Approfondimenti

Potere di un'icona

Cosa significava Greg Lake?

di Federico Romagnoli

Malato di cancro da tempo, Greg Lake ci lascia nello stesso anno del suicidio di Keith Emerson. Il supergruppo per antonomasia rimane così decimato al solo batterista, Carl Palmer.
Alla dipartita del tastierista ci interrogammo sul suo potere iconico e sul suo ruolo nella storia del rock, è quindi d’obbligo fare altrettanto per il cantante. Partendo dall’assunto che vuole Lake la voce prog per antonomasia.
Certo, Peter Gabriel è amatissimo, ma i suoi album con i Genesis non conquistarono il mercato americano come fecero quelli degli Elp, e rimane inoltre quel lieve sottofondo di fastidio riguardo alle distanze più volte prese dall’artista rispetto alla sua stagione progressiva.
Certo,  quello di Jon Anderson degli Yes è uno dei timbri più belli che il rock ci abbia donato, eppure urta molte persone a causa della sua tonalità diafana e angelica, esatta antitesi del cantante rock virile e ruvido.

greg_lakeGreg Lake invece mette d’accordo tutti, è rarissimo imbattersi in qualcuno che non ne apprezzi le doti di interprete. Anche quelli che non colgono la ricchezza dinamica e melodica della musica degli Elp, sminuendola a un ammasso di trovate circensi, non possono che arrendersi all’evidenza di quanto la sua voce fosse preziosa e le sue ballate meritevoli. Tutto ciò senza contare i due primi album dei King Crimson, pure caratterizzati dalla sua presenza, e su cui ancora oggi nessuno osa scagliare dardo.
Quando il prog maturò, transitando definitivamente dalla sua stagione introduttiva a quella adulta, con il debutto dei King Crimson appunto, lui c’era. Quando azzannò le classifiche americane, lui c’era. Quando divenne un fenomeno generazionale, lui c’era. Quando iniziò a declinare, benché per motivi estranei al punk a dispetto di quanto ci viene propagandato da quarant’anni, lui c’era. Anzi proprio in quel periodo indovinò i due suoi 45 giri più venduti: la ballata natalizia “I Believe In Father Christmas”, pubblicata come solista nel novembre del ’75, e la cavalcata “Fanfare For The Common Man” con gli Elp al completo, 1977. Entrambe raggiunsero il numero 2 in Gb.
Dopodiché non si è mai riciclato in altre vesti. Non abbracciò la disco music, non abbracciò la new wave, fece solo un timido tentativo con l’arena rock dei suoi due album da solista, più una parentesi con gli Asia durata un battito di ciglia. Non ebbe altri successi, eccetto quello – peraltro relativo – sul mercato americano ottenuto dal progetto Emerson Lake & Powell (“Touch And Go” il singolo, piccolo gioiello del rock d’atmosfera anni Ottanta).

Insomma, la sua parabola nasce e muore in perfetta sincronia con il rock progressivo. Lo portò all’apice vendendo dischi a vagoni, con addirittura un paio di album al numero 1 in Italia (“Tarkus” per tre settimane e “Trilogy” per cinque). Mandò un triplo album dal vivo con brani di mezz’ora al numero 4 della classifica americana (“Welcome Back My Friends…” nel 1974), una follia che non avrebbero consentito a molti altri e che non solo riuscì, ma finì per rappresentare uno dei loro momenti più iconici, simbolo dell’ambizione e della grandeur degli Elp.
L’unanimità sulle sue doti, lo sviluppo della sua carriera, l’ampiezza del pubblico raggiunto, e l’andare fiero di ciò che si è realizzato (che come abbiamo visto non è scontato). Tanti fattori che, combinati, rendono Lake un gigante del prog prima e del rock poi, e che portano all’assunto inizialmente esposto.
Come i suoi due compagni, anche Lake impressionava per duttilità. La sua voce sapeva essere pulita come un cristallo e arrochirsi senza sforzo apparente, in cadute improvvise dal paradiso all’inferno e viceversa, poteva farsi baritonale, grave, suadente, vibrante. Il perfetto crooner delle ballate (“Still… You Turn Me On”, “From The Beginning”, “Lucky Man”), ma anche il rauco miscuglio fra imbonitore da fiera e scienziato pazzo di “Karn Evil 9”; l’epico cantore del disagio di “Epitaph” e del collasso nervoso di “21st Century Schizoid Man”, ma anche il pagliaccio da saloon di “Benny The Bouncer”.

greg_lake_2Se la voce è ciò che lo consegna all’immortalità, almeno fra gli appassionati, altri suoi aspetti non possono essere sottovalutati. Greg Lake era un bravo chitarrista (capace degli assoli elettrici di “Karn Evil 9” e dei memorabili passaggi acustici nella parte centrale di “Take A Pebble”), un eccellente bassista (con la sola sfortuna di far parte di una band in cui gli altri due strumentisti avrebbero eclissato chiunque), uno studioso della sala di registrazione. Era lui che lavorava alle sovraincisioni e produceva gli album della band. Certo i suoni fantascientifici dai synth e dall’organo li tirava fuori Emerson, ma avrebbero avuto lo stesso impatto senza il sound nitido e la qualità che Lake gli assicurò?
Per quasi un decennio la sua mente è stata fra le più vivide dell’universo rock. Poi si è fatta da parte, ritagliandosi un posto nel circuito dei nostalgici. Eppure l’eco della sua morte è stata notevole, gli attestati di affetto dei colleghi sono arrivati trasversalmente, dagli Yes ai Who, dai King Crimson ai Renaissance, da Vangelis a Steve Hackett, che ne ha ammesso l’influenza esercitata sui Genesis.

Risale al 1977 una splendida, maestosa chanson orchestrale, “C’est la vie”, in cui Lake cantava “Who knows, who cares for me”... ma in fin dei conti era ben consapevole di quanto fosse vero il contrario.

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