Approfondimenti

Emo for dummies

Guida alle vie del sangue...

di Gioele Sforza, Enrico Viarengo, Maria Teresa Soldani, Lorenzo Righetto

Prendetela come un’introduzione all’emo. Che non vuole essere né definitiva né del tutto chiarificatrice sui possibili significati che questo termine ha assunto e può ancora assumere. Si entrerebbe in un discorso interminabile e alquanto noioso su ciò che è “vero” e ciò che è “posa”, o su dove finisce la musica e inizia la moda. Discorsi che insomma delizierebbero i pomeriggi di teenager sfaccendati e in cerca di liti, ma che decisamente non fanno al caso nostro. Abbiamo provato a fare una selezione che rispecchiasse quello che emo vuol dire per noi: vi troverete dei classici del genere, tesori nascosti, e bestseller. Perché a dettare l’appartenenza o meno all’emo non è l’estetica, e non sono nemmeno le vendite: linguaggio dell’emozione prima di tutto, espresso, in linea col passare del tempo, in modi differenti.
Senza voler essere troppo schematici, prendete la divisione in “tre ondate” come un percorso guida utile per una superficiale e introduttiva classificazione: andate indietro quanto vi pare, è indifferente se ne rintracciate le origini nei capolavori degli Husker Du, o se vi posizionate direttamente in quel terreno post-hardcore da cui la prima ondata emo nacque. 1985, data da segnare: la Revolution Summer, band che duravano il tempo di una stagione, ma quante emozioni, quanta voglia di sperimentare! Rites of Spring, gli Embrace di Ian MacKaye (che già aveva fatto grandi cose coi Minor Threat, e che avrebbe portato la sua espressività a livelli ancora più alti coi Fugazi, band eternamente al centro di un dibattito in merito a ciò che è “emo”), e poi ancora Indian Summer, esperienze fulminanti e brevissime, raccolte in discografie minute ma indimenticabili.

A metà anni 90 poi si sviluppa l’emo classicamente inteso, più intenso sul piano melodico, in bilico tra un suono dolce e malinconico e improvvise sfuriate strumentali/vocali, e più incisivo sul versante lirico, con testi introspettivi, spesso strazianti. E’ qui che l’emo si apre al mondo, e diventa motivo di interesse di un pubblico sempre più crescente, fino a raggiungere la fruizione pop di Mtv con i Jimmy Eat World. La maggior parte dei dischi che abbiamo selezionato ricade in questo periodo, proprio perché vi risiedono i lavori che meglio esprimono la potente cifra emozionale di questo genere.
Infine arriviamo nei nostri giorni, e come in un passaparola che spesso cambia il significato delle cose, anche l’emo ci arriva profondamente mutato, in un territorio molto distante dalle sue origini. Nel Duemila la moda emo esplode e impazza tra i giovani, e su questo ritmo frenetico si inseriscono una moltitudine di band ampiamente trascurabili; è possibile però rintracciare anche in questa fase caotica lavori assolutamente degni di attenzione e che hanno pieno diritto di essere annoverati tra i classici. Se non altro, lo spirito emo dei mid-90's è tenuto in vita da una nuova recentissima ondata nostalgica che vede diverse band britanniche come i Crash of Rhinos guadagnarsi una nicchia di tutto rispetto, oltre che dalla deriva cantautoriale statunitense di personaggi come Jonah Matranga (ex-Far) e Rocky Votolato (Waxwing).

Di seguito ci sono dieci dischi emo fondamentali: prendetevi il tempo di ascoltarli, e se li apprezzate, sappiate che c’è ancora un mondo da approfondire dietro di essi.

mineral_thepoweroffailingMineral – The Power Of Failing (Crank!, 1995)
La breve ma intensa esperienza dei Mineral (1994-98) ha segnato uno dei punti cruciali dell’emo, quel momento in cui il genere prende forma e diventa creatura a sé stante, autonoma, libera di esprimersi al meglio delle sue potenzialità. E’ difficile trovare nella musica rock una più struggente confessione a cuore aperto di quella che troviamo in “The Power Of Failing”. Non è la fedeltà che va cercata nel suono dei Mineral, una band che non si è mai vergognata di mostrare le proprie imperfezioni, se questo poteva contribuire a rendere la loro musica più sincera e diretta. Ho sempre pensato che se non sono riusciti a ripetersi col disco successivo, finendo con lo sciogliersi (anche se Simpson si reinventerà qualche anno dopo con i Gloria Record), è perché ormai era stato detto tutto in questo capolavoro: Chris Simpson ci riversa tutta la sua anima, tutte le sue lacrime, offrendo squarci di poesia pura e devastante (“I wouldn't mind if you took me in my sleep tonight, I wouldn't even put up a fight/ I wouldn't care if you took it all away today, I'm sure I wouldn't even miss the pain”).
Quelle melodie bellissime che sembrano piovute dal cielo, prima sussurrate flebilmente e poi urlate a squarciagola, sono lo sfogo di un dolore represso per tanto tempo, troppo. Partono i dolenti accordi di “Five, Eight, Ten” e già si sa che un torrente in piena di emozioni sta per abbattersi su di noi, con l’alternarsi di parti soft/loud imprevedibili, passaggi dimessi seguiti da cascate strumentali dilanianti. Disco irripetibile, capace di devastare una giornata, una vita forse.

texasisthereason_doyouknowTexas Is the Reason – Do You Know Who You Are? (Revelation Records, 1996)
Band di New York nata da membri di Shelter, Copper e Fountainhead, i Texas Is The Reason incidono uno dei capolavori dell’emo post-“Diary” nonché unico loro album, “Do You Know Who You Are?”, citando la possibile ultima frase detta a John Lennon prima di essere assassinato. “Texas Is The Reason” cantavano nel 1978 i Misfits in “Bullet”, rifacendosi a una teoria cospirativa sull’omicidio di J. F. Kennedy richiamata anche in questo disco (“Back And To The Left”, “The Magic Bullet Theory”). Allusioni a parte – tra cui “Twin Peaks” in “A Jack With One Eye” – “Do You Know Who You Are?” è un disco interiore a personale pervaso da un epico e disarmante sentimento di perdita, un ininterrotto dialogo senza risposte tra il cantante Garrett Klahn e una “metà” invisibile cui tutto il disco è dedicato. Riff di chitarra poderosi, una sezione ritmica travolgente e strutture di canzone multiformi portano senza fiato l’ascoltatore fino all’ultimo brano, il cui verso finale riassume il senso del disco e il segno lasciato su un’intera generazione: “Your place is still at the heart of my everything” (“A Jack With One Eye”). Dopo un tour in Europa i Texas Is The Reason decidono di sciogliersi, nel momento del loro apice artistico-espressivo, per riformarsi solo in due occasioni nel 2006 e nel 2012.

getupkids_fourminutemileGet Up Kids – Four Minute Mile (Doghouse Records, 1997)
Appena diciottenni, i Get Up Kids caricano gli strumenti sull’auto a Kansas City per dirigersi a Chicago, dove Bob Weston degli Shellac li aspetta per registrare. “Four Minute Mile” è un disco intriso dei migliori anni dell’adolescenza, di foga (“I couldn’t give in. I gave up. I gave in” – “Lowercase West Thomas”), dubbi (“If I tried, would you still call me son? If I tried, would you call me at all?” – “Fall Semester”) e tormenti amorosi (“If I came home one last night, think of what the two of us could do, I guess will never know” – “No Love”). Odora dell’erba di un campo sportivo del liceo, fatto di vittorie e sconfitte, entusiasmo e delusione, visto in così tanti film e immortalato nella copertina del disco.
I cantanti-chitarristi Matthew Pryor e Jim Suptic trascinano la band in un vorticoso emocore dove tutto suona altissimo e lanciatissimo. Arpeggi e intrecci, arresti e ripartenze, un suono secco e una produzione che predilige la voce dietro tutto, quasi a rendere necessario urlare per farsi sentire. Un vero e proprio coming-of-age, romanzo di formazione sull’amore adolescenziale: solipsistico, contraddittorio, consolatorio, non risolutivo. Dopo tre dischi e la svolta indie-rock, Pryor scioglierà il gruppo e racconterà la maturità coi New Amsterdams.

thevanpelt_sultansofsentimentThe Van Pelt - The Sultans of Sentiment (Gern Blandsten, 1997)
I newyorkesi Van Pelt sono l'originalissimo strumento espressivo di Chris Leo, ex-chitarrista dei Native Nod e fratello di Ted Leo, leader di Chisel e Pharmacists. Il lirismo colto e criptico del frontman non ha nulla da spartire con la semplicità al limite della retorica adolescenziale del panorama emocore americano; l'asciuttezza dei suoni, la regolarità di una sezione ritmica precisa e controllata e l'utilizzo sapiente di chitarre volte a ipnotizzare l'ascoltatore con poche note cristalline prendono le distanze dall'irruenza strumentale del genere. Eppure, a partire dalla dichiarazione di intenti del titolo, è difficile collocare i Van Pelt al di fuori della scena. La voce “spoken words” di Chris Leo, pungente, a tratti stridula, apparentemente fredda e sopra le righe nel suo tono volutamente declamatorio, conduce una piccola orchestra che suona solo l'indispensabile (fino a reiterare singole note, come nel solo finale di “Nanzen Kills A Cat”), ammorbidendosi dove necessario (“Don't Make Me Walk My Own Log”) o esplodendo nelle urla strozzate di “My Bouts With Pouncing”. Con “Yamato (Where People Really Die)” e “We Are The Heatens” si spinge l'acceleratore e si saturano le chitarre, ma i momenti che fanno di "Sultans Of Sentiment" un capolavoro cerebrale unico nel genere sono "The Good, The Bad And The Blind" - un crescendo emotivo scaturito da pochi semplici arpeggi - e la pacatezza minimale e metricamente imperfetta di “Let's Make A List”: "We are not housewives, executives, or entrepreneurs. We are teachers by trade, complainers by role".

rainermaria_pastwornsearchingRainer Maria – Past Worn Searching (Polyvinyl Records, 1997)
Kyle Fischer (chitarra e voce) e Caithlin De Marrais (basso e voce) si conoscono a un workshop di poesia della University of Wisconsin a Madison. Insieme a William Kuehn (batteria) formano i Rainer Maria (omettendo “Rilke”) e sui banchi del college scrivono i testi del loro primo album. È il lirismo tout-court la matrice di “Past Worn Searching”, le cui canzoni sono fatte di testi tesi e trame melodiche vocali intense, con un tocco femminile unico nel panorama emo. Sensibilità poetica, melodica ma anche visiva, in versi che, come le voci, si rincorrono in visioni (“My eyes are becoming curtains/ Paint the window, stain the ceiling fervish green/ My visitors smoked cigarettes and all the things that had me feeling unwell”“Sickbed), istantanee (“This broken scene with me above you above me/ I feel broken/ Didn’t you hear me?” - “Viva Anger, Viva Hate”) e sequenze dal sapore cinematografico (“I thought the ice is melting/ We could talk on the lake/ Not far from our house, the park is wetter than yesterday/ I won’t swallow my pride” – “Half Past April”). I Rainer Maria procederanno verso un indie-rock più sapiente ed equilibrato, ma “Past Worn Searching”rimane un esordio penetrante e necessario.

sdre_howitfeelsSunny Day Real Estate – How It Feels to Be Something On? (Sub Pop, 1998)
La febbre che i primi due dischi dei SDRE avevano generato stava lentamente svanendo, raffreddata dallo hiatus che fece seguito all’uscita di “LP2”. Due album che contenevano quanto in quel periodo era istantaneamente collegato alla parola “emo”, sebbene nella realtà questi pur ottimi lavori subivano ancora piuttosto nettamente l’influenza del grunge (Smashing Pumpkins su tutti). Nel ’98 però la band decide di tornare, e i fan che aspettavano nuove ballate melodiche e struggenti rimasero inevitabilmente delusi: “How It Feels to Be Something On?” suona oscuro sin dal primo ascolto, quasi chiuso in se stesso e impenetrabile.
Uno scandaglio interiore tra incubi e tormenti, generati da una sensibilità che qui emerge in tutta la sua profondità. Le linee di chitarra si fanno ansiogene e nevrotiche, il basso delinea groove cupi e minacciosi, percussioni e droni rendono il clima spettrale, mentre la voce intona cantilene come in stato di trance. La band dialoga con un’espressività del tutto nuova nelle parti strumentali, complesse e mutagene, crocevia di generi e stili. E’ uno dei dischi che meglio descrivono gli anni 90, decennio attraversato da un’inquietudine di fondo mai risolta.
Ogni canzone, quasi fosse un disco prog, si crea con pazienza il suo inaspettato climax: “Pillars” sfocia in un crescendo rabbioso e isterico, “Every Shining Time You Arrive” è la loro classica ballata, ma percorsa da una disillusione matura come mai prima. E per una “The Prophet” dal sapore gotico e ancestrale, c’è di nuovo spazio per lacrime amare in “The Shark’s Own Private Fuck”, in assoluto la vetta emozionale più elevata che i SDRE abbiano mai raggiunto. Un disco per l’anima, che arriva al cuore per via traverse, non così immediate come quelle degli esordi, ma che una volta sedimentato vi occupa un posto permanente.

americanfootballAmerican Football – American Football (Polyvinyl, 1999)
Verrebbe da chiamarla la “borghesia” dell’emo: come si fa a parlare sussurrando quando hai il torace divaricato? Eppure gli American Football sono ancora una delle band di nicchia più amate, con un solo disco all’attivo, prima di sciogliersi. Questo, omonimo, potrebbe trovarsi contemporaneamente nelle classifiche degli album più tecnici e dei più emozionanti – la sfida consiste nell’incastrare nelle espressioni numeriche del math-rock gli umori mutevoli dell’emo. Così, innumerevoli sfumature della vita interiore di un eterno adolescente, Mike Kinsella, vengono compassionevolmente accarezzate dall’arpeggiare appena riverberante, nudo, di Steve Holmes, scandite dal rullare singhiozzante di Steve Lamos – corporeità e spiritualità sembrano unite in unico, scomodo abbraccio. Ogni nota, ogni deviazione sembrano in realtà comporre un disegno, lasciando per ultimi i contorni, per intonarsi perfettamente ai volubili stati dell’animo. Una tromba a volte si sostituisce alla voce, portando alla luce la sostanza, bellissima, di “American Football”: una profonda esalazione dello spirito.

theappleseedcastmarevitalisThe Appleseed Cast - Mare Vitalis (Deep Elm Records, 2000)
Siamo già nel 2000 quando esce per la Deep Elm Records – etichetta indipendente nota per le raccolte “The Emo Diaries” - "Mare Vitalis" degli Appleseed Cast. Tra l'emocore classico del primo “The End Of The Ring Wars” e il sound più elaborato degli album successivi, "Mare Vitalis" suona come l'esperimento di chi vuole prendere il largo dalle strutture canoniche del genere mantenendo poche regole generali: batteria torrenziale, riff di chitarra d'impatto e una voce/strumento dimessa e pronta a esplodere, ben racchiusa tra intrecci melodici che si ripetono come un mantra dal minutaggio pop.
Un concept-album in cui un suono omogeneo e arrangiamenti liquidi richiamano la potenza del mare, immergendosi in profondità tutt'altro che rassicuranti ("The Immortal Soul Of Mundo Cani") o simulandone l'ondeggiare (il wah nella conclusiva "Storms"). A rimanere impresse sono le dilatazioni vagamente post-rock che precedono il “wall of sound” del ritornello di "Fishing The Sky", i riff energici e la cavalcata finale di “Forever Longing The Golden Sunset”e il classico spleen vocale rabbioso di “Secret” e “Kilgore Trout”.

mychemicalromance_bulletsloveMy Chemical Romance – I Brought You My Bullets, You Brought My Love (Eyeball, 2002)
Qui nasce l’epopea della band più controversa della storia dell’emo. Quella che gli ha donato il più grande riscontro commerciale e che ha aperto al tempo stesso una profonda frattura tra ciò che l’emo era stato fino ad allora e quello che si sarebbe sviluppato sull’onda del loro successo. Che si amino o si detestino, non si può prescindere dal parlare di loro in un discorso, se pur introduttivo, sull’emo. Un “romanzo” durato 12 anni, terminato con l’epilogo più amaro, lo scioglimento avvenuto quest’anno, che a posteriori amplifica l’indagine retrospettiva su ciò che questo gruppo ha significato per lo scorso decennio. Se gli esiti conclusivi della loro musica si sono risolti in pose tronfie, nel loro disco d’esordio trasuda invece una vitalità folgorante, mai più raggiunta in seguito su lunga durata. E allora, come si presenta al mondo la band americana più famosa del Duemila? Con un disco che inanella una serie di melodie assassine, da lacrime agli occhi, prodotte splendidamente e supportate da un apparato strumentale mozzafiato. Album popolato da vampiri, creature spettrali, descritti per certi versi in un modo che anticipa l’estetica di "Twilight", senza però le sue caratteristiche più deteriori. Basta ascoltare il singolo “Vampires Will Never Hurt You” per rendersi conto della solennità di questo sound: 5 minuti e mezzo di delirio psicotico urlato a squarciagola, con continue variazioni e cambi di passo, quanto di più distante si possa immaginare dal mass appeal.
Come non sentire poi nell’epica romantica di “Skylines And Turnstiles” le grida disperate dell’America post-11 Settembre? Dopo sarebbe arrivato “Three Cheers For The Sweet Revenge”, con i suoi splendidi singoli, e poi il successo definitivo con “The Black Parade”, ma se ci si vuole convincere dello spessore artistico di questa band, si deve partire dall’inizio. Dal 2002. Iniziano qui i dieci anni intensissimi di un gruppo che nel bene e nel male ha segnato una generazione.

brandnew_thedevilandgodBrand New – The Devil And God Are Raging Inside Me (Interscope, Tiny Evil, 2006)
Ovvero il manifesto dell’emo del Duemila. Quello che una volta per tutte ne fissa lo standard produttivo e ne amplia le dinamiche, avvicinandosi anche a strutture quasi prog. E’ interessante che il capolavoro emo dei nostri tempi si situi in un posto quasi antitetico a quello occupato da un disco come “The Power Of Failing”; ma se teniamo conto di come il linguaggio emo sia esploso nello scorso decennio, diventa più credibile l’ipotesi di un genere che partendo dalla cameretta sia infine approdato alle masse. “The Devil And God” è allora fondamentale, perché suona magniloquente senza essere tronfio, universale e non per questo inutilmente retorico. La produzione è su vette assolute, i testi parlano di piccole grandi tragedie personali, da cui raramente emerge una fioca luce, ma non lo fanno rinchiudendosi in un doloroso autismo: come attraverso il montaggio di un film, entriamo in prospettive e punti di vista diversi dallo straordinario spessore psicologico. Così quella preghiera di straziante bellezza che è “Jesus” assume i contorni di un’invocazione corale, e l’esplosione lancinante di “Sowing Season” è liberatoria non solo per il frontman della band, Jesse Lacey. L’immedesimazione è pressoché totale.
Il titolo del disco allude all’eterno conflitto interiore tra Bene e Male, ma è quest’ultimo che qui sembra aver la meglio. La morte è presente ovunque: nella splendida copertina, dove l’orrore si nasconde alle spalle di una bimba ignara, è presente nella tragica “Limousine”, storia di Katye Flynn, bimba investita e uccisa da un auto a soli sette anni. Ed è una presenza che incombe anche nelle trame strumentali, ora desolate, ora inquietanti, quasi mai radiose, claustrofobiche anche quando trasudano melodia (e questo disco ne è zeppo). Un lavoro che interpreta come pochi la complessità dei nostri tempi.

Gioele Sforza: introduzione, Mineral, Sunny Day Real Estate, My Chemical Romance, Brand New
Enrico Viarengo: introduzione, The Van Pelt, The Appleseed Cast
Maria Teresa Soldani: Texas Is The Reason, Get Up Kids, Rainer Maria
Lorenzo Righetto: American Football

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