Tom Petty

Tom Petty

Runnin' down a dream

di Claudio Fabretti

Capelli al vento e chitarra in spalla, Tom Petty ha incarnato la figura del rocker senza macchia, paladino dei perdenti e dei cuori infranti. Ma nella sua lunga carriera, il southern man di Gaines ha svelato anche una sorprendente sensibilità pop. Ripercorriamo la saga di questo atipico eroe americano

È una storia americana, quella di Thomas Earl Petty. Con tutti gli ingredienti del caso: la favola del ragazzino che incontra il mito, il sogno, il self-made man, la gloria, l'epica polverosa ed eroica del rock'n'roll. Eppure, c'è anche qualcosa che ce la rende meravigliosamente diversa, eterodossa, per certi versi unica. Perché il personaggio, pur apparentemente monolitico nella sua fedeltà al modello del rocker proletario e moralmente integro, rivela invece tutta una serie di sfumature, se non contraddizioni, che lo allontanano dal cliché. A cominciare da quell'autoironia pungente che gli ha sempre permesso di svolazzare liberamente tra liriche sardoniche e contaminazioni sonore azzardate, pur nel rispetto di una coerenza musicale di fondo. Un Clint Eastwood con la geniale irriverenza d'un Ric Ocasek. Un cappellaio matto del rock col cilindro pieno di melodie pop e jangle assassini. Niente a che vedere con la retorica di Bruce Springsteen, cui viene spesso impropriamente accostato. Ma non molto ha a che fare neppure col maestro Dylan, cui tanti indizi inevitabilmente lo avvicinano. Quasi un outsider, verrebbe da pensare, se non avesse venduto decine di milioni di dischi.
Come ogni storia americana insegna, però, è l'inizio che spiega tutto. E l'inizio è nella Florida paludosa di Gainsville, dove il 20 ottobre 1950 nasce il futuro Heartbreaker.

Avevo 8 anni quando vidi per la prima volta Elvis, sul set di "Follow That Dream", in Florida. Rimasi affascinato e decisi di vendere la mia fionda in cambio di un box con i suoi 45 giri.
(Tom Petty)

When Elvis came to town

Tom PettyIl prologo sembra la sceneggiatura di un film hollywoodiano: il piccolo Tom, nato il 20 ottobre 1950, trascorre un'infanzia tranquilla nella provincia sudista di Gainesville, finché, a 8 anni, incontra il messia Elvis che lo folgora sulla strada del rock, cambiandogli per sempre la vita.
È il 1961 quando Presley giunge in Florida per le riprese del suo nono film, "Follow That Dream". Lo zio di Tom, che lavora sul set, invita il nipote ad assistere a qualche ciak nella vicina Ocala. Per Tom è un'illuminazione. Resta affascinato dal carisma del Re del rock 'n' roll e decide finanche di vendere la sua fionda in cambio di un box con i 45 giri di Elvis. Ormai è deciso: da grande farà il cantante. Sessant'anni dopo, quella mitica apparizione di Presley in Florida ispirerà anche un musical, "When Elvis Came To Town".

Tom Petty, biondissimo mezzosangue seminole, imbraccia la prima chitarra a 11 anni. Appena diciassettenne, lascia la scuola per dedicarsi a tempo pieno alle sue prime band: i Sundowners, poi gli Epics, e quindi i Mudcrutch, che, sognando di essere i Beatles al Cavern Club di Liverpool, diventano la band del Dub's Diner nella loro piccola Gainesville. Tenteranno di fare fortuna anche in California, ma si dissolveranno presto, lasciandosi alle spalle un singolo, "Depot Street" (1975), che passerà praticamente inosservato. Due dei componenti dei Mudcrutch, però, seguiranno Petty nei futuri Heartbreakers: il chitarrista Mike Campbell e il tastierista Benmont Tench. Nel frattempo Tom fa esperienza anche a Tulsa (Oklahoma) partecipando con Al Cooper e John Sebastian alle session di un album di Leon Russell che però non verrà mai pubblicato.

Gone Hollywood

E se la storia è un film, il suo scenario naturale non può non essere Hollywood, California. È qui che Tom Petty si trasferisce e mette radici. Per giocare la sua scommessa vincente: gli Heartbreakers. La band che lo trascinerà al successo nasce nel 1976, attorno a questa cruciale line-up: Mike Campbell (chitarra solista), Benmont Tench (piano, organo, harmonium e voce), Ron Blair (basso e voce) e Stan Lynch (batteria e voce). L'amicizia con Denny Cordell, titolare della Shelter Records insieme proprio a Russell, frutta loro un ingaggio e la chance di registrare un disco negli studios dell'etichetta, in quel di Hollywood.

Oh yeah, all right
Take it easy baby
Make it last all night
She was an American girl
("American Girl)

Tom Petty and the HeartbreakersEd è così che nacque il Petty-sound. Un mirabolante cocktail di southern rock, beat inglese (Beatles, Who), arpeggi byrdsiani e pop d'elite le cui bollicine iniziano a frizzare sin dall'album d'esordio, Tom Petty & The Heartbreakers (1976), griffato in copertina dal suo inconfondibile marchio: un cuore infilzato da una chitarra.
Incurante dei nuovi fermenti punk e new wave che scuotono gli States, Tom guarda indietro, alla fiera tradizione del rock, senza vergognarsi di suonare demodé. Giubbotto nero di pelle e sguardo sornione, si fa ritrarre in copertina come un novello Elvis, pronto a infrangere cuori a suon di riff infuocati e ritornelli mozzafiato. A cominciare da quelli dello strepitoso singolo "American Girl", uno scalpitante rock'n'roll à-la Byrds con cambi di tempo, coretti e chitarre tintinnanti a corredo: Petty canta con un registro nasale da tutti accostato a quelli di Bob Dylan e Roger McGuinn, ma non meno peculiare, con quell'inflessione strascicata e sottilmente nevrotica. L'unico legame con il coevo punk dei Ramones sta nell'immediatezza e nel recupero delle radici più pure del rock dei Sixties, anche nel testo, quasi un'ode all'adolescenza e al divertimento, con quel refrain liberatorio: "Oh yeah, all right/ Take it easy baby/ Make it last all night/ She was an American girl". Quando trentacinque anni dopo l'ultraconservatrice repubblicana Michelle Bachmann tenterà, con improvvida mossa, di sfruttare "American Girl" per la sua campagna elettorale, il democratico Petty, che l'aveva invece già concessa in passato a Hillary Clinton, andrà su tutte le furie, lanciando strali e minacciando denunce.
Ma non è solo il primo di una lunga serie di hit, a brillare in Tom Petty & The Heartbreakers. L'iniziale "Rockin' Around", scritta da Campbell, è un arrembante rockabilly nello stile degli Who, omaggiati (nel titolo) anche nella nostalgica "Fooled Again (I Don't Like It)", più vicina, invece, a certe ruvidezze Stones; "Anything That's Rock'n'Roll", con la sua dinamica forsennata, è il massimo grado di avvicinamento al punk; la più morbida "Breakdown" suona quasi steelydaniana nel suo sinuoso incedere bluesy attorno ai riff discendenti della Rickenbacker di Campbell e ai colpi dell'organo di Tench, con cori soffusi West Coast sullo sfondo; "Hometown Blues" è esattamente ciò che promette: un ritorno alle sorgenti più pure del blues, con una melodia tanto semplice quanto ammaliante.
Gli episodi più "atmosferici", infine, svelano le potenzialità del Petty balladeer che tanto emergeranno negli anni a venire: "The Wild One, Forever", con i suoi nitidi arpeggi di chitarra acustica elettrificata, la para-psichedelica "Luna", dominata dall'organo sinistro di Tench, e la crepuscolare "Mystery Man", illanguidita dalle slide country.
Anche i testi colpiscono per il loro immaginario nostalgico, sospeso tra sogno e realtà, speranza e disincanto. Ma l'album non scalda più di tanto il pubblico americano e il gruppo deve aspettare il tour britannico di supporto a Nils Lofgren (chitarrista di Young e Springsteen) per farsi conoscere meglio, almeno oltremanica, dove il disco scala la Top 30. Sull'onda di questo successo la Shelter tenta di rilanciarli anche in patria, questa volta con esiti migliori: il secondo singolo "Breakdown" entra nella Top 40, mentre "American Girl" spopola nelle radio Fm.

Eravamo troppo hard per gli amanti del mainstream e troppo soft per i punk.
(Tom Petty)

Quando esce You're Gonna Get It! (1978), insomma, il rubacuori con la Rickenbacker a tracolla ha già sedotto il pubblico americano, che vede in lui un possibile "nuovo Dylan" dai modi educati e dal gusto melodico raffinato. Un feeling che consentirà all'album di varcare la soglia della Top 40 Usa. Eppure, Petty percepisce il suo essere "fuori dal tempo" rispetto alle tendenze del periodo: "Eravamo troppo hard per gli amanti del mainstream e troppo soft per i punk", riconoscerà. Fatto sta che i singoli estratti dall'album - la tenera ballata byrdsiana di "Listen To Her Heart" e lo scalmanato rock'n'roll di "I Need To Know" - non ripetono il successo di "Breakdown".
Il disco suona leggermente più elettrico del predecessore (forse per questo alcuni stranamente lo catalogheranno alla voce "new wave"), ma ne ripropone buona parte delle intuizioni. La band è sempre una implacabile macchina da guerra. E Petty si conferma entertainer di razza, vestendo i panni dell'amante deluso nella melodrammatica "Magnolia" ("Well her lips were as warm/ As that wet southern night/ Her eyes were as black as the sky... Then she took hold my hand/ As she looked up at me/ And said now I must tell you goodbye") e nella "vendicativa" title track ("I don't want you no more/ I ain't gonna give any more than you give to me/...  Can't try any harder than you tried for me/ You're gonna get it babe/ I should quit it babe but you look so good"), o inginocchiandosi di fronte a un'insaziabile femme fatale nella torrenziale "Too Much Ain't Enough" ("I'm tryin' to make this easy baby/ You seem to like things rough/ You just can't be satisfied/ Too much ain't enough... Come on baby I'm down on my knees/ Guess some little girls just can't be pleased").
Una nuova galleria di cuori infranti, perdenti e sognatori, per un album di transizione, in cui Petty comunque affina ulteriormente il suo stile, senza riuscire tuttavia a piazzare quei colpi da ko che lo renderanno celebre.

La gestazione del terzo disco è molto più travagliata. La Shelter fallisce, la Abc Records tenta di trasferire il contratto alla Mca e si apre una causa per la proprietà dei diritti delle nuove canzoni. A finanziare le spese legali sarà una nuova tournée, chiamata proprio "Lawsuite Tour". Ma niente potrà fermare l'ascesa di un gruppo in procinto di compiere il salto definitivo nella celebrità.

Everybody has to fight to be free, you see
You don't have to live like a refugee
("Refugee")

Rifugiati di successo

Tom PettyEdito dalla nuova etichetta Backstreet Records e prodotto da un (futuro) guru come Jimmy Iovine (già reduce comunque dall'esperienza al fianco di Springsteen in "Born To Run"), Damn The Torpedoes (1979) è il trampolino per la stardom. Si isserà addirittura il 2º posto nella classifica di Billboard, stazionandovi per sette settimane dietro a "The Wall" dei Pink Floyd, e conquisterà negli Usa il triplo platino con oltre tre milioni di copie vendute. Merito anche di un pugno di singoli da urlo, a cominciare dalla splendida "Refugee", destinata a diventare uno dei suoi classici: un'orgogliosa love-song, ma, a volerla leggere diversamente, anche il manifesto di un rocker indomito ("tutti hanno dovuto conquistarsi la propria libertà/ per non dover vivere come rifugiati") in un'era dominata da altre mode e altri interessi commerciali: un tono rabbioso che lo stesso Petty motiva con il risentimento nei confronti del music business, maturato durante la causa con la Abc/Mca. Il brano è uno di quegli instant classic implacabili: un'epica cavalcata chitarristica inframezzata dal soffio vibrante dell'organo, su cui si erge l'invocazione appassionata di Petty. L'r'n'b caracollante di "Don't Do Me Like That" nasconde tra volute d'hammond e un ritornello catchy l'ennesima ferita d'amore, mentre nostalgiche atmosfere sixties e un magistrale parlato fanno decollare l'altra hit, "Here Comes My Girl", una nuova serenata strappacuore imbevuta di semplici e nobili sentimenti ("And then she looks me in the eye, says, we gonna last forever/ And man, you know I cant begin to doubt it... Here comes my girl/ Yeah, she looks so right, she's all I need tonight"). Umori che Petty riesce a evocare anche imbastendo quelle rock-ballad atmosferiche di cui è maestro ("You Tell Me"), senza timore di rifarsi anche alla gloriosa (ma in quegli anni sputtanatissima) tradizione del country-rock à-la Eagles e Creedence Clearwater Revival (la tenera "Louisiana Rain").
Ma, come si diceva, domina un senso di orgogliosa riscossa, che infiamma rock'n'roll sudisti come "Century City", con la slide sugli scudi, e si sublima in quell'inno a suon di jangle ch'è "Even The Losers": "Anche i perdenti hanno fortuna qualche volta", è il personale fanculo di Petty al mondo. "Lo suono ancora oggi e ogni sera ci sono sempre migliaia di persone che lo aspettano e lo cantano, perché parla di loro", racconterà.
L'intero album, che alterna pezzi inediti a rivisitazioni dall'era Mudcrutch, è un miracolo di equilibrio e misura. Perfetto fin dal titolo, che rievoca la storica frase ("al diavolo le mine!") pronunciata dall'ammiraglio David Glasgow Farragut nella battaglia di Mobile Bay, nel corso della guerra di Secessione. Una prodigiosa resurrezione di quel "classic-rock" dato ormai per morto e sepolto dalle nuove generazioni punk e new wave. Forse anche per questo la critica d'oltreoceano lo esalterà, affidandogli - come scrive Bertoncelli - il futuro della canzone d'autore americana. Paradossale, per un autore che ha sempre rivolto lo sguardo al passato.

Ma il successo di Damn The Torpedoes è anche la meritata consacrazione per una band, The Heartbreakers, che si conferma disco dopo disco uno dei più dirompenti ensemble rock di sempre, con quel suo impasto di luminosi jangle e brucianti assoli chitarristici (Campbell), tappeti d'organo e tastiere (Tench) e una solidissima sezione ritmica (Lynch e Blair). Una macchina schiacciasassi paragonabile per potenza e affiatamento alla E Street Band di Springsteen. Ma le similitudini con il Boss, tanto alimentate dalla critica di quegli anni, finiscono qui. Non c'è in Petty il richiamo al soul Motown e alla lezione di Van Morrison, né quella ruvida irruenza chitarristica (il tratto distintivo della Rickenbacker a dodici corde rende il sound degli Heartbreakers più squillante e luminoso), diverso è l'uso di fiati e tastiere, ma soprattutto a dividerli è l'approccio: più consono ai canoni del rocker classico quello di Springsteen, più, per certi versi, eclettico (verrebbe da dire quasi "avanguardista") quello di Petty, con i suoi ammiccamenti al beat, al pop e all'Adult Oriented Rock più sofisticato. Un eclettismo al quale l'Heartbreaker di Gaines unisce una personalità fiera e indipendente, che lo spingerà a ingaggiare un nuovo duello con l'industria musicale, questa volta per il prezzo d'uscita del nuovo disco, il primo del nuovo decennio.

Tom Petty - Stevie NicksAlla fine la spunta Petty: Hard Promises (1981) nei negozi costerà un dollaro in meno rispetto al volere della major, ma ne varrà la pena. Perché il nuovo album si installa senza difficoltà nella Top 10 americana e la tournée di supporto è un trionfo.
La novità principale è l'ingresso prepotente di Stevie Nicks nella vita di Tom Petty: con l'affascinante chanteuse dei Fleetwood Mac inizierà una lunga e tormentata relazione artistica e sentimentale, di cui il duetto accorato di "Insider" è solo l'antipasto.
Impreziosito dalla grazia byrdsiana del singolo "The Waiting" e dal guizzo melodico della soffusa "A Woman In Love" (ennesima prodezza di Campbell alla chitarra), l'album fatica, tuttavia, a ritrovare la verve e la continuità del predecessore. L'altra guitar-ballad di "The Criminal Kind" si rifugia nel mestiere, giocando soprattutto sul cantato pungente e ironico di Petty, le nuove scorribande rock di "Kings Road" e "A Thing About You" non graffiano, mentre il folk-rock di "Something Big" occhieggia scopertamente a Dylan (anche nel cantato). Anche il numero della serenata da cuori infranti ("Letting You Go") stavolta non incanta, tra tastiere leziose e liriche prevedibili ("I always knew, one day you'd come around/ Now I wonder if dreams are just dreams"). Meglio, semmai, la conclusiva "You Can Still Change Your Mind", ballatona vecchio stampo di quelle che i Cars affidavano alla voce felpata di Benjamin Orr.
Finisce così che il (potenziale) vertice dell'album è quella struggente "Stop Draggin' My Heart Around" che invece Petty esclude dalla scaletta, donandola generosamente a Stevie Nicks per il suo debutto solista ("Bella Donna", 1981).
Ma per Petty è comunque un momento d'oro, che lo vede anche alla consolle per "Drop Down And Get Me" di Del Shannon, uno dei cantanti che hanno segnato la sua adolescenza. Un altro, John Lennon, avrebbe dovuto assistere alle session di Hard Promises, ma la mano assassina di Mark David Chapman giungerà prima, spezzando la vita dell'ex-Beatle la sera dell'8 dicembre 1980 a New York. Petty deciderà così di aggiungere una iscrizione-omaggio a Lennon, "We Love You JL" sulle copie in vinile del disco.

You got lucky, babe...
When I found you
("You Got Lucky")

Per il successivo capitolo della saga Heartbreakers, Long After Dark (1982), Howard Epstein prende il posto di Rob Blair al basso, contribuendo anche in modo rilevante ai vocals. Lo stato di grazia di Petty è confermato dal singolo-prodigio "You Got Lucky", commovente rock ballad in cui ogni tassello si incastona alla perfezione: l'intro con i synth singhiozzanti a dettare il ritmo, l'ingresso della voce dolente di Petty, i ricami languidi della chitarra, l'epicità del ritornello in coro. Con un testo sfrontato, a mo' di avvertimento: "You better watch what you say/ You better watch what you do to me... Good love is hard to find/ You got lucky, babe... When I found you". Spopolerà in classifica (n. 20 nella Billboard Hot 100 e n. 1 nella Billboard Top Tracks) anche grazie al primo di una lunga serie di geniali videoclip che faranno la fortuna di Mtv. È il piatto forte del disco, insieme all'altra ballata crepuscolare di "Straight Into Darkness", un salto nell'oscurità con la sola forza evocativa di tastiere, piano e chitarre, che cesellano frasi struggenti su cui si erge un'altra magistrale interpretazione di Petty.
È un album più levigato, in linea con la tradizione del rock da Fm a stelle e strisce, a cominciare dal refrain radioso dell'ouverture "One Story Town", cadenzata sulle corde di scampanellanti chitarre byrdsiane. Il Petty-sound è diventato ormai un marchio collaudato: prendete "Deliver Me", col suo impasto di piano e chitarre a incorniciare un nuovo inno al conflitto tra ragione e sentimento ("Every woman and every man/ Knows the feeling so well/ Those times when the heart just can't understand/ The times when you never can tell"), oppure la sincopata "We Stand A Chance", sospinta da un secco riff chitarristico e dall'handclapping, o ancora la primordiale naturalezza rock'n'roll di "Change Of Heart" e "Between Two Worlds".
Altrove, però, si ha l'impressione che questa macchina da guerra giri a vuoto in assenza di ritornelli all'altezza ("Finding Out", "The Same Old You"), finendo con l'impantanarsi del tutto nella melassa finale di "A Wasted Life".
In ogni caso, un altro album più che sufficiente, che consolida una griffe che pare ormai inossidabile nel firmamento rock per quanto ostinatamente controcorrente.

Petty nel frattempo dà man forte ai nascenti Lone Justice per il loro esplosivo album d'esordio omonimo, prodotto dallo stesso Iovine, firmando un grande brano ("Ways To Be Wicked") e lasciando alla corte della meravigliosa Maria McKee il di lei neo-fidanzato Benmont Tench e Mike Campbell, praticamente l'asse portante degli Heartbreakers.

I was born a rebel
Down in Dixie on a Sunday morning
Yeah with one foot in the grave
And one foot on the pedal
("Rebels")

Tom in Wonderland

Tom PettyPer il successivo album degli Heartbreakers, tuttavia, Petty si prende una pausa più lunga del solito, complice anche una frattura alla mano sinistra causata - a quanto si racconta - da un pugno a una parete scagliato in un momento di frustrazione in studio. Si riduce così anche il numero di brani nella scaletta finale di Southern Accents (1985), in cui il fido Jimmy Iovine viene affiancato in cabina di regia da Robbie Robertson (The Band). La novità principale, però, è la collaborazione con Dave Stewart degli Eurythmics, che imprime al suo sound tinte più elettroniche e sperimentali, a cominciare dal fortunatissimo singolo "Don't Come Around Here No More", reso celebre anche dal memorabile videoclip con Petty nei panni del Cappellaio Matto in un grottesco "Alice nel Paese delle Meraviglie" che finisce con la protagonista trasformata in torta, fatta a pezzettini e divorata dagli astanti. Ma non meno stupefacente del video è la struttura musicale del pezzo, una miniera di trovate geniali: dal cantato svogliato di Petty ai droni asincronici dei synth, dalla batteria squadrata alle chitarre trattate con un harpsichord-device per simulare un sitar, dagli arrangiamenti vocali stranianti alla clamorosa accelerazione rock finale, con basso al galoppo e chitarre martoriate a suon di wah-wah. Sicuramente la mano "elettronica" di Stewart si avverte e forse i puristi del primo Petty-sound storceranno il naso, ma sul fatto che si tratti di uno dei suoi capolavori non possono sorgere dubbi.
La peculiarità del disco, però, è proprio la coesistenza tra episodi più sperimentali e altri più tradizionali, al punto che inizialmente Petty aveva pensato addirittura a un doppio, così rigidamente ripartito. Alla fine, invece, sono proprio l'eterogeneità e i continui cambi di registro a rendere più piacevole l'ascolto di queste nove tracce, fin dall'iniziale "Rebels", uno dei classici inni del Rubacuori, intriso di un'epica da working-class hero, con "un piede nella tomba e l'altro sul pedale" ("I was born a rebel/ Down in Dixie on a Sunday morning/ Yeah with one foot in the grave/ And one foot on the pedal"). Atmosfere rockeggianti in bilico tra Dylan e Stones che tornano nell'altra polverosa scorribanda on the road di "Dogs On The Run", sorta di parabola morale su povertà e ricchezza, con i soliti Heartbreakers al fulmicotone.
Ma l'apoteosi dell'orgoglio sudista è la ballata-manifesto della title track: ripreso in mano il microfono con tutta la fierezza e la vulnerabilità che gli sono proprie, Petty intona una commossa ode alle sue radici su un morbido tappeto di piano e archi: "There's a southern accent, where I come from/ The young 'uns call it country/ The yankees call it dumb/ I got my own way of talkin'/ But everything is done/ with a southern accent/ where I come from". Una canzone d'intensità younghiana: è la sua "Southern Man".
I fiati soul, i beat elettronici e il piano avant di "It Ain't Nothin' To Me" rappresentano invece quanto di più ardito e distante dalle sue sonorità Petty abbia mai realizzato fino a quel momento. Ma non mancano altri episodi spiazzanti, dalla black music vibrante di "Make It Better (Forget About Me)", tra call-and-response, piano jazzy e fiati funk, all'elegia a trombe spiegate della conclusiva "The Best Of Everything".
A metà del guado, tra velleità sperimentali e suoni più convenzionali, restano invece "Spike" e "Mary's New Car", probabilmente le due tracce minori del disco.

Griffato in copertina dal dipinto del 1865 "The Veteran In A New Field" di Winslow Homer, Southern Accents è un disco quasi più importante che bello, non solo per il coraggio, ma anche per la disinvoltura mostrata da Petty nel sapersi calare in scenari completamente nuovi (e rischiosissimi) senza perdere un grammo della sua classe. Qualche vecchio fan inevitabilmente storcerà il naso, ma le vendite premieranno comunque l'album con un settimo posto nelle chart statunitensi.
Mentre su Mtv impazza il video di "Don't Come Around Here No More", Petty imbraccia la sua chitarra e riparte con gli Heartbreakers per un lungo tour, immortalato su Pack Up The Plantation - Live (1985), nuova testimonianza delle loro performance incendiarie, con Stevie Nicks a dar man forte al microfono in due tracce.

Gli Heartbreakers sono come una persona sola. Sono l’ultima grande rock band americana.
(Bob Dylan)

Good times roll

Tom Petty - Bob DylanL'anno successivo e parte del 1987 vedono Tom Petty e gli Heartbreakers impegnati come band di supporto al "True Confessions Tour" di Bob Dylan. Mr. Zimmermann è entusiasta: "Gli Heartbreakers - dirà - sono come una persona sola". Così ricambia cantando e scrivendo insieme a Petty "Jammin' Me", singolo di traino del nuovo album dei Rubacuori, Let Me Up (I've Had Enough), pubblicato nel 1987.
È un ritorno sui binari più sicuri del rock classico, ma privo di particolari spunti d'interesse. Al di là del brio del singolo (il solito grintoso rock'n'roll vecchio stampo), bissato solo in parte dalla title track finale, resta ben poco da menzionare: tra ballate di mestiere ("Runaway Trains"), country-rock imbolsiti ("The Damage You've Done") e pop-rock senza mordente ("All Mixed Up", "Think About Me"), Tom Petty sembra, per la prima volta dagli esordi, aver smarrito la strada. Non a caso Let Me Up (I've Had Enough) sarà il solo album non rappresentato nel suo Greatest Hits del 1993.
Nel frattempo, anche la sua vita privata subisce un trauma: un piromane incendia la sua casa nella San Fernando Valley, distruggendo gran parte dei suoi beni e terrorizzando la moglie e le due figlie, fortunatamente incolumi.

Intuendo forse le difficoltà del momento con gli Heartbreakers, Petty si concede così una pausa per lavorare con Jeff Lynne degli Electric Light Orchestra a un nuovo progetto: un supergruppo di nome Traveling Wilburys, nel quale figurano anche Bob Dylan, George Harrison e Roy Orbison. Quella che è a tutti gli effetti una delle più clamorose all-star band di sempre nasce però quasi per gioco, per registrare il lato B di un singolo dell'ex-Beatle, riportato al successo proprio da Lynne con l'album "Cloud Nine". Ma il risultato, la ballata chitarristica "Handle With Care", è così entusiasmante da spingerli a registrare un album intero. Nasce così Traveling Wilburys Vol. 1 (1988), in cui i nostri eroi, muniti di pseudonimo Wilbury (Petty è Charlie Wilbury jr.), incrociano le chitarre e, in circolo davanti a un microfono, sfoderano un pugno di spigliati rock'n'roll da "good times" ("Dirty World", "Last Night", "End Of The Line"), in cui il genio melodico di Lynne e Harrison si amalgama alla perfezione con il canto magnetico di Orbison, il carisma folk di Dylan e l'irruenza rock di Petty. Il disco, pur avvolto da un velo di mistero, seduce pubblico e critica. Ma a far calare un'ombra sul progetto giunge, poche settimane dopo la pubblicazione dell'album (il 7 dicembre), la notizia dell'improvvisa morte di Roy Orbison.
Due anni dopo, nell'ottobre 1990, il gruppo tornerà a farsi vivo pubblicando un nuovo album, intitolato ironicamente Traveling Wilburys Vol. 3 (il possibile "Vol. 2" non è stato mai pubblicato e circola solo in versione bootleg).

My sister got lucky, married a yuppie
Took him for all he was worth
Now she's a swinger dating a singer
I can't decide which is worse
("Yer So Bad")

La febbre della Luna piena

Tom PettyRinfrancato dall'esperienza accanto a quei giganti e convinto Lynne ad assisterlo in cabina di regia, Petty incide il suo primo album solista, Full Moon Fever (1989). Degli Heartbreakers resta il solo Campbell, in veste di polistrumentista e co-produttore. Ma non è uno sgarbo: il suono del disco, infatti, è troppo distante dal marchio dei Rubacuori per poter essere registrato a loro nome. Durante la lunga lavorazione, in compenso, erano giunti due Wilburys a dar man forte: George Harrison (chitarra acustica e backing vocals su "I Won't Back Down") e, poco prima della sua scomparsa, Roy Orbison (backing vocals su "Zombie Zoo").
Il risultato è strabiliante. Illuminato dalla grazia melodica di quel luminare del ritornello ch'è Lynne, Petty imbrocca una sfilza di singoli-killer e di ballate mozzafiato, giovandosi di arrangiamenti magistrali e di un sound decisamente più rotondo e sofisticato, in linea con i canoni (peraltro al tramonto) degli anni Ottanta. Gli splendidi coretti di Campbell e Lynne, gli strati luccicanti di tastiere e il fascino beatlesiano delle melodie (quasi inevitabile, mettendo insieme due maniaci dei Fab Four come Petty e Lynne) donano nuova linfa a un suono che sembrava ormai inaridito, e che trova praticamente una seconda vita. Perché le radici folk-rock, gli echi jangle byrdsiani e anche gli stessi testi, con le loro piccole e grandi epopee di perdenti di provincia, non sono scomparsi. È insomma una di quelle alchimie magiche che possono far svoltare una carriera. E così sarà: l'album diverrà il suo bestseller di sempre, conquistando il terzo posto in America.
La prima hit "Free Fallin'" è l'introduzione graduale verso la nuova frontiera: svettano soprattutto i cori, con le chitarre arpeggiate ad accompagnare la caduta libera in un nuovo vortice sentimentale, fatto di inadeguatezza e di amori impossibili, con quel tocco d'ironia disincantata che contraddistingue da sempre il personaggio: "She's a good girl, loves her mama/ Loves Jesus and America too/ She's a good girl, crazy 'bout Elvis/ Loves horses and her boyfriend too... And I'm a bad boy, 'cause I don't even miss her/ I'm a bad boy for breakin' her heart". Ma già "I Won't Back Down'" è un clamoroso sconfinamento in un pop-rock magicamente vellutato, praticamente una fusione fredda Elo-Heartbreakers, con il "pianto gentile" della chitarra di Harrison ad assecondare un'altra orgogliosa dichiarazione d'indipendenza. Un sound che guadagna velocità e piglio rock sull'altra prodezza "Love Is A Long Road", con un gioco di stacchi e di tastiere che riporta alla mente "Baba O'Riley" degli Who. Più riflessiva, "A Face In The Crowd" è lo squarcio malinconico che insinua il dubbio, che lascia scivolare, lentamente, nel baratro del quotidiano, nelle piccole agonie del tempo che scorre, con quei meravigliosi arrangiamenti, così densi ed eleganti, in cui s'insinua languida la slide. Petty riesce nel miracolo di scavare abissi di desolazione facendoli apparire come un sogno ad occhi aperti. Sogni da percorrere a perdifiato, dietro fiammeggianti riff hard-rock ("Runnin' Down A Dream", con Campbell sugli scudi) o esuberanti beat d'antan (la cover di "Feel A Whole Lot Better" dei Byrds).
Quando a questa carica si sposa l'incanto melodico di "Yer So Bad", Petty sembra davvero toccare lo zenith della sua arte della nostalgia, in cui l'ironia accorre sempre in tempo a salvarti dalle lacrime ("My sister got lucky, married a yuppie/ Took him for all he was worth/ Now she's a swinger dating a singer/ I can't decide which is worse"). Salvo poi fotterti di malinconia con la semplicità disarmante di una ninnananna acustica ("Alright For Now") che ti spalanca il cuore ("I've spent my life travelin'/ I've spent my life free/ I could not repay all you've done for me/ So sleep tight baby/ Unfurrow your brow/ And know I love you").
"Depending On You" gioca ancora sulle tastiere, su cadenze briose e incalzanti, mentre il folk'n'roll di "The Apartment Song" suggella l'episodio più "Heartbreakers" del lotto. Ma il disco conferma il suo trademark originale anche nel finale, grazie alla scanzonata "A Mind With A Heart On Its Own" e alle cadenze dancey di "Zombie Zoo", che occhieggia ai Cars di "You Might Think".
Nelle praterie dei sogni di Petty si culla l'America intera. Milioni di working class hero quotidiani si rispecchiano nelle sue saghe di solitaria, indomita fierezza. Con Full Moon Feveril cappellaio Tom estrae dal cilindro il disco che lo consacra finalmente in mezzo mondo, nonché, probabilmente, il suo capolavoro assoluto.

I'm learning to fly but I ain't got wings
Coming down is the hardest thing
("Learning To Fly")

Tom PettyMa Petty ha già nostalgia degli Heartbreakers e per l'album successivo, Into The Great Wide Open (1991), riunisce la band, confermando comunque Jeff Lynne alla consolle.
L'iniziale "Learning To Fly" è la prosecuzione naturale delle ballate della Luna piena: una melodia avvolgente, gli scampanellii solari delle chitarre, i coretti sixties, il tutto abilmente confezionato in un sofisticato involucro pop, a incorniciare l'ennesima epopea di un loner di provincia: "Well I started out down a dirty road/ Started out all alone/ And the sun went down as I crossed the hill/ And the town lit up, the world got still/ I'm learning to fly, but I ain't got wings/ Coming down is the hardest thing". L'alchimia Elo-roots rock rinnova tutto il suo fascino nella title track, sinuosamente melodica e superbamente arrangiata, con un suono profondo e arioso, infarcito di cori e chitarre à-la Wilburys. Sarà accompagnata da un altro grande videoclip, con la partecipazione di Johnny Depp, Gabrielle Anwar e Faye Dunaway.
Quando si alza il ritmo e si sterza decisamente in campo rock, però, manca un po' della verve dell'album precedente: episodi come "Kings Highway", "Out In The Cold" e "Makin' Some Noise" ridonano fiato alle chitarre ruggenti degli Heartbreakers, ma senza mai graffiare.
Meglio, semmai, quando Petty sperimenta sul versante delle ballate tenebrose e nevrotiche alla Ocasek ("All Or Nothing") o gioca a indossare i panni del crooner romantico per intonare nuove odi ad amanti impossibili ("Too Good To Be True") e serenate a cuore aperto ("The Dark Of The Sun" e "You And I Will Meet Again").
A mantenere il legame con la tradizione provvede, invece, il country-folk di "All The Wrong Reasons", con intro di banjo e l'amico Roger McGuinn alla chitarra.

Nel complesso Into The Great Wide Open conferma la bontà della formula e rinnova il successo, ma mantenendosi distante dai vertici di creatività dello storico predecessore.
Nel 1992 esce il singolo "Peace In L.A.", a sostegno del caso Rodney King, che aveva portato la comunità nera della città alla rivolta.

Danze funeree e fiori selvaggi

A suggello dello status di rockstar raggiunto da Petty in America, giunge la clamorosa offerta della Warner, che lo strappa alla Mca per 20 milioni di dollari. La vecchia label chiude il rapporto pubblicando l'immancabile Greatest Hits (1993) che sfodera un inedito di lusso: la stupenda ballata chitarristica "Mary Jane's Last Dance", impreziosita da una melodia mozzafiato e da un bruciante solo di armonica. A portarla al successo provvederà anche un incredibile video necrofilo, con Petty-becchino impegnato a ballare, cenare e conversare con il cadavere di Kim Basinger. Una canzone praticamente perfetta: diventerà uno dei suoi massimi hit e sarà anche semi-plagiata nel 2006 dai Red Hot Chili Peppers in "Dani California".

It's good to be king, if just for a while
To be there in velvet, yeah, to give 'em a smile
It's good to get high and never come down
It's good to be king of your own little town
("It's Good To Be King")

Tom PettyFin da quel magico singolo, Petty viene affidato alle cure del nuovo re mida del mainstream rock Rick Rubin (Public Enemy, Red Hot Chili Peppers, Run Dmc). Ma il Nostro non si smentisce e prosegue ostinatamente sulla sua strada, raccontando le sue solite storie desolate e fataliste sul doppio Wildflowers (1994), che esce a suo nome nonostante la presenza dei musicisti della sua band.
La nuova produzione riporta indietro le lancette dell'orologio, rinunciando in buona parte ai suoni sintetici portati in dote da Lynne (ma anche da Stewart) e ripescando dalla tradizione strumenti come harmonium, sitar, harpsicord e mellotron, oltre a una robusta sezione di fiati. Petty, ancora in stato di grazia, si diverte a ripercorrere tutti i sentieri della sua ormai trentennale carriera, raccogliendone frutti e intuizioni in una sorta di variegata summa. Ecco, allora, riaffiorare monologhi prevalentemente acustici, come l'aggraziata title track, cesellata attorno a harmonium, piano e harpsicord, o l'altrettanto dylaniana "You Don't Know How It Feels", con l'armonica d'ordinanza, o ancora gli arpeggi agrodolci e le tastiere in penombra di "Only A Broken Heart".
Quando galoppa lungo le praterie del rock, Petty ha sempre qualche colpo in canna (l'incalzante "You Wreck Me", la creedenciana "Cabin Down Below", l'omaggio ai Beach Boys di "Honey Bee" con Carl Wilson alle voci), ma ormai appare più a suo agio quando si strugge solitario in dirupi di malinconia, che sia occhieggiando al blues (la esangue "Don't Fade On Me") o allestendo sontuosi valzer ("Wake Up Time"), rifugiandosi nell'eleganza orchestrale della splendida "It's Good To Be King" (con una scintillante coda strumentale) o affogando l'amarezza nelle delizie melodiche (beatlesiane?) e nel passo da vaudeville della folky "To Find A Friend" (con Ringo Starr alla batteria).
Volendo trovare qualche neo, si potrebbe dire che "Time To Move On" ricorda un po' troppo da vicino la "Tunnel Of Love" di Springsteen e che non decolla neanche l'indolente blues sudista di "House In The Woods", ma, tutto sommato, sono dettagli.
Wildflowers è un disco di soliloqui nostalgici e contriti, l'ennesima testimonianza di questo indomito menestrello, che combatte da trent'anni con gli stessi fantasmi, ma riesce sempre a emozionare. Stavolta, forse, eccede un po' in autoreferenzialità, ma dopo trent'anni a questi livelli è il minimo che gli si possa concedere.

I sempre più ricercati Heartbreakers suonano alla corte di Johnny Cash, per "Unchained", e di Carl Perkins ("Go Cat Go!"); nel frattempo Petty compone anche una colonna sonora per il film She's The One ("Il senso dell'amore", 1996) di Edward Burns. Ed è un altro centro, grazie anche alla presenza di diversi ospiti in studio, incluso l'amico Ringo Starr. Riaffiora la maestria pop nell'impasto tra chitarre jangle e organetto di "Walls (Circus)", con la guest star Lindsey Buckinghan (Fleetwood Mac) a dar man forte alla voce. Brani accattivanti da Fm, come la radiosa "California" e l'acustica "Angel Dream (No. 4)", si alternano a eleganti bozzetti beatlesiani ("Hung Up And Overdue", con arrangiamenti fantasiosi per piano, fisarmonica, violoncello e flauto) e a nervosi tour de force alla Neil Young ("Supernatural Radio", "Climb That Hill"), mentre "Asshole" è la cover-omaggio alla stella nascente Beck, in cui alcuni vedono proprio un possibile erede di Petty. La vena hard-rock, infine, risorge a suon di armonica nella scalpitante "Zero From Outer Space".

Prima del nuovo album, nuovamente al fianco degli Heartbreakers, dovranno passare tre anni. Per Petty è un periodo travagliato, anche se dopo il divorzio dalla prima moglie Jane conosce Dana, la ragazza che sposerà in seconde nozze nel 2011. In ogni caso, Echo (1999) risente di questa fase turbolenta, con testi amari e dolenti. Rubin calca forse un po' troppo la mano, ma lo spirito dei brani resta quello di sempre. Avvinghiato alla sua Rickenbacker, Petty torna a cavalcare le praterie sconfinate del rock lanciando al galoppo gli Heartbreakers, forti del nuovo batterista Steve Ferrone ("Free Girl Now", "I Don't Wanna Fight", "About To Give Out"), ma lascia trasparire soprattutto uno spleen sofferto, che pennella ballate turgide (l'iniziale "Room At The Top") o più dolcemente trasognate, come la pianistica (e splendida) "Lonesone Sundown" e l'altrettanto struggente "Counting On You", tutta giocata sull'interplay chitarre-tastiere. L'apice di questa auto-tortura sentimentale è la title track, dove su tonalità dimesse e sconsolate, Petty sfoga tutta la sua amarezza: "È la stessa, triste eco quando tu mi menti/ è la stessa, triste eco quando tu tenti di essere chiara/è la stessa triste eco/che sta attorno a me".
Alcune tracce sono soprattutto pezzi di bravura degli Heartbreakers, su tutte "Billy The Kid", con il ricamo prezioso dell'organo di Tench e i solo brucianti di Campbell. Altrove il citazionismo di Petty è un po' troppo scoperto: "Swingin'" fa il verso a Dylan, l'intro di "Won't Last Long" occhieggia apertamente agli Stones, "This One's For Me" è l'ennesimo omaggio ai Byrds, "Accused Of Love" quello alle filastrocche beatlesiane.
Nel complesso, un disco piacevole e dignitosamente conservatore, che non aggiunge granché al repertorio di Tom Petty & The Heartbreakers ma ne preserva intatta tutta la classe, consegnandoci, alle soglie del Duemila, una specie di totem rock da preservare nei secoli dei secoli. E l'America, sempre riconoscente con i suoi eroi, lo farà, apponendo loro la fatidica stella sulla Hollywood Walk Of Fame nel 1999 e facendoli entrare, il 18 marzo 2002, nell'empireo della Rock And Roll Hall Of Fame.

And there goes the last DJ
Who plays what he wants to play
And says what he wants to say
Hey, hey, hey
And there goes your freedom of choice
There goes the last human voice
("The Last Dj")

L'ultimo dj

Tom PettyMentre fioccano le antologie (la migliore, la doppia Through The Years del 2000, contiene anche rarità, b-side e l'inedito non memorabile "Surrender"), Petty non demorde e, con la consueta ironia, si trasforma addirittura nell'ultimo dee-jay. Titolo volutamente paradossale (ispirato da un vero dj di Los Angeles, Jim Ladd), per un disco, The Last DJ (2002), che ripresenta con immutata fierezza il suo marchio tradizionalista.
Sul piatto dell'ultimo dj gira sempre la stessa vecchia, cara solfa: limpidi jangle byrdsiani in salsa pop (la title track, "Blue Sunday"), bluesacci da taverna ("Joe"), zampettanti musichall beatlesiani ("The Man Who Loves Women", con Buckingham ai vocals), power-rock dalla scorza dura ("Lost Children"), suggestioni folk-rock dylaniane ("Have Love Will Travel", "You And Me", quasi una cover di "I Want You"), ballatone orchestrali (la quasi spectoriana "Dreamville", la soffusa "Like A Diamond") e così via. Tutto, ancora una volta, piacevole, ma altrettanto prevedibile, con la produzione patinata di George Drakoulias che tende ad attutire il pathos. E a Petty, ormai, cominciano a scarseggiare gli hook assassini dei tempi d'oro.
Colpisce di più, semmai, il leit motiv dei testi: un'offensiva a testa bassa contro le degenerazioni del music business e a favore dell'indipendenza artistica. Tema che può sembrare paradossale per una rockstar milionaria, ma non per un tipo come Petty, noto da sempre per le sue battaglie politiche e per la sua avversione allo star-system. Così, nella title track, canta: "Eccolo, l'ultimo dj/ trasmette quello che gli pare/ e dice quello che vuole/ arriva la libertà di scelta/ arriva l'ultima voce umana/ arriva l'ultimo dj". E poi: "Così mentre celebriamo la mediocrità/ i ragazzi al piano di sopra vogliono capire/ quanto pagherai/ per qualcosa che una volta era gratuito". E ancora nell'eloquente "Money Becomes King" racconta di Johnny, musicista agli esordi, che inizia per passione e finisce "manipolato" dall'industria musicale cui ha venduto l'anima.
Tom Petty, l'ultimo dj, rimasto a presidiare lo spirito libero del rock'n'roll.

Nel 2003 un terribile lutto colpisce gli Heartbreakers: il bassista Howie Epstein muore a soli quarantasette anni per un'overdose. Un colpo letale alla band, che comunque riuscirà a celebrare il suo trentennale in tour con Petty, ma da allora non firmerà più nuovi dischi.

Highway Companion (2006) esce infatti a nome del solo menestrello di Gainesville, cui torna a dar man forte Lynne alla consolle, oltre all'immancabile Campbell. Il sound, tuttavia, si discosta nettamente da quello forgiato alla fine degli Ottanta assieme all'ex-mente degli Elo e sposa prevalentemente trame cantautorali. Se il robusto singolo "Saving Grace" si libra su torride cadenze blues, a dominare sono soprattutto le tinte più intimiste e acustiche della sua palette, in omaggio a numi tutelari come Dylan e Young, citati scopertamente a più riprese. Si susseguono così ballate anemiche venate di umori country ("Square One", "Ankle Deep", "Golden Rose") e folk'n'roll dal passo più spedito ("Big Weekend"), blues-rock sornioni ("Jack") e spasmi chitarristici trattenuti a stento ("Turn This Car Around"). L'approccio più "bandistico" di "Flirting With Time" tenta di riallacciare il legame interrotto col pop corale di Lynne e con le armonie byrdsiane, mentre "Damaged By Love" imbrocca la melodia migliore del lotto e "Night Driver" se non altro riesce bene a rievocare le atmosfere seventies e "on the road" inseguite dall'album.

Dopo il j'accuse anti-sistema di The Last Dj, il canzoniere dolente di Highway Companion suona quasi come un rassegnato ripiegamento nella nostalgia di un passato che non può tornare. Ma quando fa troppo il verso a Dylan, Petty tradisce le sue insicurezze, smarrendo quella vena "trasversale" ed eclettica che ha fatto la sua fortuna. Il disco comunque arriva in scioltezza al numero 4 della Billboard Chart, a conferma di un feeling mai interrotto col pubblico.

Avevamo lasciato della musica in sospeso ed era ora di andare a recuperarla.
(Tom Petty)

Il juke-box dei ricordi

Tom PettyIl 2006 è anno di celebrazioni: a Gainesville la premiata ditta Tom Petty & The Heartbreakers festeggia trent'anni di attività con un mega-concerto, pubblicato l'anno dopo in un monumentale cofanetto di tre Dvd, che comprende anche il film documentario di quattro ore "Runnin' Down A Dream", diretto da Peter Bogdanovich.
In piena euforia nostalgica, nella primavera del 2008 Petty rispolvera addirittura la sua prima band, i Mudcrutch, pubblicando quello che è a tutti gli effetti il loro esordio su disco.
Mudcrutch (con il chitarrista Tom Leadon e il batterista Randall Marsh, cui si aggiungono i soliti Campbell e Tench) è un altro inno alla nostalgia di questo eterno ragazzo sudista col vento nei capelli, che non si stanca di animare nuove sarabande rock sognando la California (la lunga jam à-la Grateful Dead di "Crystal River", l'abrasiva "Bootleg Flyer") o di accendere le polveri di altre, esplosive cover (il boogie "Six Days On The Road" a firma Earl Greene & Carl Montgomery, la torrenziale "Lover Of The Bayou" dei Byrds, o ancora il traditional folk "Shady Grove").
Gli intrecci chitarristici di Campbell e Leadon infiammano sottopelle ballate rock che sembrano uscite direttamente da qualche polveroso vinile degli anni Settanta (la younghiana "Scare Easy", il country-rock à-la Gram Parsons di "Orphan Of The Storm", l'elegia sudista di "Topanga Cowgirl"), mentre la nobile filigrana acustica di "House Of Stone" è un viaggio di sola andata in quel di Nashville.
I Mudcrutch scaleranno le classifiche (n.8 di Billboard) e suoneranno anche durante il Superbowl, la finale del football americano. "Avevamo lasciato della musica in sospeso ed era ora di andare a recuperarla", spiega semplicemente Petty, che conferma la sua natura di personaggio integro e dal grande cuore. Quante altre rockstar milionarie andrebbero a ripescare i compagni della band del liceo mettendosi al loro servizio?

Rinfrancato dalla rimpatriata dei Mudcrutch, Petty torna in studio assieme agli Heartbreakers dopo otto anni per Mojo (2010). Un disco registrato in presa diretta all'insegna del "buona la prima", senza successivi accorgimenti e sovraincisioni. Quindici pezzi per sessantacinque minuti di musica in un nuovo viaggio tra le curve della memoria, tra arrembanti blues ("Jefferson Jericho Blues", che, armonica alla bocca, racconta la scappatella del presidente Jefferson con Sally Hemings) e granitici riff zeppeliniani ("I Should Have Known It"), tour de force chitarristici di Campbell ("First Flash Of Freedom", dove Tench non è da meno, con organo vintage alla Doors) e struggenti ballate rock dal cuore in gola, come l'ottima "Good Enough", con echi dei Beatles di "I Want You", la dolente "No Reason To Cry", ispirata dalla separazione con la moglie, la più ariosa "Something Good Coming", con le pennellate evocative di tastiere e slide.
Aleggia uno spirito lieve e trasognato, alimentato dal piano elettrico e dagli echi vocali di "Pirate's Cove", dalle vibrazioni reggae di "Don't Pull Me Over", dalle caracollanti cadenze bluesy di "Takin' My Time". Come in una sorta di incanto permanente, Petty ferma l'orologio del tempo, reinventandosi persino soulman per la filastrocca ironica di "Candy", o sedendosi sulle rive del Mississippi per lo stomp di "U.S. 41".
In generale, un disco che conferma la straordinaria bravura di un ensemble inossidabile, nonché la testarda coerenza di un rocker d'altri tempi, cui non è mai venuta meno l'eleganza del tratto, anche in mancanza della fervida ispirazione dei decenni precedenti.

A testimonianza di una forma ancora invidiabile, nel 2012 Tom Petty si imbarca insieme agli Heartbreakers in lungo tour, che approda, dopo 20 anni, anche in Europa e che ha toccato anche l'Italia in un'unica data, il 29 giugno al Summer Festival di Lucca.

"Hypnotic Eye" è un disco “morale” che analizza il perché gli uomini stanno perdendo la loro umanità.
(Tom Petty)

Se nel 1976, incurante dei nuovi fermenti punk e new wave, guardò indietro, alla fiera tradizione del rock a stelle e strisce, senza vergognarsi di suonare demodé, oggi Petty non nasconde la sua intenzione di ergersi a custode di un marchio che è insieme storia e orgoglio. Forte anche di una formazione leggendaria – i soliti Heartbreakers - definita non a caso da Dylan “l’ultima grande rock band americana”. Fatto sta che Hypnotic Eye (2014), tredicesimo lavoro in studio della gloriosa ditta, sembra uscito direttamente dagli anni 70. Proprio come la prodigiosa “pillola psichedelica” prodotta da Neil Young due anni fa. It’s only rock’n’roll, predica Tom, ancora ebbro dell’emozionante reunion dei Mudcrutch del 2008. Avvisando però che si tratta di "un disco morale, che analizza il perché gli uomini stanno perdendo la loro umanità".
E i protagonisti dei brani, tanto per cambiare, sono un manipolo di irrimediabili loser, amanti disperati e freefaller, come quello che insegue un "American Dream Plan B", aggrappandosi alla speranza contro ogni evidenza: "My success is anybody’s guess/ But like a fool I’m betting on happiness", canta Petty sopra uno strato di lancinanti feedback. E quando arrivano quei cori familiari, a benedire gli intrecci tra la chitarra tintinnante di Tom e i fuzz psichedelici del fido Campbell, sembra davvero di essere tornati a casa.
Ma se il singolo ha il piglio giusto per colpire dritto alla pancia, il vero inno heartbreaker del disco è “Red River”, dove il jingle-jangle delle Rickenbacker alla Byrds – assoluto marchio di fabbrica degli Heartbreakers – torna a scintillare, pennellando paesaggi desertici su cui si distende un altro di quei ritornelli-mozzafiato che Petty sa sfornare con una nonchalance impressionante. Notevole anche il testo, che racconta di una donna a caccia di talismani religiosi per scacciare i suoi demoni.
Anche quando opera sottoritmo, struggendosi nei ricordi di gioventù con languori quasi da crooner - come nel soffuso piano-jazz di "Full Grown Boy" o nella ballad “Sins Of My Youth” - Petty riesce a toccare le corde giuste per emozionare. Obiettivo perseguito con successo – ma quasi senza ritegno per ardore “passatista” – nel garage-rock sixties di "Fault Lines", nel rock’n’roll alla Bo Diddley di "Forgotten Man" e nel bluesaccio d’antan di “Burn Out Town”.
I maniaci delle chitarre avranno di che godere con gli intrecci elettro-acustici delle varie "All You Can Carry" e “Power Drunk”, mentre chi acquisterà l’album in vinile, digitale o Blu-Ray potrà anche ascoltare Petty alle prese con il delicatissimo tema dei preti pedofili (nella bonus track "Playin' Dumb").
Niente da fare, allora: non si può non togliersi il cappello ancora una volta. Certo, Hypnotic Eye non potrà attirare a Petty nuovi fan, perché di nuovo non sa e non vuole dire. Ma se fosse uscito davvero nei 70’s, non sarebbe rimasto tra i suoi dischi minori, nonostante la penuria di potenziali hit.

Poi, nel 2017, la fine tragica e inaspettata: proprio nel pieno di un tour, dopo tre trionfali serate a Los Angeles, Tom Petty viene tradito dal suo cuore: un infarto nella sua casa di Malibu, la corsa in ospedale, il disperato e vano tentativo di salvarlo, con tanto di caos informativo sulla sua morte, annunciata qualche ora prima e poi smentita. Ma la situazione era disperata e i medici avevano in realtà avviato le procedure che seguono la dichiarazione di morte cerebrale. E alcune ore dopo è arrivata la conferma del decesso, diffusa dalla famiglia. Il rock, in lutto, gli tributa omaggi e ricordi da ogni angolo del mondo. Il senso di perdita dei fan è incolmabile.

Con le rughe a scavargli il volto e l'eterna zazzera bionda dei bei tempi andati, Tom Petty è rimasto a lungo l'ultimo eroe del rock americano. Sempre con un piede nella fossa e l'altro sul pedale, come teorizzava in "Rebels". Guardando alla tradizione, ha saputo innovarla ben oltre ciò che gli viene comunemente riconosciuto (almeno in Italia, dove non è mai riuscito a replicare il grande successo riscosso in patria). Ha interpretato il fiero custode di un marchio che è insieme storia e orgoglio. Perfino i detrattori non potranno non riconoscerne la profonda onestà e coerenza. Nel grande carrozzone del rock, è stato già un miracolo.



Tom Petty

Runnin' down a dream

di Claudio Fabretti

Capelli al vento e chitarra in spalla, Tom Petty ha incarnato la figura del rocker senza macchia, paladino dei perdenti e dei cuori infranti. Ma nella sua lunga carriera, il southern man di Gaines ha svelato anche una sorprendente sensibilità pop. Ripercorriamo la saga di questo atipico eroe americano
Tom Petty
Discografia
 TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS

 

  

 

Tom Petty & The Heartbreakers (Shelter, 1976)

8

 The Official Live Bootleg (live, Shelter, 1977)

 

 You're Gonna Get It! (Shelter, 1978)

7

Damn The Torpedoes  (Mca, 1979)

8

 Hard Promises (Mca, 1981)

 6

 Long After Dark (Mca, 1982)

6,5

Southern Accents (Mca, 1985)

7,5

Pack Up The Plantation Live! (Mca, 1985)

7

 Let Me Up (I've Had Enough) (Mca, 1987)

7

 Into The Great Wide Open (Mca, 1991)

7,5

 Greatest Hits (antologia, Mca, 1993)

6

 Playback (Wea, 1995)

 

 Songs And Music From The Motion Picture "She's The One" (Wea, 1996)

 6,5

 Echo (Wea, 1999)

5

Through The Years (antologia, Mca, 2000)

 

 The Last Dj (Wea, 2002)

5

 The Last Dj At The Olympic (Wea, 2003)

 

 Live Anthology (live, Universal, 2009)

 

 Mojo (Warner, 2010)

6

 Damn The Torpedoes (Deluxe Edition) (Universal, 2010)

 

Hypnotic Eye (Reprise, 2014)

7

  

 

 TOM PETTY

 

  

 

Full Moon Fever (Mca, 1989)

9

 Wildflowers (Wea, 1994)

7,5

 Highway Companion (Wea, 2006)

5,5

  

 

 TRAVELING WILBURYS (with Jeff Lynne, Bob Dylan, George Harrison, Roy Orbison)

 

  

 

 Traveling Wilburys Vol. 1 (Wilbury Records, 1988)

7

 Traveling Wilburys Vol. 3 (Wilbury Records, 1990)

6

  

 

 MUDCRUTCH

 

  

 

 Mudcrutch (Reprise, 2008)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

American Girl
(live, da Tom Petty & The Heartbreakers, 1976)

Breakdown
(live at The Wiltern Theatre August 6th 1985, da You're Gonna Get It, 1978)

Refugee
(live da Damned The Torpedoes, 1979)

Here Comes My Girl
(videoclip da Damned The Torpedoes, 1979)

Stop Draggin' My Heart Around
(duetto con Stevie Nicks, live, 1981)

You Got Lucky
(videoclip da Long After Dark, 1982)

Don't Come Around Here No More
(videoclip da Southern Accents, 1985)

Rebels
(live da Southern Accents, 1985)

Traveling Wilburys - Handle With Care
(videoclip da Traveling Wilburys Vol. 1, 1988)

 

Traveling Wilburys - End Of The Line
(videoclip da Traveling Wilburys Vol. 1, 1988)

Traveling Wilburys - Inside Out
(videoclip da Traveling Wilburys Vol. 3, 1990)

Free Fallin'
(videoclip da Fool Moon Fever, 1989)

I Won't Back Down
(videoclip da Fool Moon Fever, 1989)

A Face In The Crowd
(videoclip da Fool Moon Fever, 1989)

Yer So Bad
(videoclip da Fool Moon Fever, 1989)

Learning To Fly
(videoclip da Into The Great Wide Open, 1991)

Into The Great Wide Open
(videoclip da Into The Great Wide Open, 1991)

Mary Jane's Last Dance
(videoclip da Greatest Hits, 1993)

Swingin'
(live da Echo, 1999)

The Last Dj
(videoclip da The Last Dj, 2002)

Mudcrutch - Scare Easy
(videoclip da Mudcrutch, 2008)

Mudcrutch - Lover Of The Bayou
(videoclip da Mudcrutch, 2008)

I Should Have Known It
(videoclip da Mojo, 2010)

Mojo documentary
(documentario diretto da Sam Jones, 2010)

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