Un paio di manette pende sinistro dall’asta del microfono. Il ragazzo le fissa con un sorriso amaro sulle labbra, indicandole con fare provocatorio al pubblico. “Ecco come ci si sente a stare in questa band”.
Stacco.
Un tramonto da cartolina tinge di rosa le nuvole nel cielo tropicale. Lo sguardo del ragazzo si perde all’orizzonte, dove i sogni ancora da scrivere sembrano contare più dei fantasmi del passato.
Dissolvenza.
Tra le due scene c’è di mezzo lo scioglimento di una delle più influenti band indie-rock degli anni Novanta: i Pavement. Un’avventura che non poteva che finire all’insegna dell’inconfondibile vena sarcastica di Stephen Malkmus, manette comprese. Quello che era iniziato come il passatempo di un gruppo di ragazzi del college, in antitesi con il nichilismo grunge allora imperante, aveva finito per diventare qualcosa che minacciava di schiacciarli: “Era come essere un criceto sulla ruota”, ricorda. Il gioco aveva smesso di essere divertente e la deriva verso la maniera era inesorabilmente iniziata.
Così, alla fine di quello che sarebbe diventato l’ultimo tour dei Pavement, il ragazzo che insieme a Scott Kannberg aveva dato vita al gruppo-simbolo del lo-fi americano ha deciso di staccare la spina e se ne è andato alle Hawaii, lasciandosi alle spalle tensioni e dissapori di una strada giunta ormai al capolinea. Al suo ritorno, Malkmus era pronto per lanciarsi in una nuova sfida: un viaggio solitario ma non troppo, accompagnato da quella che nel tempo è diventata molto più di una semplice backing band: i Jicks. Deciso a dimostrare a tutti di non volersi far etichettare soltanto come un “ex”.
La storia della carriera solista di Malkmus, in fondo, è la storia di come sia possibile affrontare l’inevitabile paragone con la maturità senza per questo dover rinunciare allo slancio giovanile del proprio cuore.
Stephen Malkmus ha superato la fatidica soglia dei quarant’anni, si è sposato, è diventato padre: ma sembra essere rimasto l’eterno adolescente di sempre, indolente e goliardico, con un sorriso sulle labbra e un’ombra malinconica negli occhi. Certo, non è più il ragazzo capace di andare con gli amici dal barbiere travestito da gorilla come ai tempi del video di “Cut Your Hair”, ma la sua voglia di giocare è ancora la stessa. Il giorno in cui uno come lui dovesse decidere di mettere la testa a posto una volta per tutte e di lasciare da parte i vecchi guizzi da giullare, la sua musica finirebbe per perdere quello storto fascino che continua a renderla inconfondibile.
“I’m not what you think I am”
È passato poco di più di un anno dall’ultimo concerto dei Pavement, quando sugli scaffali dei negozi di dischi fa la sua comparsa il primo, atteso album solista di Stephen Malkmus. Ad accompagnarlo ci sono due musicisti della scena di Portland, dove Malkmus si è trasferito ormai da qualche tempo: Joanna Bolme al basso e John Moen alla batteria, che insieme a lui formano i Jicks. E proprio ai Jicks, nelle intenzioni di Malkmus, dovrebbe essere intestato il nuovo disco, provvisoriamente intitolato “Swedish Reggae”. Ma la casa discografica, ovviamente desiderosa di sfruttare il più possibile l’onda lunga dei Pavement, impone che il nome di Malkmus campeggi a chiare lettere in copertina.
Malkmus riprende il filo del discorso da dove i Pavement l’avevano interrotto, solo rendendone più lineare e spontaneo l’approccio. “Black Book” e “Discretion Grove”, con le loro chitarre dalle vibrazioni scure, sembrano porsi in diretta continuità con il suono di “Terror Twilight”, così come il drappeggio sognante di “Trojan Curfew”, scritta in origine proprio per la vecchia band. Ma l’affermazione secondo cui i Jicks sarebbero in fondo solo “i Pavement con una nuova sezione ritmica” non è altro che una boutade velenosa di Malkmus per sminuire il ruolo dei suoi ex-compagni: in realtà, le sghembe deviazioni dei Pavement lasciano il posto a una leggerezza che non ha paura di dichiararsi pop, scintillante e briosa come una mistura di Soft Boys e Television.
Così, ecco farsi largo la scanzonata aria giocosa di “Phantasies”, tra chitarre saltellanti, urletti e battimani, per poi lasciare spazio all’irresistibile passo loureediano di “The Hook” e “Jenny & The Ess-Dog”. Anche il songwriting di Malkmus si fa meno criptico, pur senza mai rinunciare alla propria folle visionarietà, tra risvegli in mezzo agli husky dell’Alaska, divinità greche che brindano alla guerra di Troia e rapimenti su galeoni di pirati turchi.
Quando poi Malkmus indossa la surreale maschera di Yul Brynner in “Jo Jo’s Jacket”, l’effetto straniante raggiunge l’apice: su una storta introduzione pianistica, il celebre protagonista de “I magnifici sette” spiega come la decisione di rasarsi i capelli a zero sia stata per lui una sorta di liberazione, e le sue parole suonano come una paradossale metafora della nuova strada solista intrapresa da Malkmus. Poi le chitarre prendono il sopravvento con la loro vivacità sempre pronta allo sberleffo, in una sarabanda di citazioni tratte dalla filmografia di Brynner (ironica menzione d’onore per il b-movie fantascientifico “Westworld”), fino a un caotico finale in cui Malkmus biascica in sottofondo i versi della dylaniana “It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding)”.
Malkmus ha di nuovo voglia di divertirsi senza bisogno di stupire a tutti i costi, e quando racconta la storia di Jenny e del suo fidanzato che suona in una cover band anni Sessanta, il suo impeto è quanto di più vicino all’inno possa venire da un inguaribile slacker come lui.
Dalle effervescenze di “Troubbble” alle soffici tessiture acustiche di “Pink India”, passando attraverso l’organo vaporoso di “Vague Space” e lo scivolare romantico di “Church On White”, l’esordio solista di Malkmus rivela il lato più diretto della sua personalità. Ed è una magnifica scoperta, confermata l’anno successivo dalla brillante cover di “Death And The Maiden” dei Verlaines realizzata per la compilation “Under The Influence – 21 Years Of Flying Nun Records”.
“A bit like The Zephyr and a bit like The Jicks”
L’esperienza maturata sul palco dopo l’uscita del primo disco solista consolida sempre più l’affiatamento tra Malkmus e la sua band, modellando in profondità la scrittura dei nuovi brani. Malkmus si trasferisce con il gruppo per un mese in una casa vicino a uno studio di registrazione in mezzo ai boschi dello stato di Washington e lì mette a punto il materiale per il suo secondo album in un’atmosfera da jam session.
Pig Lib, che arriva nei negozi nel marzo del 2003, si presenta così fin dall’intestazione come opera di “Stephen Malkmus & The Jicks”. Nella formazione viene accreditato a tutti gli effetti anche il tastierista Mike Clark, il cui contributo caratterizza fortemente il suono di un album che appare più come il frutto di un lavoro collettivo che non come uno sforzo individuale.
Il risultato, però, è tutt’altro che entusiasmante: già gli arzigogoli involuti dell’iniziale “Water And A Seat” non lasciano presagire niente di buono, e la sensazione è confermata dai labirinti senza uscita di “1% Of One” e “Witch Mountain Bridge”, che si trascinano prolisse ed insipide con un Malkmus in vena di pose da guitar hero.
Pig Lib non riesce a districarsi da una fisionomia scialba e opaca, che le schegge alla “Wowee Zowee” di “(Do Not Feed The) Oyster” non bastano a compensare. Per fortuna Malkmus dimostra di non avere perso la sua autoironia, immaginando in “1% Of One” che i deliri del brano non siano altro che il sogno di un ingegnere del suono che si è addormentato alla consolle…
La solarità del disco precedente trascolora in un clima autunnale, a partire dagli umori malinconici di “Ramp Of Death” fino a giungere ad una “Dark Wave” che, proprio come suggerisce il titolo, gioca a inseguire sonorità di ascendenza Cure. Anche la conclusiva “Us”, che con i suoi toni morbidi sembra allontanarsi più di ogni altro episodio dal classico songwriting di Malkmus, non riesce mai a decollare.
Il meglio viene allora dalla grazia color pastello di “Vanessa From Queens”, in perfetto contrasto con le sue citazioni di politicanti coinvolti in scandali sessuali, e dalle tastiere screziate di “Animal Midnight”, che potrebbe piacere ai Blur per quell’andatura flessuosa e sbarazzina. Ma nel complesso, Pig Lib rimane sospeso in una mediocrità che non riesce a spingersi oltre la sufficienza.
“Done is good, but done well is so much fucking better”
Quando Malkmus torna a farsi vivo, nel maggio del 2005, il suo giocattolo preferito sembra non essere più quello a sei corde, ma il synth e una varietà di altri ammennicoli elettronici. Sin dall’apertura del nuovo disco, intitolato Face The Truth, le chitarre sporche e i coretti scemi di “Pencil Rot” vengono così infettati da un contagio di tastierine da sala giochi. E a togliere ogni dubbio sulle intenzioni di Malkmus ci pensa la stravaganza disco beckiana di “Kindling For The Master”, esuberante come un’incursione dei Daft Punk nei territori di “Midnight Vultures”.
Non a caso, ai Jicks viene riservato un ruolo molto più marginale, tanto che il loro nome compare soltanto nel retro del disco: la maggior parte dei nuovi brani - racconta Malkmus - sono nati nelle notti solitarie trascorse nello scantinato di casa, alambiccando con un suono meno chitarristico che in passato.
Ma le cose funzionano davvero solo quando Malkmus non si preoccupa troppo di inventarsi per forza qualcosa che sia capace di sorprendere, visto che le diversioni sintetiche di Face The Truth non suscitano poi tutto lo stupore che ci si potrebbe attendere. Piuttosto, è la delicatezza di pianoforte e chitarra di “Freeze The Saints” a candidarsi con i suoi versi nostalgici per comparire nella classifica delle migliori ballate di Malkmus: “Seasons change/ Nothing last for long/ Except the earth and mountains/ So learn to sing along and languish here”.
Insomma, Malkmus non insegue il miraggio di stagioni ormai passate, ma non rinnega nemmeno i suoi illustri trascorsi. Per godersi l’ascolto di Face The Truth conviene però stare alla larga dall’estenuante esercizio chitarristico alla Pig Lib di “No More Shoes”, che dopo otto minuti di manierismo risulta talmente indigesta da costringere lo stesso Malkmus a invocare a gran voce “I want my Alka-Seltzer!”…
Meglio allora divertirsi senza troppi pensieri con il rock sguaiato di “Baby C’mon”, talmente facilone da diventare trascinante, o con il passo di tango di “I’ve Hardly Been”, con il suo consueto contorno di falsetti e sfoghi elettrici. A pacificare gli animi, tanto, ci pensa alla fine l’inquieto addio di “Malediction” (“The road to rejection is better than no road at all”), in cui Malkmus veste una ballata amara di miagolii di Moog e archi teatrali.
Sempre nel 2005, Malkmus torna anche a collaborare con David Berman sotto l’egida dei Silver Jews, com’era già accaduto negli anni Novanta per “Starlite Walker” e “American Water”. Ed è proprio il tocco chitarristico di Malkmus a caratterizzare in maniera inconfondibile la veste musicale del ritorno di Berman. “Tanglewood Numbers” punta senza esitazioni verso un cantautorato elettrico dagli accordi spigolosi ed essenziali, ma concentrandosi sulla propria ossatura rock, il suono dei Silver Jews sembra diventare più uniforme e meno ricco di sfumature che in passato.
“All my stoned digressions”
Riuscireste a immaginare uno come Stephen Malkmus nei panni del Dylan anfetaminico della svolta elettrica? La ghiotta occasione la offre nel 2007 la colonna sonora del film di Todd Haynes “I’m Not There”, in cui è proprio Malkmus a prestare la voce all’androgina interpretazione di Cate Blanchett, cantando “Ballad Of A Thin Man” e “Maggie’s Farm” al fianco dei Million Dollar Bashers, una sorta di supergruppo creato per l’occasione a cui partecipano tra gli altri Lee Ranaldo e Steve Shelley dei Sonic Youth, Nels Cline degli Wilco e l’ex Television Tom Verlaine.
Quando si ritrova a suonare con i fidi Jicks, però, l’ebbrezza della libertà sembra prendere troppo facilmente la mano a Malkmus. Nel suo quarto disco solista, Real Emotional Trash, pubblicato all’inizio del 2008 e cointestato come Pig Lib alla sua backing band, ad esaltare ancora di più la voglia di abbandonarsi al flusso disordinato della musica c’è anche l’arrivo tra le fila del gruppo di un pezzo da novanta come la batterista delle Sleater-Kinney Janet Weiss. Così, Real Emotional Trash finisce per perdere la bussola in più di un’occasione, rimanendo invischiato in lunghe digressioni fin troppo autoindulgenti e sfilacciate: solo un pugno di momenti all’altezza del songwriting obliquo e giocoso di Malkmus riescono a salvarlo in corner, pur senza cancellare la sensazione di trovarsi di fronte a uno degli episodi meno riusciti del dopo-Pavement.
“Dragonfly Pie” si apre con una sostanziosa portata di chitarre sature dall’ardore hendrixiano, e subito cominciano le divagazioni acidule e gli effetti speciali psichedelici. “Hopscotch Willie” nasce da un’architettura di danza acustica, ma si impenna subito in una spirale di solipsismi che si avvitano su sé stessi, dando l’impressione di non sapere bene dove andare a parare.
A riscattare il bilancio di Real Emotional Trash ci pensano fortunatamente le gustose tastiere alla Grandaddy di “Cold Son”, che con il suo movimento plastico e la sua melodia spigliata si avvicina più che mai all’atmosfera di Face The Truth. Ed è un Malkmus al suo meglio quello che ruba ai tardi Belle & Sebastian la briosa leggerezza di “Gardenia” e che regala gli immancabili scampoli pavementiani di “Out Of Reaches”: ancora una volta, è quando si mette ad armeggiare senza troppe remore con il pop che il Malkmus solista centra l’obiettivo di non far pensare troppo ai giorni andati.
Tra storie di maledizioni familiari scritte nel Dna e bizzarrie assortite in cui “Wanda” fa allegramente rima con “Rwanda”, alla fine la confessione più sincera si trova nei primi versi di “Dragonfly Pie”: “Of all my stoned digressions/ Some have mutated into truth”.
Stavolta la bilancia pende dalla parte delle digressioni stonate: per l’ora della verità meglio aspettare fiduciosi il prossimo giro. In attesa del giorno in cui Malkmus (se ne avrà voglia…) deciderà di regalarci finalmente il suo capolavoro.
“The distortion is way too clear”
Negli anni Novanta sarebbe stato un sogno impossibile: Stephen Malkmus e Beck insieme. Vent'anni dopo, un'accoppiata del genere rischia di venire liquidata solo come una questione da reduci. E sarebbe un errore, perché nonostante le inevitabili parabole si tratta di un connubio tutt'altro che nostalgico. Dopo essere tornato in tour con i Pavement nel 2010, Malkmus sembra ritrovare quel senso della proporzione che mancava a Real Emotional Trash. Quanto a Mr. Beck Hansen, il ruolo di produttore gli frutta una sfilza di soddisfazioni, dal lavoro con Charlotte Gainsbourg a quello con Thurston Moore. Nell'estate del 2011, Mirror Traffic mette così in scena un suono tirato a lucido, che riporta alla memoria quello confezionato da Nigel Godrich per "Terror Twilight", al servizio di una serie di canzoni più compatte e meno chitarristiche, anche se non sempre del tutto a fuoco.
Il sapore frizzante di "Tigers" dà l'abbrivio con i suoi svolazzi giocosi, mentre l'attacco di "Senator" aggredisce con l'energia dei tempi migliori. Il tocco di Beck è sempre attento a non snaturare lo spirito della musica dell'ex Pavement, anche se le eleganti tessiture per piano e chitarra di "No One (Is As I Are Be)", che evocano l'eco della classica "Ode To Billy Joe" di Bobbie Gentry, non avrebbero sfigurato tra le pagine di "Sea Change".
Tra la ruvidezza garagista del boogie di "Tune Grief" e i riff sbarazzini di "Stick Figures In Love", Malkmus riesce a tenere a freno la divagazioni: "Ci tenevo ad essere più conciso. Più come la cattura di Bin Laden - dentro e fuori rapidamente con un elicottero Black Hawk. La sensazione era quella". I Jicks, ormai affiatatissima backing band, vedono per l'ultima volta tra le loro fila la batteria di Janet Weiss, decisa a dedicarsi a tempo pieno a Quasi e Wild Flag. Malkmus non le risparmia una frecciatina d'addio, accusandola di avere suonato nell'album con uno spirito da semplice session drummer...
Abbandonato il titolo inizialmente suggerito dall'amico David Berman dei Silver Jews ("L.A. Guns") per evitare il rischio di diatribe legali con l'omonimo gruppo hard rock californiano, "Mirror Traffic" inanella una tracklist insolitamente affollata per gli standard di Malkmus, ma non sono pochi i momenti che finiscono per perdersi nell'anonimato. Malkmus, in procinto di traslocare a Berlino con moglie e figli, sembra volersi raccontare con un tono più intimo e personale, cercando di cogliere l'attimo con la leggerezza di "Forever 28". L'importante, come suggerisce "Asking Price", è essere sempre pronti a non lasciarsi sfuggire le occasioni che ogni giorno è capace di offrire: "Many opportunities come rolling off your lap / I'm not gonna bait that trap again". E l'occasione, stavolta, era buona. Il Malkmus solista, però, rimane un eterno incompiuto



