Approfondimenti

I lupi islandesi hanno fame

Black metal dall'Islanda

di Paolo Chemnitz

Musicalmente parlando, c’è sempre un buon motivo per nominare l’Islanda: perché se non vi piace Björk, possono sempre piacervi i Sigur Rós o male che vada le colonne sonore del compianto Jóhann Jóhannsson, passato a miglior vita nel 2018. Se poi cercate qualcosa di trendy, allora vi potete sempre appassionare della new sensation Hatari, un gruppo piuttosto bislacco che propone musica electro-punk unita a un immaginario fetish-sadomaso. La lista potrebbe continuare ancora per molto, nonostante il nostro oggetto in esame sia un’isola situata tra la Groenlandia e il Regno Unito spesso lontana da ogni riflettore mediatico: poco più di trecentomila abitanti, un clima tutt’altro che ospitale e un territorio disseminato di vulcani e di profonde insenature. Forse anche per questo motivo qui ha attecchito una certa predisposizione per la musica black metal, suonata al momento da una buona quantità di band in proporzione agli abitanti stessi dell’isola.
La natura primordiale, il vento gelido, il richiamo ancestrale del passato: c’è una magica alchimia che attraversa l’attuale scena black metal islandese, una formula comunque incastonata all’interno di un mood cupo e claustrofobico, perché oltre i confini di quel lembo di terra, c’è una vastità insormontabile di mare in tempesta che schiaccia e opprime chiunque provi a guardare oltre l’orizzonte.

Prima della grande esplosione della second wave negli anni Novanta, si parla ovviamente di proto-black metal: è il 1987 e in Islanda c’è un gruppo chiamato Flames Of Hell che incide soltanto un disco intitolato “Fire And Steel”, una meteora destinata comunque a lasciare un piccolo segno. Immaginatevi se questo trio fosse nato nel cuore dell’Europa, magari in Germania o nella culla scandinava, forse qualcuno li avrebbe eletti a cult-band di tutto rispetto. “Fire And Steel” non è certo un capolavoro, ma è un’opera grezza come poteva essere un “Deathcrush” dei Mayhem, con l’aggiunta di una prova vocale decisamente sopra le righe di Steinþór Nicolaison, impegnato in rumorosi schiamazzi tanto ambigui quanto affascinanti.
La tecnica è prossima allo zero ma poco importa, i Flames Of Hell amano i Venom, gli Hellhammer o i primissimi Bathory e precedono in qualche modo quello che da lì a poco ascolteremo da gente come Tormentor o Master’s Hammer in Est Europa. Germogli che comunque non attecchiscono, perché nel 1987 imperversa il thrash metal e poco tempo dopo il death metal, sia in America che nel nostro continente. Quando poi il black metal comincia a mietere le sue vittime (in tutti i sensi!), l’attenzione si sposta in Norvegia e poi ancora su altre scene underground dal grande potenziale (pensiamo a quella greca, ancora oggi fondamentale per lo sviluppo del genere).
Bisogna quindi attendere la metà degli anni Novanta per trovare una pubblicazione islandese degna di nota, questa volta infatti è il turno dei Sólstafir e del loro Ep composto da quattro brani dal titolo “Til Valhallar” (1996). Le influenze norvegesi sono lampanti e qua e là i nostri si aprono a qualche epico ruggito di taglio viking, pur mantenendo quel gelido approccio ormai diventato un marchio di fabbrica in terra scandinava. Ma ancora una volta viene meno la continuità, poiché il primo vero full-length targato Sólstafir arriva solo sei anni più tardi (“Í Blóði Og Anda”) e non lascia grandi ricordi: anche per questo motivo siamo riusciti ad apprezzare questo gruppo soltanto successivamente, grazie alla svolta di taglio post-rock/post-metal che ha lanciato i Sólstafir nell’orbita vincente di una label come la Season of Mist.

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Verso la fine degli anni Novanta, quando molti black metaller della prima ora iniziano a manifestare segni di insofferenza per la presunta commercializzazione del genere, l’Islanda cala l’asso che non ti aspetti: è il 1999 ed esce un disco destinato a segnare la storia del black metal islandese, “Bálsýn” dei Potentiam. Un album cupissimo, a tratti solenne, addirittura dark per certi versi (l’arpeggio di “Álfablóð” riporta in mente “Charlotte Sometimes” dei Cure!), una perla destinata a far parlare di sé anche al di fuori dei propri confini. Ecco che si compie il primo vero cambio di rotta, perché qualcuno comincia ad accorgersi che anche in Islanda c’è del black metal di qualità (dopotutto l’etichetta sulla quale esce il disco è l’italianissima Wounded Love Records). “Balsyn” si dimostra un lavoro all’avanguardia, figlio (ma con assoluta personalità) della lezione di Mayhem ed Enslaved. Tuttora attivi, i Potentiam non sono mai riusciti a replicare l’exploit del loro imprescindibile debut.

Parallelamente ai Potentiam, si muovono i Curse, nati nel 1995 con il moniker Thule. Soltanto negli anni Zero del nuovo secolo la band riesce a pubblicare la prima acerba fatica (“Dead Sun Rise”), seguita da altri due lavori discreti ma non fondamentali (“Slaughter Of The Star” e “Void Above, Abyss Below”). Il sound dei Curse è piuttosto elaborato e prevede incursioni sinfoniche, divagazioni thrash e passaggi più atmosferici che rimarcano lo spirito eclettico del progetto, oggi comunque da rivalutare sotto un’ottica di matrice prettamente storica.
Possiamo però parlare di vera e propria icelandic black metal scene solo pensando a quanto accaduto nel decennio in corso, con l’avvento di tanti nomi di caratura internazionale (ma sempre orgogliosamente confinati nell’underground) capaci di connotare e plasmare a loro piacimento questo sound in continua evoluzione. Un gruppo affiatato di musicisti, alcuni dei quali impegnati in più progetti, tutti legati da un approccio al genere molto oscuro, brutale e opprimente: parliamo degli Svartidauði (da non perdere sia “Flesh Cathedral” che il recente “Revelations Of The Red Sword”), dei Sinmara (ritornati da poco con il magma ribollente di “Hvísl Stjarnanna”) o degli sperimentali e siderali Almyrkvi (“Umbra” risale al 2017), tre nomi accomunati dalla stessa label di riferimento, l’attivissima Ván Records.
Il fatto che Reykjavík sia l’unico punto di incontro per queste realtà permette anche una vivace collaborazione tra loro. Qualche nome nasce come side-project (gli Almyrkvi sono costituiti da due membri dei Sinmara) ma non sono rari i casi di musicisti che si sdoppiano per suonare in più band (il batterista Bjarni Einarsson si divide tra Sinmara, Almyrkvi, gli irlandesi Slidhr e Wormlust).

Proprio Wormlust è un’altra entità di quelle da appuntare in grassetto: una sorta di one-man band capitanata dal polistrumentista H.V Lyngdal (occasionalmente accompagnato proprio dal succitato Einarsson), capace di dare alla luce nel 2013 il criptico e allucinante “The Feral Wisdom”, un compendio di (post)black metal, musica ambient e annichilenti deliri psichedelici. Sempre nello stesso periodo i Carpe Noctem fanno uscire l’interessante “In Terra Profugus”, seguito nel 2018 dall’ottimo “Vitrun”: nel mentre, due loro membri (Helgi e Tómas) rilasciano con il moniker Misþyrming un’altra pietra miliare del black metal islandese, “Söngvar Elds Og Óreiðu” (2015).
Quello dei Misþyrming è attualmente il nome di maggior successo al di fuori dei confini nazionali, considerando che la band ha suonato nel blasonato Inferno Festival di Oslo insieme a gente come Taake, Batushka e 1349 (tra i tanti). Il loro “Söngvar Elds Og Óreiðu” è un disco che sprigiona caos primitivo da ogni poro, apportando ulteriore linfa a quel sound ormai divenuto riconoscibile tra mille altri. Come se non bastasse, la proposta dei Misþyrming è carica di odio, di disperazione e di una sofferenza premonitrice di un evento infausto e apocalittico. Un piccolo capolavoro oscuro e ossessivo, una colata lavica che travolge ogni cosa.

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Di certo le proposte black metal non si esauriscono qui: meritano comunque una citazione i validi Árstíðir Lífsins (Árni dei Carpe Noctem in compagnia di due musicisti tedeschi, con testi in islandese), il lato pagan-folk del black locale. Poi ancora i Draugsól (oggi diventati Kaleikr e autori di un contorto black dalle forti tinte progressive-death), gli atmosferici e malinconici Auðn, oltre agli ormai disciolti Dysthymia (“The Shivering Opus”, risalente al 2008, assembla elementi black metal, tastiere orchestrali e un substrato doom-depressivo di tutto rispetto).
Il fermento è tale che la realtà islandese continua a generare nuove sensazioni tutte da scoprire, senza dimenticare una lunga fila di nomi passati e presenti che sono stati omessi per una mera questione selettiva. Ma una cosa è certa: l’Islanda a livello underground offre ottime prospettive per il genere, da leggere anche come contaminazioni in chiave post-black metal, una crescita inarrestabile con radici ben salde al terreno. Una scena viva, attualmente tra le più interessanti in circolazione (alla pari di quella francofona del Québec o di altri notevoli agglomerati musicali presenti negli stati dell’ex-blocco sovietico), lo testimonia persino un volume fotografico uscito poche settimane fa dal titolo “Svartmálmur”, all’interno del quale sono raccolte molte immagini-chiave di questo dark side dell’isola in questione.

We live on this isle like hungry wolves, with perpetual darkness or light in our eyes. Silent like this desolate horizon, violent like the incessant waves of the never-sleeping sea. If only we could rise into the air, dissolve into the wind, melt through the ground to the dephts of this world, like the Gods of our ancestors. But we are real, as real as you are.

Sono queste le parole che aprono il succitato libro ed è proprio tra queste righe che si nascondono i segreti più intimi del black metal islandese. I lupi hanno fame.

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