Approfondimenti

Blackstars

Dischi che hanno lottato con la morte

di Federico Romagnoli

La morte di David Bowie apre nuovi scenari sull’interpretazione della sua ultima opera. Scenari che nessuno aveva previsto. Gli ultimi video, benché macabri, lo mostravano apparentemente più in forma di molte persone alla soglia dei settant’anni. Le speculazioni sulla sua salute, dovute al lungo periodo di isolamento, erano appunto un mero vociare, tanto che lo stesso “The Next Day” venne registrato da un Bowie in salute, come testimoniato da Visconti e tutti gli altri collaboratori. E gli indizi di cui erano disseminati i testi di “Blackstar” e “Lazarus” non hanno fatto scattare l’allarme semplicemente perché i testi di Bowie sono intrisi di morte da sempre (“The Width Of A Circle”, “Quicksand”, “Five Years”, il secondo lato di “Diamond Dogs”, “My Death” dal repertorio di Jacques Brel, più di recente “Dead Man Walking” e alla fin fine pure “Where Are We Now?”).

Ora che la partita è conclusa, le recensioni di “Blackstar” – uscite quasi tutte prima della notizia – appaiono completamente fuori fuoco, inclusa quella del sottoscritto. A ben vedere, scorrendo le maggiori testate internazionali, non si riesce a trovarne una che leggesse questo disco come l’elegia che l’artista si è dedicato. Eppure è così che l’opera passerà agli annali.
Si è per questo articolo pensato di guardare indietro, allo scopo di scovare alcuni fra i dischi più simbolici e significativi registrati in condizioni simili, con l’artista ormai gravemente malato e la palese ingerenza della sua vicinanza alla morte sul processo creativo.

Si precisa che la lista è in mero ordine cronologico e limitata al solo ambito pop-rock. Senza la pretesa di includere ogni possibile candidato, si è cercato di mediare alla meno peggio fra il gusto di chi scrive e la portata storica degli album in questione, mirando a restituire un quadro il più culturalmente ampio possibile. Non sono stati inseriti i dischi di chi è morto suicida, in quanto si tratta di una condizione differente rispetto a chi non era, comprensibilmente, ancora pronto per il grande passo.

Pekka Streng - “Kesämaa” (1972)

pekka_strengCantautore finlandese che non ebbe particolare riscontro in vita, è diventato nel corso degli anni una figura piuttosto celebrata a livello locale, perlomeno dagli appassionati. Per la pacatezza della sua voce, le dolci metafore dei suoi testi, la cura per gli arrangiamenti, e il senso di malinconia che ne permea la musica, è considerato più o meno il loro Nick Drake. Le similitudini riguardano più le atmosfere che la musica comunque sia, dato che Streng non disprezza contaminazioni con la psichedelia e il jazz (nella ritmata “Puutarhassa” si permette addirittura il lusso di anticipare le sonorità degli Steely Dan). Quando registrò questa seconda prova in studio gli era già stato diagnosticato un tumore da un paio d’anni, e altri tre ce ne sarebbero voluti prima che ne venisse sconfitto. Tuttavia i medici furono chiari sull’impossibilità di bloccarne la diffusione, e stando alle testimonianze ciò influenzò profondamente la poetica dell’artista.

Jacques Brel - “Brel” (aka “Les marquises”, 1977)

brel_1977A nove anni dal suo ultimo album di inediti, e a tre dalla decisione di mollare la Francia per andare a vivere alle isole Marchesi, in pieno Oceano Pacifico, Jacques Brel torna a Parigi per un mese e registra il suo ultimo album. La sua salute è sempre più cagionevole, sa che non gli rimane molto tempo e incide alcune fra le sue canzoni più intense. Spiccano “La ville s’endormait”, con le sue soffocanti atmosfere noir, “Les remparts de Varsovie”, chanson vecchio stile con testo grottesco su una donna di facili costumi, “Les F…”, assalto contro i nazionalisti fiamminghi su ritmo disco-funk imprestato dal pianista brasiliano João Donato, e la famosissima “Voir un ami pleurer”, toccante ballata sul significato dell’amicizia. Le otto settimane al numero 1 testimoniarono l’amore della Francia per il cantautore belga. Nessuno immaginava che sarebbe stata la sua ultima pubblicazione. Un’embolia polmonare, dopo una lunga lotta con il cancro, ne avrebbe causato il decesso nell’ottobre del ’78.

Virus - “Superficies de placer” (1987)

virusForse la più grande band della ricca scena new wave argentina, i Virus venivano da un paio d’anni di clamoroso successo quando il cantante, Federico Moura, scoprì di essere malato d’Aids. La musica non subì drastici cambiamenti, tuttavia fu riscontrabile un accentuarsi della vena malinconica che già faceva capolino nelle prove precedenti. “Superficies de placer” non riscosse lì per lì il consenso sperato, ma è diventato un classico col passare degli anni. Difficile del resto non subire il fascino di questo pop vagamente decadente e dei suoi arrangiamenti delicati, densi di intrecci elettroacustici, ritmiche funk e sintetizzatori cristallini. Quello che però rende irripetibili canzoni come “Rumbos secretos” e “Transeúnte sin identidad” è la voce di Moura, un velluto di rara eleganza, che ricopre ogni strumento con le sue atmosfere a tratti romantiche, a tratti più rassegnate. Sarebbe morto un anno dopo, chiedendo espressamente agli altri di continuare senza di lui.

Cazuza - “Burguesia” (1989)

cazuzaAll’apice della sua parabola, Cazuza venne indicato da Caetano Veloso come “il più grande poeta della nazione”. I suoi testi erano in effetti capaci di mescolare critica sociale, intimismo e raffinate metafore. La sua voce, capace di adattarsi a taglienti suoni new wave e a morbide parentesi acustiche, faceva il resto. Da quando era risultato sieropositivo, aveva già pubblicato due album di grande successo, l’abbagliante “Ideologia” e il live “O tempo não pára”, ma è “Burguesia” quello registrato quando le sue condizioni si aggravarono. Compreso che gli rimaneva poco tempo, organizzò un doppio Lp di venti canzoni, per quasi settanta minuti di musica. Data la voce ormai compromessa, si destreggiò fra declamazioni, sussurri, e tratti cantati con un timbro rauco e sfilacciato. Come intuibile date le dimensioni, l’opera contiene un po’ di tutto, dalla ballata più zuccherosa al funk più abrasivo, e pur non mettendo sempre a fuoco l’obiettivo, risulta imponente e ammirabile nel complesso.

Queen - “Innuendo” (1991)

queenLe ultime incisioni di Freddie Mercury sono quelle di “Made In Heaven”, pubblicato diversi anni dopo la sua morte, tuttavia quel disco è un pastrocchio senza capo né coda, difficile difenderlo anche per i fan più accaniti dei Queen. La scelta ricade quindi sull’ultimo album pubblicato quando il cantante era ancora in vita e da costui plausibilmente percepito come un saluto ai propri fan. A testimonianza di ciò, i toni sono nettamente più cupi rispetto al precedente “The Miracle”. Certo non mancano gli eccessi e le perdite d’equilibrio tipiche di ogni opera dei Queen, ma almeno tre canzoni sono fra le migliori della carriera: l’epica marcia della title track (con il celebre intermezzo flamenco suonato da Steve Howe degli Yes), il corto circuito fra ironia e mestizia di “I’m Going Slightly Mad”, il funereo manifesto “The Show Must Go On”, il cui titolo è ormai divenuto proverbiale. Come noto, Mercury si spense verso la fine del 1991, per complicazioni legate all’Aids.

Legião Urbana - “A tempestade” (1996)

legiao_urbanaSi chiude la quaterna di personalità Lgbt stroncate dall’Aids con Renato Russo, leader della più celebre rock band brasiliana di sempre. L’album è incompleto e imperfetto, dato che Russo, ormai affaticato e disilluso, non volle correggere le sbavature nelle tracce vocali. Anche alcuni arrangiamenti sono un po’ tirati via, forse per il timore di non registrare le canzoni in tempo. Insomma, i Legião Urbana hanno fatto di meglio, tuttavia il fascino dell’opera è innegabile, i testi un tale abisso di depressione da far sudare freddo il fantasma di Ian Curtis, e l’immediatezza di alcune melodie palese. Dovendo segnalare tre brani, si punta su “Natália”, graffiante cavalcata alt-rock, “Esperando por mim”, gentile jangle-pop nello stile dei loro primi lavori, e “Música ambiente”, con sonorità a un passo dal trip-hop. Russo sarebbe morto poco tempo dopo l’uscita del disco e le vendite avrebbero superato il mezzo milione di copie in appena tre mesi.

Fishmans - “98.12.28 男達の別れ (“98.12.28 otokotachi no wakare”, 1999)

fishmansÈ un’inclusione a dire il vero dibattibile. Sofferente di cuore sin da piccolo, Shinji Sato è sempre vissuto con la consapevolezza di non poter arrivare alla vecchiaia. Il cantante non era insomma più sofferente del solito durante la registrazione di questo doppio album dal vivo. Tuttavia, trattandosi del concerto con cui la band aveva deciso di chiudere la propria carriera, appena tre mesi prima dell’improvvisa scomparsa del leader, ha assunto una vera e propria aura testamentaria. In scaletta i brani più significativi della loro produzione, inclusi i quarantadue minuti del capolavoro “Long Season” (già sui trentacinque minuti nella versione in studio). Di scarso successo commerciale all’epoca, ma osannati dalla critica e con un culto crescente ogni anno che passa, i Fishmans sono una delle più grandi band giapponesi di sempre. La loro musica è una sorta di paradiso art-rock che mescola elettronica e virtuosismi strumentali, pulsazioni dub e voci angeliche.

Johnny Cash - “American IV: The Man Comes Around” (2002)

cash_americanivNon è l’ultimo album registrato dall’uomo in nero, che ha inciso davvero fino all’ultimo momento utile, consentendo al produttore Rick Rubin di pubblicare una valanga di materiale postumo. Tuttavia è il disco che è rimasto simbolico del suo ultimo periodo, quando la decadenza fisica, legata principalmente al diabete, era ormai tanto evidente da spingerlo a celebrare la sua vita in un video – quello abbinato alla cover di “Hurt” dei Nine Inch Nails – denso di nostalgia e senso della fine. Forse il disco in studio più intenso di una carriera imponente, questo manifesto di country gotico trova il suo capolavoro nell’inedita title track, trionfale canto dai toni biblici portato in gloria dall’organo elettrico e dalle solenni note di un pianoforte. “Sento le trombe, sento i pifferi - Un milione di angeli cantano, moltitudini stanno marciando verso il grande timpano - Voci chiamano, voci piangono - Alcuni sono nati e altri stanno morendo - È il regno dell’alfa e dell’omega che arriva”.

Warren Zevon - “The Wind” (2003)

zevon_thewindUna volta appreso di un cancro ai polmoni non recuperabile, Warren Zevon ha deciso di dedicare le sue ultime energie a un album di commiato. Per realizzarlo ha chiamato a raccolta molti dei più importanti nomi del cantautorato americano, allo scopo di dare all’opera un senso di coralità, condivisione e amore per la vita che contrastasse in maniera appariscente con ciò che lo attendeva. La passerella degli ospiti è impressionante: Jackson Browne, Ry Cooder, Bruce Springsteen, Tom Petty, Mike Campbell, David Lindley, Emmylou Harris, T Bone Burnett, Mick Fleetwood, Dwight Yoakam, Tommy Shaw degli Styx, Don Henley e Joe Walsh degli Eagles, e chi più ne ha più ne metta. Prodotte e in buona parte scritte insieme a Jorge Calderón, collaboratore di una vita, le undici canzoni scorrono all’insegna di un onesto cantautorato elettrico, ora ritmicamente sostenuto, ora più pacato, benché molto distante dall’eclettismo che fu del capolavoro “Excitable Boy”, datato 1978.

J Dilla - “Donuts” (2006)

jdilla_donutsJ Dilla è stato un produttore importante nella formazione del linguaggio abstract hip-hop degli anni Duemila. Consapevole di avere i giorni contati, a causa di due mali tanto rari quanto incurabili (una malattia del sangue e una anomala forma di Lupus), Jay Dee si getta a capofitto nella produzione del suo testamento. Costretto sul letto di un ospedale, sfrutta il sampler di cui gli amici e colleghi della Stones Throw gli hanno fatto dono, allo scopo di farlo svagare durante la sua immobilità. Dee eleva ad arte il campionamento asservendolo alla costruzione di brevissimi pezzi non consequenziali, che nell'insieme formano una sorta di suite del nuovo millennio. Trentuno schegge, ventinove delle quali composte in ospedale e poi perfezionate nella casa materna a Los Angeles, dove ha dedicato gli ultimi sforzi alla ricerca di una forma che lo soddisfacesse. Dieci anni dopo, se ne trovano ancora le influenze in molti dischi, hip-hop e non.

Rowland S. Howard - “Pop Crimes” (2009)

rowland_s_howardRowland Stuart Howard è stato un cantautore australiano, noto ai più come cofondatore di band di culto quali Birthday Party, Crime & The City Solution e These Immortal Souls. Secondo album da solista dopo dieci anni di silenzio, “Pop Crimes” è stato registrato piuttosto in fretta nel momento in cui la cirrosi epatica dell’artista è degenerata in tumore. La scaletta è composta da sei originali e due cover (“Life’s What You Make It” dei Talk Talk e “Nothin’” di Townes Van Zandt), che lo vedono sostenuto da Mick Harvey dei Bad Seeds a organo elettrico e batteria. La voce, dai toni ora catatonici ora sofferenti, si staglia su ritmi ipnotici e su ispide linee di chitarra post-punk. Se il risultato ricorda da una parte i suoi vecchi progetti, dall’altro le strutture scarne e il tono mezzo declamato si avvicinano a cose più recenti, tanto che persino Alex Turner degli Arctic Monkeys ha espresso la sua ammirazione per il risultato. Howard è morto otto giorni dopo l’uscita del disco.

Con il contributo di Gioele Sforza (recensione di "Donuts")

Playlist
 UNA CANZONE PER DISCO
  
Pekka StrengPuutarhassa
(1972)
Jacques Brel - La ville s'endormait
(1977)
Virus - Transeúnte sin identidad
(1987)
Cazuza - Filho único
(1989)
Queen - I'm Going Slightly Mad
(1991)
Legião UrbanaNatália
(1996)
Fishmans - Long Season
(live del 28 dicembre 1998, pubblicata nel 1999) 
Johnny Cash - The Man Comes Around
(2002)
Warren Zevon - Keep Me In Your Heart
(2003)
J Dilla - Workinonit
(2006)
Rowland S. Howard - Pop Crimes
(2009)
David Bowie - Lazarus
(2015) 
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