Approfondimenti

Costello's Corner

Costello's Corner - N. 1

di Michele Saran

Rampante agenzia e realtà discografica del milanese fondata dai giovani Simone Castello e Matteo Agostino, Costello's promuove, produce e distribuisce dischi per il pubblico alternativo da più di un lustro. In questo nuovo appuntamento trimestrale selezioniamo dieci tra le migliori uscite da loro curate dell'ultimo periodo.


Fujima - Fujima EP (Hopetone, 2016)
alt-pop

Cagliaritani, i Fujima danno una valida prova delle loro potenzialità melodiche con il primo Ep omonimo: l’attacco, l’intensa e pulsante “Spaceship Girl”, ne è solo l’antipasto. La tiritera di “Manly Slowman”, doppiata dallo strimpellio della chitarra, è esaltata da cambi di tempo (tra cui un’amena jam danzante) cui corrispondono altrettante digressioni strumentali. “Good Times” alza la posta della canzone retrò psichedelica con organetto elettronico con un’altalenante festa timbrica alla Built To Spill. Un ideale terzetto dei loro primi brani maggiori è completato dai contrappunti puntuti e meccanici di “Outside The Cold Storage”. Più convenzionali emanazioni del recente noise-pop (da Clap Your Hands a Pains Of Being Pure at Heart) si tastano in “Fiction Is In You” e nella cristallina “White”. Una menzione va alle chitarre, ma tutti e quattro si fanno valere, sempre sostenutissimi, concitati. Una piccola lezione - mai pedante e anzi contagiosa - su come usare mezzi armonici logori e abusati, per non parlare della produzione scevra, per magnificare una passione sfrenata.


Phidge - Paris (Riff, 2016)
alt-rock

Passati altri quattro anni (lo stesso tempo che separa “It’s All About To Tell” da “We Never Really Came Back”), e sempre per Riff Records, i Phidge approntano il terzo album. Stavolta il titolo la fa breve: “Paris”. La sostanza musicale è la migliore sintesi di college-pop della carriera. Le loro ballate scattanti (“Do We?”, “A Couple Of Things”, “Memories”, fino all’inno marziale di “The Mouth Of Love” in perfetto stile primi U2, a un soffio dal plagio) stavolta brillano in dark ballabile e nel brit-pop più esistenziale. Ciò che fa più scalpore è però “Face To Face”, a tratti con un vetriolo da Red Hot Chili Peppers. Purtroppo la parte finale si spegne, ma rimane comunque saldo un fine equilibrio di eleganza e modernariato. Pianoforte aggiuntivo di Angelo Epifani. Dedicato all’artista bohémien Davide Bergonzoni, ucciso dall’eroina a Parigi (da cui il titolo dell’opera) appena trentaquattrenne.


Push Button Gently - ‘Cause (Moquette, 2016)
progressive

Un disco a tratti quasi ostico. Comincia con l’elastico pop retrò di “Hurkah”, si migliora in “Me And The Giant Set Off”, la Band in un territorio lunare-elettronico, e si completa in un post-grunge d’indole Breeders come “Morning Sailor”, ma non-sense. C’è il rischio che non tutto suoni amalgamato, perciò “Mexican Standoff” sembra più un assemblaggio di eventi-spettacolo: base elettronica, voci fantasma, distorsione metal. Le piccole suite, quella post-Pavement di “Misteriously Pop” e il raga-rock di “Holy”, e il breve distorto post-gospel di “I Thought I Saw A Pussycat” hanno idee che si mantengono saggiamente rustiche. Sapiente nel disegno generale, dimostra gran personalità nell’arrangiamento, un vigore e un’autoironia sempre presenti. Quartetto lombardo al terzo disco lungo più un Ep (“URU”, 2014), benedetto dallo spirito e dall’attitudine crossover alla Faith No More. Lo dimostra bene l’ibridazione di serio e faceto in “King Of Vague”, ma agguantano l’obiettivo un po’ ovunque.


Elk - Ultrafun Sword (Niegazowana, 2016)
alt-pop

Gli Elk di Vigevano del primo lungo “World” (2014) suonano un interessante pop progressivo alla stregua di Art Of Fighting e Shapes And Sizes. Nel secondo “Ultrafun Sword” l’umore si fa più fatalista che mai (“Ultrafun Sword”, il finale “stellare” di “Tu Fi Pu”, lo shoegaze marziale di “The Speech”), che si concretizza anche in tocchi d’orchestrazione (il banjo in “What’s Below”, i controtempi e il falsetto in “The Thaw”, la concertina e il simil-mandolino in “Mr Dugall”). Con un coraggioso cambio di line-up (da una voce femminile, Monica Cadenini, al baritono circonflesso di Dario Solini), suona un po’ come il corrispettivo maturo dei dischi post-hardcore che andavano all’impazzata fino a qualche anno prima, e che ora hanno mostrato i loro limiti. Un solo, e corto, momento epico che poteva portare a un vero cambio di marcia: la mitraglia di percussioni e puro rumore di “Boulder”, solo strumentale. Primo singolo: “Mr Dugall”.


Aftersalsa - Chances Ep (autoprod., 2016)
synth-pop

Brianzoli, i giovanissimi Matteo Zappa, Simone Manzotti, Nicolò Posenato, Dario Azzolini, in arte Aftersalsa, debuttano con l’Ep “Chances”. “White Collar” è una ballata sacrale e tecnologica nella vena Simple Minds-iana, portata però a un interessante livello di densità quasi caotica. La title track ha anche maggior presa melodica (e maggiore mestizia), un quasi-salmo che si esalta in tastiere concertanti e cromatiche. “Haldol” aumenta ancora le dosi di produzione dance elettronica fino a rischiare di soffocare la nenia soffusa del canto. Nati come duo Zappa- Manzotti (un paio di singoli in saccoccia già nel primo anno, “Vixion” e “Tispario”), si fregiano appunto di un synth esoso come quello di Posenato che ha anche effetti sonori riciclo. Con le ovvie influenze dei tardi M83, ma anche del vintage goth-punk, partono da un soul scuro e arrivano a esiti talvolta tragici. Il primo singolo “I Wanna” non ha la medesima veemenza delle altre e non chiude col botto. Produzione: Giacomo Zambelloni.


Before Bacon Burns - La Musica Elettronica E’ il Futuro (Discipline, 2016)
art-rock

Before Bacon Burns, quartetto con base tra Milano e Monza, perviene al debutto lungo con “La musica elettronica è il futuro”. Le basi spaziano ma non spiazzano: Pixies con strascichi Breeders, Yeah Yeah Yeahs, nu-wave assortita. A volte la scrittura di Eleonora Podda sfora gli angoli e la sua interpretazione eccede in una verbosità non esaltante con pieghe di moralismo (“In faccia”). L’elettronica del titolo sta nella produzione ed è tutta nelle retrovie: a volte insuffla con saggezza pizzichi di energia in più, a volte scardina e spappola (il finale di “Cipresso”), a volte incolla i brani in un getto continuo che, in effetti, tiene alto ritmo e vivacità. Su tutto la vince però, ed è un classico, la genuinità più innata. Era da un po’ che non si sentivano - almeno in Italia - anthem carichi di passione come “Mani”, “Canzone triste”, “Il cielo di Kant”, ma se ne potrebbero aggiungere anche una o due in più. Seguito di due Ep (“Ban”, 2013, e “Forgotten Bacon”, 2015). Tre bonus, “Birth”, “Drop The Bomb”, Father” e una “Intro” non annotata nella tracklist del Cd.


Marabou - The End Of The Rainbow (Costello’s, 2016)
electronica

Anticipato dai singoli “Into The Blue”, electro-dub ripetitivo e “Lovely”, fiacco post-soul industriale (forse proprio i brani meno riusciti), “The End Of The Rainbow” del catanese Giovanni Alessandro Spina, alias Marabou, mostra una fascinazione per l’elettronica da ballo analogica fin dai dettagli. Un suadente sexy french-touch emanano “Sunset”, “Error Number Ten” (quasi un notturno pianistico remixato) e “Love Story”; un canto filamentoso ridesta la rimbalzante, cristallina “Garden’s Dream”. “Laboon” è poi un formidabile scazzo rap eroinomane di arabeschi flottanti per cui l’ultimo Lou Reed avrebbe pagato. Ugualmente convincente è il vortice vocal-psichedelico al rallentatore di “Shake Me” (anche se sembra ricalcare “Amarsi un po’” di Battisti). Molto talento nella stratificazione stereofonica, Spina talvolta lo trasforma in una forma verace d’impressionismo. Purtroppo è ancora esteriore e di corpo, anche se a tratti sembrerebbe puntare all’interiorità, ma l’ascolto suscita interesse oltre la meccanicità del ballo.


I Paradisi - Dove Andrai (autoprod., 2016)
alt-rock

Già noti come Paradisi Noir, i milanesi Paradisi debuttano con “Dove andrai”. Nella sua medietà, è una facile ma esilarante combinazione di citazioni e riferimenti ai superclassiconi. “Un brutto sogno” è scodellata dal tema di “James Bond” di John Barry. “Come un vampiro” e “Bugie” si nutrono della foschia fatata del “Magical Mystery Tour” dei Beatles, e - au contraire - “Ali di cera” (“Satisfaction”) e “Lacrima” (“Paint It Black”) si nutrono della spinta di pancia dei Rolling Stones. L’esistenzialismo tutto italico degli Afterhours (meno l’egocentrismo di Agnelli) pervade invece “Voli via”. Meglio fanno il brano eponimo, quando aspira a incrociare il fatalismo desertico dei Grant Lee Buffalo con la rabbia di provincia dei Timoria, e “Bocca sporca”, che riduce una locomotiva blues poliritmica alla Bo Diddley all’indolenza di una serenata. Pregno della carica quella buona, il disco riesce anche grazie all’ugola raspante blues-soul e alle tastiere, entrambe esclusività del leader Cristian D’Oria. Primo singolo: “Ali di cera”; una cover riempitiva: “Strange Days” (Doors).


Malkovic - Malkovic Ep (autoprod., 2016)
alt-pop

Base tra Brescia e Milano, il trio dei Malkovic di Giovanni Pedersini (voce e chitarra), Fabio Copeta (basso) e Elia Pastori (batteria ed elettronica) debutta con un primo Ep omonimo. Molto di “Carlo” sta sulle spalle della chitarra, ed è un bene (dona una giusta atmosfera drammatica), mentre “Tre” è l’altra metà del cielo, una continua accensione esasperata della batteria. L’intonazione della voce invece si dispiega placida e annoiata nel breve acquarello di “Nucleare”, ed è un altro colpo gobbo di equilibrio, e sfumate armonie a cappella donano forza d’inno a “Ufo”, fino a impennarsi sgolate. Ha ancora lo statuto di inquadramento logistico-stilistico, di antipasto, di riscaldamento; certamente non sconvolge però non difetta di emozione e botta, scelte genuine e un umile clima cantabile. Tutto autoprodotto dai tre, ma c’è anche il solito infallibile Carl Saff.


theNemo - Dagli Snap! al Crack (Discipline, 2017)
songwriter

Il monzese multistrumentista Emanuele Emma dà vita il progetto theNemo con il primo mini-album di cinque tracce “Dagli Snap! al Crack”. Discreta parte del suo suono autunnale e sfumatamente danzante si deve al producer Luca Urbani. I sei minuti di “Lavorare di notte” si fondano su un respiro di sintetizzatori che apporta persino più ritmo della base ribattuta (invero elementare), e fa anche da coro alla rarefatta parabola confessionale in recitar cantando di Emma. “Teca” è praticamente un mantra, una canzone quasi del tutto fondata su un ritornello-motto (“senza tempo!”) che si nasconde tra le impalcature atmosferiche, mentre “Grazie lo stesso” si crogiola troppo sui clangori robotici della techno. Un umore ben più claustrofobico irrora “Mi ricordo”, una ballata di tenebra perforata dallo slegato, distante e attutito flusso di coscienza dell’autore, ben più post-rock che synth-pop. Non solo il Battiato più pop o il Battisti elettronico, i riferimenti più castranti, c’è anche e soprattutto un intarsio d’introversione fatalista mica male. Bonus: versione scorciata di “Lavorare di notte”.

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