Approfondimenti

Bruce Springsteen

Dreams are alive tonite - The River Tour 2016

di Gabriele Benzing
The Ties That Bind

Questione di legami. Legami che non si possono spezzare. "You can't break the ties that bind". Non è altro che questo, "The River": il racconto di come sia l'appartenenza a un legame a definire quello che sei.
È lo stesso motivo per cui ti trovi lì, presente all'appello nelle ultime vampate di una sera di inizio luglio, a tenere sollevato sopra la testa un rettangolo azzurro (azzurro "The River", manco a dirlo). In attesa dell'ingresso in scena di Bruce Springsteen. "You can't forsake the ties that bind".

Ed eccolo, Bruce, affacciarsi sul palco di San Siro mentre ancora una volta le note di Morricone scorrono con la solennità di un inno. Lo sguardo si alza verso le tribune e per un attimo sembra restare impigliato in quelle migliaia di occhi che cercano i suoi. "Dreams are alive tonite". È come un abbraccio, quella scritta che percorre gli spalti dello stadio in tutta la loro lunghezza. C'è dietro un lavoro di mesi, un progetto di crowdfunding, la passione di un gruppo di fan. Un'impresa già riuscita nel 2013, sempre a San Siro: "Our love is real", recitava la scritta quella volta, ed è anche il nome che hanno scelto per farsi riconoscere. A cui hanno deciso di appartenere.
Bruce legge una lettera dopo l'altra, segue la traccia di quelle parole fatte di persone (desideri, illusioni, speranze), le indica con un dito. Poi annuisce lentamente, con la consapevolezza di chi si riconosce nella stessa lingua, nello stesso cuore.

È da sempre una dinamica viscerale, quella che unisce Springsteen al suo pubblico. L'ha raccontata alla perfezione Baillie Walsh nel suo documentario "Springsteen & I", portando sullo schermo tutto il palpitare delle vite dei fan. Impossibile prescindere dall'unicità di quella relazione, se si vuole capire l'aura quasi mistica che circonda il racconto di ogni suo concerto. "Trionfo a Milano", "Gladiatore del rock", "L'amore continua": depurata dall'inevitabile dose di retorica, da tutto il corredo di enfasi a buon mercato, è sempre una questione di legami.
"You sit and wonder just who's gonna stop the rain/ who'll ease the sadness, who's gonna quiet your pain". Quando arrivi a un concerto di Springsteen, ti porti addosso tutto il fardello della vita che grava sulle spalle. Non per metterlo da parte, ma per trasfigurarlo in qualcosa d'altro: nel rinnovarsi di una promessa. "It's a long dark highway and a thin white line/ Connecting baby your heart to mine". Al di là dell'effetto-karaoke, al di là dei cori da stadio, al di là delle smorfie e delle gag, è quella sottile linea di connessione che tutti stanno aspettando.

"When the audience becomes the band", ha twittato Nils Lofgren per dire il suo "Grazie Milano" all'indomani della prima serata italiana del "The River Tour" 2016. Non è altro che una galleria di istantanee, questa, una raccolta di souvenir ripescati nella memoria di uno scampolo d'estate, tra le luci di San Siro che scrivono la loro dichiarazione d'amore alla E Street Band e la marea di cuori rossi che si solleva dalle prime file del Circo Massimo. Ma quello che conta è la corrispondenza che sta dietro le immagini, quel patto di sangue indissolubile tra audience e band. "The best audience in the world", ripete Springsteen. Nella calura del pomeriggio, al pubblico milanese ha regalato la sorpresa di una memorabile "Growin' Up" acustica. Perché "siamo cresciuti insieme", come aveva proclamato nel 2003, a suggello dello storico ritorno a San Siro dopo il 1985. "È bello essere tornato a casa". Ancora una volta.

Independence Day

Independence Day"Questa è la mia prima canzone su padri e figli". L'organo tratteggia nell'aria la melodia, le voci la raccolgono subito in un coro che si fa sempre più sicuro. Quando ha scritto "Independence Day", Springsteen si era appena affacciato ai trent'anni. "È il tipo di canzone che scrivi quando sei ancora giovane", ha raccontato durante il tour, "e cominci a renderti conto dell'umanità dei tuoi genitori, del fatto che hanno anche loro delle vite, dei sogni, delle speranze nei loro cuori". Oggi è un genitore a cantarla, e davanti a lui ci sono padri e figli (anche nipoti, probabilmente). Gli uni e gli altri alle estremità opposte del tavolo di quella cucina, dove sembra impossibile riuscire a comprendersi: "Nothing we can say is gonna change anything now".
Stasera, però, sono gomito a gomito sotto lo stesso palco, uniti dallo stesso bisogno di vincere l'oscurità che portiamo dentro, le ombre che sembrano divorare la nostra parte migliore. Nelle prime file di San Siro, un padre e una figlia hanno portato due cartelli gemelli: chiedono a Bruce di farli salire sul palco insieme, lei a ballare e lui a suonare la chitarra. Il desiderio non verrà esaudito, almeno per questa volta. Ma quell'unità dice già tutto, spiega meglio di qualsiasi analisi sociologica quanto vada stretta, al pubblico springsteeniano, la solita etichetta di "inter-generazionale": è qualcosa di più profondo, di più intimo, a portare lì famiglie al completo.
Lo si vede da come il rito del coinvolgimento del pubblico in "Dancing In The Dark" si è trasformato in celebrazione collettiva (un ragazzo che va a ballare con Soozie Tyrell, una fanciulla all'addio al nubilato, un tredicenne batterista in erba che riceve le bacchette di Max Weinberg). Di tutte le linee di separazione che possiamo scavare tra noi e le persone che ci stanno accanto, non ce n'è nessuna che non possa essere scavalcata. "Papa now I know the things you wanted/ That you could not say".

Summertime Blues

Summertime BluesL'aria della sera romana ha il profumo dell'estate, quando le prime luci del tramonto colorano la sagoma dei Fori Imperiali. Una distesa di mani a battere il tempo, il sorriso di Springsteen che si rincorre da uno all'altro dei maxischermi disseminati lungo la spianata del Circo Massimo. Un colpo d'occhio da brividi. E il riff squadrato della chitarra che sbuca a sorpresa, con il sapore agrodolce dello scivolare via di una giornata di sole. "Ain't no cure for the summertime blues".
Difficile trovare spazio per l'improvvisazione, nei tour delle grandi rockstar. Con Springsteen, però, la regola non vale: c'è sempre qualche imprevisto dietro l'angolo. Come quando a Milano attacca "Lucille" di Little Richard, prendendo quasi di sprovvista persino la band. Servono a questo le "sign request", i cartelli di brani a richiesta agitati ormai immancabilmente dal pubblico come invocazioni al santo patrono del rock 'n' roll: a volte sembrano solo un espediente un po' stucchevole, a volte è proprio da lì che viene il guizzo capace di scompaginare il copione. Basta pensare alle riletture di "Boom Boom" di John Lee Hooker e del "Detroit Medley" regalate da Springsteen nella serata romana, oppure a capitoli meno consueti del repertorio come "Lucky Town", "Mary's Place" o "The Ghost Of Tom Joad" (dedicata per l'occasione agli "italian social workers" in lotta per la difesa del lavoro).
Il gioco delle cover, del resto, è da sempre uno dei punti di forza delle performance di Springsteen. E quando le note di "Trapped" tornano a risuonare nello stadio di San Siro, a trent'anni di distanza dalla prima volta, è impossibile restare indifferenti. Il crescendo da ballata romantica, lo sfolgorio delle luci, l'esplosione trionfale del chorus: "Good will conquer evil and the truth will set me free/ And I know someday I will find the key".

Drive All Night

Drive All NightCi sono momenti in cui sembra non contare più il fatto di essere in mezzo a una folla: l'intimità è quella di un dialogo a tu per tu. A Milano e Roma succede quando le note del pianoforte introducono il passo al rallentatore di "Drive All Night": il crooning di Springsteen si fa più polveroso, il fraseggio della chitarra più delicato. Persino i battimani lasciano (faticosamente) spazio al silenzio.
Nella parte americana del tour, Springsteen ha sempre eseguito "The River" per intero. Non a caso, tra tutti i suoi album, "The River" è sempre stato quello più vicino a catturare l'energia sprigionata dal vivo dalla E Street Band. Ma, con lo sbarco in Europa, i brani del disco si sono drasticamente ridotti nelle scalette, annacquando un po' l'identità del "The River Tour".
Nel primo appuntamento a San Siro, Springsteen ha voluto invertire la tendenza: quattordici brani su venti non sono esattamente un'esecuzione integrale, ma poco ci manca (considerato anche che la seconda serata milanese riserva altre due delle canzoni mancanti all'appello, "Cadillac Ranch" e "The Price You Pay"). Con il risultato di una setlist più equilibrata che mai, in cui il gioco di incastri tra "The River" e il resto del repertorio si traduce in una perfetta alternanza di atmosfere.
Merito soprattutto degli episodi meno inflazionati del disco, da una "Jackson Cage" tesa e vibrante a un'incontenibile "You Can Look (But You Better Not Touch)", passando per le fulminanti rese di "Crush On You" e "I'm a Rocker". E, ovviamente, "Drive All Night", con il suo dipanarsi da ninnananna per cuori dispersi nella notte: "Don't cry now", invoca Springsteen immerso nell'abbraccio violetto delle luci, e la sua voce diventa un sussurro, pronto a sciogliersi in quel "dream baby dream" rubato ancora una volta ai Suicide.

Backstreets

BackstreetsSfila la tracolla della fedele Telecaster, Springsteen. La solleva in alto come un trofeo, come un'icona. "One soft infested summer me and Terry became friends". È l'incipit di un romanzo, non semplicemente di una canzone.
In un tour come questo, senza un nuovo album da promuovere (e anzi con la dedica espressa a un disco del passato), l'effetto nostalgia è sempre dietro l'angolo: il rischio di prendere la strada più facile per compiacere i vecchi fan. Soprattutto nei brani che fanno ormai da zoccolo duro in tutti i concerti (da "Born To Run" a "Dancing In The Dark"), Springsteen sembra prestarsi più di un tempo ai canoni del rituale: asseconda il rincorrersi infinito dei cori sul finale di "Badlands", ripete l'omaggio ai compagni di strada scomparsi sulle note di "Tenth Avenue Freeze-Out". Non si avventura mai in arrangiamenti che si discostino troppo dagli originali.
Eppure, basterebbe anche solo la capacità di rivoluzionare la setlist nelle due serate di San Siro per dimostrare che la nostalgia, anche stavolta, non è fine a se stessa. "Roulette", "Something In The Night", "Streets Of Fire"... Roba da far ricredere persino gli incontentabili, anche se brani come "Fire" non potranno mai essere la stessa cosa senza i siparietti con Clarence Clemons. Per non parlare del prologo romano, con una "New York City Serenade" accompagnata dagli archi dell'Orchestra Roma Sinfonietta che resterà impressa a lungo nella memoria dei presenti.
Soprattutto, è la convinzione di Springsteen, il senso di urgenza che riesce a comunicare anche solo con uno sguardo, a riscattare dalla maniera persino i classici. Come in "Backstreets", quando nella seconda notte milanese stringe il microfono a un soffio dalle labbra, facendo riecheggiare a mezza voce il suo magnetico "We swore forever friends... until the end... I just wanna see you smile". Poi alza le braccia verso la folla, accompagnato solo dal pianoforte, ed ecco il crescendo travolgere di nuovo tutto quello che pensavi di sapere già, tutto quello che credevi di poter dare per scontato.

Shout

Shout"You've just seen the heart-stopping, pants-dropping, house-rocking, earth-quaking, booty-shaking, Viagra-taking, love-making, legendary... E Street Band!". Al centro di un concerto di Springsteen c'è sempre il rito della presentazione della band. Non che manchino i momenti di festa (da "Sherry Darling" a "Ramrod", passando per le inevitabili "Hungry Heart" e "Out In The Street"), ma la canzone dedicata a offrire all'ovazione del pubblico i singoli componenti del gruppo porta con sé qualcosa di speciale: è la celebrazione di una fratellanza, capace di resistere anche ora che "Big Man" Clarence Clemons non c'è più e che il nome della E Street Band rimbalza come un fumetto sui maxischermi.
Nel "The River Tour" l'onore tocca a "Shout", il primo successo degli Isley Brothers (gli stessi di "Twist And Shout", tanto per giocare in casa...), che si trasforma in un trionfo di call and response, mani al cielo e falsi finali. Anche nel corso della serata, però, a ogni membro del gruppo viene riservato qualche momento di gloria: Nils Lofgren incendia "Because The Night" roteando su se stesso nell'assolo, Roy Bittan porta lo struggimento di "Point Blank" dalle parti di Chris Isaak, Max Weinberg si esalta su una trascinante "My Love Will Not Let You Down", il violino di Soozie Tyrell va a scovare l'anima country di "Darlington County". Little Steven appare forse il meno in forma della squadra, relegato sempre più al ruolo un po' macchiettistico di spalla, mentre Patti Scialfa (quando a Roma decide di presentarsi a timbrare il cartellino insieme agli altri: privilegi da first lady...) si riserva un duetto un po' zuccheroso con il marito su "Tougher Than The Rest". A brillare, però, è soprattutto Jake Clemons, che dopo il debutto con la sezione di fiati del tour di "Wrecking Ball" dimostra di avere conquistato una sorprendente sicurezza nel tenere da solo la scena, ricalcando l'ingombrante ruolo che fu dello zio.
E Bruce? Rispetto a qualche anno fa, la sua presenza sembra un po' più statica, meno prorompente (dove sono i balletti interminabili di "Working On The Highway" o "Cadillac Ranch"?). Persino meno comunicativa, a parte i "Vi amo" e i "Daje Roma" d'ordinanza. Il risultato non è necessariamente negativo: lo spazio tolto allo spettacolo è compensato dalla musica, che (complice l'assenza dalle scalette del materiale più debole dei dischi recenti) regala una delle esperienze più compiute tra i vari tour negli stadi portati in Italia da Springsteen.
D'altra parte, chi potrebbe lamentarsi di un ultrasessantenne che tiene il palco per più di tre ore e mezza ogni sera? E qui, inevitabilmente, lo scettico alza il sopracciglio con diffidenza: "I soliti springsteeniani, obiettivi come i fan russi di Al Bano...". Inutile discutere: solo chi non ha mai toccato con mano può concedersi il lusso dell'incredulità.

This Hard Land

This Hard LandEbbene sì, anche Springsteen è invecchiato. E per fortuna, perché nessuno è rimasto uguale a com'era. Il tempo è passato per tutti, che tu sia lì per la prima o per la milionesima volta. Guardi indietro e ti chiedi dov'è finito, il tempo. Che fine hanno fatto i semi che hai lanciato nel vento.
Per Springsteen, "The River" è il suo personale "coming of age record". Lo spartiacque della vita che si fa risposta, costruzione, sacrificio. Non è un caso che proprio per questo disco abbia deciso di mettere in scena un così monumentale tour celebrativo: riprendere in mano quelle pagine oggi, alla soglia dei sessantasette anni e con un'autobiografia in uscita a settembre, significa guardarsi allo specchio e rendere conto al proprio riflesso trentenne della strada che si è percorsa, dei sogni infranti e realizzati. Degli uomini che si è diventati.
Per l'ultimo saluto, ogni sera del suo giro d'Italia, Springsteen resta da solo sul palco. Solo con chitarra acustica e armonica, come a voler rendere la familiarità ancora più diretta. Non c'è cornice migliore, per momenti così, dello stadio di San Siro illuminato a giorno: stringe tutti in un unico abbraccio, invece di disperderlo lungo l'orizzonte del Circo Massimo. Al pubblico milanese della seconda data, Springsteen non riserva il consueto coro di "Thunder Road", ma un brano a cui tanti hanno concesso un posto speciale. Un brano che parla di semi che non sono mai cresciuti, di terra dura e polverosa. Il viaggio di due fratelli, la fatica e il sudore, l'aridità della vita che sembra non restituire mai nulla.
Eppure, lo sappiamo tutti che quei semi non sono andati persi. "They've just blown around from town to town/ Till they're back out on these fields/ Where they fall from my hand/ Back into the dirt of this hard land". Non sappiamo come, ma la terra non è rimasta la stessa dove sono caduti. Forse siamo lì solo per questo, per sentirci ripetere ancora una volta quella certezza dalla voce che riecheggia tra le tribune dello stadio. Per gridarla a pieni polmoni insieme a lui: "Stay hard. Stay hungry. Stay alive".

San Siro
Playlist

Setlist

 


Milano, San Siro, 3/7/2016

 

  1. Growin' Up (pre-show)
  2. Land Of Hope And Dreams
  3. The Ties That Bind
  4. Sherry Darling
  5. Spirit In The Night
  6. My Love Will Not Let You Down
  7. Jackson Cage
  8. Two Hearts
  9. Independence Day
  10. Hungry Heart
  11. Out In The Street
  12. Crush On You
  13. Lucille (Little Richard)
  14. You Can Look (But You Better Not Touch)
  15. Death To My Hometown
  16. The River
  17. Point Blank
  18. Trapped (Jimmy Cliff)
  19. The Promised Land
  20. I'm A Rocker
  21. Lucky Town
  22. Working On The Highway
  23. Darlington County
  24. I'm On Fire
  25. Drive All Night
  26. Because The Night
  27. The Rising
  28. Badlands
  29. Jungleland
  30. Born In The U.S.A.
  31. Born To Run
  32. Ramrod
  33. Dancing In The Dark
  34. Tenth Avenue Freeze-Out
  35. Shout (The Isley Brothers)
  36. Thunder Road

 

Milano, San Siro, 5/7/2016

 

  1. Meet Me In The City
  2. Prove It All Night
  3. Roulette
  4. The Ties That Bind
  5. Sherry Darling
  6. Spirit In The Night
  7. Rosalita (Come Out Tonight)
  8. Fire
  9. Something In The Night
  10. Hungry Heart
  11. Out In The Street
  12. Mary's Place
  13. Death To My Hometown
  14. The River
  15. Racing In The Street
  16. Cadillac Ranch
  17. The Promised Land
  18. I'm A Rocker
  19. Lonesome Day
  20. Darlington County
  21. The Price You Pay
  22. Because The Night
  23. Streets Of Fire
  24. The Rising
  25. Badlands
  26. Backstreets
  27. Born To Run
  28. Seven Nights To Rock (Moon Mullican)
  29. Dancing In The Dark
  30. Tenth Avenue Freeze-Out
  31. Shout (The Isley Brothers)
  32. Bobby Jean
  33. This Hard Land

 

Roma, Circo Massimo, 16/7/2016

 

  1. New York City Serenade
  2. Badlands
  3. Summertime Blues (Eddie Cochran)
  4. The Ties That Bind
  5. Sherry Darling
  6. Jackson Cage
  7. Two Hearts
  8. Independence Day
  9. Hungry Heart
  10. Out In The Street
  11. Boom Boom (John Lee Hooker)
  12. Detroit Medley
  13. You Can Look (But You Better Not Touch)
  14. Death To My Hometown
  15. The Ghost Of Tom Joad
  16. The River
  17. Point Blank
  18. The Promised Land
  19. Working On The Highway
  20. Darlington County
  21. Bobby Jean
  22. Tougher Than The Rest
  23. Drive All Night
  24. Because The Night
  25. The Rising
  26. Land Of Hope And Dreams
  27. Jungleland
  28. Born In The U.S.A.
  29. Born To Run
  30. Ramrod
  31. Dancing In The Dark
  32. Tenth Avenue Freeze-Out
  33. Shout (The Isley Brothers)
  34. Thunder Road
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