Libri

Lee Konitz

Lee Konitz, conversazioni sull'arte dell'improvvisatore

di Federico Savini

Autore: Andy Hamilton
Titolo: Lee Konitz, conversazioni sull’arte dell'improvvisatore
Editore: Siena Jazz - Edt
Pagine: 327
Prezzo: 20,00 euro

hamiltonkonitzUn libro-intervista con Lee Konitz è un'opera importante per parecchie ragioni: anzitutto Konitz è praticamente il più vecchio tra i mostri sacri del jazz tuttora in attività (ha qualche anno in più di Sonny Rollins, Cecil Taylor e Ornette Coleman, ha esordito con Stan Kenton e Miles Davis), è un sassofonista dalla classe infinita, che si è sempre messo alla prova in situazioni e contesti differenti, mantenendo negli anni un'impronta unica e riconoscibile, è uno che ha sempre signorilmente evitato le strade più battute ed è l'allievo numero uno della scuola di Lennie Tristano, forse il più meraviglioso mistero della storia del jazz.

 

Un libro, questo di Andy Hamilton - docente di filosofia ed estetica del jazz a Durham, nonché collaboratore di The Wire e Jazz Journal - che va consigliato quindi non solo ai jazzofili d'osservanza, ma a tutti quelli che volessero farsi un'idea del lavoro che sta dietro a una singola performance e alla passione che può smuovere ancora la musica in un ultraottantenne che ha più voglia che mai di raccontarsi. L'intervista è condotta con leggerezza e profondità, secondo capitoli tematici ben disposti (cronologici, ma anche specifici sul sassofono, gli equivoci sul "cool jazz", gli standard e la pratica dell'improvvisazione "intuitiva", cuore della faccenda che qua e là si inoltra nel tecnicismo per introdotti), e con modalità appena appena accademiche, ma tutt'altro che disturbanti.

A emergere con forza sono alcuni dati salienti: in primis l'assoluta originalità di Konitz, unico contemporaneo a differenziarsi fin da subito dallo stile di Charlie Parker, e poi la sua concezione melodica e nitida dell'improvvisazione, così diversa dallo standard free-espressionista che siamo ormai abituati a considerare sinonimo tout-court dell'improvvisare.

 

Il libro è corredato da tante brevi interviste a colleghi di Konitz, che solo in piccola parte forniscono contributi davvero significativi (vedi Gunther Schuller, Sonny Rollins e Alan Broadbent) ma il ventaglio dei coinvolti fa capire l'enorme influenza sotterranea esercitata da Konitz negli scorsi decenni, si va infatti da John Zorn a George Russell, da Paul Bley a Bill Frisell, da Bob Brookmeyer a Evan Parker. Oltre a questo, il libro è una bella panoramica su sessant'anni di musica jazz a ogni livello, raccontati da un protagonista defilato e attento, che trova solide motivazioni anche nella musica dei colleghi più lontani (dice bene di Coltrane e Cecil Taylor, e soprattutto di Ornette e Wayne Shorter), senza però lesinare in appunti circostanziati e qualche severa critica (soprattutto a Anthony Braxton, reo di aver manipolato il verbo tristaniano senza la preparazione e il rispetto necessario). Detto infine del giusto e prezioso risalto dato alla figura di Warne Marsh (sfortunato tenorsassofonista "gemello" del contraltista Konitz negli anni di Tristano), il maggiore appunto che si può fare al libro di Hamilton è la mancanza di una vera guida all'ascolto della sterminata discografia di Konitz, prassi peraltro tipica della critica jazzistica (più interessata al "musicista" che non al disco) e che però a conti fatti rimane una pecca.

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