Libri

Adriano Zanni

Deserto Rosso in bianco e nero

di Antonio Ciarletta

Perché dopo "Piallassa" hai smesso di fare musica?
La progettazione e la realizzazione di "Piallassa (Red Desert Chronicles)" è stata una esperienza molto intensa. Totalmente autobiografica, ci sono voluti anni per prenderne coscienza e per metabolizzarla. In quei suoni c’è il racconto di tutta una vita, una specie di bilancio. Dopo la pubblicazione del disco, ho avuto bisogno di prendere tempo e pormi in maniera diversa. In realtà ho smesso di fare musica solo per come comunemente si intende, continuo a farla per immagini, attraverso le fotografie. I miei field recordings emozionali e visivi. Tutto sommato credo non ci sia poi tutta questa differenza, almeno non tanta quanta può sembrare. La musica intesa come tradizionale creazione sonora, invece, non ho poi smesso del tutto di farla, è cambiato e si è interrotto il classico flusso creazione-pubblicazione-esposizione, diciamo che non la rendo pubblica se non per  piccole brevissime frazioni che utilizzo per un piccolo progetto legato a brevi e minimali video statici che faccio girare carbonaramente sul web. Non è escluso che prima o poi torni a realizzare un disco, ho parecchie idee in mente, chissà, vedremo.

Cosa ti ha spinto a fare un lavoro del genere proprio su "Deserto Rosso" di Antonioni?
Oltre all’amore per il cinema di Antonioni e per il film in questione, "Deserto Rosso" rappresentava il perfetto pretesto per guardarmi dentro. C’e’ tutta la mia vita che gli ruota attorno. I luoghi nei quali è ambientato sono gli stessi in cui sono nato, in cui vivo, lavoro, i luoghi nei quali mi rifugio e nei quali finisco sempre per ritornare, casa, insomma. Le cicatrici inflitte dalla selvaggia industrializzazione degli anni 60 alla mia terra equivalgono a quelle inflitte dal tempo al mio corpo. Invecchiamo insieme, non benissimo in entrambi i casi.

Che tipo di slittamento percettivo si dà (ammesso si dia) tra i luoghi del film e i medesimi luoghi esperiti di persona?
Si ha l'illusione di fotografare le cose così come sono, ma è una una sensazione quasi sempre sbagliata. Ogni fotografia rappresenta la tua interpretazione delle cose, più o meno inconscia, ma pur sempre la tua personale e intima visione, la tua interpretazione di quelle cose che stai erroneamente credendo di osservare con sguardo neutro. Anche solo la scelta dei luoghi da fotografare lo è. Una interpretazione scaturita dal tuo vissuto, dal tuo passato, dai ricordi che ti legano a quei luoghi, da tutta una vita passata all'ombra del petrolchimico e a immergersi nelle spiagge deserte in inverno e troppo affollate d'estate, dalla nebbia invernale che avvolge le piallasse e da mille altre emozioni. Credo che queste fotografie rappresentino Ravenna e questa terra per come la sento e vedo oggi. A tratti bellissima e struggente, a volte maledettamente crudele e agonizzante. Spesso ho l'impressione che in cinquanta anni le cose non siano poi cambiate molto. Le cicatrici non si sono ancora del tutto rimarginate. Questo è ancora il Deserto Rosso.

Mi pare di poter dire che le foto, pur nella loro desolazione, ritraggano con amore e comprensione quei luoghi... non hai mai avuto la tentazione di fuggire via?
È successo, sono tornato. Questa è casa.

Parliamo delle foto, che sono bellissime. Tuttavia, non credi che l'utilizzo del bianco e nero possa avere l'effetto di far percepire una retorica della desolazione?
Sulla scelta del bianco e nero in alternativa al colore si dibatte da sempre. Io in generale pur scattando anche a colori, credo che il b/n sia più carico di sensi e offra meno possibilità di distrazione, "obbligando" lo spettatore a guardare dentro le cose, interpretarle secondo la propria sensibilità. In ogni  fotografia finiscono tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, le persone e i luoghi che ami. Io questi luoghi li vedo così.

"Piallassa (Red Desert Chronicles)" - il disco - è del 2008, mentre credo che le foto coprano un arco di tempo che arriva fino all'anno scorso, correggimi se sbaglio... Tornassi indietro, sulla base delle foto scattate, il disco lo faresti esattamente nello stesso modo?
Ogni cosa è frutto del suo tempo e ed è "fotografia" dell'istante. Il lungo periodo di osservazione e le esperienze che nel frattempo sono maturate sono una delle caratteristiche del lavoro fotografico che ha seguito il disco negli anni successivi. Io sono cambiato e sto cambiando (come questi luoghi), oggi il disco uscirebbe certamente diverso, ne sono certo.

Desolazione completa e irreversibile o speranza di palingenesi, quale feeling prevale in quelle foto e nel tuo animo?
Nessuna delle due cose e allo stesso tempo tutte e due insieme. E' una osservazione di cambiamenti e trasformazioni, una mutazione in corso comunque irreversibile. Tutto ciò che osserviamo sta mutando per mano dell'uomo, e come noto possiamo essere miopi e maledetti oppure capaci di grandi cose. Osservo, il tempo sarà testimone di quello che questa terra diventerà. Nel mio animo comunque prevale la speranza di un ritorno al buon senso del genere umano.

Cosa c'è nel futuro di Adriano Zanni? Magari pubblicare un nuovo disco?
Nell'immediato futuro ci sono alcuni progetti ai quali sto cominciando a lavorare, come un libro di fotografie, una raccolta/mostra di Polaroid che mi piacerebbe organizzare oltre che continuare portare il più possibile in giro Red Desert Chronicles. La voglia di fare musica e di tornare a pubblicarla c'è, e il ritorno al vinile costituisce un forte stimolo per un nostalgico maniaco del formato e degli oggetti come me. Magari una perfetta fusione di vinile e fotografie, una sorta di discolibro, chissà, vedremo.

Adriano Zanni su OndaRock
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