua è un'infanzia travagliatissima: a 9 anni, dopo la separazione dei genitori, viene affidata alla madre Marie. Quando però vengono alla luce gli abusi di costei (alcolizzata e depressa) sui quattro figli, il padre la prende in custodia e la affida a diversi collegi cattolici. Espulsa dalla scuola che frequentava, la O'Connor viene anche arrestata per furto, e rinchiusa in un riformatorio. Sinéad, però, ha fin da piccola il suo rifugio dorato: la musica; a una festa di nozze viene notata da Paul Byrne, bassista della band irlandese In Tua Nua, con cui registra nel 1981 il singolo "Take My Hand"; quindi, entra in un altro gruppo, i Ton Ton Macoute. In quel periodo studia piano e voce al Dublin College of Music. Nel frattempo, riesce a entrare in contatto con l'entourage del manager Fachtna O'Ceallaigh, amico degli U2 e boss dell'etichetta Mother. L'amicizia le frutta la partecipazione alla colonna sonora del film "The Captive" curata da Dave Evans degli U2. E' il preludio al suo debutto su 33 giri, che avviene nel 1987. Nel frattempo, però, un'altra tragedia si abbatte sulla sua vita: la madre muore in un'incidente d'auto nel 1985.

The Lion And The Cobra (1987), con chiari rimandi al Salmo 91 della Bibbia, è un esordio fulminante, che porta il nome dell'artista dublinese alla ribalta della scena mondiale. Sinéad ha 20 anni, un look sfrontato (calva, quasi asessuata, in abiti e pose post-punk) e una voce da brividi, capace di improvvise escursioni di registro, di acrobazie funamboliche e di acuti gutturali mozzafiato. Le sue canzoni sono tanto veementi quanto tenere e pure. E il suo stesso canto vibrante, più che indurre alla rabbia, riesce a commuovere per intensità e pathos. I temi del disco spaziano da fiabe senza tempo alla mitologia greca, da una religiosità tormentata a un intimismo crudo e lancinante.
Il repertorio musicale è altrettanto vasto: si va dal punk-rock più aggressivo ("Mandinka") all'hip-hop sensuale di "I Want Your (Hands on Me)", dall'ethno-funk alla Peter Gabriel di "Jerusalem" alla dolce ballata di "Jackie" e al folk d'ascendenza celtica di "Just Like You Said" (per clavicembalo, flauti e fisarmonica), ma il vero tour de force del disco sono i quasi sei minuti e mezzo di "Troy", un pezzo sensazionale, costruito su arrangiamenti para-sinfonici e (soprattutto) sulle clamorose scorribande vocali di Sinéad, che canta con un'intensità davvero epica e con una foga appassionata che non si ricordava dai tempi di Janis Joplin. Coraggiosa come raramente sarà in seguito, Sinéad O'Connor esplora anche i meandri dell'avanguardia vocale, come testimonia un brano come "Never Get Old", che potrebbe tranquillamente figurare in un album di Laurie Anderson.

Forte del successo (soprattutto di critica) ottenuto dal suo disco d'esordio, la O'Connor ha in serbo una bomba per il suo successivo lavoro I Do Not Want What I Haven't Got, che esce nel 1990. Si tratta di un vecchio brano di Prince, che la cantante irlandese riesce a stravolgere completamente, immergendolo in un'atmosfera di disperato romanticismo e di malinconia senza pari: "Nothing Compares 2 U" diventerà uno dei più grandi hit del decennio e il suo più grande successo di sempre. Oltre alla bellezza del brano, forte di una di quelle melodie che aprono il cuore, colpisce nel segno anche il videclip, che ritrae una O'Connor sempre con i capelli rasati, ma quantomai dolce e femminile, che piange calde lacrime d'amore dai suoi grandi occhi da cerbiatta.
Questo nuovo corso "romantico" tende a prendere il sopravvento anche sugli altri brani: smussate le asperità post-punk del debutto, Sinéad veste i panni di una sofisticata chanteuse pop, capace però di interpretare ogni brano in modo vibrante e personale, donandogli sempre quel tocco di pathos in più. Su questo registro "malinconico", nascono alcune delle ballate più memorabili del suo repertorio, come "Feel So Different", "Three Babies" e "The Last Day of Our Acquaintance", alternativamente sussurrate e gridate su un tappeto sonoro sobrio ed elegante, in cui archi e cori non sono mai eccessivi o ridondanti. Non mancano, comunque, episodi più marcatamente ritmati, come il r'n'b che accompagna il canto a capella di "I Am Stretched On Your Grave", il pop aggressivo di "The Emperor's New Clothes" e il rock elettrificato di "Jump In The River", altro singolo di successo estratto dall'album. E resta il valore dei testi: sempre intensi e dolorosamente autobiografici, non privi di qualche spunto di polemica sociale, come la denuncia dell'ipocrisia inglese nella folkeggiante "Black Boys On Mopeds".
Più maturo e meno aspro del precedente, il disco conferma tutto il talento di O'Connor, che mette la sua voce e le sue doti d'interprete al servizio di una sequela di brani indovinatissimi, per melodie, suoni e arrangiamenti.

Con I Do Not Want What I Haven't Got, Sinéad O'Connor getta un ponte tra il post-punk irruento dei primi U2 e le celestiali partiture folk di Enya, compiendo un'operazione di saldatura fondamentale nella storia del musica popolare irlandese.

Nel frattempo, agli onori musicali si alternano comportamenti isterici e provocatori, dettati da una livida collera a lungo repressa. Il suo idillio con l'America, in particolare, finisce precocemente dopo un'incredibile serie di sgarbi: dapprima Sinéad si rifiuta di prendere parte allo show "Saturday Night Live" insieme al comico Andrew "Dice" Clay a causa dei suoi atteggiamenti xenofobi e antifemministi; poi, nel New Jersey, al Garden State Arts Center, s'impunta contro la proposta di aprire il concerto con l'inno americano, come tradizione imporrebbe, facendo infuriare, tra gli altri, Frank Sinatra; infine, quando interviene davvero al "Saturday Night Live" fa ancora di peggio: straccia in diretta una foto del Papa Giovanni Paolo II per protesta contro la politica repressiva attuata dalla Chiesa cattolica nel suo paese. Scandalo e riprovazione internazionale si abbattono sulla O'Connor, che viene in breve tempo etichettata come un'eretica o, nel migliore dei casi, una squilibrata. E' il via a una "caccia alla strega" che la perseguiterà ancora a lungo, nonostante le sue successive scuse e giustificazioni ("In quel momento - racconterà - era stata la cosa giusta per protestare contro l'ingerenza della Chiesa nella vita dell'Irlanda").

Nel bene e nel male, Sinéad O'Connor è ormai una diva, e da diva si comporta in Am I Not Your Girl (1992), una raccolta di cover di classici tratti dal repertorio di grandi stelle della musica (e non solo), di oggi e di ieri: da "Gloomy Sunday" (Billie Holiday) a "I Wanna Be Kissed By You" (Marilyn Monroe), da "Why Dont' You Do Right?" (brano di Joe McCoy, cantato perfino da... Jessica Rabbit!) dalla jazzata "Black Coffee" (Sonny Burke/Paul Francis Webster) all'arcinota "Don't Cry For Me Argentina" (evergreen di Lloyd Webber che di lì a poco spopolerà ancora, grazie alla ben più piatta versione di Madonna in "Evita); ma forse il vero gioiello del disco è la struggente ode amorosa di "Success Has Made A Failure Of Our Home", rielaborazione di un brano di Loretta Lynn, già interpretato da Elvis Costello.
L'ex-punkette irlandese canta con la classe e la verve di una consumata chanteuse, accompagnata da un'orchestra jazzy anni Cinquanta sulle orme delle canzoni che le "hanno fatto venire voglia di diventare una cantante". Nel complesso, un disco gradevole e garbato, ben suonato e ben interpretato, che molti critici, però, non capiranno.

Per la O'Connor è uno dei periodi più duri. Stroncata dalla critica, odiata da moltitudini di detrattori e in preda a una cupa depressione, trova aiuto e conforto in Peter Gabriel, che la vuole con sé nel cast del Womad Tour, carovana itinerante della world-music, ideata proprio dall'ex-leader dei Genesis. Nel frattempo, esce una raccolta di cover tradizionali, che sancisce per un attimo la sua riconciliazione con la "Grande Madre Irlanda". Un tema, quello della maternità e del rapporto di oppressione/liberazione da essa che tornerà anche nel suo successivo lavoro in studio.

Presentato come "una preghiera dall'Irlanda", Universal Mother (1994) è una confessione a cuore aperto di Sinéad O'Connor. Una sorta di sfogatoio musicale dei suoi demoni e dei suoi psicodrammi familiari, individuali, sociali e politici (apre il disco un estratto da un discorso del 1970 di Germaine Greer contro il patriarcato). Travolto com'è da questo flusso di coscienza torrenziale, l'album è inevitabilmente discontinuo, ma non mancano alcune splendide ballate, che riportano dritto ai fasti di I Do Not Want What I Haven't Got: la struggente "John I Love You", dedicata all'ex-marito John Reynolds, in cui la capacità di amare coincide con un ritorno all'innocenza dell'infanzia, la tenera ninnananna di "My Darling Child", dedicata ai suoi bambini (e scritta dal veterano irlandese Phil Coulter), la mistica "A Perfect Indian" o ancora la lunga, dolente (e invero un po' logorroica) "Thank You For Hearing Me". Diligente, anche se non particolarmente originale, la cover acustica della "All Apologies" dei Nirvana. Appena osa un po' di più, però, O'Connor affoga in un'ingenuità e in un caos d'idee non indifferente, come testimoniano l'improbabile invettiva contro le leggi irlandesi anti-aborto di "Red Football" e quella sorta di storia d'Irlanda a ritmo di hip-hop che è "Famine". L'inno di "Fire On Babylon", poi, dovrebbe essere il pezzo trainante del disco, con le sue pulsazioni prepotenti e le sue atmosfere jazzy, ma si rivela solo l'ennesimo sfogo contro gli abusi della madre e la repressione della Chiesa cattolica. Frutto della confusione e dello stordimento di Sinéad, certamente inferiore ai primi due album, Universal Mother è tuttavia uno dei suoi lavori più sentiti e commoventi.

Il rapporto di odio/amore con la madre Marie torna prepotentemente anche nell'Ep Gospel Oak (1997). "This Is To Mother You", in particolare, è una filastrocca dolorosissima, in bilico tra rabbia e rimpianto, dolcezza e ira: "Tutto il dolore che hai provato/ tutta la violenza che abita nella tua anima/ tutte le cose sbagliate che hai fatto/ tutto questo strapperò da te quando arriverò". L'altro brano-cardine del disco è la nostalgica ballata di "4 My Love", introdotta da tamburi marziali e interpretata da O'Connor con tutta la malinconia di questo mondo: una piccola gemma melodica che verrà colpevolmente sottovalutata.
Nel complesso, questo piccolo, prezioso Ep è la prova che il cuore della musica della bella Sinéad pulsa ancora ed è solo soffocato da una vita in fibrillazione, vissuta costantemente al di sopra delle proprie possibilità nervose e psicologiche. Forse è per questo che ha riversato tutta la sua emotività sui due figli: Roisin e Jake (nato dal matrimonio con Reynolds), tanto da arrivare a dire: "Sul letto di morte, la mia unica speranza sarà quella di essere stata una buona madre".

La stessa cantautrice irlandese dichiarerà: "Cercavo di trasportare su di me un dolore grande come l'Empire State Building. Ero piena di dolcezza, ma anche di rabbia, e se non la buttavo fuori rischiavo di impazzire. Oggi mi sento forte e ho un'immensa fede in Dio". Così l'ex-skinhead, che sfoderava atroci ululati e invettive punk, si è via via trasformata in una predicatrice. Una predicatrice non certo sommessa. Nel 2000, infatti, ha preso il nome di suor Bernadette-Marie ed è stata ordinata prete della chiesa cattolica Latin Tridentine (non riconosciuta dal Vaticano). Inevitabili la nuova sovraesposizione mediatica e lo sconcerto internazionale.

Personaggio scostante, "intrattabile" secondo i suoi stessi discografici, O'Connor ha litigato più o meno con tutti. Anche con i suoi connazionali U2, che ha accusato di "gestire in modo mafioso la scena dublinese". Vivere "contro" è sempre stata la sua filosofia. E il capo rasato, in stridente contrasto con la tenerezza dei suoi occhi e la delicatezza dei suoi lineamenti, né è stato la più fedele icona. Si narra che tagliarsi i capelli a zero fu il suo primo gesto di protesta contro le ingerenze dell'industria discografica, perché quello musicale - dice - "è il peggior business con cui si possa avere a che fare". Ha boicottato i Grammy Awards nel 1991 e ha dichiarato che "Mtv andrebbe abolita, perché la tv uccide l'arte e la poesia". È capace di far saltare un concerto per un banale dettaglio tecnico, come accaduto a Roma, o di far esasperare i suoi stessi collaboratori, come garantisce chi ha lavorato con lei alla colonna sonora del film In The Name Of The Father, per la quale O'Connor ha registrato l'intensa "You Made Me the Thief of Your Heart".

Ma Sinéad l'insopportabile sa anche essere generosa. Ha donato alla Croce Rossa la sua casa da 750mila dollari sulle colline di Hollywood. Ha partecipato a numerosi appuntamenti umanitari e ha destinato al popolo curdo il ricavato del mini-cd My Special Child. Il grande pubblico, però, non le ha perdonato il gesto del "Saturday Night Live" (è stata fischiata al Tributo per Bob Dylan a New York, ed è stata perfino vittima di una campagna di boicottaggio culminata nella distruzione di 200 suoi dischi) e le sue simpatie pro-Ira. "L'Irlanda è come una madre smarrita. Abbiamo perso la nostra lingua e la nostra storia di fronte agli inglesi. E andiamo in giro sentendo questo dolore ogni minuto", ha spiegato a proposito di "Famine", denunciando l'oppressione britannica dietro la tragedia della carestia del 1847 e invocando la riunificazione irlandese e la fine delle violenze.

Le più recenti interviste, invece, sono state ossessivamente incentrate sul tema della sua sessualità. Con esiti contraddittori. "Sono stata a letto con donne, ma sono molto più attratta dagli uomini", ha dichiarato a "Hot Press". "Sono lesbica, anche se finora ho avuto molte difficoltà ad accettarlo", ha rivelato poco dopo a "Curve". A sciogliere il dubbio provvede il singolo tratto dal suo album del 2000, Faith And Courage: "No Man's Woman", scritto insieme a Scott Cutler e Anne Preven, gli autori di "Thorn" di Natalie Imbruglia. La "donna di nessun uomo", nel videoclip, è una sposa che fugge disperata al momento del "sì" e viene salvata da alcuni improbabili "rasta". Ma non è un j'accuse contro il sesso maschile: "È solo il pensiero di un momento; il disco, al contrario, rende omaggio agli uomini ed è prodotto da uomini". Molti, infatti, i maghi del suono che vi hanno collaborato: Brian Eno su tutti, e poi Dave Stewart (Eurythmics), Wycleaf Jean e Adrian Sherwood. Il risultato si può cogliere nella ricchezza degli arrangiamenti e nella piacevolezza di alcuni brani, come "Jealous" o "The Lamb's Book Of Life". Eppure si ha la sensazione che Sinéad O'Connor stia lentamente affievolendo quel fuoco sacro che ne aveva accompagnato il debutto. Il suo canto, attenuate le spigolosità degli acuti dissonanti, si è trasformato in un raffinato sussurro. Ma la sua voce è sempre in grado di innestare un'emozione, un tremito di vita, in ogni canzone. Forse perché le sue confessioni sono così realistiche da suscitare emozioni anche nel più distaccato degli ascoltatori.

Faith And Courage, fede e coraggio, nasce soprattutto da un'ansia di requie. "È un lavoro sull'anima, un disco spirituale, religioso", racconta Sinéad. "L'idea musicale di fondo è quella di conciliare tradizione irlandese e reggae. Ma c'è anche il pop, perché dopo tanti momenti seri avevo voglia di divertirmi". Già, perché Sinéad O'Connor ha sempre vissuto di drammi. Da quelli dell'infanzia, segnati da violenza e solitudine, a quelli recenti, culminati nel rapimento della figlia Roisin e nella battaglia legale sulla custodia della bambina con il padre, il giornalista dell'Irish Times John Waters. Anni vissuti pericolosamente, che l'hanno spinta anche a due (blandi) tentativi di suicidio. Chi ama la musica a prescindere dalle simpatie non può non riconoscere l'influenza profonda della cantautrice dublinese su un'intera generazione di cantanti, delle quali la connazionale Dolores O'Riordan dei Cranberries è soltanto la più celebre. Resta però il rammarico di vedere una delle vocalist più duttili ed espressive della storia del rock sacrificata da composizioni non sempre all'altezza del suo talento, frenata dal suo mal di vivere, oppure ridotta nei panni della cover-girl di Sean-Nos Nua, il suo disco del 2002 in cui si limita a reinterpretare alcuni traditional irlandesi.

Con il pazzesco titolo di She Who Dwells In the Secret Place Of The Most High Shall Abide Under The Shadow Of The Almighty, Sinéad O'Connor torna a far parlare di sé nel 2003, raccogliendo cover a dir poco eterogenee - dai B-52's ("Ain't It A Shame") agli ABBA ("Chiquitita") fino ad Aretha Franklin ("Do Right Woman") - collaborazioni con altri artisti (i Massive Attack in "It's All Good" e gli Asian Dub Foundation in "1000 Mirrors"), eccellenti riedizioni live di alcuni suoi cavalli di battaglia e stravaganze assortite. Nello stesso anno, brilla la sua presenza alla voce nel disco dei Massive Attack "100th Window".
Nel 2005 è la volta di Throw Down Your Arms, un curioso album composto da solee rigorose cover di brani reggae della tradizione Rastafari, la cui influenza è ormai sempre più tangibile nella sua musica sin dall'ultimo disco di inediti. Tra i brani selezionati anche "War" di Bob Marley, lo stesso pezzo da lei cantato durante il Saturday Night Live poco prima della famosa foto stracciata. Registrato a Kingston, Jamaica, assieme al glorioso duo di produttori reggae Sly & Robbie, il disco viene ben accolto dalla critica e, nonostante la scarsa pubblicità dovuta alla pubblicazione indipendente e alla proposta così insolita, riesce a trovare più di un appassionato. Da quel momento però sulla cantautrice irlandese, che annuncia di volersi ritirare dall'attività discografica, scende il silenzio. Poi, nel 2007, il colpo a sorpresa.

Con il doppio Theology, Sinéad è ancora qui, a ricordarci che non ci si può sbarazzare così facilmente di una delle più importanti vocalist degli ultimi vent'anni. Certo, questa raccolta di inni e preghiere "da camera", spesso solo voce e chitarra, può apparire l'ennesimo gesto sconsiderato, per di più accompagnato da propositi megalomani ("Il mio interesse principale è liberare Dio, trarlo in salvo dalla religione"). Invece, mai come questa volta Sinéad sembra aver fatto pace con se stessa e aver voluto davvero seguire solo la sua ispirazione, come ha ripetuto presentando il progetto.
Il primo cd, "Dublin Session", presenta i brani in versione acustica; il secondo, "London Session", aggiunge l'arrangiamento con la band al completo. La rilettura attualizzata di salmi, inni e versi del Vecchio Testamento è integrata da otto inediti e tre cover: una versione soul di "We People Who Are Darker Than Blue" di Curtis Mayfield, il tradizionale spiritual reggae "Rivers Of Babylon" (con un testo riveduto e corretto) e una interpretazione (per la verità piuttosto fiacca e deludente) di "I Don't Know How To Love Him", la stupenda ballata dell'opera "Jesus Christ Superstar" di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, portata al successo da Yvonne Elliman nei panni di Maddalena.
Il cd acustico, registrato con l'accompagnamento del folkster irlandese Steve Cooney, è forse più suggestivo anche se sconta una certa piattezza nell'interpretazione (Sinéad, ahimè, viaggia ormai solo sul suo registro più sommesso e sussurato), mentre il lato elettrico (prodotto da Ron Tom) regala qualche vibrazione in più, ma appare a tratti pasticciato e incerto negli arrangiamenti. Eppure basterebbe l'iniziale "Something Beautiful", intensa e struggente come ai bei tempi, o l'accoppiata di incalzanti ballate semi-acustiche "Out Of The Depths" - "The Glory Of Jah" per dare il la a quella resurrezione che gli ammiratori della ragazza dalle calde lacrime di "Nothing Compares 2 U" non hanno mai smesso di sognare.

Pur dibattendosi da anni tra devastanti lacerazioni personali e ferite familiari ancora aperte, la pasionaria di Dublino non ha smarrito la sua ansia spirituale e il suo feroce candore. Ne è scaturito un disco onesto e sincero, ma probabilmente più utile a lei che a noi.
La quiete raggiunta è però solo apparente e i suoi problemi continuano a susseguirsi negli anni a venire: depressione, psicofarmaci che la gonfiano deturpando quel viso perfetto cui ancora tutti preferiscono associare quella voce, un nuovo matrimonio lampo e, pare, l'ennesimo tentato suicidio si susseguono nel giro di breve tempo e riempendo le pagine di qualche tabloid.

Eppure le tante vicissitudini poco piacevoli non le impediscono di pianificare il suo ritorno sulle scene più ragionato degli ultimi anni e sorretto da una certa dose d'ispirazione, con un album dal piglio tutt'altro che sconfortato, a partire dal brano di apertura, una "4th And Vine" che avvolge immediatamente col suo calore etno-folk e con una briosa melodia che non può che mettere di buon umore.
Unica fotografia dell'ennesimo periodo tribolato sembra essere la sofferta "Reason With Me", che la O'Connor interpreta affranta, quasi soffocandola a forza e per questo rendendola ancora più emozionante, evitandone quindi la banalizzazione da ballatona richiama-accendini. "Non voglio sprecare la vita che Dio mi ha dato" canta calandosi nei panni di una tossica, e su questo presupposto, su questo tornare sui suoi passi, nasce How About I Be Me (And You Be You)?, l'album che avrebbe fatto meglio a realizzare negli anni ‘90 per cercare di rimettere in carreggiata la sua traballante carriera. Accantonati i traditional irlandesi, le infatuazioni reggae e quelle per l'elettronica, il nuovo disco torna all'immediatezza rock degli esordi, irrobustendo l'essenziale formula del precedente, e fiacco, Theology e finendo col suonare, per forza di cose, restauratore.
Anni prima il pop fiero di "The Wolf Is Getting Married", con le sue cesellature british e la trascinante apertura melodica, sarebbe diventato uno dei suoi maggiori successi radiofonici e l'asciutta "Old Lady", con chitarre ancora più grintose, avrebbe probabilmente seguito a ruota. Ma a colpire maggiormente, per il pronunciato effetto flashback, è l'incedere tormentato di "Take Off Your Shoes", la cui plumbea litania viene via via elettrizzata dal cantato della O'Connor, affilato come una lama e strafottente come non lo si udiva da tempo, per lanciare l'ennesima invettiva contro il clero. Più canonico lo svolgimento di "Back Where You Belong" che snocciola una romantica ed emozionata melodia su una marcetta soft e che, assieme alla non troppo distante, ma meno appariscente, "Very Far From Home", ripone nella carezzevole interpretazione il suo punto di forza. Meno a fuoco risultano forse la vibrante "I Had A Baby", sostenuta da un nervosismo chitarristico alla The Edge che non le impedisce, tuttavia, di proseguire con passo claudicante, e l'addomesticazione della "Queen Of Denmark" di John Grant, qui epurata dal suo pathos pianistico e teatrale per puntare su un più tradizionale contrasto tra l'acusticità delle strofe e la sfuriata rock dei crescendo, in cui la sua voce assume comunque dei colori inediti.
A chiudere l'album, l'inevitabile preghiera a cappella, un'accorata "V.I.P." ulteriormente ingentilita sul finale da un laconico pianoforte, in cui si torna a criticare la falsità dello showbiz e il ruolo delle pop-star.
Per chi ha seguito ogni passo della sua carriera, How About I Be Me (And You Be You)? poco aggiunge al suo percorso ma sa comunque intrattenere con gusto, mentre per tutti coloro che l'avevano abbandonata vent'anni ha il merito di ripresentare una Sinéad O'Connor un po' imborghesita ma nonostante tutto ancora in forma.

L’esposizione mediatica a cui Sinéad O’Connor viene stata sottoposta negli mesi a seguire ha dell’incredibile. Certo, non sempre la sua musica è al centro delle attenzioni (come spesso accaduto durante la sua carriera) e a influire sono un straordinario ritorno in forma psico-fisica che solo tre anni prima pareva impossibile e le scaramucce via web con la stellina pop Miley Cyrus, ammonita di lasciarsi sfruttare da uno showbiz sempre più magnaccio (salvo poi adottare lei stessa il suo look più sexy di sempre per ripresentarsi al grande pubblico).
Eppure con le sue quotazioni nuovamente in ascesa, grazie all’ottima accoglienza critica riservata al precedente albumb e al successo del tour, la O’Connor è sempre più determinata a riconquistare un pubblico più vasto, anche a costo di smussare qualche asperità e di rinunciare alla sua ormai peculiare propensione a sperimentare con generi musicali diversissimi tra loro. Ed ecco, per raggiungere tale scopo, arrivare quindi I’m Not Bossy, I’m The Boss, il suo album più pubblicizzato dai tempi dello sfortunato Faith And Courage e con il quale sembra anche avere molte più cose in comune che con i suoi classici.

Tutto sembra perfetto per un ritorno col botto insomma ma purtroppo l’irlandese sbaglia clamorosamente il biglietto da visita. Il dolce brano d’apertura, “How About I Be Me” (probabilmente risalente alle session del precedente album, a giudicare dal titolo) è sorretto, infatti, da un arrangiamento fin troppo datato e laccato per esaltarne le qualità. Fortunatamente il resto dell’album non rischia altri paragoni impietosi con quell’ingombrante ballata che l’ha fatta passare alla storia e viaggia su traiettorie diverse e a lei più congeniali, puntando su un pop-rock alquanto canonico e ben eseguito (“Dense Water Deeper Down” e “Your Green Jacket”) che non brilla certo per originalità ma che valorizza maggiormente l’interpretazione sempre sul filo del rasoio della calva cantante. Se l’orecchiabilità di pezzi come “Where Have You Been” o “8 Good Reasons” sarebbe sufficiente da sola a rinverdire la reputazione di una Dolores O’Riordan qualsiasi, in bocca alla O’Connor suona solo come onesto mestiere, anche se in linea di massima le impalcature melodiche che costruisce sono pur sempre troppo oblique (“Kisses Like Mine” e il primo, urgente singolo “Take Me To Church”) per far presa sulle radio mainstream, nonostante i ritornelli liberatori.
Nel cuore del disco torna anche a tuonare cupa come agli esordi, nella tagliente “The Voice Of My Doctor” e in una ruggente “Harbour”, ma è solo uno sprazzo, l’unico momento di rabbia di una donna evidentemente riappacificata coi suoi demoni e ormai dedita alla celebrazione dell’amore. A interrompere la piacevole routine e a regalare qualche sorpresa ci pensano anche una cullante “The Vishnu Room”, in cui mescola nuovamente i colori della sua isola natia con quelli dell’agognata Giamaica, e il bel funky acustico di “James Brown” (sudaticcia jam in compagnia del figlio d’arte Seun Kuti), per poi congedarsi, intimamente, con l’immancabile brano (quasi) a cappella, una tenera “Streetcars”.
 “I’m Not Bossy, I’m The Boss” non raggiunge il livello dell’album precedente, suona curiosamente meglio nel complesso che estrapolando singoli pezzi e avrebbe probabilmente reso di più eliminando quelle levigature di troppo che nonostante tutto mal si addicono al personaggio. Il carisma e il vissuto con cui la O’Connor riesce a permeare le sue canzoni, anche quelle meno memorabili, sono comunque immutati e affascinano come sempre ma il punto d’arrivo della  sua seconda giovinezza non sembra ancora raggiunto.


Contributo di Stefano Fiori ("How About I Be Me (And You Be You)?" e "I'm Not Bossy, I'm The Boss")
 

Sinead O'Connor

La bisbetica indomabile

di Claudio Fabretti

I suoi gesti provocatori e i suoi drammi familiari hanno sostituito a lungo le canzoni. E la sua trasformazione in suor Bernadette-Marie ha fatto il giro del mondo. Ma è la sua voce ad averla resa unica. Segreti e canzoni di una delle vocalist più talentuose, controverse (e intrattabili) del rock
Sinead O'Connor
Discografia
The Lion And The Cobra (Ensign/Chrysalis, 1988)

8

I Do Not Want What I Haven't Got (Ensign/Chrysalis, 1990)

8

 My Special Child (Ep, 1991)

 

 Am I Not Your Girl? (Ensign/Chrysalis, 1992)

6,5

 Universal Mother (Ensign/Chrysalis, 1994)

7

Gospel Oak (Ep, 1997)

7

 So Far... The Best Of Sinéad O'Connor (1997)

 

 Faith And Courage (Atlantic, 2000)

5

 Sean-Nos Nua (Vanguard, 2002)

 

 She Who Dwells In the Secret Place Of The Most High Shall Abide Under The Shadow Of The Almighty (Vanguard, 2003)

 

 Throw Down Your Arms (Chocolate & Vanilla, 2005)
 
 Theology (Radiofandango, 2007)

5,5

 How About I Be Me (And You Be You)? (One Little Indian, 2012)
 6,5
 I’m Not Bossy, I’m The Boss (Nettwerk, 2014)6
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