Approfondimenti

Dietro le tracce - Storie di produttori

Ken Scott - "Hunky Dory" (David Bowie)

di Paolo Ciro

Dietro le tracce è un nuovo spazio che racconta storie di produttori che hanno fatto più grande un disco. Un modo per raccontare i dischi attraverso il lavoro di produttori che hanno contribuito a creare la storia del rock. Un tributo a chi sta dietro le quinte tutto il giorno, tutti i giorni.

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Ken Scott"Ho appena firmato un nuovo contratto di management e vorrei far uscire un nuovo disco. Mi piacerebbe produrlo, ma non so se ne sono capace. Ti andrebbe di produrlo con me?". Ken Scott aveva appena finito di spiegare a David la sua frustrazione per essere visto soltanto come il tecnico del suono che faceva andare le macchine e risolveva i problemi. L'esperienza con i Beatles agli Emi studios (su "Magical Mistery Tour" e "White Album") era stata inebriante e formativa, quella attuale ai Trident (anche in qualità di fonico su "Space Oddity") un modo per crescere ulteriormente, ma quello che desiderava di più ora era entrare in cabina di regia e mettere finalmente il proprio nome nei credits di un disco.

La proposta repentina da parte di David Bowie, che veniva da tre lavori commercialmente poco fortunati (due dei quali prodotti da Tony Visconti), lo aveva quindi sorpreso. In fin dei conti era la prima volta che Scott confidava a un artista il desiderio di operare in qualità di produttore.
I due si accordarono, immaginando un reciproco vantaggio: Bowie non aveva più voglia di lavorare con Visconti, dopo alcuni screzi avuti con lui (a Visconti non piaceva il manager Defries, a Bowie non piaceva il fatto che Visconti si concentrasse sulla produzione di Marc Bolan); Ken sapeva che, trattandosi del disco di un artista ancora solo parzialmente famoso (nonostante l'exploit di "Space Oddity", n.5 nelle Uk Chart), avrebbe avuto una certa libertà di movimento, senza rischiare l'affondamento del Titanic in caso di insuccesso.

Le session di lavorazione di "Hunky Dory" cominciarono nel giugno 1971 ai Trident Studios (uno dei più importanti studi di registrazione indipendenti del Regno Unito).
Ken intuì già durante la pre-produzione che le nuove composizioni di Bowie rappresentavano un deciso passo in avanti sia in termini di scrittura che di maturità espressiva, e la qualità del progetto gli fu chiara quando sentì al lavoro anche la nuova band, composta da due "vecchi" collaboratori (Mick Ronson alla chitarra, "Woody" Woodmansey alla batteria) e il nuovo bassista Trevor Bolder.
Per tutto il periodo delle registrazioni (due settimane), Scott si limitò ad agevolare il processo creativo, cercando più che altro di tradurre in suoni quello che Bowie aveva in mente e mettergli sempre a disposizione su nastro il numero di tracce necessario.

David presentava via via i nuovi brani agli altri, lasciandoli suonare per il breve tempo che li separava dalla cosiddetta “take giusta” (normalmente raggiunta al secondo o terzo tentativo), poi li fermava e passava al pezzo successivo.
Potrebbe sembrare un metodo piuttosto stringente (Woodmansey sostiene che la band operava sempre un po’ al limite, garantendo quella certa freschezza che si perde invece quando l’esecuzione del materiale viene ripetuta eccessivamente), ma il team lavorava molto bene e non c'erano intoppi nemmeno quando Ronson doveva spiegare gli arrangiamenti per le parti di piano al turnista di lusso Rick Wakeman, di fatto uno dei più prenotati d'Inghilterra (e che di lì a poco avrebbe accettato la chiamata per entrare negli Yes). Con le take di voce le cose andarono addirittura meglio, nel senso che era tipico del talento e della preparazione di David eseguire sempre correttamente al primo tentativo l'intera canzone (tutte le tracce vocali principali di "Hunky Dory" sono quindi frutto del cosiddetto metodo “buona la prima”).

Il lavoro vero e proprio Ken Scott lo mise in pratica durante il mixaggio. E fu un lavoro piuttosto impegnativo. In un'epoca in cui le automazioni degli effetti e del volume non erano ancora state inventate, l'intero mixaggio veniva quasi sempre eseguito alla presenza degli artisti in control room, ognuno dei quali dava una mano agendo sui controlli quando necessario (un vero e proprio balletto sincronizzato di interventi sul banco mixer, sui riverberi e sui compressori).
Con Bowie le cose andarono in maniera esattamente opposta, dal momento che presenziava in studio il minimo indispensabile. Terminate le registrazioni si dileguò, lasciando Scott alle prese con i suoi nastri.
Potendo contare su due sole mani, Scott fu obbligato a mixare ogni pezzo sezione per sezione (solo la prima strofa, solo il primo ritornello ecc.) e poi montare insieme i nastri delle varie sezioni per arrivare al brano completo, con la speranza di un risultato omogeneo. Ogni errore implicava il dover rimontare insieme i nastri delle varie sezioni dopo aver modificato quello che non andava.
Il vantaggio era che aveva praticamente campo libero nelle decisioni e, dopo altre due settimane, il risultato finale fu appagante (o meglio, eccellente, come vuole il titolo del disco stesso) sotto tutti gli aspetti.

Ken ScottUn momento di scelte importanti avvenne su "Life On Mars?", con il finale al pianoforte e gli squilli di telefono in sottofondo. Quel telefono era sistemato in un piccolo bagno adiacente lo studio, e non suonava mai (permetteva esclusivamente agli artisti di fare chiamate durante le pause). Durante una delle take, per non si sa quale motivo, si mise improvvisamente a squillare e il suono fu ovviamente catturato dai microfoni insieme ad alcune frasi di disappunto pronunciare da Ronson che era in sala di ripresa con Wakeman. La take venne rifatta e Ken sovraincise il nastro, ma la take nuova si rivelò più corta di qualche secondo ed è così che un frammento dell'incidente telefonico precedente sbucò fuori all'improvviso alla fine del playback. Il risultato fu talmente bello e sorprendente che tutti accettarono di tenerlo, e diventò la ciliegina sulla torta nella storia di un brano già di per sé indimenticabile.
Anche il parlato iniziale di "Andy Warhol" nacque per caso, prendendo spunto da una frase registrata di Bowie che correggeva Scott sulla pronuncia di "Warhol". "È War-hole, come quando dici 'hole'". Ken durante il playback giocò maldestramente con la sincronizzazione del nastro, causando dei salti nella conversazione. Anche in questo caso il risultato inaspettato piacque molto, e Scott aggiunse una parte realizzata col sintetizzatore Arp 2500 per legare il tutto al brano precedente.

"Hunky Dory", al pari dei suoi predecessori, non fu un successo commerciale, nonostante le ottime recensioni. Il pubblico lo rivalutò soltanto in seguito al clamoroso exploit del successivo "Ziggy Stardust" (i cui prodromi si possono avvertire in "Queen Bitch").
Fu però di certo l'inizio di una collaborazione importantissima, che portò alla nascita di uno dei più riusciti alter-ego della storia del rock e della sua band (gli Spiders From Mars), e che prosegui fino a "Pin Ups", permettendo a Bowie di ritagliarsi il ruolo di imprescindibile icona glam. L'occhio e l'orecchio attenti di Ken Scott (che produsse in quel periodo anche Elton John e i Supertramp) e la sua proverbiale calma nel gestire gli inconvenienti ai Trident furono ingredienti fondamentali di quell’avventura.
Piccola curiosità: contrariamente a un’usanza piuttosto diffusa in quel periodo (anche negli studi di registrazione), la lavorazione di "Hunky Dory" non fu segnata dall’uso di droghe o di alcol. Scott sostiene che la cosa più “forte” in tal senso fu probabilmente vedere Ronson scolarsi un paio di birre. La perfetta dimostrazione che il rock'n'roll, anche quando nega uno dei suoi cliché, può uscire vittorioso dalla battaglia.



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