Approfondimenti

Eric Wood - Letters From The Earth

Il songwriter che non c'era

di Stefano Ferreri

Oh, how the lights
on the river tonight
make me feel like a dreamer again
Stay with me here, by the river tonight
and we’ll wait for the world
to end
And we’ll dream

Eric Wood è stato qui.
Un paio di corse appena sulla giostra, elogi per cultori come affrancature iridescenti, piccoli palchi di provincia. Nel tratto più movimentato della sua autostrada senza fine, lo si è visto attraversare i cieli italiani come una meteora remissiva. Nel cosmo infinito della storia musicale, stesso profilo da mite gentiluomo e identica traiettoria in dissolvenza. L’intero bagaglio di viandante racchiuso in una custodia per chitarra, come quando sedicenne si vide sgravato dall’urgenza di una perenne contumacia e iniziò a portare le sue canzoni a spasso per le coffee house e i college dell’Ohio, quindi nella San Francisco dei primi hippie. Nell’oro dei propri vent’anni trovò un approdo fortunoso a Nashville, la Music City per eccellenza, appena in tempo per scoprire che di una semplice area ristoro si sarebbe trattato.

L’esperienza lo stava condannando a un pellegrinaggio senza requie, a una curiosità mai sazia. L’esperienza come sola maledizione in una vita spesa muovendo ogni giorno i primi passi. Il country sfornato bello fragrante alla corte di Kris Kristofferson non poteva proprio essere il suo pane: troppo dozzinale come sapore, troppo accomodante per un’anima irrequieta come la sua. Il contratto fu annullato. Quel paio di dischi registrati per la Capricorn andarono a farsi benedire come i fantasmi di un Natale mai celebrato, e per fortuna. Se il jazz non ortodosso di Dave Brubeck o Nina Simone rappresentò una folgorante intuizione, la vera stella cometa brillava dalle parti del Greenwich Village e fu là che Eric trovò la sua dimensione.

Menestrello di sera nei bar dell’East Village, di notte tassista come un Travis Bickle non alienato: con i santini di Dylan, Phil Ochs, David Blue e Tim Hardin allineati sul cruscotto ideale, e senza copie di "The Silver Tongue Devil And I" in serbo per la Betsy di turno. La sua lunga stagione newyorkese si è snodata come una ghirlanda nascosta dall’ailanto in un cortile cittadino. Arrivato in sordina seguendo le tracce e il mito di Tim Buckley, ripartito solo dopo la morte di quel figlio trascurato che lui vide esibirsi ancora acerbo in un club di Manhattan, restandone sinceramente colpito. Quella sera condivisero una fugace ma sgradevole chiacchierata: due cantanti orfani dello stesso padre senza essere fratelli, né fratellastri, e lui a interpretare la parte un po’ scomoda di quello devoto e ignaro dell’altrui sofferenza. Nemmeno un lustro più tardi sarebbe cambiato tutto.

Il 1997, anno spartiacque, affidò Baby Jeff allo stesso beffardo culto postumo di Tim, mentre nella consueta ombra laboriosa Eric si regalò un sofferto esordio discografico a quasi quarantacinque anni, oltre alla discreta ribalta dei tour con Richard Thompson, Donovan, Suzanne Vega e gli Smithereens. La Grande Mela, un’infezione ormai domata. Merito dei sempre più frequenti ritiri sui monti Catskill dove, alla stregua di un novello Thoreau, Wood aveva costruito con inatteso talento un’accogliente dimora di legno, combinando la tecnica dei pionieri americani con una più tipicamente nordeuropea.

220x270_39Approcci distanti sposati in una sintesi armoniosa, lo stesso ingrediente speciale di "Letters From The Earth": nell’intreccio dei generi, l’opera di un ameno songwriter-carpentiere, costruttore paziente di strofe e abile artigiano del refrain. A far da collante, la sua elettrica preziosissima nel cesellare emozioni dall’intaglio preciso e dall’ampio respiro. E poi lei, quella voce così incredibilmente versatile da tramutarsi nel più espressivo degli strumenti sul disco, un tenore liquido capace di grandi regolarità melodiche come di impensabili evoluzioni tra l’ombroso e l’etereo da dipanarsi solo con calma, dietro ogni curva.
Una voce che osa spesso, inseguendo le consumate evocazioni di tanti barbagli cantautoriali ("Forgotten Blues"). Una voce che si scurisce per reinventarsi elemento atmosferico in un ultimo profondo incantesimo ("Out Of The Blues"), notte densa di spettri lontani destinati a svelare un’affinità curiosa sia con l’ammaliante baratro di "Blue Afternoon" di Tim, che con i dolorosi “non-finiti” delle Sketches di Jeff, pur senza la loro isteria. Una voce che fende il silenzio e non pretende altro che un accompagnamento sottilmente cadenzato, quasi ballabile, tra jazz in punta di spazzole, languori latini e cortei di luci soffuse e vibes.

Dagli anni del Caribe o di Belafonte sul giradischi materno è stato modellato un amore per ritmi e tempi cui gli autori sofisticati hanno spesso negato per principio ogni sogno di cittadinanza. Eric ne ha tratto invece il giusto nutrimento contro i rischi di una generalizzata miopia espressiva e umana. Altra cura è stata la strada. Quella di "Voodoo Wind", che come in "Hejira" di Joni Mitchell si fa metafora del viaggio, e del destino. Quella cantata nel personale manifesto di "Endless Highway" come ipotesi di solidarietà, un “andare verso il mondo e verso la gente” che solo trent’anni di Americana nitida e non addomesticata avrebbero potuto rendere tanto vibrante.

La sicurezza dietro un mini-compendio così ben imbastito tradisce il polso del veterano, l’esordiente impostore, a proprio agio nei tracciati armonici eclatanti come nel più esile dei sussurri. Tutte insieme queste Lettere sono un delicato carteggio di suggestioni minime, una collezione di tuffi al cuore, una maratona in altalena. Alcune offrono incalzanti e sbarazzine il loro scorrere vitale ma disciplinato che mai prevarica, come sensuali balli sudamericani apparecchiati dalla trama acustica rinforzata. Altre si mostrano subito più spoglie, esposte ai rigori di un inverno irriducibile e dal morso poderoso.

La chiusa è un rapido appunto di folk scarno, voce e chitarra di pura sostanza come se ne sarebbero ascoltati fin troppi negli anni a venire. Solo un congedo comunque, dopo una piena di suoni ipnotici e impressionisti, pagine intime e vaporose o romanticamente disperate, illustrazioni per sognatori che celebrano l’ascendenza Cherokee nel sangue caldo del cantore, e insieme omaggiano il Buckley Sr. forse meno apprezzato in assoluto ("Look At The Fools"). E ancora, esercizi da equilibrista dei vuoti e dei pieni, blues amabilmente ebbri e con coloriture gospel ("Time Comes"), classiche dissertazioni in alleggerimento con impronte vocali zampettanti ("Too Deep") o brogliacci vergati nel solco di una rigorosa aderenza ai modelli quasi mistici del Folk Urbano che fu.

A calcare ovunque il tratto come una forte essenza, il tepore di un incanto ormai senza quartiere. Anche tra le pieghe scettiche del Mark Twain meno benevolo, quello che senza volerlo ha prestato il titolo. Anche dentro quell’inno superbo dedicato per ironia al proprio disincanto: ballata per artista e pensieri, affranta ma sublime preghiera della solitudine, benedetta dal chiarore di una luna finalmente piena. Lo stesso magnetismo che Eric portava sempre con sé sul palco. La stessa naturalezza che l’avrebbe spinto – già con il secondo album – a implorare perché ci si dimenticasse in fretta di lui. Per i tanti che hanno attraversato questi anni del tutto ignari del suo passaggio, esaudirlo non può certo aver rappresentato un problema. Gli altri, forse, si ricorderanno di lui come di un albero da frutta che fiorisce ancora, anche se non c’è più.

Playlist
Letters From The Earth (Tangible Music, 1997) 8,5
Illustrated Night (Appaloosa, 1999) 7,5
 
Don't Just Dance (Appaloosa, 2001) 6
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