Approfondimenti

Potere di un'icona

Cosa significava Keith Emerson?

di Federico Romagnoli

In un 2016 che sembra voler minare le fondamenta della musica rock, ci lascia anche Keith Emerson. A quanto pare per suicidio, ma non se ne conoscono le cause, e a ogni modo non sarebbe elemento su cui puntare l’attenzione.

Ricordare una figura così complessa non è semplice, perché come tutte le più grandi personalità del rock Emerson si è mosso su più dimensioni. Incrociare sociologia e analisi musicale sull’onda emotiva del suo decesso potrebbe portare a proclami sovratono. Che tuttavia adotteremo, per due motivi. Primo, Emerson è stato un maestro della grandeur, quindi sparare qualche parolone per ricordarlo fa pendant con il suo lascito. Secondo, se c’è uno che meriterebbe un po’ di entusiasmo dopo decenni di accuse traballanti, quello è lui.


emerson_2Keith Noel Emerson è stato, senza mezzi termini, il più importante tastierista della storia del rock. Il più grande non ci interessa stabilirlo, sono giochi troppo legati al gusto personale di ognuno: c’è chi preferirà le tonalità distese di Richard Wright, chi l’eleganza sovrannaturale di Rick Wakeman, chi il duro rock bachiano di Jon Lord, e via dicendo.

Ma chi può vantare la completezza stilistica di Emerson? Chi si trovava così a suo agio con atmosfere ora comiche, ora drammatiche? Chi sapeva evocare grottesche scenette da saloon e spostarsi un secondo dopo su un’astronave? Chi passare da “Jerusalem” di William Blake a “Inferno” di Dario Argento? Chi altri gestiva a perfezione ragtime, jazz, ballata folk, tentazioni esotiche e ogni accezione della musica classica, da quella dei secoli passati alle avanguardie novecentesche dedite al trattamento del rumore?

Diversi prototipi di sintetizzatori di casa Moog vennero inviati a Emerson perché potesse testarli su disco, prima della loro messa in commercio. E fu scelto lui non solo per la grande fama, dato che di band con tastieristi famosi all’epoca non ne mancavano, bensì perché con lui si era sicuri che lo strumento sarebbe stato sfruttato al meglio, mostrandone a 360 gradi la vastità cromatica e le possibilità tecniche.

Il risultato fu musica così fuori dagli schemi che all’ascoltatore di oggi, anche quello più smaliziato, potrebbe risultare datata. Si tratta però di semplice difficoltà nel collocarla in uno spazio culturale familiare. Fatta eccezione per il nuovo rock progressivo, che è sostanzialmente una nicchia, l’eredità di Emerson è stata infatti raccolta in maniera piuttosto sbilenca, e certo non fra le band indie-rock, che non dispongono dei mezzi tecnici necessari a seguirne le orme.

In Giappone per esempio la sua ombra si è mossa sotterranea, ma piuttosto pesante. Si pensi alle colonne sonore dei videogiochi. Non sembra forse di sentire un condensato dei primi episodi di “Final Fantasy” quando nella traccia che intitola “Trilogy” scattano i synth e la sezione ritmica? Se non ne siete convinti aguzzate le orecchie, perché è lo stesso Nobuo Uematsu che ha dichiarato di avere attinto a piene mani da Emerson, e ne va anche piuttosto fiero.

emerson_3Senza spostarsi dall’Impero del Sol Levante, si può rintracciare una maiuscola rilettura orchestrale di “Tarkus” a opera di Takashi Yoshimatsu, operazione che fornisce a ogni frammento della versione originaria un nuovo spazio e una nuova serie di timbri, mostrando come quei “giri a vuoto” e “freddi virtuosismi”, definiti tali solo perché eseguiti da una band rock, erano in realtà linee compositive precise e perfettamente in correlazione l’una con l’altra, armonicamente appaganti e capaci in veste orchestrale di mostrare tutto il loro calore.
E di mettere a nudo l’impressionante ricchezza della palette di Emerson: ecco quindi le esplosioni ritmiche di Stravinsky, gli ostinati minacciosi da “Danza macabra”, le inflessioni hollywoodiane di Henry Mancini, il dinamismo classico eppur jazzato di Gershwin, ma anche paesaggi sorprendentemente in linea con le melodie dell’estremo oriente, tanto da creare un link diretto con i lavori di Joe Hisaishi. Verrebbe da sospettare che siano suggestioni inserite dall’arrangiatore, ma poi si va a riascoltare l’originale ed eccole lì, una volta scavata la scorza elettrica dell’organo e del basso distorto.

Certo saturare il timbro degli strumenti fino all’inverosimile non era la migliore delle mosse per chi mirasse a far emergere dinamiche degne della classica, il punto è che a Emerson la cosa interessava fino a un certo punto. La pulizia del timbro era ciò che le accademie avrebbero richiesto per quel tipo di musica, mentre la sua missione era proprio di farsi beffe di quei professori che volevano arrogarsi il diritto di dire agli altri come suonare Bach e Tchaikovsky. Anche a costo di trasformare in violenza sonora allo stato brado ciò che sotto nasconde l’equilibrio di un fiore.

Tutto ciò non riguarda solo la sua musica, ma anche la sua persona, o meglio la parte della sua persona che è stata fatta trasparire in pubblico. Un artista anarchico, gioviale con i suoi collaboratori, ma dalle convinzioni incorruttibili, che non si è mai tradito nel corso di mezzo secolo. Lui era il domatore delle tastiere, il gladiatore che ogni sera sfidava le belve elettroniche giù nell’arena, mentre il pubblico berciava e chiedeva sangue.

Sono così tanti gli aneddoti sulle sue esibizioni dal vivo che si è del tutto perso il contorno del reale, e se l’Hammond suonato in aria e pugnalato lo abbiamo potuto vedere, non c’è invece traccia documentata dell’allegra pisciatina sulla bandiera britannica, fatto con ogni probabilità mai accaduto, ma che vorremmo vero, semplicemente perché ne sarebbe stato capace.

La sua era pura dissolutezza, un rapporto carnale con la tastiera che gli è valso in carriera molti paragoni con Jimi Hendrix, con cui non condivideva in realtà granché all’infuori di una stima reciproca che li portò vicini alla collaborazione. Tuttavia è lecito avanzare forti dubbi su quanto il progetto avrebbe potuto funzionare, perché è veramente dura immaginare Emerson in sottofondo, ad attendere paziente il termine di una lunga divagazione blues.

Perché lui era quello che sollevava un Hammond da un quintale e lo faceva roteare su uno spigolo per poi schiantarlo per terra. Perché lui era quello che si presentava sul palco sormontato da pareti di macchinari elettronici trafitte da mille cavi, e che li cambiava di posto per ottenere combinazioni chiare solo nella sua mente. E a ogni filo spostato il suono diventava più cattivo, più affilato, più inumano.

emersonLa potenza iconica di Emerson è enorme, forse addirittura abnorme visto che ha finito per trasformarlo in un nemico per una certa categoria di ascoltatori. Ma la loro attenzione denigratoria non fa che certificarne la statura: che piaccia o meno, con Emerson si devono fare i conti, perché non era “un” tastierista, ma “il” tastierista.

Emblematica la foto a sinistra, scattata da Barrie Wentzell (qui per una versione di dimensioni maggiori): l’artista con postura da aracnide, scuro e minaccioso, pronto a scattare, e dietro di sé la tastiera e un mostro di tentacoli elettrici. Aiutata da uno splendido bianco e nero, l’immagine può oggi apparire come una versione futuristica de “Il fantasma dell’opera”, lo scienziato pazzo di un horror della Universal anni Trenta, o l’incubo cyberpunk di un qualche manga. Una posa e una macchina per evocare mille mondi possibili.
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