Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 77

di AA.VV.
linguesciolteLINGUE SCIOLTE - Neve (2017, ALTI Records)
pop-rpck

Debutto per questa band abruzzese, all'insegna di un pop-rock conciso ed essenziale (sette tracce mai sopra i tre minuti), ma capace anche di mostrare un'ottima varietà tra una canzone e l'altra. Ci sono la spensieratezza dell'iniziale "Beatrice", la denuncia politico - sociale di "Era Mattina", l'introspezione della title track, ma non è solo una questione di mood, ma anche musicale, con chitarre elettriche, acustiche e, in misura minore, piano ed elettronica che intervengono a turno per dare ogni volta un vestito proprio alla canzone. Niente di particolarmente elaborato, ma tutto molto efficace, comprese le melodie ispirate e un cantato espressivo. Bel lavoro (Stefano Bartolotta 7/10)


davidevivianiDAVIDE VIVIANI - L'Oreficeria (2017, autoprodotto)
songwriter

Secondo album per il cantautore bresciano, a ben sei anni di distanza dal primo. L'idea di Viviani sembra essere quella di proporre un suono particolarmente sognante, con un elemento che serva a dare questo carattere in ogni canzone, che si tratti di una chitarra slide o di reverberi di pianoforte o di chitarra elettrica. Sopra questa base che serve a dare il mood, compare poi un altro strumento che invece dà concretezza, normalmente una chitarra acustica o elettrica. L'operazione riesce sempre bene, e attorno a questa idea sonora c'è anche un buon songwriting dal punto di vista sia della melodia che dei testi e un cantato caldo, rotondo e pieno. Otto canzoni tutte ben scritte, costruite e prodotte per un risultato senz'altro valido (Stefano Bartolotta 7/10)


piccolaorchestraPICCOLA ORCHESTRA KARASCIÒ - Qualcosa Mi Sfugge (2017, Radiocoop)
pop-folk

Terzo album per la formazione bergamasca, che si muove tra cantautorato pop e suoni da danza tradizionale italiana, quella con le fisarmoniche e tastiere e chitarre che seguono il ritmo. Non è facile proporre certi suoni nel 2017, perché è molto alto il rischio dell'effetto "già sentito", ma la band se la cava con eleganza, mettendo insieme un sound sì intenso, ma anche sobrio, e che ben si integra con il carattere melodico del songwriting. Così, la voglia di muovere la testa e il piede e quella di seguire le melodie e i testi si equivalgono, e l'ascolto è molto piacevole. La limpidezza d'insieme e l'attenzione ai dettagli concorrono a creare un risultato che ha davvero la possibilità di riscuotere un apprezzamento trasversale tra appassionati di generi diversi (Stefano Bartolotta 7/10)


silenzioprofondoSILENZIO PROFONDO - Silenzio profondo (2017, Andromeda Relix)
heavy metal

Dalla bassa mantovana, i Silenzio Profondo festeggiano dieci anni di attività pubblicando nel 2017 il loro primo album in long playing, dopo una lunga serie di cambi di formazione. Per il disco d'esordio omonimo, troviamo quindi in studio Maurizio Serafini (voce), Gianluca Molinari (chitarra), Tommaso Bianconi (basso), Alessandro Davolio (batteria) e Matteo Fiaccadori (chitarra), quest'ultimo sfortunatamente morto poco dopo le registrazioni in un incidente stradale. La formula sonora proposta dai Silenzio Profondo è l'antitesi totale della loro sigla: un heavy metal fortemente debitore della tradizione (Maiden su tutti), in cui l'elemento più atipico è dato dall'ottimo cantato in lingua italiana. Se le musiche non si permettono troppe licenze poetiche ma solo qualche momento più trash, risultando tuttavia sempre fedeli alla matrice old school, oltre che dalle due chitarre il peso maggiore è dato dai testi scritti da Molinari, che Serafini riesce a tradurre in musica con enfasi viscerale (da menzionare a tal proposito "Jack Daniel's", "Fuga dalla morte" e "Il terzo millennio") (Valeria Ferro 6,5/10)


meteorMETEOR - Magic Pandemonio (2017, Villa Inferno)
hardcore

Durata media per brano: minuto e mezzo. Lo definiscono il loro terzo full-lenght, ma a sommare "Magic Pandemonio" e i predecessori "Anemici/Sangue delle rape" (2010) e "Co col e raspe" (2013) non si arriva alla mezz'ora. C'è chiaramente ironia, come nella loro ricetta. Si va dal metalcore iperfratturato di "Rojko", a death-core Slayer-iani interrotti brutalmente da campionamenti, "Compocombo", a pezzi di rock progressivo miniaturizzati e mandati comicamente al fast-forward come "Elonkorjaaja", a "Paratartalom" e "Stereomix", grind bombastici con clangori e interferenze. Andrea Cogno, chitarra, e Giuseppe Mondini, batteria (entrambi anche a una forma rustica d'elettronica), bresciani, oltre a Napalm Death e Suicidal Tendencies importano anche i Neu! in splendidi, straniti duetti di pause e ripartenze. Ultima parte povera d'idee. Produzione di "Ragno" Favero tramite Wallace Records, altri interventi: clavicembalo in "Elonkorjaaja" di Sara Bertoneri, conversazioni telefoniche in "Compocombo" a cura di Vera Zizioli e Cogno, un vociare anonimo registrato dal vivo messo qui e là, e una voce sintetica femminile che annuncia i titoli dei pezzi (Michele Saran 6,5/10)


monnaMONNALISA - In principio (Andromeda Relix, 2017)
hard-prog

La scena prog-metal veneta vive oggi una particolare fioritura specialmente grazie all'interessante proposta dell'etichetta Andromeda Relix, firmataria anche dell'esordio discografico dei Monnalisa. Il quartetto veneto formato da Giovanni Olivieri (voce, tastiere), Filippo Romeo (chitarre), Edoardo Pavoni (batteria) e Manuele Pavoni (basso) giunge al suo primo album con alle spalle un importante passato nelle vesti di cover-band dei grandi classici del rock: Deep Purple, Led Zeppelin, Queen e molti altri. Una gavetta che ha permesso al gruppo di maturare una track-list di sette canzoni frutto di anni di studio sui classici, che offre un'incredibile varietà stilistica che spazia agilmente dal progressive storico ("Il segreto dell'alchimista") a quello più heavy, ("Catene invisibili"), non disdegnando neanche divagazioni metal ("Infinite possibilità") e brani più puramente hard-rock ("Spazio"). Un album che pecca forse a tratti di eccessivo manierismo, ma che suona sempre convincente soprattutto grazie alla voce e alle tastiere del poliedrico Giovanni Olivieri (Valeria Ferro 6,5/10)


claudiocontiCLAUDIO CONTI - Garnet Dusk (2017, Seahorse)
folk-pop

Il cantautore sardo Claudio Conti debutta a nome Magic Salad, accompagnato dalle percussioni e i trucchi di produzione di Davide Sgualdini, e qualche ospite, per un unico "Every Forest Has Its Shadow" (2014), con intenzioni folk ma dai risultati nettamente improntati al power-pop vecchia maniera, Lovin' Spoonful e Beatles. Più aderente alla sua estetica primigenia è il primo solista, "Saltworks" (2016). La maggior qualità del seguito "Garnet Dusk" è di far germogliare qui e là i semi psichedelici dei lavori precedenti, a partire dalla stasi quasi religiosa e i sovratoni acidi di "Autumn Song", poi nello stornello Donovon-iano con docile sciabordio di "A Reflection", nel lento quasi alla Elvis, ma reso ipnotico, di "I Never Saw Her Again", nella sospesa e sinistra "Florence" e nello pseudo-flamenco "Blazing Lair". Discreta anche la serenata per sole congas "The Quiet Reign Of Thought". Cresciuto sia sul piano tecnico che su quello artistico, meno nella tattica organizzativa perché inframezza ancora momenti facili se non corrivi ("Of Nylon", "Ode To The Mews", "Aster"), Conti trae comunque un disco sobrio e genuinamente cantabile. Vorrebbe essere un concept "oceanico" sulla fine di una relazione, e in parte lo indovina, ma funziona meglio come leggiadro ciclo di canzoni (Michele Saran 6/10)


cristinarenzettiCRISTINA RENZETTI - Dieci Lune (2017, Brutture Moderne)
songwriter

Una pacatezza pastorale tutta folkish pervade, a una prima lettura, "Dieci Lune" della ternana Cristina Renzetti, che sia l'apertura "Nuvole e sole", o la latineggiante e meno convincente "Mana Clara", o la Suzanne Vega-esca "Fuori sede". Man mano prevalgono impennate melodrammatiche nella voce ("La rondine", di Bia Krieger) e impennate di distorsione chitarristica oltre a qualche traccia d'improvvisazione canora scat ("La polvere e la spina"), ma un maggior sentore quasi slowcore emerge poi nella seconda parte, preannunciata dal monologare che in "Relativista" (altro adattamento italiano) si fa finta seduta psicanalitica sulle illusioni disattese. Sfilano così "Anime semplici", con rarefatto siparietto di dissonanze d'archi, "Finis Terrae", in staffetta con pastiche afro Paul Simon-iani, e soprattutto il soffio e la stasi trascendentale di "Il tempo dell'attesa", una canzone che dà la paga alla Antonella Ruggiero più sperimentale. Primo disco cantato in italiano dopo una gran gavetta brasiliana e un apprendistato jazzistico, scritto con Stefano Girotti, Enzo Pietropaoli e Alessandro Paternesi. Non il massimo in fatto di modernità, pochi (ma ameni) i momenti davvero memorabili. Vi compensano classe e grazia. E una chiusa più che giusta: uno stornello, "La montagna", che è quasi un palpito (Michele Saran 6/10)


lucianopanamaLUCIANO PANAMA - Piramidi (2017, La Dura Madre Dischi)
songwriter

Siciliano (base a Messina), Luciano Panama, cantautore e multistrumentista, inizia la sua avventura musicale alla testa dei locali Entourage, dal 2003 al 2013 (un paio di album lunghi e due Ep all'attivo, svariati concerti e qualche riconoscimento). Dopo una certa pausa arriva il debutto a proprio nome, "Piramidi". Diverse ballate progressive marcano un vero traguardo formale: "Man" (cita il passo calmo di John Grant ma termina con degli "yeah yeah" sgolati alla Kurt Cobain), "L'osservatore". Va sul sicuro con costruzioni ieratiche e solenni alla Neil Young, il duro folk-rock di "Ti solleverò" e la più "piramidale" del lotto, "Gente del presente", ricolma di decorazioni. E si finisce a pestare duro in una volata hard-rock, "Hey My". A parte una prima impressione di deja vu da rockettino italico, e qualche sbaglio di scrittura e arrangiamento, non era così facile fare un canzoniere viziosamente Afterhours-iano, squisitamente melodrammatico, e contemporaneamente anche conciso. Due anni di lavorazione, suonato, inciso e missato dal solo Panama (e due buoni comprimari, Giovanni Alibrandi al violino e Matteo Frisenna alla tromba) (Michele Saran 6/10)


allbrokenALL BROKEN 29 - Fix (Beng! Dischi, 2017)
pop-punk

Disco d'esordio per le giovanissime All Broken 29, formazione pisana composta da quattro ragazze diciassettenni unite dall'amicizia e dalla passione per la musica. Il risultato sono dieci tracce all'insegna di quel pop-punk adolescenziale che andava di moda a cavallo degli anni Novanta e Duemila (Blink 182, Simple Plan). La formula proposta è infatti piuttosto melodica e bubblegum e dimostra - a tratti - i limiti dell'inesperienza e della giovane età, specialmente nel cantato in inglese non sempre sicuro e impeccabile. La passione è inconfutabilmente autentica, ma spesso deraglia in gratuiti giochi citazionistici, come quello dell'ormai stra-abusato "one-two-three-four" dei Ramones. Va decisamente nelle canzoni in lingua italiana ("Ciò che siamo", "Nella nostra realtà", "Non so scrivere canzoni") che probabilmente saranno la strada da battere per un proseguimento discografico più maturo e convincente (Valeria Ferro 5,5/10)

 

Playlist
LINGUE SCIOLTE - Neve (2017, ALTI Records)
DAVIDE VIVIANI - L'Oreficeria (2017, autoprodotto)
PICCOLA ORCHESTRA KARASCIÒ - Qualcosa Mi Sfugge (2017, Radiocoop)
SILENZIO PROFONDO - Silenzio profondo (2017, Andromeda Relix)
METEOR - Magic Pandemonio (2017, Villa Inferno)
MONNALISA - In principio (Andromeda Relix, 2017)
CLAUDIO CONTI - Garnet Dusk (2017, Seahorse)
CRISTINA RENZETTI - Dieci Lune (2017, Brutture Moderne)
LUCIANO PANAMA - Piramidi (2017, La Dura Madre Dischi)
ALL BROKEN 29 - Fix (Beng! Dischi, 2017)
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