Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 17

di AA.VV.

tequilaTEQUILA FUNK EXPERIENCE – Tequila Funk Experience (2012, autoprodotto)
folk-rock, psych-rock

Non facile esordire in un genere nel quale è facilissimo cadere nell’emulazione pura e semplice, che richiede insomma personalità e tecnica. Tante delle band e degli artisti di maggior successo degli ultimi tempi si sono misurati con le sonorità del Laurel Canyon, con Neil Young, con la psichedelia anni 70: Fleet Foxes (qui nella Pecknoldiana “Gold Pt.1) e Jonathan Wilson dicono qualcosa? Questo è un po’ il peso posato sulle spalle di questi quattro ragazzi di Imola, che sono forti di costituzione e così mettono insieme un esordio che supplisce all’inesperienza con una buona dose di freschezza. Bello il singolo di lancio “Dazzling”, con questi cambi di tempo e di registro “canonici” ma che sanno giocare con gli intrecci chitarristici (con qualche impressione Wilco qua e là, anche, come in “Anytime”, seppur sempre nell’orbita delle “volpi”), lanciandosi in emo-jangle come “Hey Brother” e meno ispirate ballate psichedeliche (vagamente Eagles-iane) come “Time Has Come” e “Give To Receive”, quest’ultima anche dalle sfumature Radiohead. Da migliorare solo l’approccio all’inglese (perché usarlo se poi si canta “in italiano”?). (Lorenzo Righetto 6,5/10)


trainingdays7 TRAINING DAYS – Finale/Forward (2012, autoprodotto)
alt-rock

“Finale/Forward” è una riflessione sul dualismo; le due tracce che lo compongo incarnano i rovesci di una stessa medaglia, come le due facce della band: quella dall’appeal immediato e dal sapore radiofonico da un lato, quella più indie e alternativa dall’altro. La prima prende le sembianze di “Pocket Venus”, una “Venere tascabile” dove in tre minuti troverete tante di quelle influenze (U2 e Talking Heads le prime che mi sono balenate in mente, chissà poi perché?) da far girare la testa. La seconda è rappresentata da “The Greater Good”, con i suoi slanci sperimentali e la felice conferma di un qualcosa in costante evoluzione. Dopo il buon esordio di “In A Safe Place”, questo mini EP, concepito come un vecchio 45 giri, lancia il quartetto laziale in orbita, mostrando una maturazione ai limiti dell’incredibile, e creando immense aspettative riguardo quello che sarà il loro secondo album. Un lavoro ponte questo “Finale/Forward”, che ci fa ascoltare ancora quello che è stato, ma inizia ad anticiparci ciò che sarà. Li sento vicini ai suoni degli Interpol, con dentro aloni degli R.E.M.: confronti che possono imbarazzare, ma i 7 Training Days mantengono le dovute distanze da tutto ciò, grazie ad una già spiccata personalità. I due brani sono stati registrati presso gli studi VDSS da Filippo Strang, il fautore di MiaCameretta Records, un marchio che ormai è divenuto garanzia di qualità. (Claudio Lancia 6,5/10)


ishaqISHAQ - Innercity (2012, autoprodotto)
alt-rock

Ishaq, progetto di base veneta (Isacco Zanon, ideatore, Filippo Pietrobon, Simone Zanon, Jacopo Castellano, Roberto Bordin) rilascia “Innercity”, un disco a tratti imperioso che intervalla arrangiamenti estremamente articolati a canto tradizionale. Esempi sono l’eleganza nelle movenze persiane di “Here Not Alone”, il ritornello che affonda nelle filigrane insistite di acustica di “Better Choice”, il folk trascendentale di “All Is God”, e una “Without Boundaries” che accelera il ritmo e lo circonda di effetti rutilanti. Incorniciato da due preludi, “The Ship” e “My September”, il primo dal delicato pianismo Michael Nyman-iano, e un postludio (e qualche intermezzo non meno raffinato), è un mostro di collage di studio e sovraincisioni che prende rincorsa dal post-rock neosinfonico dei Mono di “Hymn To the Immortal Wind” e restituisce un senso di avvincente narrativa - niente freddo sperimentalismo -, attraverso una sottile vena ambientale, le voci fantasmagoriche, un uso artigianale di tempo e ritmo. I casi di panico e ingenua confusione sono nèi non così antiestetici. Violino di Roberta Bano. Distribuito via web e in edizione limitata. (Michele Saran 6/10)



cranchi_02CRANCHI – Volevamo Uccidere Il Re (2012, In The Bottle)
folk

Piuttosto convincente come prodotto di emulazione e di ringiovanimento del cantautorato di Guccini, “Volevamo Uccidere Il Re” ha anche un buonissimo piglio cantautorale, non sprovvisto di ironia ma soprattutto di immagini e metafore che ispirano una certa familiarità, per quanto mai pedestri (forse solo in “Ho lasciato il tuo amore” il tutto rimane un po’ troppo piano). Per il resto tante rievocazioni storiche (“Anni di piombo”, “Il cuoco anarchico”) di eroi e combattenti preferibilmente perdenti, ma un po’ poco sotto il profilo compositivo e prettamente melodico. “Volevamo uccidere il re” sembra privilegiare lo scorrimento del racconto al provocare un interesse o (addirittura!) lasciare un ricordo nell’ascoltatore; ma purtroppo nessun musicista può considerarsi esente dal compito. (Lorenzo Righetto 6/10)



macerieNIENT’ALTRO CHE MACERIE – Circostanze (2012, autoprodotto)
alt-rock

Citiamo testualmente dal loro comunicato stampa: “I Nient’altro Che Macerie sono in tre e vengono dalla provincia di Milano, quella che ti opprime e ti fa venire voglia di andare da tutt’altra parte, o che forse non esiste più ed è solo uno stato mentale. Suonare per prendere aria, suonare e urlare sentimenti talmente personali da diventare quasi universali. Urlare per prendere coscienza delle condizioni casuali che accompagnano i fatti e ne determinano la natura”. Non potrebbe esserci presentazione migliore per “Circostanze”, questo EP di cinque tracce, autoprodotto e diffuso in streaming e free download su Bandcamp. Sarà che son milanesi, ma a me ricordano una via di mezzo fra le cose più abrasive dei primi Afterhours, tipo “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, “Dea” o “Veleno”, e certi assalti sonori tipici dei Fine Before You Came. Fra vetri rotti da aggiustare, incidenti stradali, grandi e piccoli interrogativi sul futuro, strade difficili da percorrere e l’impossibilità di essere eroi, scattano una fotografia di degrado psicologico metropolitano declinata in emo con tendenze hardcore. (Claudio Lancia 6/10)


bossiniNICCOLÒ BOSSINI – QBNB (2012, Edel)
rock

Dai Raw Power ai Teachers passando per la band di Ligabue: un percorso non certo lineare per Niccolò Bossini, alla prima prova solista dopo tanti anni di militanza nei progetti sopra citati. Di essi, l’unico che può essere accostato al contenuto di questo disco è quello di Ligabue, e a essere snob si dovrebbe aggiungere un purtroppo. È rock melodico senza pretese, con canzoni sempre caratterizzate da una forma piuttosto classica, un suono ben confezionato, testi che raccontano di sensazioni che scaturiscono o dalla vita quotidiana oppure da situazioni sentimentali. Niente di nuovo, quindi, ma di fronte a lavori come questo è giusto porsi una semplice domanda: esistono ancora gli ascolti da puro intrattenimento, da sottofondo mentre si sta facendo altro o mentre si è alla guida? Se la risposta è sì, e scommetto che per molti lo è, l’esistenza di questo lavoro ha un senso. Dopodiché, non è dato sapere se l’obiettivo di Bossini fosse quello di essere considerato a questa stregua, ma è davvero difficile andare oltre e in quest’ambito l’album in questione ha un proprio perché. (Stefano Bartolotta 6/10)


nujuNUJU – Terzo Mondo (2012, MK,)
patchanka

Ad un anno da “Atto Secondo”, il combo calabrese patchanka dei Nuju ripropone, con “Terzo mondo”, gli stessi schemi, gli stessi temi, e pure gli stessi ritmi del predecessore: il reggae-folk con mandolino di “Ho visto un uomo”, la danza sincopata con rap civile di “Fuori gregge” (idem per “In assenza di gravità”, più melliflua alla Luca Carboni), “La rapina”, un ibrido calcolato tra “Gli spari sopra” di Vasco Rossi e l’incazzatura rebelde dei Mano Negra. Ciò che davvero li distingue è il mosaico di riferimenti, particolarmente lampante in “L’artista”, tango alla “Amandoti” dei Cccp, poi folk-punk alla Pogues, e in “Il furgone”, altro numero reggae, quasi un remix degli Africa Unite, la hit del caso (idem per “Compromessi”, possibilmente ancor più ballabile). Il tributo al dub è pagato da “Bastardi e pezzenti”, mentre in fondo all’album si trova la loro prima ballata, “Come vorrei”, dove arrivano anche le prime vere - spicciole - emozioni oltre il citazionismo esasperato. A parte le canzoni, più che mai impegnate, è uno sfoggio di tecnica e duttilità dei comprovati musicisti (Fabrizio Cariati, Marco Ambrosi, Giuseppe Licciardi, Roberto Virardi, Roberto Simina, Stefano Stalteri) con il consueto supporto dell’abbuffata di ospiti e cammei. Umore rannuvolato, piacione ma non troppo, che fa prevalere un enciclopedismo un po’ saccente. Registrato a Bologna nello studio personale di Lorenzo “Loz” Ori, anche collaboratore. (Michele Saran 5,5/10)


mrbisonMR. BISON – We’ll Be Brief (2012, Dracma Records)
stoner-rock

Prima prova sulla lunga distanza per questo terzetto di Cecina che unisce riff di chitarra e sezione ritmica di chiara matrice stoner a un cantato dal timbro piuttosto particolare, quasi come se la voce uscisse da una scatola di metallo. In realtà, questa appare essere l’unica particolarità presente nei quasi 30 minuti di durata dell’album (in ossequio al titolo), perché, per il resto, non c’è niente da segnalare. I sopra citati riff di chitarra e i giri di basso e batteria si susseguono con una regolarità quasi marziale senza che si noti nemmeno un tentativo di proporre qualcosa di inaspettato o un minimo di rielaborazione dei canoni classici del genere. A voler tovare qualcosa di buono, tutto l’insieme gode indubbiamente della compattezza necessaria a dare almeno un po’ di presentabilità al tutto, ma se l’esecuzione, quindi, è buona, la costruzione dei brani è davvero troppo grezza perché si possa consigliare in qualche modo l’ascolto. Mettiamola così: i tre sanno come mettere in pratica le idee, ora serve solo che esse arrivino. (Stefano Bartolotta 5/10)


soulrevolutionSOUL REVOLUTION – People (2012, autoprodotto)
acoustic-pop

Tra suggestioni di folk europeo (“Albert And Emily – ‘The Homeless Couple’”) e jangle gitani (“Sarah – ‘The Bride’”), la musica dei Soul Revolution declina verso un pop-soul femminile dalle tinte teatrali e orientaleggianti, trascinato dalle interpretazioni Bush-iane della vocalist Deborah Baratelli. Organizzato in questi nove quadretti-personaggio di non grande presenza scenica, “People” si caratterizza per una povertà compositiva e concettuale piuttosto desolante, per questa atmosfera da serata mediterranea senza grandi pretese: qualche vocalizzo forzato che racconta storie banali (“Jamal – ‘The Illegal Immigrant’”), come accompagnamento un chitarrismo da crociera (“Nick – ‘The Thief’”). Francamente inclassificabile, nè dal punto di vista artistico, nè dal punto di vista commerciale: il corrispettivo musicale di una sfilata serale sulla Tv pubblica di mezz’estate. (Lorenzo Righetto 4/10)


toschesDAVIDE TOSCHES – Il Lento Disgelo (2012, Contro)
songwriter

Si capisce subito che Davide Tosches “fa sul serio”. Prefazioni, book fotografico di paesaggi agro-urbano-industriali, tramonti, foschie, grandi ringraziamenti (anche a chi gli ha “permesso di scrivere nel suo castello”), dediche importanti. È insomma, questo, un disco che mira al bersaglio grosso, la nazione, la propria vita, il grande amore, attraverso un afflato “letterario” quanto mai maldestro e un istinto musicale sostanzialmente inesistente, per quanto massaggiato a dovere da accompagnamenti “importanti” (archi, fisarmoniche, sax). Tirate di un Guccini parodico e adolescente contro i potenti (anzi, “il potente”) e la Chiesa oppio dei popoli (la funerea e imbarazzante “Il Patriota”), avventure picaresche di cantautorato jazz alla Paolo Conte (“Dove Andiamo”; che freschezza!), tentativi abbozzati di una psichedelia paesaggistica (“Terra”); uno slow-core di poesia sanremese, che un po’ non si capisce (per cui deve essere poesia), però parla pur sempre di stelle e di uomini (per cui ispira comunque rispetto), chiude il disco (“Scintille”). Capolavoro di velleitaria presunzione (Lorenzo Righetto 3/10)

Playlist
TEQUILA FUNK EXPERIENCE –  Tequila Funk Experience (2012, autoprodotto)
7 TRAINING DAYS – Finale/Forward (2012, autoprodotto)
ISHAQ - Innercity (2012, autoprodotto)
CRANCHI – Volevamo Uccidere Il Re (2012, In The Bottle)
NIENT’ALTRO  CHE   MACERIE – Circostanze (2012, autoprodotto)
NICCOLÒ BOSSINI – QBNB (2012, Edel)
NUJU – Terzo Mondo (2012, MK)
MR. BISON – We’ll Be Brief (2012, Dracma Records)
SOUL REVOLUTION – People (2012, autoprodotto)
DAVIDE TOSCHES – Il Lento Disgelo (2012, Contro)
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