Approfondimenti

Emitt Rhodes The One Man Beatles

di Gabriele Benzing

"Come tutte le cose belle, vere, che ci emozionano, non saprei spiegare in che modo il sentimento di Emitt Rhodes ha raggiunto il mio e si sono uniti: è sempre un miscuglio misterioso, una pozione emozionale difficile da spezzettare in ingredienti e grammi e provette. Allo stesso modo mi avevano "parlato" pochi altri. So solo che appena l'ho ascoltato l'ho riconosciuto, ho pensato "ah già, è vero...", ma senza squilli di tromba o annunciazioni d'arcangeli, senza fanfare fracassone: così, in una sordina intima e rispettosa, modesta e speciale".
A parlare è Cosimo Messeri, giovane regista toscano figlio del Marco Messeri di "Le vie del Signore sono finite". In "The One Man Beatles - Cercando Emitt Rhodes", presentato al Festival del Cinema di Roma e candidato come miglior documentario al David di Donatello 2010, ha raccontato il suo viaggio sulle tracce di Emitt Rhodes, songwriter americano di culto scomparso dalle scene dagli anni Settanta dopo aver pubblicato solo quattro album.

È la storia di un incontro, "The One Man Beatles". Di più, è la storia di come la musica possa diventare la strada per entrare in contatto con l'anima di un uomo. E di come, anche quando tutto sembra perduto, un imprevisto possa sempre rimettere in discussione la vita.
Curiosando tra le cianfrusaglie di una bancarella romana, Cosimo Messeri si è imbattuto per la prima volta nella musica di Emitt Rhodes: un vecchio vinile capitato tra le sue mani quasi per caso, il fruscio della puntina di un giradischi e quell'innamoramento sottile che è segno di una corrispondenza che non lascia scampo. Che costringe a mettersi a cercare da dove proviene.
Così, Messeri ha deciso di scoprire che fine avesse fatto l'uomo capace di dare vita a quelle canzoni così candidamente cristalline.

Non è poi così difficile scomparire dal mondo. Basta chiudere la porta di casa, staccare il telefono, isolarsi da tutti. E piano piano si finisce per essere dimenticati. Ma la musica, quella no. Una volta entrata in circolo, non smette mai di creare legami apparentemente impossibili. Si diffonde come per osmosi da un cuore all'altro.
Correvano strane voci su Emitt Rhodes. Si diceva che fosse impazzito, che parlasse solo con le sue piante, che facesse il gelataio oppure il postino. Invece, per trovarlo bastava cercare sull'elenco telefonico.
Del resto, Rhodes era sempre stato un tipo solitario. I suoi dischi sono nati tutti tra le pareti del garage dei genitori a Hawthorne, nei sobborghi di Los Angeles, con l'unico ausilio di qualche microfono e di un registratore Ampex a quattro tracce. Ma la sua musica non è una sorta di lo-fi ante litteram per voce e chitarra: profuma di una fragranza tutta beatlesiana, fatta di malinconia avvolta in carta da zucchero.
Impossibile che andasse perduta nel nulla.

"Ever find yourself running, running, running away
Ever find yourself hiding from the things that you feel?
Ever hear yourself crying, crying, crying to someone

Won't you look down from Heaven, won't you prove you are real?
Ever lose yourself searching, searching, searching in darkness
With your questions unanswered, never knowing the truth?
"

Emitt RhodesLo schermo è buio. Una voce recita dei versi. Parlano di fuggire, parlano di nascondersi. Vecchi filmini sgranati scorrono come l'eco di un tempo perduto.
Dicevano che non esistesse nemmeno, Emitt Rhodes. Dicevano che fosse solo uno pseudonimo utilizzato dai Beatles per pubblicare le loro canzoni dopo lo scioglimento. Certo, quel timbro alla Paul McCartney e quel senso innato per la melodia sembravano fatti apposta per evocare il miraggio dei quattro di Liverpool. Ma, ad ascoltare bene, non si può confondere il cuore che batte dietro quelle note.
"Emitt incarna alla perfezione questo sposalizio sgangherato e sopraffino, soave e marcato", spiega Cosimo Messeri. "Nelle sue canzoni si sente sempre da dove viene, le sue radici di bambino californiano, c'è sempre quella voglia di ridere e cantare senza troppe spiegazioni, ma nello stesso tempo sono come nobilitate da una vena nobile e malinconica, distaccata ma col cuore in mano, da dandy squattrinato. Mi hanno raccontato che Emitt da giovane andasse in giro parlando con accento inglese. E forse è così un po' per tutti: vogliamo sempre ciò che non possiamo avere...".

Alla fine degli anni Sessanta, il giovane Rhodes aveva raccolto il testimone della british invasion dall'altra parte dell'Oceano con la frizzante miscela folk-rock dei Merry-Go-Round. Poi, però, lasciatasi alle spalle la band, aveva preferito registrare tutto in perfetta solitudine, suonando in prima persona ogni strumento: chitarra, basso, batteria, pianoforte, tastiere... Proprio come stava facendo anche Paul McCartney.
Il primo disco solista di Rhodes (oggi reperibile all'interno dell'esaustivo doppio cd The Emitt Rhodes Recordings [1969-1973]) si intitola semplicemente con il suo nome, come un perfetto biglietto da visita. L'anno è il 1970 e l'orizzonte è carico di promesse per quel songwriter ventenne dalla genuinità americana e dallo spirito britannico. Basta ascoltare l'iniziale "With My Face On The Floor" per trovarsi subito davanti al suo volto bifronte: il passo brioso del pianoforte, il rincorrersi della chitarra, il gioco delle armonie vocali... ogni nota sembra ingannare di spensieratezza. Ma, intanto, il mondo sta crollando tutto intorno: lei se ne è andata, la porta si è chiusa per l'ultima volta alle sue spalle.

Sono fatte così, le canzoni di Rhodes: "sono testi struggenti su una melodia giocosa e viceversa", spiegano in "The One Man Beatles" le Bangles, da sempre fan dichiarate della sua musica. "Una combinazione stupenda".
Lo sbocciare di "Somebody Made For Me" e la delicatezza pensosa di "Live Till You Die" parlano di una primavera tardiva, il saltellare di "Fresh As A Daisy" e il teatrino colorato di "She's Such A Beauty" si librano in un pomeriggio assolato. L'intimità lieve di Harry Nilsson entra nel luccicante sussidiario pop di Todd Rundgren, coniugando il breve arpeggio di "Lullaby" con il dipanarsi accorato di "Ever Find Yourself Running". Dall'immagine di copertina, Rhodes si affaccia al mondo attraverso il vetro opaco di una casa in rovina: sembra affamato di futuro, e al tempo stesso imprigionato dalla realtà.

"You must have for every raindrop a ray of sun
You must have for every gray sky a sky of blue
You must have for every love lost a love that's new
To get by, to live your life
"

Appare all'improvviso, senza presentazioni, il volto di Emitt Rhodes. Incorniciato da barba e capelli grigi, segnato dal peso degli anni. In sottofondo c'è una vecchia esibizione dal vivo dei Merry-Go-Round, a creare uno straniante effetto di distorsione temporale.
Un giornalista musicale aveva ammonito Cosimo Messeri fin dall'inizio del viaggio: "se anche trovaste Emitt Rhodes, sarà come non averlo trovato". Ma il giovane regista non si è lasciato scoraggiare e si è messo sulle sue orme anzitutto attraverso le testimonianze di chi l'aveva conosciuto.
"Era un tipo tranquillo, un genio introverso", ricorda la stilista Janice Fortier. "Era molto talentuoso, semplice e complesso allo stesso tempo". "La prima volta che lo ascoltai", aggiunge il produttore Keith Olsen, "pensai: il ragazzo è strabiliante, eccezionale... La registrazione è pessima, ma lui è eccezionale".

Emitt Rhodes è sempre stato un puro: è la sua grandezza, e al tempo stesso la sua condanna. "Gli mancavano gli strumenti per difendersi", osserva il bassista Matt Malley. "Aveva un'innocenza che lo rendeva vulnerabile".
Il suo primo album non fa in tempo a entrare nella top 30 di Billboard che il mondo dell'industria discografica è già pronto a divorarlo. In base al contratto che l'etichetta ABC/Dunhill gli ha fatto firmare, Rhodes dovrebbe realizzare sei album in tre anni. In pratica, un nuovo disco ogni sei mesi: un ritmo impossibile da sostenere, per un perfezionista come lui. Così, Rhodes si trova a completare il suo nuovo disco, Mirror, sotto il peso di una pressione sempre più opprimente.
I contorni si fanno più squadrati, lo spirito più graffiante. "Really Wanted You" si accende di un riff dal piglio alla Stones, mentre "Birthday Lady" si srotola pimpante tra pianoforte e chitarra. L'albero genealogico sembra condurre direttamente al power-pop autunnale di Alex Chilton, giù giù fino al caleidoscopio tormentato di Elliott Smith. Non mancano le tinte più tenui di brani come "Golden Child Of Gold" o "Side We Seldom Show", ma il disco non riesce nell'impresa di ripetere l'incoraggiante accoglienza riservata a Emitt Rhodes.

A confondere ulteriormente le idee, oltre tutto, ci pensa anche la vecchia etichetta dei Merry-Go-Round che, all'inizio del 1971, pubblica le registrazioni di Rhodes immediatamente successive allo scioglimento della band. The American Dream è affare inevitabilmente più acerbo e meno compiuto degli altri lavori solisti di Rhodes: tra il romanticismo di "Pardon Me" e il coro scacciatristezza di "Let's All Sing", una cornice di archi avvolge il classico targato Merry-Go-Round "You're A Very Lovely Woman".
Il mancato rispetto dei termini previsti nel contratto discografico costringe Rhodes a fronteggiare una causa per danni intentata dalla sua stessa label. Comprensibile che le ombre si facciano più ingombranti quando nel 1973 esce il suo ultimo disco, significativamente intitolato Farewell To Paradise.
Le smussature della produzione perdono per strada qualcosa del calore e della brillantezza dei dischi precedenti: dalle atmosfere notturne di "Only Lovers Decide" alla nostalgica armonica della title track, sulle cui note si chiude l'album, a risaltare è soprattutto il tentativo di "Warm Self Sacrifice" di trovare una più matura vitalità. Ma la strada sembra giunta al capolinea: "Mi è occorso un periodo di tempo molto più lungo per realizzare il terzo album e mi hanno fatto causa per una somma maggiore di quanto abbia mai guadagnato...", ricorda amaramente Rhodes. "Ho semplicemente pensato: perché voglio continuare a farlo?".


"You must live till you die
You must fight to survive
You must live till you die
You must feel to be alive
"

The One Man BeatlesUna casa bianca, quasi nascosta tra gli alberi. Mattoni rossi, un cancello di legno. È lì che Emitt Rhodes si è rintanato dopo aver deciso di sparire dalle scene. Proprio di fronte a dove abitava sua madre, dall'altra parte della strada. Ed è lì che Cosimo Messeri lo ha ritrovato, a più di trent'anni di distanza dal suo addio al paradiso.
Solo qualche timido segnale è giunto nel frattempo: nel 1998 Rhodes è salito sul palco al Poptopia Festival di Los Angeles, nel 2001 Wes Anderson ha inserito una sua canzone ("Lullaby") nella colonna sonora de "I Tenenbaum". Ma che cosa è successo in tutti quegli anni?
Semplicemente, qualcosa si è spezzato dentro di lui. E la vita l'ha portato alla deriva, prigioniero tra le mura di quella casa. Come conferma Messeri, "quello della reclusione è stato senza dubbio il periodo più buio della sua esistenza fino ad oggi, il più faticoso. Dal suo sguardo ho visto anni di risentimento, d'amore straziante, di solitudine nera, di tanta televisione e poca vita. Di solito da mazzate simili non ci si riprende, ci si adagia sul fondo, ci si spegne: di solito...".

Con i suoi bermuda, la sua polo e le sue scarpe da ginnastica, Rhodes sembra sbucato da una scena de "Il grande Lebowski". "Sei molto bohémien...", lo stuzzica Messeri. "No, è peggio... sono solo povero", rincalza il vecchio songwriter con un velo di amara autoironia. Ha una stanza ingombra di amplificatori, strumenti musicali, cavi, microfoni, mixer. Non ha mai smesso di suonare, ha smesso soltanto di farlo per qualcun altro.
Il regista toscano lo segue con discrezione, quasi con pudore, raccontando senza mediazioni l'esperienza di un incontro. Vengono alle mente le immagini di un altro documentario, sempre dedicato alla figura di un songwriter apparentemente perduto: "You're Gonna Miss Me" di Keven McAlester, incentrato sulla storia dell'ex 13th Floor Elevators Roky Erickson. Anche lì le ombre dell'esistenza vengono affrontate con un segreto senso di sobrietà. E anche lì è la speranza di un ritorno alla vita a emergere su tutto.

Non ha gli occhi di uno sconfitto, Emitt Rhodes. "Vivo, ironico, disponibile": così lo descrive Messeri. "Incontrando Emitt ho trovato... un uomo! Che è la cosa più difficile di tutte... e mi sono reso conto che bisogna stare attenti agli uomini, sono capaci di cose straordinarie".
Rhodes si siede alla tastiera e comincia a cantare. È una nuova canzone. "Quando siamo arrivati, Emitt aveva appena ricominciato a suonare con la nuova band: abbiamo ripreso le prove ed era la seconda volta che il gruppo si incontrava, in assoluto. E così, forse per un non-so-che di narcisismo e paternità, ma soprattutto di passione e amore incondizionato, mi piace pensare che questo fatto, cioé che delle persone siano partite dall'altra parte del mondo, abbiano attraversato l'Oceano solo per parlargli, stare un po' con lui, per amore appunto, ecco, mi piace pensare che questo lo abbia in un certo senso sollevato, carezzato, che sia stata un'iniezione di pura autostima, che abbia un briciolo di fiducia in più, in sè stesso e nel mondo. Solo allora questo lavoro avrà avuto ragione d'essere".

Cosimo Messeri la racconta così, l'impossibile rinascita cui ha potuto partecipare, come una visione rubata al Jim Jarmush di "Dead Man": "cercavo acqua in un deserto, e all'inizio mi sembrava proprio così, un deserto: sabbia rovente, orizzonte lontano, aria ferma, mai un riparo, paura di scomparire a ogni passo... Poi un giorno mi sono guardato tra le scarpe e ho visto una piantina: era verdognola, secchetta, chiedeva solo un po' di pioggerellina... ma io non sapevo cosa fare, come fare... Allora mi sono venuti in aiuto degli indiani sioux e senza dir nulla, ridendo molto, hanno cominciato ballare come matti, sotto il sole di piombo fuso; ballavano ballavano ballavano... non si fermavano più, così ho pensato: ma sì, e mi sono messo a ballare anch'io. E senza fare niente di più, il cielo ha preso a caricarsi e ha iniziato a piovere, sempre di più, finché l'acqua fresca ci ha sommersi tutti quanti e la piantina è diventata una sequoia secolare, un bosco, una foresta pluviale. E io mi sono ritrovato ad abitarci, in questa foresta, e mi chiedevo: ma all'inizio non ero qui... dov'ero? E il deserto era un ricordo vago, solo un sogno sbiadito...".
Nella penombra intrisa di musica, Rhodes parla con il cuore in mano. "La mia vita ora è cambiata. Ci siete voi, queste telecamere...". Sorride sul dolore come chi è deciso a esorcizzare gli spettri del passato. "È ora che ricominci a darmi da fare". Il suo sguardo si perde lontano. Verso un nuovo giorno.

Playlist
 THE MERRY-GO-ROUND  
 The Merry-Go-Round (A&M, 1967) 
   
 EMITT RHODES  
Emitt Rhodes (ABC/Dunhill, 1970)

 

 Mirror (ABC/Dunhill, 1971)

 

 The American Dream (A&M, 1971)  
 Farewell To Paradise (ABC/Dunhill, 1973)  
 The Emitt Rhodes Recordings [1969-1973] (Hip-O Select, 2009) 
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