Approfondimenti

OndaLabel #7

Costello's Corner - N. 2

di Michele Saran
Rampante agenzia e realtà discografica del milanese fondata dai giovani Simone Castello e Matteo Agostino, Costello's promuove, produce e distribuisce dischi per il pubblico alternativo da più di un lustro. In questo nuovo appuntamento trimestrale selezioniamo dieci tra le migliori uscite da loro curate dell'ultimo periodo, con il link per l'ascolto.


Brücke - Yeti’s Cave (autoprod., 2017)
post-rock

Livornesi, giovanissimi e freschi di fondazione, i quattro Brücke debuttano con l’Ep “Yetis’ Cave”. Da subito, “Annaciccia” dimostra la loro caparbietà come precoci compositori prima ancora che strumentisti: un’atmosfera plumbea e rarefatta di tintinnii, piano elettrico e soffici glissandi di chitarra, muta in scenari inquietanti e baratri oscuri. Con meno pathos, e anzi con una suadente sordina di chitarra mediorientale, “Tebe” si rifà degnamente ai Godspeed via Savage Republic. L’anima nobile di “Strange Days” dei Doors rivive poi in due brani. “Ovomoltino”, quasi trip-hop, malsana con fanfare in sordina, affonda in una palude di effetti sonori, e si collega alla pittura astratta di suoni concreti di “Carrarmatozzi”, e sembra davvero di sentire una perfetta replica della “Horse Latitudes” di Morrison e soci. Nonostante le pecche (non funziona nel battito da rave, come nella grezza e tradizionale “Prosciutto”), è uno dei più avventurosi Ep italiani degli ultimi cinque anni. Ospiti funzionali, dal canto ai fiati (ben due clarinetti).


Slowtide - Slowtide (Prismopaco, 2017)
alt-pop

Un inno a passo felpato tutto armonie a cappella (“Leeway”). Così comincia e si configura via via in filigrane impercettibilmente cangianti l’album d’esordio omonimo del quintetto milanese dei Slowtide. La jungle di “Alaska” aggiorna la folktronica berlinese di casa Morr dei primi 2000, mentre “Knights” è una delle più solenni e cristalline, “Interlude” evoca un refrain vibrante alla Sinead O’Connor, e sul finire “What A Great Place” vince a mani basse la palma di ritornello amabile e cantabile (in coro). Il centro del disco è però tutto esotico: vero gioiello è “Anchorites”, bolero equatoriale per voci sfigurate da una molle distorsione elettronica alla Jon Hassell, e l’inferiore “Caves” è una serenata a passo doo-wop con metallofono caraibico. Quando manca la canzone, come in “Rats”, vi sopperisce la bravura canora (Michele Rossetti, in coppia con Annalisa Bosotti). Post-pop che sfuma il confine tra complessità a fragilità e ambisce a ricogliere la fallita missione di Xx e Friends. Rischia in parte di finire su registri algidi, ma il suo cuore è proprio lì, perfettamente a suo agio nella contemporaneità di wonky, tech-step, neo-neo-soul.


Lekka - Lekka (autoprod., 2017)
house

Trio con base a Milano, Luca Piana, Matteo Matecca, entrambi a voce ed elettronica, e l’aggiunto Fabio Zampieri alla batteria. L’intento è quello di sfumare ballo tecnologico e groove rockeggiante: l’esito amalgama parte di entrambi in una ricetta di “fun” nel loro primo Ep “Lekka”. “Following Euphoria”, apripista dai bpm medi e dal tono caldo, potrebbe essere un corredo al “From Here To Eternity” di Moroder. Nella sprintante “Nervous” e “Gustavo Fring” le vocals spariscono, sostituite da campionamenti, per far spazio alla competenza e al divertimento nell’uso del sequencer, pur nel rispetto quasi rigoroso delle scansioni del vecchio stile electro. I 9 minuti di “Lekka Rework” sono un mash-up di materiale altrui, ma indicano anche un possibile futuro ambizioso. Globalmente all’insegna di french-touch, nipotini orfani dei New Order, retro-futuro, discoteche sci-fi. Gli appassionati gioiranno, gli altri - a prescindere dai gusti - ne apprezzeranno la buona carica a molla.


Ferbegy? - Roundabout (Riff, 2017)
alt-rock

Appena meno ambizioso seguito di “Soul Echoes” (2014). Secondo album (terzo contando il mini “What If Trees Could Speak”, 2010, che batteva sentieri ormai abbandonati) per i trentini fratelli Mongelli, Anna e Dario, “Roundabout”, e nuova sezione sezione ritmica: Alessandro Damian, basso, e Federico Groff, batteria, entrambi anche ai cori. La mistura di produzione elettronica e orchestrazione è splendido nel partorire marce nevrasteniche post-Jefferson Airplane (“Butterfly Lullaby”, con una lunga introduzione di danza folk-electro), danze sincopate (“Athletic Meditation”, con canto di ninfa robotica che s’impenna mentre la danza s’increspa tribale e misteriosa), che diventano stasi ritmate e trascendenti alla Enigma (“Empty Street”), e trotti in un’allucinazione d’iperspazio (“Forest Ranger”). Tocco di classe è il loop di suoni eccentrici d’avanguardia in stile Laika, che accompagna un blues catalettico prossimo ai Cowboy Junkies, “How Many Times”, a renderlo sospeso, inquietante, irreale. Anche un funk-techno leggerino come “They See You Alone” è in realtà un cubismo teatrale per sussurri di suggeritore e declamazione ferita. Un’opera che sancisce non solo una maturazione artistica ma anche, e soprattutto, un raro e coraggioso ribadimento estetico-stilistico.


I Miei Migliori Complimenti - Le Disavventure Amorose Di Walter e Carolina (Costello’s, 2017)
pop

Piena zona lo-fi e do-it-yourself. A piene mani nell’estemporaneità virale dell’Internet 2.0. I Miei Migliori Complimenti è la creatura, bizzarra ma non troppo, di Walter Ferrari, milanese rampollo bocconiano, e il primo Ep “Le Disavventure Amorose Di Walter e Carolina” è il suo concept autobiografico, ma più simbolico. I suoi ingredienti: base preregistrata, testi sempliciotti in rima, canto più o meno pesantemente - ma volutamente - infettato dall’autotune, qualche venatura hip-hop. E di certo il classico scazzo generale ben rappresentato da “Colazione da Gattullo”, che partorisce anche un’intuizione niente male come il ritornello non-sense e travolgente di “Alle fragole”, a sfigurare e triturare le parole. Dopo aver sfruttato senza ritegno synth e armonie vocali nella rimbalzante “Morire di malinconia”, arriva il momento sentimentale, dapprima con “Le piante di plastica” (un quasi-flusso di coscienza su tempo metronomico), e poi con una serenata stomp, “Shazam”, cantata a sé stesso, novello loser. Da sentire per come sa organizzare gli spazi angusti della corta durata, per l’indefessa cantabilità obliqua, e per l’innato talento nell’autoconfessione. In aggiunta, remix di tutte le canzoni da parte di altrettanti produttori: Urameshi, Polezsky x HOOVR, breathe indoors, Emvnuel, Eshla.


We Fog - Float (autoprod., 2017)
post-rock

Terzetto del veronese al debutto, i We Fog dell’Ep “Float” possono suonare, a un primo ascolto, conservatori nostalgici del post-rock storico. La produzione di Sergio Carlini dei Three Second Kiss e il master di Bob Weston degli Shellac ne appongono il suggello inappellabile. La loro particolarità sta nelle durate brevi, spesso al di sotto dei due minuti per brano, nel comprimere fraseggi, variazioni e sbalzi di dinamica, in una sorta di haiku strumentale o semi-strumentale. A parte “Welcome” e “EPO”, ancora allenamenti, il bisbiglio asettico in “Infinite” e il canto al megafono in “Waiting For The Title” si alternano a una jam di accordi veementi, prove di scambio titanico tra impressionismo ed espressionismo impacchettato in pillole armoniche. “Warm Bed” è l’eccezione, sia nell’estensione - qui anomala -, sia nella forma, una versione raddolcita dei June Of ‘44. I tre tornano strumentali per “Pixed”, pigiando ancor di più il pedale dell’isteria, e “Thursday Drop”, orientata al romanticismo emo-core. Opera ancora formativa ma già scalpitante. Il pezzo forte proviene dall’ultimo arrivo, il basso fratturato di Vic Bittencourt, ben amalgamato alla chitarra di Donato Fusco e, specialmente, alla batteria di Giulio Corradi.


Wicked Expectation - Folding Parasite (autoprod., 2017)
avant-rock

Di Torino, Wicked Expectation esordiscono col robusto “Visions” (2015), dominato dalle tastiere, con basso dub e batteria sovente lanciata a ritmo sincopato, tradendo nel canto un’ispirazione Radiohead-iana ovvia ma non così sbandierata. Per “Folding Parasite” il complesso muta in puro procedimento, evocando la trasformazione del Lucio Battisti di “E già”. I momenti migliori sono in effetti genuinamente arditi, creativi e anche disgiunti: “Careless Of Doubts” è un cantico che si arrampica su una maglia di synth e loop di voci, elevandosi poi a una forma di glitch-pop aggressivo e riverberato; nella concrezione luminescente di “Parallel Collapses”, il ritornello è persino innodico; “A Place Full Of Sighs” flirta con la musica zen; la progressione lenta e teatrale del brano eponimo sembra quella del secondo Alan Parson. La più radiofonica, “Seriously Laughing”, opta per un’intelligente body music cantabile. Qualche limite emerge nei contrappunti di “Starigrad”, metafisici nelle intenzioni, ma poi sfilacciati ed esteriori. Al di là dei singoli momenti, diseguali di poco, o per rifiniture, o proprio per qualità, il disco convince per la coerenza nell’umore - una sorta d’introversione astratta -, sostenuta anche dai testi, decadenti e simbolisti. E, di certo, per lo sforzo nell’evitare incasellamenti di genere.


Vikowski - Beyond The Skyline (Costello’s, 2017)
songwriter

Nome di battaglia di Vincenzo Coppeta, base a Milano, Vikowski debutta con “Beyond The Skyline”, un’umile collezione di canzoni basate sul pianoforte che mostrano, senza mai andare sopra le righe, qualche spunto classicheggiante. A partire dal gospel in accorata progressione di “Lovers In P.”, Coppeta aggiorna i salmi laici dei National (“Drops”) e le cantilene dei Interpol (“Ninety-Two”) all’era dell’elettronica spartana di Majical Cloudz. Gli accorgimenti d’arrangiamento sono sottili e quasi impercettibili, come il velo dissonante che ricopre appena “Frankfurt”, e come “The Beat You Need”, per sola elettronica emancipata dal piano, culmine del suo eclettismo subliminale. E proprio quando lo stile sta per deragliare in territori sperimentali, l’autore torna all’ovile arrischiando infine un’introversa fantasia strumentale per solo pianoforte, “End Of June”. Ed è un po’ il tocco che lega tutta l’economia dell’album, oltre a una ballata quasi trascendentale che gli fa da baricentro e che Moz amerebbe, “My Old Friend”: una semplicità non banale che ha il potere dello spontaneismo.


Earthset - Popism (autoprod., 2017)
alt-rock

Concepito come appendice pop - di qui il titolo - al debutto su lunga distanza “In A State Of Altered Unconsciousness” (2015), il mini “Popism” dei romagnoli Earthset persegue detti intenti nei primi tre brani. Più che melodismo, quello di “Around The Head” è puro revival tardi anni 90, un incrocio tra un grunge-pop dei Skunk Anansie e uno stoner-pop dei Queens Of The Stone Age. Idem per “In The Pendant”, praticamente un estratto di “Paranoid Android” dei Radiohead, e per “Flush”, con la tipica spinta adolescenzial-malinconica dei Smashing Pumpkins. In sé queste canzoni sono frettolose e pure un po’ goffe, ma fanno anche sentire interludi prelibati di rielaborazioni sospese e allucinate, persino disorientanti. Sono piccole avvisaglie del finale, con cui i quattro tornano epicamente a quello che sanno far meglio, con una nuova melodia, “Icarus’ Flight” - peraltro la migliore del lotto -, da cui esala una coda psichedelica che giunge alla costruzione piramidale di “Ghosts And Afterthoughts”, con un pinnacolo lavico di forza dirompente.


L.E.D. - L’irriverente (autoprod., 2017)
new wave

Duo del pavese fondato nel 2015 da Max Tordini (voce) e Marco Mangone (chitarra), entrambi già attivi in altri progetti, L.E.D. propone bon-bon di bizzarrie nel primo Ep “L’irriverente”. Il riferimento più vicino sembra essere l’isteria esistenziale dei tardi Afterhours, ma qui è svolta con più criterio e godimento. Quasi sempre i brani vantano più arrangiamenti in uno, dalle semplici schitarrate, al soundpainting elettronico, al pop da camera. E la ricetta è ulteriormente confusa da qualche (malcelato) cambio di tempo, ma anche da riassetti di scenari, veri e propri mutamenti di corredi timbrici, di impianti sonori. L’insieme è quasi babelico, eppure rimane prodigiosamente agganciato a una qualche struttura-canzone in qualche modo cantabile. Gli highlight: “Curami”, filastrocca alla Csi con cha-cha e radiosegnale, “9:30”, costrutto fratturato e rarefatto, “Naoki”, corrida caotica post-Suicide, e infine “Tangenziale”, rigogliosa marcetta-fanfara fantastica, che peraltro fa capire come i due si permettano anche di sfumare i confini tra cantautorato e composizione tout-court.
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