Torres

Torres

Dall'introspezione al corpo

di Claudio Lancia

Fra le nuove songwriter con la chitarra, Mackenzie Scott si differenzia per la capacità di evolvere nell’arco di soli tre album da un folk-blues sofferto e scarno a un alt-rock sanguigno e viscerale. Sino a coniugare approccio chitarristico ed elettronica, puntando su un’ immagine sempre più trasgressiva e stilisticamente eterogenea

Negli anni Dieci si è sviluppato un filone di giovani songwriter con la chitarra, moderne continuatrici di un ideale percorso che unisce le esperienze di PJ Harvey e Cat Power con quelle più recenti di Anna Calvi e St. Vincent, ormai assurte al ruolo di superstar mondiali. Ragazze pronte a raccoglierne l’eredità nell’underground, ognuna con le proprie caratteristiche, una generazione emergente intenta a rinnovare la tradizione aggiungendo elementi nuovi e personali, con Courtney Barnett e Waxahatchee stelle sempre più luminose e ricercate, e fra loro la non meno talentuosa Torres, nome d’arte (mutuato dal cognome di uno dei nonni) scelto dalla cantautrice americana Mackenzie Scott.
Nata a Orlando, in Florida, il 23 gennaio del 1991, ma di fatto cresciuta a Macon, Georgia (dopo essere stata adottata), Mackenzie da piccolissima inizia a suonare flauto, pianoforte, e a cantare prima nel coro della chiesa (Battista) e successivamente in piccoli spettacoli organizzati dalla sua scuola, innamorandosi sin dalla tenera età tanto dei musical di Broadway quanto delle canzonette frivolmente pop di Britney Spears. Di lì a poco inizierà a suonare la chitarra e a comporre i primi brani in cameretta. Trasferitasi per motivi di studio a Nashville, in Tennessee, si laurea in Composizione alla Belmont University Of Music, approfondendo anche i corsi di Letteratura Inglese. Consegue la laurea nel 2012 e durante l’ultimo anno accademico in parallelo dà corpo alla propria musica, attività che si concretizzerà all’inizio del 2013 con la registrazione delle tracce che confluiranno di lì a poco nel suo primo omonimo album.

Torres, è il risultato di cinque giorni di session realizzate presso lo studio casalingo di Tony Joe White a Franklin, nel Tennessee: dieci composizioni orgogliosamente autoprodotte e intrise di dolore, registrate con assoluta austerità di mezzi, imbracciando la propria Gibson. Senza assumere sorpassate pose da riot grrrl, bensì insinuandosi nell’alveo delle blueswoman più sofferte e appassionate, Torres racconta, attraverso il timbro sanguigno della sua voce, cronache di dominazione e sopraffazione, di violenza e di quotidiano tormento, con una forza e una profondità disarmanti, accomodandosi su un registro espressivo severo e composto, nel quale l’emotività affiora ancora con moderazione. Ne deriva una solida omogeneità d’insieme, in brani composti essenzialmente per voce e chitarra elettrica, che soltanto in rare occasioni concedono contributi esterni agli archi e a piccole intercessioni elettroniche.
Un esordio che trova le proprie coordinate di riferimento nella commistione di blues bianco, folk sudista e rock alternativo di derivazione nineties, che tende a macchiarsi di ispide pennellate country (“Moon & Back”, ma anche il commosso incipit di “Mother Earth, Father Good”, del resto ci troviamo dalle parti di Nashville…), a giocare per sottrazione intorno a lidi pop sofisticati e atmosferici (“Chains”), oppure a sfoderare le fosche dinamiche tipiche delle signore della canzone americana (“Honey”, “Jealousy And I”). Torres, un diamante ancora grezzo e a tratti acerbo, riesce a conferire a ciascuna traccia la propria cifra caratteristica, il tocco caldo e istintivo della sua interpretazione: l’istinto consente alla musicista di esprimersi con sconfinata libertà sopra i disadorni canovacci sonori, risultando mai meno che personale. Nelle fluttuanti direttrici melodiche, di una penna non ancora in grado di raggiungere un’impronta davvero risolutiva e una reale solidità d’impostazione, a colpire è soprattutto l’ispirata vena melodica e l’innegabile talento già evidente.

In quel di Nashville, Torres presenta in anteprima le canzoni dell’album, in quella che sarà soltanto la prima di una serie di date che la porterà a esibirsi sia negli Stati Uniti che in Europa, spesso come spalla di band già affermate, come gli Okkervil River.
Nel frattempo Mackenzie si trasferisce a Brooklyn, il suo nome inizia a girare, e nel 2014 trova la prima apparizione in un disco altrui, "Are We There" di Sharon Van Etten. Nel giugno dello stesso anno pubblica il nuovo singolo, “New Skin”, il quale anticipa il secondo capitolo della propria carriera, per registrare il quale si sposta per un periodo in Inghilterra, nel Dorset, ospite del mito Rob Ellis.

Sprinter, pubblicato il 5 maggio 2015 su Partisan Records, sancisce anzi tutto un cambio di look, con la Scott che muta il colore dei capelli dal nero all’ancor più attraente biondo. Le coordinate musicali mostrano una ricercata alternanza fra momenti melodici, a tratti persino malinconico-depressi e introspettivi, a decisi slanci elettrici, fra i quali emerge l’urgenza alt-rock di “New Skin” e “Sprinter”, in grado di stabilire la cifra stilistica dell’intero album.
La quiete prende il sopravvento in tracce come “Ferries Wheel” e la lunga conclusiva “The Exchange”, mentre i primi germi di una (seppur moderata) sperimentazione elettronica - che sarà approfondita in seguito - appaiono fra le spire di “Son, You Are No Island”.
Sprinter è il disco che impone Torres all’attenzione internazionale, nella ristretta cerchia di nuove cantautrici con la chitarra in procinto di diventare il nuovo riferimento per certo alt-folk-rock declinato al femminile. Le recensioni sono ovunque positive e diventa via via maggiore l’attenzione ricevuta sulla stampa specializzata, anche oltre i confini nazionali.

Il successivo Three Futures segna, oltre che il passaggio nella prestigiosa scuderia 4AD – con conseguenti maggiori mezzi a disposizione – anche un nuovo deciso cambio di direzione. A 26 anni Mackenzie Scott decide di mostrare il suo volto più elettronico, con Rob Ellis confermato in cabina di regia e St. Vincent eletta come principale musa ispiratrice (basti l’ascolto di “Skim” e dell’ardita “Bad Baby Pie”).
L’elettronica a volte è lasciata decantare in uno stadio minimale, come nella lunga, morbida “To Be Given A Body”, sorta di manifesto programmatico dell’intero album, altre volte viene stratificata (“Greener Stretch”), sublimando il lavoro di scrittura della cantautrice, questa volta incentrato su synth e drum machine, sacrificando il ruolo delle chitarre.
Ma in Three Futures Torres non rinuncia a qualche frangente più ruvidamente rock, che torna prepotente nella parte finale di “Concrete Ganasha” e nella a tratti urlata “Helen In The Woods”, che si posiziona da qualche parte fra l’alternative rock degli anni 90 e la darkwave del decennio precedente. Al centro della narrazione vengono posti il corpo, il piacere, il desiderio, come ben rappresentato non solo dai testi ma ancor più esplicitamente dai videoclip, interpretati da una Torres mai così androgina. E mai così stilisticamente eterogenea: pur perdendo parte dell’urgenza rock che caratterizzava il disco precedente, si mostra abile a spingersi persino verso territori nu-folk, come accade nell’iniziale “Tongue Slap Your Brains Out”, cantata posizionandosi su un registro a metà strada fra Nico e Joni Mitchell.
La copertina è studiata come un capolavoro di Velazquez: la protagonista – rigidamente seduta su un divano maculato – sembra rivolgere lo sguardo fisso verso lo spettatore, in realtà è completamente rapita dall’immagine femminile riflessa nello specchio alla sua sinistra.

Ancora giovanissima, ma già matura nella scrittura, Torres si ritaglia il proprio spazio ispirandosi a modelli “alti”, confermandosi fra le migliori songwriter della propria generazione, forte di un’immagine divenuta nel tempo più trasgressiva e difficile da catalogare. Per il momento ha sempre azzeccato tutte le mosse…

Torres

Dall'introspezione al corpo

di Claudio Lancia

Fra le nuove songwriter con la chitarra, Mackenzie Scott si differenzia per la capacità di evolvere nell’arco di soli tre album da un folk-blues sofferto e scarno a un alt-rock sanguigno e viscerale. Sino a coniugare approccio chitarristico ed elettronica, puntando su un’ immagine sempre più trasgressiva e stilisticamente eterogenea
Torres
Discografia
 Torres (self released, 2013)

6

 Sprinter (Partisan, 2015)

7

 Three Futures (4AD, 2017)

6,5

pietra miliare di OndaRock
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