Suzanne Vega

Suzanne Vega

A small blue thing

di Claudio Fabretti

"Oggi sono una piccola cosa triste", cantava un tempo. Con le sue ballate intimiste ha aperto la strada a una nuova generazione di cantautrici. Nel segno di un folk-pop acustico di grande eleganza e sensibilità. Raccontiamo Suzanne Vega, anti-star del rock, attraverso le sue parole e i suoi dischi
Riservata, sobria, schiva. Suzanne Vega è un'antidiva per scelta. "Se tieni un basso profilo puoi durare più a lungo, anche se magari non finisci sui giornali". Lo dice con una punta di soddisfazione, con la consapevolezza di chi sa come sedurre il pubblico senza bisogno di stupirlo. "Il mio modello è Leonard Cohen: l'avete mai visto ubriaco o con look stravaganti? Eppure è fantastico". Parla con lo stesso garbo che mette nelle sue interpretazioni questa quarantenne "songwriter" di Santa Monica, California. "È la cantautrice più personale, forte e completa degli ultimi anni", proclamò il New York Times. Ed è stata proprio lei ad anticipare il boom del rock femminile d'oltreoceano, ad aprire la strada alla generazione di Tori Amos, Sheryl Crow, Lisa Germano, Fiona Apple, Alanis Morissette.

"Luka sono io"

La ex-ragazzina timida dei folk-club newyorkesi è diventata madre di una bambina, Ruby. E ha rivelato di essere stata lei stessa la vittima di quelle violenze narrate in una delle sue canzoni più celebri, "Luka": "Mi sono nascosta dietro questo personaggio immaginario per raccontare l'incubo della violenza sui bambini, che da piccola ho vissuto sulla mia pelle. Ebbene sì, Luka sono proprio io".

Un'infanzia difficile per molti aspetti, quella di Suzanne Vega. Ha nove anni quando scopre che lo scrittore portoricano Ed Vega, con cui vive insieme alla madre a New York è solo il padre adottivo. "È stato uno shock, ho dovuto riesaminare la mia identità: mi piaceva l'idea di essere per metà portoricana, e invece, improvvisamente, scoprivo di essere bianca al cento per cento". Nella Grande Mela, Suzanne respira un'atmosfera multiculturale: frequenta la comunità ispanica, ascolta musica sudamericana e studia danza alla High School of performing arts. Poi si laurea in inglese alla Columbia University. La passione per la musica - che coltiva scrivendo canzoni fin dall'età di quattordici anni - la indirizza verso il circuito folk del Greenwich Village. E sarà un concerto di Lou Reed nel 1979 a folgorarla sulla strada del rock: "Era la prima volta che vedevo un artista affrontare con coraggio temi come la violenza e la disperazione. Capii che avrei potuto scrivere canzoni sugli esclusi, sulla gente della strada, che sarei potuta diventare una folksinger". Ed è poprio con testi minimalisti, innestati su delicate trame sonore, che Suzanne si presenta alle prime audizioni".

"Era orribile - racconta -. Capiva di suonare davanti a un tizio che mangiava una bistecca di maiale e beveva birra, e alla fine ti diceva: "No grazie". Ma quella ragazzina con la chitarra, che sogna di seguire le orme di Bob Dylan, conquista Nancy Jeffries della A&M. "Può vendere trentamila copie", è la scettica previsione dei discografici. Ne venderà più di un milione con il suo album d'esordio Suzanne Vega. Lo stile è molto personale: voce tenue, spesso sussurrata, frasi brevi: "Ho avuto l'asma per molto tempo, non potevo respirare e tenere le note lunghe", rivelerà poi.

Una foto di Marlene

Le canzoni sono poesie intimiste, svelano il lato oscuro dell'amore, le piccole malinconie quotidiane. "Oggi mi sento una piccola cosa triste/ come un marmo/ come un occhio.../ Sono persa dentro la tua tasca/ sono persa contro le tue dita", canta in "Small blue thing", una delle sue confessioni più struggenti. Scatta inevitabile una domanda un po' impertinente: ti senti ancora "a small blue thing", Suzanne? Lei ride, poi replica pacatamente: "Solo qualche volta. Il fatto è che la tristezza mi spinge di più a scrivere. Quando sono allegra, invece, preferisco andare a ballare o fare shopping".
Il primo, fortunato singolo è "Marlene On The Wall", intensa ballata ispirata non dal Muro di Berlino, come le chiedo incautamente, ma da un "more anonymous wall", come corregge lei, ovvero il muro della sua camera da letto, dove Suzanne teneva appesa una foto di Marlene Dietrich.

Il successo è bissato due anni dopo da Solitude Standing, il secondo album che vende tre milioni di copie sull'onda del successo di "Luka", vibrante denuncia delle violenze sui bambini. Una battaglia che la cantautrice di Santa Monica ha condotto anche sotto le insegne di Amnesty International, partecipando a concerti di beneficenza per l'infanzia. "Oggi qualcosa è cambiato nella mentalità delle persone - osserva -. Chi commette abusi, e anche i poliziotti che fanno finta di non vedere, rischiano molto di più. Luka si rivolgeva ai vicini di casa proprio perché volevo puntare il dito contro l'indifferenza della gente". Il brano diventa "canzone dell'anno" negli Stati Uniti e, in Italia, viene tradotto in una cover di Paola Turci.

Suzanne Vega può dunque guardarsi indietro e scorrere la sua carriera attraverso i suoi tanti successi, racchiusi nell'antologia Tried and True. E può dire di aver realizzato il suo sogno di scrittrice. Le edizioni Minimum Fax, infatti, hanno pubblicato "Solitude Standing", la traduzione di "The Passionate Eye", un libro di racconti, poesie e canzoni inedite della cantautrice tradotto da Valerio Piccolo.
Buddhista da diversi anni, dice di non partecipare più ai riti come un tempo: "Ma a casa tengo ancora il mio piccolo altare; l'unico problema è che ora tra la vasca dell'incenso e le candele ci sono i pupazzetti dei sette nani di Ruby...".
La vita mondana di New York non l'attira: "Niente feste, frequento poca gente. L'altro giorno però ho visto Lou Reed, è sempre un tipo divertente". E della Grande Mela dice: "È diventata una città piena di rabbia e di violenza, mi fa soffrire; ma la vita culturale è sempre molto stimolante". Ora, già pensa a un nuovo disco: "Sarà un ritorno alle atmosfere acustiche. Per ora ho solo idee abbozzate. In genere, quando compongo, il ritmo mi viene spontaneo. Sulla melodia, invece, devo lavorare molto".

Una carovana di cantautrici

Nel frattempo arrivano fortunati concerti in America e in Europa, aperti sempre da "Tom's diner", canzone "a cappella" su un noto ristorante di Broadway, che verrà poi riarrangiata in chiave rap dagli inglesi Dna. Poi usciranno Days Of Open Hand, in tono minore, e 99.9 F, con la splendida ballata "In Liverpool", "la città di uno dei miei primi ragazzi". La base acustica si arricchisce con spunti pop-rock e perfino industrial. E tra i Nine Objects of Desire del successivo lavoro, ci sono pure due passioni adolescenziali mai sopite: bossa nova e jazz. Un repertorio che Vega porta in giro per l'America con la carovana di "Lilith Fair", il primo tour tutto al femminile della storia del rock: "Non pensavamo di avere tanto successo, è stato fantastico. Merito soprattutto dell'organizzatrice, Sarah McLachlan (nota folksinger statunitense, ndr) che ha creato un clima accogliente e ha avuto l'intuizione di destinare in beneficenza parte degli incassi per sostenere i diritti delle donne".
Nonostante il successo, però, il personaggio-Vega resta sempre un'incognita. Nessun pettegolezzo, nessuna stravaganza ha mai toccato la vita di questa rockstar sui generis. "Eppure la mia vita è molto strana - rivela con un pizzico d'orgoglio - solo che nessuno lo sa. Sono riservata, ma non timida, e mi sento una scrittrice più che una rockstar".
Già, scrivere canzoni, è questa la sua vera passione: "Molte volte nascono come sogni, le buttò giù senza pensarci. E dopo capita che non riesco più a capire che cosa volevo dire".

Prodotto da Rupert Hine, già al fianco di Tina Turner, Songs In Red And Gray (2001) tenta di riportare Suzanne Vega alle sue radici di folksinger con una manciata di canzoni sobrie e riflessive: "Sono pezzi acustici con testi molto enfatici. Ricordano lo stile dei miei primi dischi, ma sono più diretti, più personali, più emotivi", ha spiegato la cantautrice di Santa Monica. Il titolo dell'album fonde opposti estremi: "Il rosso simboleggia la passione, il cuore; il grigio la ragione. Il rosso richiama la giovinezza, il grigio la maturità". E le tredici tracce attraversano stati d'animo contrastanti: malinconia, speranza, angoscia, rabbia.
Si passa così dal doloroso senso di perdita di "Harbor Song" e "Widow's Walk" al j'accuse orgoglioso di "Machine Ballerina", dai cupi tormenti di "Soap And Water" e "Penitent" alla grazia innocente di "Priscilla". La conclusiva, struggente ballata di "St. Claire" è forse il momento più alto dell'intera opera. Ma l'esito è, nel complesso, piuttosto fiacco. Il songwriting di Suzanne Vega sa essere ancora raffinato ed elegante, ma è venuta meno completamente l'anima più "inquieta" della sua musica.
Il suono di Songs In Red And Gray, di conseguenza, è un pop gentile ed edulcorato, pulito e innocuo, esile e, in definitiva, sterile. Gli ammiccamenti modernisti, forniti da sintetizzatori e pulsazioni ritmiche elettroniche, incapaci di innestare emozioni, non fanno che aggiungere confusione e disorientamento.

Suzanne attraversa anche una difficile fase della sua vita sentimentale, con il divorzio dal suo ex-produttore, Mitchell Froom: "Era sempre in giro per lavoro, non riuscivamo più a tenere in piedi il nostro rapporto. È triste, ma la carriera ha contato più degli affetti - ammette -. Ma sono pochi i brani dell'album che raccontano di Mitchell". Tra le note, però, le emozioni sono palpabili: "Spero che le donne che stanno affrontando un divorzio troveranno un sollievo nell'ascoltare queste canzoni: nonostante i temi trattati, non sono malinconiche".

Nel frattempo, nel 2003, esce l'antologia Retrospective: The Best of Suzanne Vega (la versione inglese include un bonus cd, quella deluxe della serie "Sound & Vision" ha un Dvd con alcuni suoi videoclip e un cd aggiuntivo con ben venti canzoni).

A otto anni dall'ultimo, deludente album in studio, Suzanne Vega torna con Beauty & Crime (2007) suggellando l'avvio del nuovo sodalizio con la Blue Note Records. È "un mosaico di piccole storie su New York basate su racconti che mi sono stati fatti o su cose che ho visto o percepito", racconta la stessa cantautrice. Insomma, il suo "New York Stories" o il suo "Night And Day", volendo prendere a paragone due straordinari cantori della "newyorkesità" come Woody Allen e Joe Jackson.
Pur così distante, ormai, dai modelli di front-girl in voga negli anni Duemila, l'antidiva americana riesce ancora a sedurre con le sue confessioni in punta di voce, come nella sinuosa bossanova di "Pornographer's Dream", che immortala una inafferrabile musa sexy ("Lei è il sogno di un pornografo, disse/so cosa intendeva/ma mi fece immaginare: che genere di sogno potrebbe fare, che non sia ancora stato consumato?").
Non mancano i consueti bozzetti autobiografici, sempre sentiti e sinceri, come l'intensa "Ludlow Street" (in memoria del fratello Tim, graphic designer scomparso a trentasette anni), in cui il suo pop acustico si tinge di sfumature jazzy, o ancora la dolcissima ninnananna "As You Are Now", dedicata alla figlia Ruby, e le affettuose confidenze al nuovo marito in "Bound" ("Tutte queste parole/ come tesoro/ e angelo e caro/ affollano la mia bocca/ sulla strada al tuo orecchio"). Sono piccole perle d'artigianato pop, tutt'altro che trascendentali, ma sempre dotate di quell'eleganza che non è mai venuta meno, anche nei momenti più opachi.
C'è poi l'omaggio alla Grande Mela, tratteggiato attraverso ritratti sensuali ("New York Is A Woman") o squarci di desolazione post-11 Settembre ("Angel's Doorway", che immortala un poliziotto con i vestiti avvolti in "una nuvola di polvere, sporcizia e distruzione"). Con una galleria di personaggi, reali e presenti come l'amico writer newyorkese di "Zephyr And I", oppure appartenenti a un passato mitico, come la scrittrice Edith Warton, celebrata in punta di fingerpicking su "Edith Wharton's Figurines", e come gli amanti Ava Gardner e Frank Sinatra, cui è dedicato il dialogo apocrifo di "Frank & Ava", dall'hook accattivante e dal testo irriverente ("On the way to the bidet / Is when the trouble used to start").

Tutto molto garbato ed educato, ma senza particolari sussulti. Anche il contributo di potenzialmente disturbante di Lee Ranaldo (Sonic Youth) viene anestetizzato in questa elegante cornice di una New York in bianco e nero, dove il ritmo si alza di rado ("Unbound", "Zephyr And I"), ma senza mai farci sobbalzare. Suzanne Vega si conferma artista sensibile e di classe, ma senza più la grazia melodica di quando raccontava di Marlene, Luka e Liverpool, sentendosi sempre una "small blue thing".

Nel 2010 la cantautrice rilegge acusticamente la sua carriera nella collana dei quattro Close-Up, collezioni tematiche che pescano dai suoi sette album: Love Songs (2010), People & Places (2010), States Of Being (2011) e Songs Of Family (2012).
E' il preludio al suo ottavo Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles (2014), primo albo in sette anni, il disco della ripartenza rimpinzato di ospiti illustri, ma appensatito da un eclettismo superficiale e narciso ("Fool's Complaint", "Jacob And The Angel", persino un grunge in "I Never Wear White" e un campionamento hip-hop in "Don't Uncorck"), che cerca più che altro consensi facili nelle nuove generazioni.

Il debutto a teatro con "Carson McCullers Talks About Love" (2011), con cui Vega omaggia la scrittrice statunitense di cui condivide l'indole delle emozioni nascoste e amplificate nel quotidiano, si trasforma in Lover Beloved: Songs From An Evening With Carson McCullers (2016), di nuovo in collaborazione con quel Duncan Sheik che già l'aveva aiutata alla realizzazione della pièce. A parte un vintage swing che riproduce oleograficamente il clima musicale coevo alla McCullers, vi sono alcune delle migliori canzoni di Vega in quasi un decennio: la pianistica “Annemarie”, due gioiellini di sensualità, “Lover, Beloved”, e introspezione, “Carson’s Last Supper”, e soprattutto “12 Mortal Men”, tour-de-force vocale persino acrobatico per i suoi standard tenui.

Suzanne Vega

A small blue thing

di Claudio Fabretti

"Oggi sono una piccola cosa triste", cantava un tempo. Con le sue ballate intimiste ha aperto la strada a una nuova generazione di cantautrici. Nel segno di un folk-pop acustico di grande eleganza e sensibilità. Raccontiamo Suzanne Vega, anti-star del rock, attraverso le sue parole e i suoi dischi
Suzanne Vega
Discografia
Suzanne Vega (A&M, 1985)

8,5

Solitude Standing (A&M, 1987)

7,5

 Days Of Open Hand (A&M, 1990)

5

 99.9 Fo (A&M, 1992)

6,5

 Nine Objects of Desire (A&M, 1996)

6

 Tried And True (antologia, A&M, 1998)

 

 Songs In Red And Gray (A&M, 2001)

5

Retrospective: The Best Of Suzanne Vega (antologia, A&M, 2003)

 

 Beauty & Crime (Blue Note, 2007)

5

 Close-Up Vol. 1 - Love Songs (Amanuensis Procution, 2010)

 4

 Close-Up Vol. 2 - People & Places (Cooking Vinyl, 2010)

 4

 Close-Up Vol. 3 - States Of Being (Cooking Vinyl, 2011)

 4

 Close-Up Vol. 4 - Songs Of Family (Cooking Vinyl, 2012)

 4

 Tales From The Real Of The Queen Of Pentacles (Cooking Vinyl, 2014)

4,5

 Lover Beloved: Songs From An Evening With Carson McCullers (Amanuensis Productions, 2016)

6

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Recensioni

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(2016 - Amanuensis Productions)
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(2014 - Cooking Vinyl)
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Songs In Red And Gray

(2001 - Universal)

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(1985 - A&M)
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