Approfondimenti

Almost Famous (confessioni di artisti di culto) - Tim Hardin, il fuorilegge malinconico

di Ariel Bertoldo

Vi ricordate di "If I Were a Carpenter", la ballata folk? Forse sì. E magari credevate fosse stata scritta dal sorridente Bobby Darin, quel cantante adolescente per ragazzine: del resto fu lui a inciderne la versione più famosa, quella che girò più in radio fino a scalare le classifiche inglesi e americane negli anni Sessanta. Sull'onda di quel successo la registrarono anche Johnny Cash, Joan Baez, i Four Tops, più tardi persino Robert Plant. E "Reason To Believe"? Scommetto che la associate istantaneamente a Rod Stewart: nei primi anni Settanta la cantò, inserendola in chiusura del suo disco più bello, "Every Picture Tells A Story", e da lì cominciò la sua leggenda. Non la mia.
Già, perché la gente, almeno la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi americani che comprano dischi, beh, non si cura poi tanto di leggere i crediti dichiarati all'interno del vinile, subito sotto il titolo di ogni canzone: non sono curiosi di andare alla fonte; a loro basta sballare sulle note di un successo e importa davvero poco chi sia l'autore originale. Si tengono volentieri Rod Stewart, oppure Bobby Darin. E se chi l'ha scritta è rimasto sepolto dalle cover, evidentemente non meritava
nemmeno una chance nel dorato, spietato, bugiardo music business. E' la storia della mia vita.

Salve a tutti, mi chiamo Tim. No, non quel Tim che alcuni di voi, amanti di un certo cantautorato folk per eroi visionari e sciagurati, potrebbero immaginare: riccioli castani, faccia d'angelo, l'intrigante e passionale cantore di sirene. No, io non ho mai avuto a che fare con lui, anche se,
in un certo senso, l'altro Tim mi dovrebbe più di qualcosa, e non sto parlando di dollari, visto che a quelli ha già pensato il mio manager (ma a questo arriverò con calma).
Come vi dicevo, io non sono quel Tim, ma vi perdono lo stesso per averci anche solo pensato, tanto a quel fraintendimento ormai sono abituato fin da quando partimmo entrambi, a pochi anni di distanza. Io mi chiamo James Timothy Hardin e al mio leggendario antenato, il fuorilegge ottocentesco John Wesley, qualche folletto del Minnesota dedicò un intero album, appropriandosi di quel mito al posto mio. Gli bastò aggiungere una semplice "G" e passare alla cassa.

Da poco avevo compiuto 39 anni quando un'overdose di eroina mi trascinò via con lei.
Un metro e sessantasette di bassezza e almeno venti chili in sovrappeso: un orsacchiotto malinconico che perdeva capelli e si lasciava navigare alla deriva. Questo ero diventato,
signore e signori. E pensare che un tempo ero stato talentuoso, e anche molto attraente
(le ragazze non hanno mai voluto indietro il biglietto, se è questo che volete sapere), con quello sguardo penetrante alla Marlon Brando, strafottente come il giovane Jeff Bridges ne "L'ultimo spettacolo". Sì insomma, con la mia fronte ampia e le mie basette, con la mia aria da hipster ero stato fico, lo ammetto. Ma quei tempi erano finiti per sempre, prosciugati da qualche parte insieme alla mia migliore ispirazione. Il fatto è che mi ero illuso di poter chiudere con le droghe pesanti dopo vent'anni di stravizi: niente più roba, né metadone o speed. Neppure valium. Mi illudevo di poter chiudere con quella merda, con quelle sensazioni di onnipotenza e solitudine. Volevo farlo per amore di Damion, almeno per lui. Così per compensare, annegavo la mia insoddisfazione in mille spuntini di mezzanotte, spalmati a tutte le ore della giornata. E mandai tutto a puttane.

Fu la dolce Janet, la mia ultima fidanzata, a trovarmi esanime, quel lunedì notte.
Era il 29 dicembre del 1980. Da tre settimane almeno, sui giornali, in radio e per le strade, tutti non facevano che ricordare la tragedia di John Lennon, assassinato da un fan squilibrato dall'altra parte degli Stati Uniti. La sua "(Just Like) Startin'Over" era appena arrivata al numero uno delle classifiche, scalzando, grazie a Dio, quella schifezza lamentosa di "Lady" di Kenny Rogers.
Sarebbe dovuto essere il suo grande ritorno sulla scena, dopo alcuni anni di ritiro.
Ma torniamo a noi, tanto la storia di John l'avrete già sentita almeno un altro miliardo di volte.
Ebbene, i mass-media in quei giorni non facevano che ribadire quanto Lennon fosse stato santo e irripetibile, così che nessuno si prese troppo disturbo nei miei confronti.
Destino: anni di carriera e fino alla fine restavo fuori fuoco, lontano dal centro dell'obiettivo.
In parte me l'ero voluta, ci mancherebbe; in parte il Fato aveva giocato per me, barando e perdendo la partita. Non che a quel punto me ne fregasse qualcosa. Però sarebbe stato corretto, onesto, tutto qui. Scrivere dell'importanza storica, della sensualità dei dischi incisi da Tim Hardin tra il 1966 ed il 1973. Di come la sua voce baritonale avesse cambiato la vita ad una manciata di sognatori, su e giù per i viali della gloria o i vicoli della desolazione. Di quanto intensi fossero stati alcuni dei suoi album migliori e di quanto avesse fatto scuola quel suo modo di cantare. Non dico il Los Angeles Times, ma almeno Rolling Stone avrebbe dovuto dedicarmi ben più di un anonimo trafiletto sulla "gloria e il successo che avrebbe potuto conquistare se solo avesse avuto più autostima, coraggio e fiducia in sé stesso, dribblando con intelligenza certi compromessi dell'industria discografica".
Beh, così non è stato e la riscoperta, nei miei confronti, è rimasta maledettamente postuma.

Vivevo a L.A in quell'ultimo periodo, in un modesto, disordinato appartamento pieno di dischi rotti e vuoti di birra su North Orange Drive, a West Hollywood. Era fantastico, però.
Appena cinque isolati e potevi imboccare Santa Monica Boulevard verso est, diretto alla spiaggia. Ci andavo spesso, sapete: laggiù quasi nessuno riconosceva le vecchie glorie, tantomeno i "Quasi Famosi" come me. Così potevo starmene tranquillo, per conto mio. Tanto a Los Angeles non fa mai davvero freddo, neppure a dicembre. Nei momenti di calma e lucidità mi piaceva sdraiarmi sulla sabbia e riflettere sui miei come e sui miei perché. Era terapeutico, in un certo senso. E distruttivo.

Ero nato il 23 dicembre del 1941 sulla costa ovest, a Eugene, nell'Oregon. Hal, mio padre, era un musicista jazz; mia madre Molly era anche lei strumentista di professione, violinista nella Portland Symphony Orchestra. Come dire: la roba bollente e proibita dei neri a letto con l'accademia e le sale da concerto per abbonati al Ku Klux Klan. Niente male come abbinamento.
Ero figlio unico e con i miei ho sempre avuto un rapporto mediamente armonioso, piuttosto normale, senza chissà quali acuti. Spesso e volentieri erano fuori in tournée, così mi affidavano ai vicini. Io leggevo, rincorrevo i treni, mi arrampicavo sugli alberi dietro la loro proprietà.
I miei vecchi ebbero il merito di portare la musica in casa. Di certo non fui uno di quei talenti precoci che già in tenera età si esibiscono in giro, ammaestrati come scimmie da qualcun altro.
Non ero ossessionato dall'esprimermi attraverso la musica, né toccai mai una chitarra se non ai tempi del liceo. Intendiamoci, ero capace di trascorrere ore intere nel patio, ad ascoltare alla radio Frank Sinatra o Bing Crosby, Nat King Cole, e più tardi, Elvis Presley e gli altri delinquenti del rock'n'roll. La musica da sola, però, non si guadagnava tutta la mia attenzione: c'era lo sport, il cinema, le ragazze. Studiavo recitazione alle superiori e il mio insegnante, l'italo-americano Ed Racazino (Dio lo benedica), ebbe un ruolo nella mia storia. Giocavo a football, ero un quarterback promettente. Poi mi fratturai una spalla e mollai il liceo. Anche perché, nel frattempo, si erano sparse alcune sgradevoli voci sulla mia precoce love story con certi farmaci: in effetti dal drugstore locale rubavo già allora flaconcini di Dailudin o Panthaton. Ingoiavo le pastiglie e provavo una piacevole sensazione di calma e tranquillità. Un equilibrio stordito che mi faceva camminare sulle nuvole senza pensieri o responsabilità. Con quella roba potevo affrontare ad armi pari la mia inquietudine o come minimo, nasconderla sotto il tappeto. Imparai a non farne più a meno.
Lasciai la squadra e la scuola e mi arruolai nel corpo dei Marines, per rendere gloria alla patria e spassarmela in giro, alle spese del presidente Eisenhower. Era il 1959.

Per un anno e mezzo marciai con i miei commilitoni tra Laos, Cambogia e Vietnam, quando ancora la guerra non era che una possibilità in qualche stanza dei bottoni. Nell'estremo Oriente imparai a suonare davvero la chitarra: merito del mio vicino di branda, il sorridente Jim Goodwyn, il beatnik dagli occhi di ghiaccio. Anche laggiù trovare droga non era un problema: spesso e volentieri,
ne rimediavamo un po'. Nelle notti di luna piena poi, quando non si marciava e non ci si esercitava alla guerra, mentre i miei compagni scrivevano alle famiglie o alle fidanzate io componevo canzoni.
Per lo più strutturate su vecchi giri folk e blues, nello stile dei maestri del genere.
Tornai a casa più irrequieto di prima, e forse anche un po' più uomo. Fu il mio ex-insegnante di recitazione, quel Racazino di cui vi parlavo prima, a scrivere per me una lusinghiera lettera di raccomandazione indirizzata all'American School of Dramatic Arts di New York City.
I miei genitori, artisti di larghe vedute, se n'erano fatti una ragione: non sarei tornato dietro quei fottuti banchi di scuola, avevo altri progetti per la testa, anche se ancora non sapevo con esattezza quali. Fu così che, a bordo di un pullman Greyhound, attraversai l'America diretto come una freccia verso il mio bersaglio, il Greenwich Village.

In quel preciso momento storico, parliamo del 1961, il quartiere viveva un autentico rinascimento:
i migliori talenti d'America battevano l'asfalto, artisti vagabondi per le strade, nelle Coffee House o nei salotti più chic; giovani pittori, scultori o scrittori e poeti o cantautori. Si trasferivano tutti o dormivano da qualcun altro, brulicavano silenziosamente nella notte tra Bleecker e MacDougal street, Thompson, Sullivan o il Washington Square Park. Che tempi: potevi ascoltare fino alle ore più piccole Coltrane al Village Gate, oppure Miles al Vanguard, poi uscire fuori e imbatterti per caso in qualche esponente della Beat Generation, in Andy Warhol costellato dal suo bizzarro entourage, Maya Angelou, Pete Seeger o Woody Allen, che proprio in quei giorni iniziava con la stand-up comedy al Duplex. Quanto a me, trascorsi sei settimane frequentando i corsi all'accademia d'arte drammatica, dopo di che fui buttato fuori, colpa dei troppi e ripetuti ritardi.
Quelli erano fissati con la puntualità e io, evidentemente, non ero tagliato per una vita così regolata. Con i miei ultimi 40 dollari comprai una chitarra, una Harmony dalle corde di Nylon.

E cominciai la mia bella gavetta da aspirante folksinger professionista: insieme ad altri novellini in odore di leggenda (tra cui Bob Dylan, appena arrivato da Hibbing, Minnesota: un talento ancora acerbo, però già sensibilissimo nell'assorbire vibrazioni, atmosfere ed idee altrui ... ascoltava ed immagazzinava qualsiasi cosa, poi rielaborava ed aggiungeva i suoi ingredienti segreti) rotolavamo su e giù per i locali: c'era il Gerde's Folk City, il Bitter End, il Café Wha?, il Gaslight.
Ad ascoltarci, una platea ben assortita di studenti di sinistra e militari in licenza, studentesse d'arte bellissime e giovani colleghi senza scrupoli, in attesa di salire sul palco e farti le scarpe.
Intorno alle assi di legno di quei postacci del Village conobbi quasi tutti i cantautori responsabili della rinascita del folk americano. Non ho tempo né voglia di nominarli tutti: mi limiterò a ricordare i miei più vecchi e cari amici: Karen Dalton e Fred Neil. Entrambi furono come fratelli maggiori per me, figure di riferimento con cui condivisi tutto in quei primissimi anni di carriera.

Feci quella vita per un paio d'anni prima di spostarmi nella zona universitaria di Boston e Cambridge, zeppa anche lei di locali ben sintonizzati con il folk revival: "Blowin'In The Wind" nella versione di Peter, Paul & Mary risuonava ovunque a quei tempi. Fu proprio in una coffee house da quelle parti che fui avvicinato dal banjoista Erik Jacobsen, alla fine del mio set di traditional e cover. Erik era rimasto impressionato dalla mia voce e dal mio repertorio, voleva riportarmi in tutta fretta a New York per incidere qualcosa con la sua produzione artistica.
Io non aspettavo altro. Era arrivata la mia occasione, finalmente. Nel ‘63/'64 incidemmo per la Columbia Records (quella di Dylan e Billie Holiday) tutta una serie di provini e demo: "House Of Rising Sun", "Hoochie Coochie Man" e altra roba del genere, più alcuni miei brani originali.
La strada sembrava tutta in discesa, considerato il boom del folk che scuoteva le città americane: non andò così per me. La Columbia mi scaricò e rescisse il contratto. Tutto quel materiale uscì anni dopo, in maniera confusa. Io non mi persi d'animo e nel 1965 andai a Los Angeles, la città degli angeli, pronto ad essere sorpreso dagli eventi.

Il mio angelo biondo, la mia ossessione, la mia nuova musa, si chiamava Susan Yardley ed era una giovane attrice di soap opera nello show televisivo "The Young Marrieds". Ci incontrammo sulla spiaggia di Venice, una domenica pomeriggio, e fu amore a prima vista. Il suo fascino discreto, mai arrogante, mi incantava. Rideva alle mie battute, era fedele e devota e io scrissi per lei tutte le mie canzoni. Accettò di mollare il lavoro e ritrasferirsi con me a New York, perché nel frattempo mi era stata offerta una seconda chance, stavolta con l'etichetta Verve Forecast.
Quella che vedete sulla copertina del mio secondo album è proprio lei, Susan, incinta del nostro Damion, che oggi ha 45 anni e lavora nel settore immobiliare, da qualche parte giù in Florida.
Fu lei a ispirarmi nell'estate del 1966, quando composi i pezzi per "Tim Hardin 1". Era un buon disco d'esordio, pieno di dichiarazioni d'amore e inquietudine, di mistero, sogni e responsabilità.
Il vibrafonista jazz Gary Burton, uno dei migliori sulla piazza, era dei nostri, così come l'armonica del vecchio amico John Sebastian, che nel frattempo aveva trovato fortuna nei Lovin' Spoonful.
A parte una manciata di numeri folk-rock che scorrono via come acqua fresca, ricordo con piacere alcune delle cose migliori del mio repertorio: "Part Of The Wind", "Misty Roses", "It'll Never Happen Again", "How Can We Hang On To a Dream?". E poi, naturalmente, "Reason To Believe", la mia ballata folk più incisiva, il mio pezzo forte. In fase di post produzione aggiunsero gli archi alle registrazioni originali: non fu una grande idea, non facevano che appesantire tutto il resto.

L'album ricevette buone recensioni (fui molto applaudito all'annuale Festival folk di Newport),
ma non fu un grande successo. Così dalla Verve mi chiesero subito altro materiale da far uscire, canzoni che terminai di registrare quella stessa estate e che andarono a finire sul mio secondo album, "Tim Hardin 2", nella primavera del 1967. Fu un passo avanti, anche se relativo.
In quel disco c'era infatti "If I Were a Carpenter", un'altra ballata per la mia Susan: la cover che ne fece Bobby Darin andò forte nelle classifiche: si fermò al numero 8 negli Stati Uniti e io, che credevo ormai spianata la mia gloriosa carriera, festeggiai con una solenne sbronza nel Lower East Side, in compagnia di un senzatetto. Poi mi feci di eroina e tornai a casa completamente intontito. Proprio in quel periodo la mia divenne una vera e propria dipendenza: ero in balia dell'eroina, schiavo dei suoi effetti. E pensavo anche, come tutti sulle prime, che avrei potuto smettere quando e come volevo: bella questa, raccontala a un altro, Tim. Le cose cominciavano a prendere una brutta piega anche nel rapporto con Susan: capitava che la picchiassi, di notte, quando tornavo a casa da qualche bar e mi sentivo fare il terzo grado. Subito dopo mi odiavo per averlo fatto, ma in quel momento, non so, era come se qualcun altro prendesse il controllo della situazione e facesse cose al posto mio. Per farmi perdonare le continuavo a dedicare canzoni ma non funzionava, perché poi accadeva che la picchiassi di nuovo, fuori di me.

Uno dei più bei concerti (aprile 1968 alla Town Hall di New York) finì registrato dallo staff della Verve e divenne "Tim Hardin 3: Live In Concert". La mia band per l'occasione comprendeva uno strabiliante Mike Mainieri al vibrafono, poi una seconda chitarra, sezione ritmica e tastiere. Insieme facemmo pochissime prove: ero abituato ad esibirmi da solo, o al massimo in duo, per massimizzare i guadagni ed avere liquidità immediata per spese familiari e stupefacenti.
In quel disco c'erano parecchi miei "classici" (anche se mi fa sorridere chiamarli così, come se tutti li conoscessero davvero come sanno a memoria i pezzi dei Beatles) e la mia voce è in buona forma.
Malgrado questo, l'album non vendette. Aggiungete pure che, stimolato da certe droghe, da tempo ormai avevo maturato una sorta di "paura del palcoscenico" che mi impediva di tenere lunghe tournée in giro e non aiutava la mia carriera a spiegare le ali. Il 1969 in questo senso fu l'anno delle grandi occasioni. La Verve mi scaricò dopo un deludente "Best Of" ma la Columbia Records
(sì, proprio quella che mi aveva mollato anni prima), evidentemente affamata di nuovi (?) talenti,
mi scritturò. Incisi subito in formato 45 giri una cover di Bobby Darin, "Simple Song Of Freedom", che si affacciò timidamente nella top 50 americana: in un certo senso era una maniera per ringraziare Bobby. Malgrado non fossi mai stato un suo fan, era stato lui ad incidere un mio pezzo, facendolo conoscere al grande pubblico. Mi trasferii con Susan e Damion nella zona di Woodstock,
non lontano da dove era andato ad abitare anche Dylan ed altri artisti. Sfortunatamente, il luogo cominciava a perdere la magica aura che mi dicevano avesse anni prima: colonizzato senza pietà da ragazzini hippie sballati, che ti entravano in casa di notte e facevano l'amore sul divano in salotto. Ricordo che una volta spaccai una bottiglia di Jack Daniel's in testa a uno di quegli svitati, che aveva spaventato mia moglie. Poi lo accompagnai all'ospedale.

Avrei dovuto aprire il Festival di Woodstock, il pomeriggio del 15 agosto 1969: uno dei quattro organizzatori, Michael Lang, era un buon amico, e mi aveva assicurato che suonare lì sarebbe stata LA grande occasione per rilanciare definitivamente la mia carriera. Accettai la proposta: avevo da poco smesso con l'eroina (ma ero ancora agganciato a metadone ed alcool), stava andando bene, insomma sentivo di potercela fare. Mi dissero che ci sarebbe stata una troupe a fare le riprese per un film documentario e poi, soprattutto, centinaia di migliaia di persone, venute da tutta l'America per partecipare a quella sbornia collettiva di "Pace, Amore & Musica".
E così, il pomeriggio del primo giorno, quando noi musicisti eravamo tutti backstage, in una zona comune allestita con tavoli e sedie di legno, a chiacchierare e suonare insieme, Michael viene a chiamarmi. Io me ne sto lì, ignaro, in un angolo, a ripassare il repertorio, convinto che il mio set vada in scena al calare della sera. Lang mi si siede accanto e, gentilmente, mi informa che gli Sweetwater (ovvero la band che avrebbe dovuto aprire il Festival) sono ancora bloccati nel traffico oceanico che dall'aeroporto locale porta alla fattoria di Yasgur. E mi chiede se per caso non volessi aprire io le danze. In quel momento, da sobrio, tutta la mia proverbiale "paura da palcoscenico" torna a farsi sentire. C'è già più di un'ora di ritardo sulla tabella di marcia e i ragazzi seduti là fuori cominciano a surriscaldarsi, a fare casino. No, non posso farcela a sostenerlo.
Così spiego timidamente a Michael che non me la sento, che non cela faccio, che anche la mia band deve ancora arrivare. Fortunatamente lui non insiste e prosegue il suo giro di proposte: alla fine convincerà Richie Havens, e la sua performance resterà davvero nella storia, roba da brividi. Quanto a me, salii sul palco all'imbrunire per un doppio set, prima acustico in solitaria e poi elettrico con il gruppo. La prima parte andò anche bene, ma la seconda fu un mezzo disastro.
Ero piuttosto brillo e l'improvvisazione live con musicisti non familiari non funzionò affatto.
Fu un grosso fiasco e quando si parla del Festival, beh, non è per ricordare Tim Hardin.

Malgrado l'atmosfera si fosse guastata, contaminata da qualche hipster di troppo, restai dalle parti di Woodstock fino al 1971-72. Il mio contratto con la Columbia prevedeva tre album, e fu esattamente ciò che diedi loro. "Suite For Susan Moore & Damion", il mio lavoro più impegnativo, uscì nel '69. Comprendeva quattro lunghe suite sperimentali, tutte dedicate a mia moglie e mio figlio. Tromba, sassofono, tastiere e chitarre: più che altro un lungo happening d'avanguardia cantautorale, poco fruibile e men che meno orecchiabile. Non piacque e vendette ancora meno dei precedenti. Così tentai di rimettermi in carreggiata con i due dischi successivi, concentrandomi sul lavoro visto che Susan, nel frattempo, mi aveva lasciato, stufa di essere soltanto la musa ispiratrice o la "donna angelo" che poi prendeva le botte. Andò via con Damion, e posso capirla: non c'era più comunicazione tra di noi, soltanto sesso disperato e malinconico oppure litigi furiosi. Al suo posto, l'avrebbe fatto chiunque. E io non avevo neppure la scusa di essere una rockstar viziata che la faceva vivere come una principessa. Nossignore.
Incisi "Bird On A Wire" (1971) e "Painted Head" (1972), prima di lasciare definitivamente Woodstock. Il primo lo terminammo a New York City, con l'aiuto di sessionmen del calibro di Joe Zawinul, Ralph Towner, Mike Mainieri. Ben prodotto, magnificamente suonato ed arrangiato. Cantai meglio di sempre: tra i dieci brani in scaletta c'era il pezzo di Leonard Cohen che dava il titolo al disco, e un altro classico come "Georgia On My Mind", resa celebre da Ray Charles. "Painted Head" lo finimmo invece presso i mitici Abbey Road Studios di Londra, dove mi ero definitivamente trasferito dopo una serie di vagabondaggi in giro per l'America (Hawaii; San Francisco; Los Angeles; Colorado).

L'album londinese era zeppo di cover, anche perché non ero davvero più in grado di scrivere pezzi originali, la mia migliore ispirazione la sentivo lontana, perduta chissà dove. Per carità, anche quel disco è pieno di ottimi musicisti ospiti (tra gli altri ricordo Peter Frampton, il percussionista dei Traffic e il chitarrista di Cat Stevens, il vibrafonista di Elton John e i batteristi di Shadows e Joe Cocker) e suona alla grande, ma c'era qualcosa che non andava. Io non andavo.
Ululavo alla luna pezzi come "Nobody Knows You When You're Down & Out", e la situazione non poteva essere più reale. Non avevo più i miei affetti, i miei dischi, compresi gli ultimi, vendevano molto poco, tanto che anche la Columbia mi scaricò. La ragione principale per cui mi ero trasferito laggiù era il metadone, fornito gratis dal sistema sanitario nazionale: questa è la verità, la musica che ti brucia dentro come un demone c'entrava fino a un certo punto.
Ispirai compassione persino in Susan, che non vedevo da anni e che era venuta laggiù nel disperato tentativo di riconciliarsi con me. Le avevo scritto che andava alla grande: beh, non era così.

Incisi un ultimo album in Inghilterra nel 1973, "Nine", per la Gm Records, piccola etichetta indipendente di proprietà del manager di Rod Stewart, il quale nel frattempo aveva fatto i soldi con un album che conteneva la mia "Reason To Believe". Scrissi in quell'occasione le ultime canzoni originali, e cantai altre cover come "Fire & Rain" di James Taylor. Per promuovere il disco partecipai al Festival di Reading, ma la mia esibizione passò quasi inosservata da una platea che era lì più che altro per applaudire il progressive rock dei Genesis o il virile rock-blues di Roy Buchanan. Un destino simile ebbe la mia tournée con Tim Rose, altro cantautore americano che aveva perso l'autobus per la gloria: un anno più grande di me, resterà nella storia per aver elaborato per primo la versione lenta di "Hey Joe", suonata e ascoltata in un locale del Village da Hendrix in persona, che la rese poi universale, mettendoci tanto di suo. Io e Tim eravamo spesso ubriachi durante quel giro di concerti: non riuscivamo nemmeno a capire che tipo di pubblico veniva a sentirci, visto che non eravamo grandi nomi. Per il resto preferisco dimenticarmi degli anni londinesi: non combinai nulla di artisticamente rilevante. Raramente uscivo di casa, mi limitavo a nutrire le mie tossicodipendenze nella penombra, in attesa di qualcosa.
Che non arrivò mai e mi spinse a fare le valigie. Nel 1976 tornai in America, prima a Seattle, poi di nuovo a Los Angeles, dove mi riconciliai temporaneamente con mia moglie e mio figlio.

Da alcuni amici e fan fu addirittura organizzato per me uno stravagante "Homecoming Concert"
a Eugene, nell'Oregon, mia città natale. Doveva essere un film documentario e un disco dal vivo, ma le mie condizioni di salute non resero interessante il primo e pregiudicarono la riuscita del secondo, che uscì postumo sotto forma di bootleg. In quegli stessi anni vendetti, tramite il mio manager, tutti i diritti d'autore dei miei brani. Fu lui a convincermi e ancora oggi resto dell'idea che intascò di nascosto un enorme fetta dei ricavi di quella vendita. Ero furioso per questo, ma non avevo elementi per dimostrarlo, e poi troppo spesso ero agganciato alle droghe pesanti per essere anche solo presentabile in una riunione. Alla fine di un'ultima, terribile litigata persi per sempre anche Susan e Damion. E servì a poco anche il mio tentativo, per una volta davvero riuscito, di smettere per sempre con eroina, speed e valium. Ero pulito e vagamente presentabile, certo, avevo persino una nuova, giovane fidanzata che si occupava di me, Janet. Però continuavo a bere e riempirmi di cibo, a ingrassare e perdere capelli, fino a diventare l'orso malinconico e rabbioso che descrivevo all'inizio.

Mi sentivo tagliato fuori da tutto nei miei ultimi anni di vita: l'America e il mondo stavano cambiando drasticamente e io non riuscivo ad assecondare quei movimenti. Non ero in sintonia, fuori tempo e fuori luogo. Come un veterano del Vietnam rimasto zoppo, alcolista e senza famiglia.
Nessuno vuole più saperne di lui, nonostante abbia servito la sua patria e si sia fatto onore.
Come lui, anch'io mi sentivo un relitto, umorale e iracondo. Essendo sobrio durante il giorno e potendo sopravvivere con i soldi della vendita dei diritti d'autore, me ne andavo sulla spiaggia a riflettere. I pensieri erano quasi sempre a senso unico: nei momenti di maggiore onestà interiore riuscivo ad ammettere di aver fallito, e non soltanto per colpa di fattori esterni.

Non ero dannatamente bello come James Taylor o Francoise Hardy. Non avevo mai avuto il carisma magnetico di Jim Morrison, o posseduto il Dono del suono di Jimi Hendrix o della parola, come Bob Dylan. Certo, avevo una voce conturbante, profonda e passionale, ero un buon chitarrista acustico e ho scritto alcuni pezzi degni di nota. Ma da sole, quelle doti e quei dati di fatto non bastavano, non erano sufficienti a farti fare il grande salto, cavalcare la grande onda.
E poi non avevo neanche mai fatto parte integrante di una scena musicale, come quella psichedelica di San Francisco. Anche all'epoca dei miei esordi, al Greenwich Village, non facevo davvero amicizia coi ragazzi del folk; suonavo quando era il mio turno, ma poi uscivo e girovagavo per conto mio, nella fumosa notte newyorkese, proprio come De Niro in "Taxi Driver", perduto in chissà quali meditazioni o, più semplicemente, strafatto e ubriaco. Vinto da quel lato oscuro che sentivo dentro, quella fragilità, quell'inquietudine, quell' introversione umorale che, tramutata in fobia per il palcoscenico, mi impediva di fare lunghe tournée in giro per l'America, mossa strategica che invece avrebbe fatto girare il mio nome, ascoltare i miei dischi. Non ho mai fatto promozione, interviste per la radio o per i giornali. Seguivo l'istinto, facevo a modo mio, senza mai accettare consigli. Combinando spesso guai. Non mi facevo vedere in giro nei locali che contavano, non suonavo nei dischi degli altri, né avevo storie con cantautrici belle e famose.
La tossicodipendenza era l'unica a darmi pace, tranquillità.

Per il resto ero un solitario, scontroso, cocciuto, violento e lunatico, e chissà se sarei andato davvero a nozze con la fama, in copertina su Rolling Stone e sulle orecchie di tutti. Forse no, forse è andata bene com'è andata, anche se poteva finire meglio e ci sono parecchie cose che rifarei,
se soltanto ne avessi l'occasione. A partire dal rapporto con mia moglie e mio figlio.
Potete scommetterci. A questa e a tante altre cose pensavo nei miei pomeriggi deragliati,
sulla spiaggia di Santa Monica, fissando le onde. Finita l'ultima birra mi alzavo faticosamente in piedi, scrollavo via la sabbia dalle scarpe, e sulle note incoraggianti di "(Just Like) Startin' Over" di John e Yoko, guidavo verso casa, ripetendo a me stesso che forse era stato meglio così.

 

 

Playlist

Tim Hardin 1 (1966)

 

Tim Hardin 2 (1967)

 

  Tim Hardin 3 Live in Concert (live, 1968)

 

 
Tim Hardin 4 (1969)  
Suite for Susan Moore and Damion: We Are One, One, All In One (1969)

 

 
Bird On A Wire (1971)
 
  Painted Head (1972)

 

  Nine (1973)

 

  The Homecoming Concert (live, 1973)

 

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