Approfondimenti

Carlo Massarini

Racconti di un absolute beginner

di Marco Bercella

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Carlo Massarini, in occasione dell’uscita del suo secondo libro "Absolute Beginners", di cui vi abbiamo dato conto diffusamente altrove. Ne sono venuti fuori degli inediti dietro le quinte che riguardano il suo modo di lavorare e il suo prossimo progetto editoriale, oltre che una fitta disamina attorno agli "originatori" del rock, specie alla luce del processo di storicizzazione che sta interessando la popular music. Troverete poi un’analisi sui percorsi musicali dei neri dentro e fuori il rock, una sulle affinità e divergenze tra due storici gruppi britannici che al blues devono molto, nonché un fugace ritorno sulla vicenda di "Ghiaccio Bollente". E persino una divagazione di stampo calcistico.

Carlo, sono passati sette anni dal tuo primo libro, "Dear Mr Fantasy". Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questa dimensione letteraria, e come mai questi tempi così dilatati?
Per i tempi dilatati ti do la stessa risposta che mi hanno dato a questa domanda Jackson Browne o Peter Gabriel, ossia che scrivo quando veramente me la sento, e che ho anche altri progetti da portare avanti. Per me scrivere è abbastanza impegnativo, intanto perché scrivo relativamente piano e poi perché amo fare le cose al meglio: sono un pigro perfezionista. Mi rendo conto che è un po’ un ossimoro, però è così. E poi scrivo quando c’è una buona idea dietro: la prima era molto più autobiografica, questa invece è più storica. E’ una dimensione che mi interessa, perché credo di essere di una generazione che in Italia ha vissuto le vicende musicali di prima mano, che le ha viste e che se le ricorda. Poi naturalmente si può sempre approfondire tutto, però ho la memoria fresca, e allora mi sembra giusto lasciare quella che gli americani chiamano legacy, una sorta di eredità di quello che ho conosciuto, che possa essere utile sia a coloro che c’erano in quel periodo, ma soprattutto ai ragazzi che non sanno quello che c’è stato: a me infatti non interessano gli ultimi minuti di un film, anche se forse lì trovi la soluzione, ma mi piace scorrere il film tutto intero. In questo momento di storicizzazione si sanno molte più cose di quando se ne sapessero in prima battuta, perché ai tempi c’erano un paio di giornali musicali - visto che quelli inglesi non li leggevo in quanto troppo fanatici - e allora mi basavo su quelli americani come Rolling Stone, che era un po’ la mia guida: la letteratura applicata alla musica, il concetto che la musica fosse arte e non semplicemente intrattenimento. E così questo processo di storicizzazione - che ormai si è aperto a film, docu-film, biopic, Dvd, riedizioni con nuove note di copertina, a cui si aggiungono le riviste che nel frattempo sono uscite, come Mojo e Uncut che hanno un piede nel presente e uno nel passato – permette di scoprire un sacco di cose anche a coloro che c’erano. E’ interessante riscoprire le storie, perché poi alla fine io non faccio più il critico musicale…

…del resto nemmeno il registro del libro lo lascia intendere, però anche solo le scelte che hai fatto implicano un’operazione critica, o no?
No, è un’operazione di divulgazione da parte di una persona che ha un gusto. Sai, critico significa mettersi lì e dire "questo album è stato meglio di quello prima" e cose così… lo so che il confine tra divulgatore e critico è sottile, però a mio avviso la mia è più narrazione che critica musicale.

Carlo Massarini - Absolute BeginnersSe in "Dear Mr. Fantasy" hai raccontato la tua esperienza dentro il mondo del rock, in pratica la tua storia professionale, con "Absolute Beginners" ti sei cimentato nella veste di ascoltatore e di divulgatore. In quale ruolo ti sei sentito più a tuo agio?
Beh, mi sono divertito di più a raccontare la mia storia personale, perché ho messo in campo tutta una serie di ricordi che mi stavano molto a cuore, con personaggi con i quali ci sono stati degli incroci di vita, oltre che di esperienze musicali. "Dear Mr Fantasy" non voleva certo essere un quadro completo della musica degli anni 70 e degli anni 80, ma più semplicemente la rappresentazione di coloro che avevo incontrato e che avevo fotografato. L’intento era più quello di raccontare la storia di una generazione, e di come essa era stata a sua volta trasformata dalla musica. Questo libro invece racconta anche un periodo che non ho vissuto interamente in prima persona, almeno gli anni 30, 40 e 50, per quanto alla fine degli anni 50 stessi in Canada e ci sono dei pezzi presi dal canzoniere dei miei genitori, come ad esempio "Tom Dooley" dei Kingston Trio che ho inserito nel capitolo dedicato al folk. Però in linea di massima la scelta era quella di fare un compendio di canzoni che rappresentassero i momenti innovativi della musica, e quindi non ci si deve aspettare un greatest hits. Anche se molte di queste erano al primo posto, il gioco non era quello di fare un quadro delle migliori canzoni di quegli anni, quanto piuttosto di quelle che avevano girato un angolo, cambiato qualcosa rispetto alla musica precedente.

"Absolute Beginners" è l’emanazione, manco a dirlo, di una rubrica radiofonica che hai condotto su Virgin Radio. L’idea di trasformare un programma radiofonico in un libro ce l’avevi già o ti è venuta in progress? E che tipo di lavoro hai dovuto svolgere per assecondare questa trasformazione?
No guarda il problema è che se negli anni 70 o agli anni 80 si faceva una cosa, ora se ne fanno tre, ed essendo io abbastanza pigro, dormendo il giusto, e avendo il piacere di fare anche altre cose oltre allo scrivere, quando pensi a un progetto lo devi fare in ottica multimediale, in maniera tale da poterlo trasformare anche in qualcos’altro. E così provi a pensare già dall’inizio a un programma radiofonico, che poi diventa un libro, che poi diventa un programma televisivo, che poi diventa una mostra: ragiono insomma in termini multimediali, come idea di marketing di un prodotto che poi viene declinato in maniere diverse. E’ l’unica cosa che puoi fare in questi anni, perché se rincorri ogni singolo prodotto, non hai il tempo, non hai le energie, e non hai nemmeno un rientro economico adeguato. Non sempre succede così, ad esempio "Ghiaccio Bollente" non è diventato un libro…

Potrebbe diventarlo però: sarebbe bello scrivere un libro sulla vicenda di "Ghiaccio Bollente"...
Sì, un libro bianco, per raccontare le cose come stavano… Ma non sono particolarmente polemico, anche l’idea della petizione – per la quale ringrazio ancora OndaRock per come l’ha appoggiata – è una cosa che è nata spontaneamente, l’idea di una mia amica di Facebook. Io sono sempre uscito in maniera sobria dalle situazioni professionali nelle quali non ero più desiderato, o non facevo più parte del progetto, perché quando si chiude una cosa puoi anche stare a discutere, puoi magari trarne qualche vantaggio economico, ma se è chiusa è chiusa. Molti ancora oggi mi incrociano e mi chiedono "Beh allora? Ghiaccio Bollente?", e io: "No, Ghiaccio Bollente è finito...", dopodiché non si sa mai, perché come dice Lennon la vita è quello che ti succede quando stai pensando a qualcos’altro. E comunque penso anche di avere un’età nella quale vorrei fare ancora alcune cose importanti e poi andare in pensione per godermi la vita e farmi dei viaggi, quelli che non riesco a fare da vent’anni, ed è la cosa che mi manca di più. Se riguardo indietro, però, mi dico che quel programma è una cosa che ho fatto, che l’ho fatta bene anche se in Rai non hanno capito che aveva importanza soprattutto per un certo tipo di pubblico, per quanto non maggioritario. Da questo punto di vista è cambiato il sistema... se tu fai dei programmi un po’ di qualità, un po’ raffinati, automaticamente non riesci ad arrivare a un pubblico vasto.

Ne so qualcosa...
Non te lo consente il sistema, non perché è cattivo con te, ma perché si è conformato in un’altra maniera, e quindi un genere di intrattenimento lo puoi fare proporzionalmente al numero di persone che ti ascolta. La musica come la raccontava "Ghiaccio Bollente" era qualcosa di nicchia che partiva da un presupposto di una collocazione notturna, all’interno di una rete come Rai 5 che ha poche decine di migliaia di spettatori. E quando ti trovi in una dimensione del genere, sai che la tua base d’ascolto è relativamente ridotta, e il tuo potere contrattuale lo è altrettanto. Puoi quindi solo divertirti a farlo.

Carlo Massarini - Eugenio Finardi - Absolute BeginnersCarlo, chi sono gli absolute beginners?
Gli absolute beginners sono gli originatori, quelli che inventano qualcosa, quelli che colonizzano terreni nuovi, che hanno un’intuizione e anche il coraggio di portarla avanti. Non sono necessariamente i grandissimi nomi, come i Beatles e i Rolling Stones - che ovviamente erano degli absolute beginners, al pari di Presley e Muddy Waters – ma sono anche quelli "one shot", quelle band che hanno fatto un solo disco che però ha lasciato un segno. L’esempio perfetto sono i Kingsmen di "Louie Louie" che hanno coniato il riff perfetto del rock’n'roll sgarrupato e garage, e sono andati al numero uno per via di quest’aura di mistero che viene messa addosso loro dall’Fbi: loro temevano che i testi parlassero di droga e comunismo, giacché non si capiscono le parole. Ma, come sai, non c’è nulla che attragga di più i ragazzi di un disco che viene bannato. Però i Kingsmen non hanno fatto praticamente nient’altro, e ciononostante parliamo di un riff che è diventato basic per il rock’n roll: i Kinks ci hanno fatto una fortuna, ma anche Lou Reed e tanti altri si sono rifatti a questa sorta di proto-punk. Quindi spesso e volentieri non si ha un absolute beginner importante che scrive "I Want To Hold Your Hand" o "Satisfaction", ma c’è tanta musica meno conosciuta che ha messo anch’essa il suo mattoncino. Qui ci sono 280 di queste storie che sono in parte vagamente conosciute o leggendarie, ma in parte ancora tutte da scoprire, perché parlano di artisti che, soprattutto in Italia, pochi conoscono.
I dischi di cui parlo raccontano le storie di questi personaggi che si sono inventati cose che non c’erano prima, che hanno plasmato lentamente in mille direzioni diverse, ognuno a modo suo, il rock come lo conosciamo oggi. E trovo che queste siano delle storie fantastiche, perché erano innovativi, trasgressivi, sfacciati, e soprattutto non avevano la cognizione del fatto che stavano producendo qualcosa che sarebbe diventato arte, o che avrebbe influenzato la vita di milioni di persone. Siamo di fronte a un manipolo di ragazzi, come Mick Jagger o Pete Townshend, i quali pensavano che le cose sarebbero durate poco, così come i rocker degli anni 50, che si divertivano, rimorchiavano, facevano qualche dollaro e poi tutto sarebbe finito lì. Non c’era la percezione di quello che stavano facendo, così come non c’era in tanti altri artisti del secolo scorso, che stavano rompendo le convenzioni facendo cose che cambiavano il paradigma sociale, oltre che quello musicale.

C’è qualche canzone o musicista che hai dovuto escludere tuo malgrado?
"Help" dei Beatles ci doveva stare, così come "Jumpin Jack Flash" o "Street Fighting Man" degli Stones, però alla fine i Beatles avevano già sei pezzi... invece ho dovuto allungare di parecchio la parte dedicata al blues e quella sui cantautori, perché Virgin Radio non trasmette questi generi, se si eccettua Bob Dylan e pochi altri... anche se all’inizio me ne han fatti trasmettere un po’, a dire il vero. Quindi rispetto al programma radiofonico è molto arricchito. Inizialmente ho scritto in formato più radiofonico, poi a un certo punto ho trovato questo formato da una pagina di word corpo 14 e ho continuato così. In realtà è stato un lavorone, ci ho messo un anno e mezzo, lo stesso tempo impiegato per "Dear Mr. Fantasy", anche se sono stati due tipi di lavoro diversi.

Scorrendo il libro non ho potuto fare a meno di constatare un fenomeno che chiamerei di "sbiancamento". Se nella sua prima parte la menzione per i musicisti black era la regola, nella seconda è diventata l’eccezione (Ike&Tina, Jimi Hendrix). In che misura il rock ha finito con l’essere una faccenda per bianchi?
E’ abbastanza strano che lo sia diventata in effetti, ma non è dipeso dai bianchi, bensì dai neri, perché a un certo punto la tradizione afro-americana è andata in un’altra direzione. Sono partiti prima i neri, nel momento in cui bianchi non ne sapevano nulla e non ne volevano sapere, poi a un certo punto nel 1954 arriva Presley che opera una sorta di fusione tra le melodie e il fingerpicking del country con il rhythm’n blues, che diventa prima rockabilly e poi rock’n roll. Solo che i neri quel ritmo e quell’idea di musica per ballare la stavano già producendo da cinque, se non da dieci anni, e così, anziché continuare a fare quel rhythm’n blues così vicino al rock’n’roll, sono andati in un’altra direzione che chiameremmo soul, che non aveva molto a che fare con il rock. O meglio, dal punto di vista culturale c’è sicuramente un legame, ma da quello stilistico si sono allontanati sempre di più, perché poi arriva Isaac Hayes, la seconda ondata della Stax Atlantic, continua la storia della Motown... beh quello non è rock. Il rock è diverso, parte dal blues elettrico e va in una direzione sempre più elettrica, mentre la musica nera fa una curva e va in un’altra direzione, quella da cui dalla fine degli anni 70 nasce anche l’hip-hop. Sembra davvero che ci siano relativamente pochi musicisti neri interessati a fare rock, e infatti se ci pensi, li conti sulle dita di una mano: c’è Jimi Hendrix, i Living Colour, Lenny Kravitz

Poi però c’era anche George Clinton
Lui è un caso un po’ a parte, è il padre del funk, come James Brown se vuoi. L’elettricità di James Brown ha dentro qualcosa di rock, però non lo è. Alla fine il luogo dove c’è stata la musica più intensa che esista è quella del bacino del sud degli Stati Uniti, dove si mischiano le cose in quella che chiamano roots music, dove c’è il country – e sto parlando della Louisiana, del delta del Mississippi, di New Orleans - ma anche il folk, il gospel, il rhythm’n blues, il soul, il funk. E fra quei musicisti c’erano anche dei bianchi, penso ad esempio agli Allman Brothers e Creedence Clearwater Revival (anche se erano di San Francisco), che facevano quel tipo di musica. E poi naturalmente, ma questo è un tema per il prossimo libro, i Rolling Stones che ascoltavano Muddy Waters da quando erano in fasce e hanno fatto dei pezzi che sono degli autentici gospel-rock. Insomma, credo che la più bella musica americana venga da quella zona…

Oltre agli Stones, vi hanno attinto anche i Led Zeppelin con Jimmy Page, che furono addirittura accusati di plagio…
...a volte giustamente, direi!

E’ vero fino a un certo punto, nel senso che il blues si basa su degli standard, e la loro reinterpretazione aveva una forte cifra stilistica… e in fin dei conti pochi hanno Robert Plant alla voce e quel modo di registrare e di arrangiare i brani…
...e nemmeno Jimmy Page alla chitarra. Però questo è un argomento che usa anche Zucchero, cioè che è il blues è una musica che per definizione copia se stessa... anche se nel suo caso lo dice in maniera un po’ "paracula". Vedi, quello che dici è vero, però è anche vero che questo avveniva fra musicisti neri in un momento in cui il mercato non esisteva, così come praticamente non esisteva il copyright ed era un po’ una convenzione che si copiassero a vicenda. Ma quando i dischi iniziano ad andare in classifica su Billboard, cambiano anche le regole del copyright. Non puoi riprendere "You Shook Me" di Willie Dixon e rifarla, anche se la canta Robert Plant. Lì cambiano le regole del gioco, e infatti i Led Zeppelin extragiudizialmente hanno fatto un bel po’ di accordi con quei musicisti. Paradossalmente hanno copiato di più i Led Zeppelin dei Rolling Stones, perché questi ultimi sono stati più onesti: affermavano di adorare quel genere di musica, facevano le cover e le dichiaravano, mentre gli Zeppelin dichiaravano di fare la loro musica. Sì, ho capito, ma la vostra è copiata! Va tutto bene, basta però dare i giusti riconoscimenti: gli Stones hanno fatto un’opera di divulgazione piuttosto seria, e anche economica, nel senso che, quando sono volati in America, sono andati da B.B. King e da Ike & Tina e li hanno portati in tour con loro, aprendoli a un mercato diverso, cambiando loro la vita. Si sono sempre inchinati, ancora adesso, davanti a maestri come Muddy Waters e Chuck Berry. Se pensi che Keith Richards si è preso persino un pugno in faccia da Chuck Berry pur di stargli appresso. E’ davvero un atteggiamento molto diverso rispetto a quello di Page & C.

Sapevo che nella tua vasta platea di estimatori ci sono pure parecchi insospettabili, però confesso che Pablito Rossi – ossia colui che, assieme a "Miami" dei Krisma direttamente da "Mister Fantasy", mi ha reso unica e irripetibile l’estate 82 – proprio non me l’aspettavo. E me lo ha rivelato proprio la presentazione del tuo libro.
Non ho mai fatto una festa nella quale poter invitare contemporaneamente i Krisma e Pablito, però mi sarebbe piaciuto vederli insieme!

Carlo Massarini - Gianni Rivera - Absolute BeginnersSarebbe stato fantastico. L’idea che, mentre infilava la tripletta al Brasile, si vedesse come me "Mister Fantasy" mi ha colpito molto, è quel tipo di associazione che non viene proprio spontaneo fare. Come hai scoperto il grande apprezzamento che ha nei tuoi confronti?
Le nostre rispettive mogli sono molto amiche, perché sono entrambe di Perugia, poi Roberta ha avuto la sventura di sposare me, mentre Federica è la moglie di Paolo. E così ci siamo incontrati in molte occasioni e si vede che nutre della stima nei miei confronti: comunque sappi che non gliel’ho scritta io quella presentazione eh…! (risata). Per restare in tema calcistico, alla presentazione di "Absolute Beginners" a Roma è venuto Gianni Rivera, e a tal proposito vorrei ricordare che il mio libro precedente era dedicato a un sacco di milanisti.

Quali sono, secondo te, i nomi di musicisti presenti nel libro che, se uscissero oggi, verrebbero cestinati senza appello dalle case discografiche, e quali al contrario riuscirebbero a farsi strada ancora oggi?
E’ una domanda difficile, perché è vero che il mercato oggi è più conservatore rispetto a quello degli anni 60, però è anche vero che, rispetto a quel mercato, oggi ci sono molte nicchie, ed anzi è composto da centinaia di nicchie e, come tale, più polverizzato rispetto ad allora. Oggi, grazie anche al web, abbiamo una diffusione che riesce ad arrivare a livello globale, mentre prima ciò non era possibile: ci sono quindi i pro e i contro. I Velvet Underground adesso sarebbero abbastanza accettabili, perché oggi abbiamo nelle orecchie decine di gruppi che si sono ispirati a loro, ma se pensiamo alla forza che aveva la loro musica, e quindi facendo una sorta di taratura sull’oggi, credo che avrebbero ancora delle difficoltà. Se uscisse qualcosa di proporzionale ai Velvet, così dirompente, provocatorio e sessualmente ambiguo, probabilmente non verrebbe accettato, e quindi sarebbe relegato. L’innovazione come concetto resta tale anche cinquant’anni dopo, anche se nel frattempo è successa qualsiasi cosa. Anche adesso ci sono delle cose accettate solo in alcune nicchie, ma percepite come scomode per un mercato più vasto. C’è un underground ancora adesso e poi guarda, la differenza è che mentre una volta per radio certe cose le passavano - i venti minuti dei Pink Floyd o dei Genesis, oppure Zappa – adesso non te le fanno più mettere: non è cambiata tanto la musica, ma sono cambiati i media. Questo pop globale, che è la summa indistinta di tante cose, ha veramente conquistato un tale predominio sul mercato da precludere la diffusione di molte altre uscite, certamente interessanti, ma che non seducono la massa. La musica che disturbava allora disturba anche adesso, ma così come era bella a quel tempo, lo è tuttora. Però se uscissero "A Whiter Shade Of Pale" dei Procol Harum o "Strawberry Fields Forever" dei Beatles funzionerebbero anche oggi, mentre le canzoni di Lou Reed, che raccontano le cose che la gente non vuol vedere né vuole sentirsi raccontare, alla massa non arrivavano ieri come non arriverebbero adesso.

La scelta del titolo "Absolute Beginners" è molto bowiana. Sei riuscito a inserire Bowie sul filo di lana con "Space Oddity", che è del 1969, però è innegabile che il suo ruolo centrale di originatore si è concretizzato dagli anni 70 in poi. Il titolo dunque sottende che dobbiamo aspettarci un secondo volume di questo libro?
Assolutamente sì, mentre venivo qui in auto è partito un "absolute beginner" su Virgin Radio che era proprio "Hunky Dory" di Bowie. Ora che ho concluso il sommario del nuovo libro e che sono arrivato quasi a metà della scrittura, ti posso dire che Bowie è più presente là che non i Beatles in questo volume. Ci sono "The Man Who Sold The World", "Hunky Dory", poi "Ziggy...", quindi "Young Americans", "Station To Station", "Low" e infine "Heroes": sette dischi, contro i sei dei Beatles. Quindi sì, è uno dei dominatori degli anni 70 come Springsteen e come Joni Mitchell, il resto dei nomi li puoi immaginare, o li vedrai quando uscirà.

(Foto di Alessandro Martino)



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