Sting

Sting

Fields of gold

di Marco Simonetti

Reduce dall'esaltante stagione reggae-rock dei Police, l'ex-maestro elementare Gordon Matthew Sumner aka Sting ha intrapreso una discontinua carriera solista. Spaziando da produzioni raffinate, ancora ispirate dalla brillantezza dei tempi d'oro, a scivolate nel pop più artefatto e convenzionale

Le fortissime tensioni presenti all'interno dei Police tra Sting e Stewart Copeland, dovute soprattutto a forti differenze caratteriali nonché al ruolo di sovrano assoluto ormai raggiunto dal cantante-bassista all'interno della band, trovarono un punto di non ritorno al termine della tournée di "Synchronicity" (1983). Il gruppo non si è mai sciolto ufficialmente: nessun annuncio ai giornali e nessuna conferenza stampa; semplicemente i tre si presero una "pausa" non dichiarata che dura ancora oggi.
La carriera solista di Sting inizia ufficialmente dopo due anni dall'ultimo disco dei Police, durante i quali cerca di mettere a punto le coordinate di una musica che pur non discostandosi da quella che gli ha dato un successo immenso riesca tuttavia a risultare sufficientemente distinta. Molti lo aspettavano al varco, accusandolo di essere stato sì l'artefice primo di tanta gloria, ma anche il responsabile, con il suo egocentrismo e la sua arroganza, della fine di un mito, che nessuno aveva digerito. Sting era considerato già allora uno dei più personali e prolifici autori rock di tutti i tempi, ma era evidente che scuotersi di dosso il fantasma di un gruppo di tale planetario successo e con tante grandi canzoni alle spalle non sarebbe stata impresa facile.

In verità, in The Dream Of The Blue Turtles (1985), primo disco di Sting post-Police, l'operazione riesce solo in parte, perché se gli arrangiamenti virano moltissimo al jazz - primo amore del musicista e tendenza solo accennata in alcune canzoni del gruppo - le composizioni risentono moltissimo dell'abitudine dell'autore di avere a che fare con Copeland e Summers. Sting si circonda di una band formata da musicisti jazz di colore: Branford Marsalis (fratello del più noto Winton) ai fiati, Kenny Kirkland alle tastiere, Darryl Jones al basso e Omar Hakim alla batteria. Soprattutto lo stile di quest'ultimo in molti pezzi vira nettamente verso quello di Copeland ("If You Love Somebody Set Them Free", "Fortress Around Your Heart"). La chitarra viene presa in carico dallo stesso Sting che non può certo imitare Andy Summers, e infatti si fa sentire la mancanza delle pennellate di classe del piccolo chitarrista. Si nota anche che alcune canzoni sono state composte in epoca Police con l'obbiettivo di affidarle ai compagni di sempre, è il caso soprattutto della finale "Fortress Around Your Heart", dove la cosa è evidentissima. Insomma, The Dream Of The Blue Turtles è un disco che certamente contiene validissime canzoni destinate a un sicuro successo di pubblico - d'altronde visto l'autore era cosa assai facile a prevedersi - ma risente della mancanza dei vecchi compagni, nonostante gli ottimi musicisti chiamati a interpretarlo.
Passando ad esaminare nel dettaglio le tracce più interessanti, la iniziale "If You Love Somebody Set Them Free" è il classico pezzo à la Sting destinato a spopolare nelle classifiche. Stupisce come con naturalezza quasi irridente egli sia capace di sfornare simili hit, che pur incontrando un enorme successo di pubblico raramente possono essere liquidati come banali canzonette. "Russians" tratta della minaccia atomica in un mondo ancora in guerra fredda, prendendo spunto da un tema di Prokofiev (dichiarato con tanto di spartito nelle note di copertina), con arrangiamenti classicheggianti e toni drammatici. "Children's Crusade" è insieme alla finale "Fortress Around Your Heart" la migliore prova dell'album, calda e sofferente, presenta una sequenza di accordi abbastanza inaspettata. "We Work The Black Seam" è dedicata allo sciopero dei minatori inglesi contro le riforme thatcheriane, che allora monopolizzò per lungo tempo il dibattito politico-economico; non è l'unico tema sociale dell'album ma sulla questione dell'impegno di Sting vedremo oltre. "Moon Over Bourbon Street" è il pezzo più classicamente jazz dell'album, basato sul romanzo "Intervista col vampiro" di Anne Rice da cui anni dopo sarà tratto un film di successo. Sting è abbonato a simili profezie letterario-cinematografiche dato che già "Tea In The Sahara", su Synchronicity, si ispirava al romanzo "The Sheltering Sky" da cui Bernardo Bertolucci trarrà il film "Il Tè Nel Deserto" e "Darkness" su Ghost In The Machine si basava su "Siddharta" (da cui "Il Piccolo Buddha"). La conclusiva "Fortress Around Your Heart" ha - come si diceva - un'evidente impronta Police e richiama alla mente l'aria dopo un temporale estivo.

Come accennato, con quest'album Sting assume definitivamente la veste di musicista intellettuale e impegnato, che già aveva più volte indossato con gli ultimi Police, e in questi anni lo troveremo sempre coinvolto in una miriade di cause benefiche di vario tipo e in giro per il mondo a difendere ora gli Indios dell'Amazzonia (i quali peraltro dopo aver collaborato con lui troveranno anche occasione di criticarlo pesantemente), ora le cause di Amnesty International (per il Conspiracy Of Hope Tour negli Usa, nel giugno del 1986 i Police si riuniscono brevemente) o di Greenpeace, ora partecipando al progetto Live Aid che in una certa misura segnerà gli anni 80. Tutto ciò, se estremamente nobile e positivo in senso assoluto, farà talvolta perdere di vista a Sting il suo ruolo di semplice musicista, trasformandolo in una sorta di profeta del rock benefico quasi in amichevole contesa, o in coabitazione, con Bono Vox degli U2 per il ruolo di Messia Pop.
Cà va sans dire che il disco a dispetto dei malauguri ottiene un ottimo successo di pubblico ed è ben accolto anche dalla critica, quasi tutto ciò fosse per Sting un destino inevitabile.

Dopo la pubblicazione del live Bring On The Night, tratto dal tour di The Dream Of The Blue Turtles, con il secondo disco in studio, il doppio Nothing Like The Sun, le cose si sistemano meglio e la musica di Sting assume una dimensione realmente propria. Ciò sebbene Andy Summers appaia in due canzoni e per la batteria venga chiamato Manu Katché, uno degli strumentisti che più sono stati influenzati e maggiormente hanno fatto tesoro delle innovazioni introdotte da Copeland, e buona parte della band sia composta degli stessi musicisti che hanno partecipato al disco precedente. Ci sono ovviamente ancora gli arrangiamenti jazzistici, ma non vengono più presi a pretesto per marcare una differenza, essendo assai più naturalmente "integrati" con le composizioni.
"Lazarus Heart" apre il disco con atmosfere caraibiche di latin jazz, percussioni incalzanti in levare e una bella frase di clarino e "Be Still My Beating Heart" è una lenta ballata dove finalmente si sente il ritorno di Sting al basso. "Englishman In New York" è un saltellante reggae-jazz che sarà uno dei singoli più di successo del nostro come solista. La seconda facciata presenta lo Sting più impegnato che in "They Dance Alone" attacca direttamente Pinochet, raccontando dei desaparecidos cileni attraverso le loro donne che danzano sole sulla Plaza De Mayo di Santiago per ricordarli in sfida al regime. Dopo la fine del regime cileno, Sting si rifiuterà di cantare ancora questa canzone. "Fragile" è ancora una romantica e triste ballata d'atmosfera per chitarra acustica e percussioni latine, sulla fragilità umana così attratta dalla violenza. "Straigh To My Heart", con un bel tumbao di piano, ci riporta ai Caraibi, però in una strana e azzeccata commistione con certo folk celtico. "Sister Moon", come "Moon Over Bourbon Street" sul disco precedente, è la canzone più scopertamente jazz dell'album. In "Little Wing", Hendrix viene ottimamente reinterpretato in chiave jazz grazie anche alla presenza di Gil Evans e della sua orchestra, una lettura diversa dal solito del mancino di Seattle, dove saggiamente l'assolo di chitarra viene citato senza strafare. "The Secret Marriage" è la breve chiusura dell'album, dichiaratamente di derivazione brechtiana.
Nothing Like The Sun ci riconsegna uno Sting completamente padrone dei propri mezzi compositivi e interpretativi. Niente di tremendamente innovativo, nessuna rivoluzione, ma chiarezza di intenti, bei testi, melodie azzeccate e diverse trovate intelligenti. In fondo, è proprio quello che si chiede al personaggio. Il tour mondiale lo vede appassionato interprete delle nuove composizioni e dei suoi classici di sempre, ben lontano dal freddo professionista che è destinato a diventare anni dopo. Viene pubblicato anche "Nada Como El Sol", versione ridotta e in lingua spagnola dell'album, ovviamente superflua per chi non sia un fan sfegatato.

L'11 luglio 1987 in occasione di Umbria Jazz, Sting si esibisce allo Stadio Comunale di Perugia in unico spettacolo con l'orchestra di Gil Evans. Nella seconda metà del 1988, terminato il tour personale, Sting partecipa allo Human Rights Now! Tour sempre a sostegno di Amnesty International, assieme a Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Yossou n'Dour e Tracy Chapman, in uno dei più colossali e qualitativamente validi tour collettivi di sempre. In Italia la kermesse tocca in settembre lo Stadio Comunale di Torino dove chi scrive ha vissuto una delle più indimenticabili giornate di rock "campale" della sua vita.
Dopo quattro anni di silenzio discografico, in cui appunto, oltre ai vari tour, Sting si dedica al sostegno di cause benefiche in giro per il mondo, nel 1991 esce The Soul Cages. Il nuovo lavoro risente profondamente della scomparsa del padre del musicista, cui il disco è espressamente dedicato, fin dalla iniziale lenta e fortemente cantilenante "Island Of Souls", dove arpe eteree, un suono metallico di chitarra a fare da campana a morto e una costante cornamusa in sottofondo richiamano un'atmosfera malinconica e odorosa di nebbia. "All This Time" che segue, il primo singolo dell'album, ha invece un andamento allegro e squillante, ma resta localizzata nella Newcastle dei ricordi d'infanzia, tra immagini di sacerdoti e funerali, considerazioni sulla caducità delle cose e il fiume della vita che scorre costantemente. "Mad About You" è la canzone che più richiama il lavoro precedente e mostra ancora una volta l'abilità di Sting nell'arrangiare melodie spezzate, che si insinuano proprio grazie alla loro "frantumazione". Questa canzone sarà purtroppo "vittima" di un remix in italiano con testo scritto dal nostrano Zucchero, che Sting canterà con effetti quasi comici. Insieme a questi i pezzi più interessanti dell'album, perché per un verso o per l'altro meglio ne interpretano l'atmosfera generale, sono "Why Should I Cry For You" (con netti e gradevoli richiami africani), "The Soul Cages", la finale "When The Angels Fall". Se il disco viene ritenuto da molti un noioso susseguirsi di nenie, la cosa è comprensibile ma, pur specificando che non siamo di fronte a un capolavoro, bisogna comunque entrare nello spirito di elaborazione del lutto di quest'album per comprenderlo e dargli il giusto valore. E' quantomeno un'opera molto sentita ed emotivamente densa. A parere di chi scrive, centra musicalmente l'obiettivo di far filtrare fino all'ascoltatore la catarsi e la consolazione personale dell'autore, attraverso composizioni distese, arrangiamenti avvolgenti e un suono sospeso in un'atmosfera ovattata, come se il tutto si svolgesse in una specie di purgatorio in quieta attesa dell'ineluttabile.
The Soul Cages è stato registrato per buona parte in Italia, e precisamente in Toscana che da qui in avanti comincia a essere per Sting una seconda patria. Dopo aver acquistato e venduto una villa a San Rossore vicino Pisa, egli acquista una tenuta a Figline Valdarno, alle porte di Firenze, dove con gli anni trascorrerà sempre più tempo dedicandosi in anni recenti da moderno signorotto di campagna persino alla produzione e vendita di vino e olio con un suo marchio, causando però drammatici effetti sulla sua musica.

Nel 1993 è la volta di Ten Summoner's Tale, dove gli effetti dell'imborghesimento cominciano seriamente a farsi sentire. L'iniziale singolo "If I Ever Lose My Faith In You" dà l'impressione che la magia resista: melodia accattivante, belle progressioni armoniche, una forte figura di basso e una interpretazione come ai vecchi tempi. Purtroppo ci pensa la successiva "Love Is Stronger Than Justice (The Magnificent Seven)" a togliere ogni illusione, con un patetico tentativo di produrre un ritornello da banale tema western appiccicato casualmente a strofe confuse che non si capisce dove vogliono andare a parare e un assolo finale di piano jazz anch'esso giustapposto come se fosse preso da qualche altra parte. La affascinante ballata "Fields Of Gold" restituisce una speranza, morbida e disarmante come un abbraccio femminile, ma per quanto gradevole nel resto dell'album non c'è una cosa che davvero spicchi e resti impressa. Il tutto risulta insipido, già sentito, con pochissimi spunti e senza più neanche la scusa della ricerca interiore. Forse la sola eccezione tra le altre tracce è "Seven Days", soprattutto grazie all'apertura del ritornello, peraltro con il vecchio trucco di declamare i giorni della settimana così da farne una filastrocca facile da tenere a mente. Questo disco è un po' una delusione o un risveglio, diciamo una lenta scivolata da un precario equilibrio tra melodia pop e raffinatezze jazz, reminescenze rock e sensibilità da compositore esperto. Troppo difficile rischiare un cambiamento quando si vuole e si deve accontentare comunque un pubblico divenuto ormai assai eterogeneo, per di più in maggioranza profondamente diverso dalle origini e assai più di musica leggera che rock. Il pensiero deve essere stato: meglio andare sul sicuro a costo di risultare uguali a se stessi.

Sting negli anni 90 sforna figli con la nuova compagna Trudi Styler e rilascia interviste in cui di volta in volta proclama - assai banalmente - che il rock è morto, che sta diventando sordo (un velato paragone con illustri predecessori?) e questo gli consente di cogliere nuove sonorità, che riesce far l'amore per otto (!) ore di seguito grazie al sesso tantrico, salvo specificare poi che in tale tempo sono comprese almeno sei ore di sonno ristoratore e di preparazione. Regolarmente tutto ciò ottiene grande spazio non solo sulla stampa musicale "ufficiale", ma anche in tv e sui rotocalchi più o meno scandalistici. Sting è uno dei massimi esponenti del mondo dorato delle superstar, può dunque permettersi di dire e fare tutto e il contrario di tutto. I vecchi fan assistono perplessi, approdando nel frattempo su altri lidi del rock, ovviamente per parte sua sempre vivo e vegeto.
Il declino di ispirazione si rende manifesto con Mercury Falling, del 1996, disco assolutamente privo di mordente, uno stucchevole omogeneizzato di classe su cui non c'è letteralmente niente di rilevo da segnalare.

Brand New Day del 1999 presenta come primo singolo una pessima collaborazione con il cantante raï Cheb Mami intitolata "Desert Rose", una nenia piatta, confusa e senza un senso apparente, fatta di un ritmo pop sincopato e una melodia banal-araba già strasentita. L'album è una raccolta di canzoni che non passeranno alla storia della musica, sprecate nel costante tentativo di trovare una qualsiasi cosa che suoni originale ricorrendo ora alla bossa nova, ora al gospel, ora appunto alla musica araba. Unica cosa da salvare, volendo, è la canzone che dà il titolo all'album.

Nel maggio 2000, nel mezzo dell'ennesimo tour mondiale, Sting omaggia la sua seconda città Firenze regalandole un megaconcerto gratuito al Parco delle Cascine, cui assistono oltre trentamila spettatori. Lo Sting che appare in questa occasione speciale agli occhi di chi lo ha visto live in ogni incarnazione con i Police e da solo, come il sottoscritto, è un performer impeccabile, senza alcun difetto udibile o visibile, accompagnato da un'ottima band, armato di decine di grandiose canzoni, ma così professionale da essere freddo, distaccato, quasi glaciale nella sua perfezione. I trucchi da rockstar consumata (e ruffiana, diciamocelo) si sprecano, la mente si allerta, ma le meravigliose melodie di un tempo, nell'atmosfera di una tiepida sera primaverile nel parco, fanno ogni volta sospendere il giudizio e maledire se stessi per la nostalgica debolezza del cuore. Basta sentire in giro è ci si accorge che l'impressione è comune. Da quel concerto tutti escono contenti, nessuno esce convinto e men che meno entusiasta: ormai Sting è definitivamente cambiato e non in meglio.

L'11 settembre 2001, preceduto dalle fanfare della stampa, Sting riunisce nella sua Villa Il Palagio di Figline Valdarno (Firenze) i suoi musicisti di fiducia e una ristretta selezione di illustri superstar internazionali dello spettacolo come lui per fungere da pubblico alla registrazione di uno strano album live. Il senso dell'intera operazione era allora e resta ancora oggi un mistero. Comunque sia, il piccolo gotha dello showbiz assisterà invece alle sconvolgenti immagini televisive dell'attentato alle Torri gemelle di New York, ma il "concerto" avrà luogo ugualmente alla sera. Il risultato finale si intitola All This Time ed è un prodotto senza infamia e senza lode, che sopravvive solo grazie alle vecchie canzoni e in cui si sente che la voce non è più quella di un tempo. Insieme a versioni dei pezzi per lo più non entusiasmanti, resta una musica dolce da viaggio in auto, uno dei tanti "best of" del Nostro di cui ormai si è perso il conto.

Il resto è storia recente: a parte una nuova apparizione nel 2002, dopo quella del 1993, a una delle tristi pavarottate autoincensatorie con gli altri "friends" sempre più imbolsiti che ci hanno preseguitato per anni puntuali come il Natale coi parenti (l'usanza è stata oggi finalmente soppressa), nel 2003 esce l'album Sacred Love, in cui Sting si produce nella solita brutta collaborazione stavolta con Mary J. Blige. Per quanto "brutta" appaia soggettivo e opinabile è l'unica, semplice, definizione che sorge alla mente di chi scrive. Tutto scivola via nella mediocrità: non c'è niente di sperimentale (figurarsi, è materiale patinato a uso delle radio e di Mtv), niente di melodicamente accattivante per chi era abituato fin troppo bene dalle sue composizioni (l'ispirazione è purtroppo un ricordo), niente interpretazioni sorprendenti (ormai la produzione non si prende più nessun rischio). Una domanda sorge spontanea: perché? La risposta, è anch'essa spontanea: una numerosa famiglia da mantenere (nel lusso).

Forse stanco anche lui di questo andazzo, Sting cambia completamente registro nel 2006 con Songs From The Labyrinth, dedicato addirittura a una ricostruzione storica dell'interpretazione sonora del 1600 e uscito per la prestigiosa Deutsche Grammophon. L'ex-Police, accompagnato dal celebre liutista Edin Karamazov, rielabora le composizioni di John Dowland, un autore inglese vissuto nel Seicento, in epoca Elisabettiana. Si tratta di composizioni per liuto, per lo più, inframezzate da tracce strumentali (notevole, in particolare, "The Battle Galliard") e piccoli estratti da lettere dello stesso Dowland.
Nell'insolita veste di cantore rinascimentale, quantomeno, Sting allontana da sé quell'ombra di fastidioso manierismo che macchiava le sue ultime opere. Dowland non sembra pane per i suoi denti, considerata la distanza tra la sua musicalità e la sua vocalità, ma l'incanto eterno di brani come "Can She Excuse My Wrongs" e "Come Again", tutto sommato, riesce a farlo dimenticare.

Questa digressione "eccentrica" della carriera di Sting prosegue, in qualche modo, con If On A Winter's Night, che bissa nel 2009 il sodalizio con la Deutsche Grammophon attingendo all'immaginario invernale. Ma non è il classico disco di canzoni natalizie: le quindici tracce alternano brani tradizionali e altri composti da vari musicisti, incluso lo stesso Sting. Si spazia da riferimenti letterari (la suggestiva "Christmas At Sea", tratta da un poema di Stevenson) a ritorni al Seicento, stavolta attraverso il repertorio di Henry Purcell ("Cold Song", "Now Winter Comes Slowly"). Partecipano all'operazione, tra gli altri, la violinista Kathryn Tickell, il chitarrista Dominic Miller, l'arpista Mary Macmaster e il sassofonista Kenny Garrett, che suggella "The Burning Babe" con un breve, ma graffiante assolo. E torna anche il liuto di Edin Karamazov a impreziosire la conclusiva "You Only Cross My Mind In Winter" (Bach).
In questo scenario, Sting finisce col fare praticamente la comparsa, ma se non altro svolge una dignitosa funzione di divulgatore pop di musiche antiche.

Sting è ormai un mestierante e ovviamente non si fermerà mai. Chi lo ha amato davvero prima con i Police e da solista spera ancora in un ritorno della magia che per quasi vent'anni ha accompagnato questo grande autore e musicista; date, però, le premesse recenti, a confidare nel futuro, più che per ottimisti, si rischia di passare per ingenui.

Contributi di Claudio Fabretti ("Songs From The Labyrinth", "If On A Winter's Night")

Sting

Fields of gold

di Marco Simonetti

Reduce dall'esaltante stagione reggae-rock dei Police, l'ex-maestro elementare Gordon Matthew Sumner aka Sting ha intrapreso una discontinua carriera solista. Spaziando da produzioni raffinate, ancora ispirate dalla brillantezza dei tempi d'oro, a scivolate nel pop più artefatto e convenzionale
Sting
Discografia
The Dream Of The Blue Turtles (A&M, 1985)

7

 Bring On The Night (live, A&M, 1986)

 

Nothing Like The Sun (A&M, 1987)

7

 The Soul Cages (A&M, 1991)

6,5

 Ten Summoner's Tales (A&M, 1993)

6

 Fields Of Gold (anthology, A&M, 1994)

 

 Mercury Falling (A&M, 1996)

5

 Brand New Day (A&M, 1999)

5

 All This Time (live, A&M, 2001)

6

 Sacred Love (A&M, 2003)

5

 Songs From The Labyrinth (Deutsche Grammophon, 2006) 
6
 If On A Winter's Night (Deutsche Grammophon, 2009) 
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