Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 91

di AA.VV.

robertomyROBERTO MY – Flares (2018, I Dischi Del Minollo)
songwriter

La storia dei bolognesi Volcano Heart, di cui Roberto My costituisce il fondatore e frontman, copre persino vent’anni e più, ma di loro non esistono che quattro o cinque dischi, e perlopiù Ep o demo (e quelli lunghi non sono affatto lunghi). Uno di questi è proprio l’esordio solista di My, “Flares”, trentacinque minuti scarsi di durata spartiti in pochi brani lunghi e tortuosi, a partire da “Motherland”, tutto ricami lisergici e canto accorato. “Last Summer Of Ruins” si gioca sul contrasto tra strofe e assoli quasi eterei e un vasto non-ritornello corale dall’irruenza quasi grunge, ma ancora più coraggiosa suona “Black Sky”, placidamente spettrale, un Wyatt che fronteggia i Galaxie 500. In “My Sign On You”, dieci minuti di concitazioni, febbri ritmiche e duetti con il sax (Gianluca Varone, ex compare) l’autore affresca persino la sua personale “Marquee Moon”. In fondo dell’opera sta “Congo”, puro gioco di rifrazioni chitarristiche. Nonostante lo iato di quasi tre lustri, è un disco che prende abbrivio dall’ultima pubblicazione dei Volcano, il mini “Afternoon Pleasures” (2005), e in particolare proprio il brano di chiusa, i sei intensi minuti di “Peeling Walls”. E’ un’aggiunta alle voci del rock nostalgico rurale d’ascendenza Grant Lee Buffalo, forse ispirato anche dai dischi del ritorno di David Crosby, ma My non fa solo revivalismo, fa soprattutto una musica in cui la vocazione atmosferica prevale nettamente su quella lirica. Le strutture e le esecuzioni interessano poco, contano i timbri – produzione discreta di Danilo Silvestri –, i tempi dilatati, e qualche prezioso, asprigno dissidio tonale. Anche un’umile lezione: meno è più (Michele Saran 7/10)


pereiraPEREIRA – Mascotte (2019, A Modest Proposal/Peermusic)
indie-pop, songwriting

Non si sa molto di Pereira, a parte il fatto che proviene da Trento. Con questo debutto, l’autore sembra porsi l’obiettivo di rinverdire i fasti del lato più nobile dell’indie-pop, ovvero quello che, con l’equilibrio e la misura che caratterizzano il genere, mette in campo sentimento e intensità, sia per ciò che racconta che per i colori stessi del suono, molto vivi e nitidi. Pereira si definisce “tropical indie”, ma non aspettatevi i primi Vampire Weekend, perché queste canzoni sono introspettive, morbide e vellutate, e dai Tropici prendono il lato contemplativo, nel quale l’esotismo sonoro si stempera nella delicatezza e nella riflessività. I testi riflettono il mood umbratile del suono e sono pieni di nostalgia, rassegnazione, vorrei ma non posso, senza toni catastrofici ma cercando di trovare un equilibrio tra realismo e disincanto. In definitiva, questo è un debutto molto coinvolgente dal punto di vista emotivo e ricco di spunti di interesse da quello strettamente musicale, e anche se, per sua natura, è destinato a suscitare l’entusiasmo della solita nicchia ben definita che ascolta questo tipo di musica, si candida già a essere uno dei dischi più sinceri dell’anno (Stefano Bartolotta 7/10)


allagainstallALL AGAINST ALL – Seven Days A Week (2018, Selva Elettrica)
math-rock

Gli All Against All sono un duo strumentale che ha preso il via a fine 2017, formato da Marco Scisciò, già al basso negli Shokogaz, e Max Bergo, batterista storico dei Senzabenza e di molte altre formazioni gravitanti nei circuito underground laziale, quali Misantropus ed Elephante. Sghembi e distorti, si dilettano a rivisitare in maniera personalissima stili e attitudini trasversali: dall'hardcore al jazz, dal post-punk al noise allo stoner. L’Ep “Seven Days a Week” rappresenta il loro esordio assoluto, registrato e missato dallo stesso Bergo e masterizzato da Diego Pettinelli presso gli studi ZdB. Per via del set up è Inevitabile la prossimità sonora con il materiale degli Zeus!, fra strutture math che filano via come treni e intransigenza sonica. Ma fra le pieghe del disco non di rado si scorgono nitidi substrati melodici, come accade in “Thursday” nella quale mulinelli molto Sonic Youth si alternano a frangenti più rarefatti. Tanto per iniziare ecco le prime sette tracce, intitolate con i sette giorni della settimana. Senza alcuna giornata di riposo… (Claudio Lancia 7/10)


jhgurajJ.H. GURAJ - STEADFAST ON OUR SAND (2018, Boring Machines)
soundtrack, ambient, post-rock

Il cosentino di stanza a Bologna Dominique Vaccaro (il nom de plume fa riferimento a un personaggio della comunità rurale albanese in cui è cresciuto), già con Marcella Riccardi nel progetto Bemydelay nonché titolare di un esordio su Maple Death (“Underrated Glances at the Edge of Town”, 2016), è un’anima errante del chitarrismo strumentale, vagando senza meta tra American Primitivism, field recording, manipolazione di nastri e cut-up. Per il documentario “Steadfast On Our Sand” del collettivo felsineo Zimmerfrei, girato sull’isoletta olandese di Terschelling, ha emanato questi venti, eterei minuti targati Boring Machines. Quattro tracce perentorie nei titoli ma diafane nei contenuti, ammiccando ad altrettanti immaginari da colonna sonora: “Cows” trapianta il Ry Cooder di “Paris, Texas” tra riverberi, feedback e uccellini cinguettanti; “Horses” sposa il roots destrutturato di Califone e Cul De Sac; lo slowcore desertico di “Men” costeggia il Jim O’Rourke acustico; gli otto minuti conclusivi di “Island” sconfinano in una stasi ambientale di matrice Labradford-iana. Un po’ troppo evanescente sottratto alle immagini, ma raffinato e godibile, anche grazie a un’incisione calda quanto basta (Massimiliano Speri 6,5/10)


mercalliMERCALLI – Una casa stregata (2019, I Make)
indie-pop, electro

La band campana arriva finalmente al disco d’esordio. Il progetto Mercalli è nato infatti nel lontano 2013, tra le colline irpine, e ha trovato una sua quadratura definitiva soltanto nel 2016, raggiungendo infine una (con)formazione stabile composta da Igor Grassi (voce, tastiere), Enrico Riccio (chitarre), Fortunato Sebastiano (basso), e Jonathan Maurano (batteria). A dare man forte alla cifra stilistica del quartetto campano, è una costante attenzione verso le piccole (grandi) cose che caratterizzano la vita quotidiana di tutti noi, tra inguaribili sentimentalismi che neanche il tempo potrà scalfire (“La sedia in bilico”) e storie di amori perduti con sigarette sempre accese (“Ciclisti”) e tanto di appiccicoso refrain, ai quali si aggiungono financo una chitarra alla Survivor e una vaga scia synth-pop da tappeto. Il sound targato Mercalli è tutt’altro che terremotante, e appare il fantasma di Sinigallia in ballate tristi ed esistenziali come “Guardi le cose”, prima che una morbida vibrazione sintetica scaldi il cuore e tutto il resto nella successiva “Soprammobili”. I Mercalli navigano tra una disillusione e l’altra, maledicono “le passioni che non hanno a che fare con te”, si sentono “come statue nella cenere che non svanisce mai” (“Una questione di stomaco”). Dolcemente inebrianti e buona la prima (Giuliano Delli Paoli 6,5/10)


lascimmia.LA SCIMMIA – Ti farò del male (2019, Dischi Sotterranei/Dischi Soviet/SISMA)
alt-rock, indie-pop

Fra Ministri e Verdena, questi i più evidenti punti di riferimento del quartetto di Treviso, giunto con “Ti farò del male” al secondo album, a tre anni di distanza dall’omonimo esordio. Chitarre energiche (“L’abisso”) vengono alternate e momenti intensamente melodici (“Parco comunale”, il primo singolo estratto), arrivando a lambire quei lidi indie-pop oggi tanto in voga (“Altro inverno”). Già le iniziali “Marnero” e “Ti farò del male” si impongono come ben rappresentative della direzione musicale scelta dalla formazione veneta, che in “Tutto quello che ho” architetta persino una sorta di versione italiana (edulcorata) degli Alice In Chains (in particolare sul ritornello), appena prima di puntare sugli eleganti arrangiamenti delle conclusive “Non sono dove sono stato” e “Musica per te”. Oggi che i confini fra underground e mainstream risultano sempre più labili, La Scimmia dimostra come si possa realizzare un disco in grado di funzionare in entrambi i contesti (Claudio Lancia 6,5/10)


alessiobondiALESSIO BONDÌ – Nivuru (2018, 800A)
songwriter

Ciò che rende “Nivuru” del trentenne palermitano Alessio Bondì il suo miglior album (perlomeno finora) è il poker d’assi con cui si presenta: l’intrigante urban-soul da salotto di “Ghidara”, lo scandito ritmo tropical-mescalero in “Dammi una vasata”, le carezze di archi e fanfare con cui si fa accompagnare in “Si fussi fimmina”, la taranta amara di “Cafè” con cui spicca un volo Tim Buckley-iano, accompagnato da dissonanze selvatiche e deflagrato da un’improvvisazione big-band scatenata. Spappolato nella concezione, più di metà canzoni non da buttare ma nemmeno da salvare (troppo ricorso alla batucada, qualche sussulto solo in “Puddicinu a luna”), tendente al melodrammatico sul piano melodico, il secondo album di Bondì vale su quello strumentale – suonato benissimo da tutti e con un intervento di un collega che gli è affine, Sergio Beercock – e nell’ingegno dell’idioma canoro, maggiormente affinato rispetto al debutto “Sfardo” (2015), ma pure più ingombrante, una fusione a specchio tra r’n’b nero e folk siculo stretto. Quanto non eccede in vocalizzi e gorgheggi, sembra debordare in un ancestrale, archetipico canto onomatopeico. Quattordici strumentisti in tutto, più la famiglia Tita ai cori. “Nivuru”: nero (Michele Saran 6,5/10)


edyEDY – Variazioni (2018, Goodfellas)
songwriting, indie-pop

Esordio dal profondo taglio cantautorale per Alessio Grasso, in arte Edy, musicista residente a Roma ma milanese di nascita e catanese d’adozione. In dodici tracce esprime tutto il proprio amore per la melodia, posizionandosi a un ipotetico incrocio fra Lucio Battisti (sin dall’iniziale “Fai quello che vuoi”) e il giro it-pop contemporaneo (“La casa di Barbie” ne costituisce l’esempio migliore). Certo, quello dell’it-pop è un carro sul quale potrebbe risultare redditizio salire, ma Edy sceglie di restare più legato alla tradizione, evitando di utilizzare un lessico che rischi di legarlo troppo alle mode usa e getta del momento. Elegantemente morbido nelle linee retrò di “Come un Flash”, lascia entrare atmosfere mediterranee in “Necessario”, pone chitarre vigorose in “Lento ma forte” e persino vivaci spinte electro-industrial nella conclusiva “Se questo è un uomo”. Concepito durante un periodo di convalescenza seguito a un incidente stradale, “Variazioni” coglie la rilassatezza legata al percorso di rinascita, ma contiene al proprio interno increspature (“Reazioni”, “Drama”) che lasciano presagire un futuro ricco di influenze e contaminazioni. Produce Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, che imprime al progetto il personale marchio di qualità (Claudio Lancia 6/10)


carloskizzobiglioliCARLO SKIZZO BIGLIOLI – La scomparsa dell’uomo invisibile (2018, autoproduzione)
songwriter

Forte della lunga attività con il combat-ska de La Famiglia Rossi, entroterra bergamasco, il cantante e chitarrista Carlo Biglioli detto “Skizzo” compone la raccolta “La scomparsa dell’uomo invisibile” prendendo abbrivio da Edoardo Bennato e Giorgio Gaber. Si passa attraverso il tabarin di “Le ragazze immaginarie” e il ragtime di “Discuter”, la taranta da cantastorie medievale che dà il titolo al disco e l’acustica con tocchi elettronici “Ciumbia”, un’impeccabile filastrocca country come “Billy Sieve” e persino un breve coro gregoriano, “Luminose meraviglie”. Questi cantici follemente travestisti hanno anche dei culmini: “Marvel Rush”, contagiosa e supremamente ironica (sfotte anche la “Cura” di Battiato), “Il superpoliziotto”, appunto alle prese con la muzak poliziottesca, e, dal punto di vista letterario, la giostrina-chanson “Vivi di Vvd”, con miagolii. Dopo il primo “Stoffa” (1989) e un secondo “I figli del rock’n’roll” (1993), ma anche attività multimediali improntate al teatro, sua seconda grande passione fin dai tempi della Famiglia, dal libro-Cd per l’infanzia “Pinocchio” (2012) al varietà in tributo a Freak Antoni, “Freakantoniano” (2015), un terzo disco solista basato su sciarade – allitterazioni, assonanze, non ultime rime baciate – con un titolo in pieno stile Snowdonia e non distante, nell’approccio, dal Francobeat di “Radici” (2014). Qualche distrazione da saltare a piè pari (la falsa pista della prima ballatona “Sciamare”, il tedioso duetto “Tubando”), non raramente sbrodolato negli arrangiamenti. Nella sua irrilevanza ha però sprazzi di franca genialità. Co-prodotto con Valerio Baggio. Primo singolo: “Le ragazze immaginarie” (Michele Saran 6/10)


ottonepesanteOTTONE PESANTE – Apocalips (2018, B.R.ASS)
alt-rock

Ottone Pesante, base operativa in quel di Faenza, appartengono alla nobile stirpe di complessi rock progressivi (da Third Ear Band a Univers Zero, fino a Black Ox Orkestar) che rimpiazzano l’usuale strumentazione con elementi provenienti da jazz, folk e classica. Qui si opta per un metal sperimentale (spesso black con ovvie ascendenze nordiche) e un klezmer ultraveloce, affidati a un power-trio di tromba, trombone e batteria. L’Ep omonimo (2015) e il primo lungo “Brassphemy Set In Stone” (2016) impostano le loro coordinate, attraverso schegge giullaresche come “Brutal” e “Evil Anvil”, fanfare malefiche su tempi a mitraglia come “Bone Crushing” e “Pig Iron”, una lenta solenne polifonia da funerale come “Trombstone”, una drammatica dissonanza elettronica in “Torture Machine Tool”. “Apocalips” fa convergere le direttrici, Goran Bregovic e il Frank Zappa di “Grand Wazoo”, e mimetizza il metal: in “Shining Bronze” e “Angels Of Earth” sembra di sentire i Magma senza coro sparati a velocità tripla, mentre in “Twelve Layers Of Stone” gli ottoni sghignazzano mentre la batteria trotta a velocità folle. I due brani lunghi dicono qualcosa di più. Le figure ondulanti Philip Glass-iane e gli acuti noir fanno di “Bleeding Moon” una sfuriata con modi dotti; “Doom Mood”, tredici minuti, è ben indicata dal titolo, un doom-metal che qui diventa un drone davvero da “ultima tromba”. Invariato terzetto d’assi, il fondatore Francesco Bucci (anche nell’ensemble Rainbow Nation e co-ideatore di B.R.ASS), Paolo Raineri (Junkfood, KoMaRa, Blessed Beat), Beppe Mondini (GuruBanana, Nana Bang, e turnista di fiducia), più le sgolate di Travis Ryan dei californiani Cattle Decapitation in coda a “Fifth Trumpet”, serve un concept ovviamente apocalittico – titolo preso dalla chiusa di “Brassphemy” – che fa anche da programma. Non si può non ammirarne la tecnica e la pervicacia, se si sopporta la ridondanza e la dissennatezza. Rilegato con l’elettronica dai produttori Gianluca Torrini e Max Bordin, buon tocco in più. Un tour-de-force per tutti (anche per l’ascoltatore) (Michele Saran 6/10)

Playlist
ROBERTO MY – Flares (2018, I Dischi Del Minollo)
PEREIRA – Mascotte (2019, A Modest Proposal/Peermusic)
ALL AGAINST ALL – Seven Days A Week (2018, Selva  Elettrica)
J.H. GURAJ - STEADFAST ON OUR SAND (2018, Boring Machines)
MERCALLI – Una casa stregata (2019, I Make)
LA SCIMMIA – Ti farò del male (2019, Dischi Sotterranei/Dischi Soviet/SISMA)
ALESSIO BONDÌ – Nivuru (2018, 800A)
EDY – Variazioni (2018, Goodfellas)
CARLO SKIZZO BIGLIOLI – La scomparsa dell’uomo invisibile (2018, autoproduzione)
OTTONE PESANTE – Apocalips (2018, B.R.ASS)

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