Approfondimenti

La nuova scena norvegese

Bergen Wave

di Massimiliano Raffa
Quando il pensiero veleggia verso le algide e frastagliate coste atlantiche della Norvegia, intarsiate di fiordi, aspre insenature e strapiombi vertiginosi, dominati dallo spettacolo grandioso e sconvolgente della natura creatrice, laddove persino l'immaginazione si scopre inadeguata a cogliere la maestosa complessità del tutto, la mente rimanda inevitabilmente alle malinconiche, sublimi, raggianti melodie della suite del "Peer Gynt" di quel berghense doc chiamato Edvard Grieg. A distanza di un secolo dalla scomparsa del più celebre compositore norvegese, pare che quegli scenari incantevoli che avvolgono la città natale di questi e di Ole Bull - spesso considerato uno tra i più raffinati violinisti romantici - non abbiano smesso di ispirare generazioni di musicisti. Così, tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del decennio appena conclusosi, una cittadina di poche centinaia di migliaia di abitanti, diviene una delle capitali europee dell'alt-pop.
Agli inizi dei Nineties, specie per chi Bergen la conosceva poco o per nulla, la città appariva nell'immaginario come una città oscura, nascosta dietro sette aguzze colline, sovrastata da nubi portatrici di pioggia incessante: la capitale malvagia di Varg Vikernes e dei più efferati esponenti della "Black Metal Mafia", divulgatori di odio e violenza mediante trame musicali nichilistiche e luciferine, abitata da un popolo nel cui dialetto sono doppiati i personaggi cattivi nei cartoni animati norvegesi, che rifiuta l'appartenenza alla propria nazione perché Bærgen er ikkje Norge, come si legge sugli striscioni della squadra di calcio locale. Ma, si sa, la musica è capace di trasfigurare - in poche battute, con pochi suoni, con poche atmosfere riprodotte - immaginari che sembravano ormai ben radicati nella nostra coscienza.

 

bergen_1Ed ecco che quando nella primavera del 2004 radio e televisioni italiane diffondono un brano di grande carica evocativa come "Misread" di due giovanotti di Bergen, alla città viene improvvisamente restituita la sua aura trasognante, d'incanto. Eppure, tra la metà degli anni Novanta e la metà del decennio appena conclusosi, c'è una storia da raccontare, che trova il suo avvincente seguito anche nel periodo che ci separa da quel 2004.

La storia è di quelle semplici e di apparentemente facile comprensione, è quella di ragazzi in fuga dal freddo, dalla pioggia ma soprattutto dalla noia e dalla solitudine, che si riuniscono in appartamenti e pub, sorseggiando improbabili acquaviti e sbocconcellando pizze surgelate di dubbia gradevolezza. Uno di loro è Mikal Telle, un diciottenne originario di Oslo il cui nome potrebbe dir poco a molti, ma che invece è tutto (o quasi) per le sorti di quella che è stata definita Bergen Wave o bergensbølgen.

Subodorando un potenziale creativo non indifferente aleggiare tra i giovani musicisti cittadini, Telle decide nel settembre del 1995 di aprire una bottega in una delle più caratteristiche strade del centro cittadino, al numero 11 di Skostredet, dove poter spacciare capsule policrome di cultura underground. Sarebbe diventato un luogo d'incontro per tutti i giovani non solo di Bergen ma anche di altre città del paese scandinavo, pronti ad accorrere presso la graziosa cittadina colmi di buone intenzioni artistiche. Inizialmente denominata Primitive Records e più specificamente dedita a produzioni punk, per facilitare la catalogazione delle sue altre anime - quella pop e quella electro - la House of Tellé assumerà anche le denominazioni Ellet e Footnes/Tellektro. La funzione principale della label è quella di produrre 7", 10" e 12" da smistare in giro per il paese. La prima release fu uno split di Bjørn Torske, decano della space-techno norvegese (e principale responsabile dell'ondata italo-disco scandinava che avrebbe portato il berghense Skatebård alla DFA e Lindstrøm al plauso planetario), e Dj Erot, al secolo Tore Kroknes. Questi, tragicamente scomparso nel 2001, fu una figura determinante ai fini dell'esplosione artistica dell'allora compagna Annie nel 1999, quando venne pubblicato il primo singolo "The Greatest Hit" ai tempi in cui la giovane cantante electropop era appena sbarcata a Bergen e lavorava come dj nei club locali. Presso le medesime bande, si erano da poco ritrovati due vecchi amici di Tromsø, Stein Berge e Torbjørn Brundtland, che con il nome di Röyksopp diedero alle stampe per la Tellé due singoli - "Eple" e "So Easy" - perle trip/downbeat di tale pregevole fattura da convincere la britannica Wall of Sound a contrattualizzarli in tempi record.

 

L'uscita di "Melody A.M." rappresenta un momento chiave dell'evoluzione e dell'internazionalizzazione della nuova scena di Bergen. L'officina di Telle diviene un serbatoio di artisti da destinare alle grandi aziende discografiche britanniche e statunitensi e nel giro di un paio di anni i Kings Of Convenience di Erlend Øye, uno tra i più affezionati avventori di Casa Telle, ricevono - dopo la distribuzione americana di un omonimo Ep per la piccola Kindercore e dell'album d'esordio per Astralwerks - una determinante spinta commerciale dalla Emi, che produce i singoli estratti dal secondo album, "Riot On A Empty Street", permettendo al duo berghense di scalare le classifiche mondiali piazzandosi in Italia addirittura in terza posizione; il 2004 è anche l'anno del debutto ufficiale (per una sub-label della Warner, la londinese Sixsevenine) di Annie con "Anniemal", raccolta di gelidi schizzi bubblegum pop che tosto conquistano la critica mondiale (altissime le valutazioni di Rolling Stone, Pitchfork, Uncut, Allmusic, Slant); l'anno seguente sarà l'anno della consacrazione - dovuta anche a scaltre operazioni di marketing come l'apparizione sui cataloghi pubblicitari del primo iPod e da pose distintive e movenze dissacranti e (auto)ironiche - del duo digital-twisted-punk Datarock.
Il quadro appena abbozzato, permette di ricostruire la struttura attitudinale della House of Tellé: qui convivono un romanticismo DIY e un netto rifiuto di un "fare discografico" caratterizzato da meri fini lucrativi. A conferma di ciò, è il fatto che i successi internazionali di artisti allacciati all'etichetta non abbiano potuto scongiurare la cessazione della sua attività nell'arco di tempo che va dal 2004 al 2007.

 

bergen_2In quegli anni, tuttavia, Bergen non se n'è stata a sonnecchiare adagiata sui verdeggianti allori del passato più recente. Si registra infatti, in questo periodo, l'attività dell'altro grande talent scout della bergensbølgen: Hans-Petter Gundersen. HP, così com'è meglio noto dalle sue parti, dopo trascurabili esperienze musicali risalenti ai tardi anni Ottanta, è diventato un uomo di fiducia di Warner, Emi, Sony Music e Virgin norvegesi. È lui, nel 2001, a scoprire le doti di un diciassettenne dal volto candido e innocente. Il giovane in questione è Sondre Lerche, che tra il 2001 e il 2004 pubblica per la Virgin Norway un album e una serie di promo e singoli dai quali tracima uno spiccato melodismo e un gusto negli arrangiamenti fuori dal comune. "Two-Way Monolgue", del 2004, è forse il punto più alto toccato dal pop berghense. Negli States, ove attualmente risiede, al giovane Lerche verrà ascritto il lusinghiero (e probabilmente fuori luogo) appellativo di "nuovo Bacharach" per via della raffinatezza con la quale il cantautore riesce a far convivere elementi del pop americano degli anni 50, della mùsica popular brasileira, dello swing jazz fattogli apprezzare dal maestro di chitarra e di certo pop inglese degli anni 80 à-la Prefab Sprout o à-la Elvis Costello. Tuttavia, nonostante tanti ascendenti esterni, "Two Way Monologue" suona come un disco di Bergen. Al suo ascolto è impossibile non rinvenire l'influenza dell'ambiente a Lerche circostante: gemme come "Wet Ground",  "Days That Are Over", "Track You Down", "Stupid Memory", "Maybe You're Gone" e la stessa "Two Way Monologue" sembrano parlare della città, dei suoi cieli violacei nelle mattine invernali, delle sue case color pastello in riva a specchi d'acqua, delle strade cittadine in pietra-serena perennemente umida.

Le scoperte di HP Gundersen, tuttavia, non si esauriscono al solo Sondre Lerche. Oltre a produzioni di scarso interesse come una compilation di presunte next big thing della bergensbølgen - intitolata "Rørt ug Urørt" - in cui appaiono numerosi artisti non esattamente indimenticabili come Sergeant Petter, Magnet, Thomas Dybdahl, Animal Alpha e Nathalie Nordnes, di Gundersen è doveroso menzionare la scoperta di altri due giovani di talento: Julian Berntzen e Matias Tellez. Il primo è autore di un chamber pop sghembo ma elegante di chiara derivazione Sagittarius/Zombies/Love, del quale si segnalano non solo i primi due lavori, piacevoli ma segnati significativamente da un'immaturità compositiva un po' troppo manifesta, ma soprattutto "Rocket Ship Love", in cui Berntzen interpreta la parte di un Neil Hannon scandinavo. Tellez invece, figlio di rifugiati politici cileni, è un cantautore che fa dell'influenza delle sue origini latine il proprio punto di forza: "Tamias Mellez", uscito nel 2007, è un mix esplosivo di funk, bossanova e garage-tropicalia di derivazione Os Mutantes tanto irresistibile da conquistare anche il Giappone, mercato principale di un Tellez che oggi - a soli ventuno anni - vanta tre dischi all'attivo e un contratto con la Sony.

 

Il 2007 è anche l'anno della riapertura dei battenti di Casa Tellé. Telle non si limita al rilancio della scena cittadina, ma agisce puntando su prodotti d'importazione: il primo è Familjen, dalla Scania, autore di un techno-pop super-catchy fatto di beat robusti e synth polari. "Det snurrar i min skalle", interamente cantato in un dialetto svedese, è una raccolta di piccole dinamiti electro che subito deflagrano presso le underground dancefloor europee. L'anno seguente per la Tellé esce "Explode From The Center" delle Rubies, dalla California ma con piglio decisamente scandinavo per i suoi chiari rimandi a Concretes, Knife, Robyn, Lykke Li e Röyksopp.

Oggi la scena musicale cittadina è in pieno rigoglio: sarebbe addirittura già iniziata, secondo certa stampa di settore, la stagione della "New Bergen Wave", come se i recenti apporti creativi delle band emergenti - come i Casiokids, synth-poppari d'assalto autori dell'ottimo "Topp stemning på lokal bar", gli Ungdomskulen, trio garage-prog salmonato, i Syntax TerrOrkester, jazzisti alle prese con i Pavement, gli artisti targati Sounds Gold (Kakkmaddafakka, Megaphonic Thrift, Hypertext e Catastrophe), Razika, figlia illegittima di una a caso delle Slits, i New Wine, risposta norvegese alla fuffa british made in Kitsunè - fossero di tale impatto da costituire un nuovo capitolo della storia del nordic pop.
Rimandando al futuro l'eventuale suffragio a tale tesi, ciò che di questa scena musicale emerge ed è - tirando le somme conclusive - elemento essenziale del perché stesso se ne stia trattando, è la personalità della proposta rispetto al resto della Norvegia. Prendendo in esame il catalogo della più importante label alternativa norvegese, la Rune Grammofon, ci si rende conto immediatamente della (quasi) assenza di artisti provenienti da Bergen. Ampiamente rappresentate invece Oslo, Trondheim, Tromsø, Stavanger. E ci si rende conto solo allora di come grandi artisti, diversissimi tra loro, come The White Birch, Deathprod, Motorpsycho, Serena Maneesh, Supersilent, Alog o Biosphere non potrebbero mai suonare come artisti di Bergen. Per via forse delle atmosfere meste e claustrofobiche che richiamano o per la loro capacità di esprimere in musica tutte le debolezze e le frustrazioni che una vita condotta nel benessere può far affiorare. Mentre in quella cittadina della costa atlantica, celata dietro le sette colline, a ridosso di fiordi cristallini, l'avvilimento diventa ironia, lo sconforto ottimismo e - come per magia - le dissonanze si tramutano in malinconica melodia.

***

INTERVISTA A MIKAL TELLE

mikal_telleMikal, durante i miei mesi di residenza a Bergen mi è capitato più volte di utilizzare la sciagurata espressione di "Bergen Wave", che però il più delle volte è accolta con riso se non addirittura con scherno... perché?
Penso sia una reazione normale... ho impiegato dieci anni prima di assimilare questa terribile etichetta giornalistica, alla quale sono ormai abituato ma che non posso negarti susciti in me ancora una certa ilarità quando la sento o la vedo scritta. Al momento della contemporanea esplosione di Kings of Convenience, Röyksopp e Annie nessuno di noi si rese conto che un gruppo di amici che frequentavano gli stessi locali fossero al tempo stesso degli importanti fenomeni, anche commerciali, del panorama musicale europeo. Continuavo e continuo a vederli come persone che s'incontrano in un negozio di dischi o tutt'al più come la nostra scena cittadina in continua evoluzione, ma da qui a definirla una "wave"...

Una scena cittadina che nasce prima o dopo la fondazione della House of Tellé? Qual è stato il tuo ruolo nella sua evoluzione?
Sicuramente nasce prima la "scena cittadina". Il ruolo della mia etichetta era semplicemente quello di "catalizzatore d'idee". Ero convintissimo della bontà dei nostri prodotti e per questo decisi di occuparmene, ma sinceramente mai avrei immaginato che quegli artisti avrebbero avuto il successo effettivamente riscontrato, forse per via della scarsità di mezzi a nostra disposizione che non ci permettevano di andare oltre piccole produzioni a bassa fedeltà.

Intendi dire che a Bergen già a metà anni Novanta, quando fondasti la Primitive Records, la scena musicale era ricca di eventi come adesso? Mi viene difficile figurarmela, penso che nell'immaginario di tutti quella Bergen sia un covo di metallari...
Aprii la bottega nel 1995, l'ondata black metal andava affievolendosi e tutti avevamo l'impressione di vivere un periodo di transizione. C'era una bella scena di indie-rock classico e soprattutto in ambito elettronico si manifestavano le cose più interessanti. Mi riferisco non solo ad artisti che non ebbero molto successo fuori dai confini cittadini, ma anche a gente come Bjørn Torske o i Röyksopp, che allora si chiamavano Ædena Cycle e cominciavano a circolare da queste parti.

Pensi che gli artisti della Bergensbølgen, a parte la loro provenienza, abbiano dei tratti comuni - siano essi umori o caratteristiche musicali, stilistiche o concettuali - che li allaccino?
Ammetto di avere grosse difficoltà nel riscontrare un nesso tra loro, anche per questo mal digerisco l'espressione di "wave", ma penso sia un limite mio. Cerco, però, di astrarmi dai miei condizionamenti dovuti alla mia continuativa residenza a Bergen. Se abbandonassi la città per cinque o dieci anni, e smettessi di ascoltare la nostra musica, probabilmente al mio ritorno riuscirei a trovare un filo conduttore tra i nostri artisti. Mi accorgerei forse del fatto che il nostro approccio alla vita e alla musica è fondamentalmente bifronte: c'è un volto malinconico, che musicalmente risponde alle atmosfere "sospese" di Röyksopp e Kings Of Convenience e un volto dall'espressione sardonica, a modo nostro "punk", che è quello dei Datarock. Questi ultimi, ad esempio, penso incarnino bene il modello-Bergen per via della loro straordinaria capacità di ironizzare su tutto.

La musica è anche "luoghi". All'inizio dell'articolo faccio cenno alla straordinaria capacità evocativa del "Peer Gynt" di Grieg,  che nell'immaginario collettivo occidentale rimanda a scenari scandinavi. Ritieni che l'environment ambientale e sociale possa aver avuto una certa influenza sui musicisti berghensi?
Se vai a Oslo, o in qualsiasi altra città della Norvegia, e confronti la loro musica con quella di Bergen, ti rendi conto della differenza sostanziale che v'intercorre. È come se altrove i toni fossero scuri, come se si respirasse frustrazione. Qui, nonostante quella "malinconia" di cui ti parlavo prima, è come se ci fosse uno spirito ottimista. Un paio d'anni fa, io ed Erlend Øye abbiamo pubblicato una raccolta di brani di giovani artisti cittadini e come titolo abbiamo scelto "Opplett", parola che mi viene difficile tradurti ma che dovrebbe suonare un po' come "cielo aperto". Anche questo è un segno d'ottimismo, considerando che Bergen è probabilmente la città più piovosa d'Europa.

Ma anche la meno fredda della Norvegia...
Diciamo anche la più calda (al momento dell'intervista a Bergen si registrava una temperatura superiore ai 25°C, ndr). Tornando al tuo discorso sul condizionamento ambientale, ti dico che non ho dubbi sul fatto che questa possa influenzare i nostri artisti. Geograficamente Bergen è una citta unica: a cinque minuti dal centro puoi trovarti in mezzo al bosco, in riva a fiordi spettacolosi o in cima a montagne acuminate. Quasi tutti i nostri artisti amano rifugiarsi in quei luoghi, le cui atmosfere sono destinate a entrare nel bagaglio personale di ciascuno di loro... vedi, quando certe cose si consolidano all'interno di te, è pressoché impossibile evitare che al momento della composizione non vengano fuori, anche inconsapevolmente.

Parliamo un po' del futuro: come lo vedi? Pensi che questi musicisti per i quali abbiamo speso tante parole d'encomio riusciranno a mantenersi genuini o piuttosto che il rischio di soccombere di fronte a influenze esterne sia concreto?
Penso che la migliore stagione della nostra scena sia quella che sta per arrivare. In tanti anni non mi è mai capitato di vedere all'orizzonte tanti artisti di così alto livello. Ultimamente circolano dei giovanissimi che sono certo che si faranno apprezzare e faranno parlare di loro, come ad esempio i New Wine, che tra qualche mese pubblicheranno il loro album d'esordio. Periodicamente decido di smettere di occuparmi di musica, di chiudere il negozio e di mandare a quel paese l'etichetta... ma ecco poi che puntualmente vengono fuori, tutto d'un tratto, una serie di artisti interessantissimi. Questo è anche quello che è accaduto adesso. Credimi, il futuro non potrebbe essere più roseo.

Però l'esplosione, almeno in città, di artisti come Fjorden Baby! e John Olav Nilsen, che cantano in dialetto, suona al tempo stesso come un'affermazione di personalità e come una chiusura nei confronti dell'attenzione internazionale.
Non penso ciò costituisca un limite, e i Familjen lo hanno dimostrato. Il nostro obiettivo è comunque portare avanti prodotti di qualità, al di là del loro eventuale successo all'estero. Noi cerchiamo sempre di agire in maniera personale e trasparente, e ci rendiamo conto di operare in questa direzione, specialmente al momento di intrattenere rapporti con l'Inghilterra, che è il nostro circuito di riferimento fuori dai confini nazionali.

Quanto al futuro della Tellé Records?
Beh, a questo non so rispondere!

Playlist
 Ai Phoenix – The Driver Is Dead
 Annie – Anniemal
 Julian Berntzen – Rocket Ship Love
 Casiokids - Topp Stemning På Lokal Bar
 Chocolate Overdose - Whatever
 Datarock – Datarock
 Dj Skatebård - Cosmos
 Familjen – Det Snurrar I Min Skalle
 Kaizers Orchestra – Evig Pint
 Kings Of Convenience – Quiet Is The New Loud
 Sondre Lerche – Two Way Monologue
 The Low Frequency In Stereo – The Last Temptation Of
 John Olav Nilsen & The Gjengen - For Sant Til Å Være Godt
 Erlend Øye – Unrest
 Pogo Pops - Pure
 Poor Rich Ones – From The Makers Of Otium
 Ralph Myerz & The Jack Herren Band – Your New Best Friends
 Real Ones - Outlaw
 Röyksopp – Melody A. M.
 Röyksopp – The Understanding
 Rubies – Explode From The Center
 Soda Fountain Rag – Reel Around Me
 Matìas Tellez – Tamias Mellez
 Bjørn Torske – Nedi Myra
 Ugress – Resound
 Ungdomskulen – Cry Baby
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.