Libri

Wolf In White Van

Nel labirinto di John Darnielle

di Gabriele Benzing

Autore: John Darnielle

Titolo: Wolf In White Van

Editore: Farrar, Straus and Giroux

Pagine: 207

Prezzo: USD 24,00

 

Wolf In White VanUn soffitto bianco. Niente di più anonimo, in apparenza. Ma, a guardarlo attentamente, è fatto di un’infinità di minuscoli dettagli. Crepe, grumi, screziature.
A volte, per fare i conti con un evento traumatico, tutto quello che serve è fissare il soffitto di una stanza di ospedale. E immaginare un intero universo al suo interno.

“Wolf In White Van”, il secondo romanzo firmato da John Darnielle, è anzitutto la storia di un sopravvissuto. Proprio come molte delle canzoni scritte per i suoi Mountain Goats, a partire da quelle degli ultimi “All Eternals Deck” e “Transcendental Youth”. Un sopravvissuto che porta i segni indelebili del suo passato. Perché il volto di Sean Phillips è rimasto sfigurato quando aveva appena diciassette anni, in una maniera così devastante da isolarlo praticamente dal mondo. Sean, però, di mondo ne ha inventato un altro: un gioco di ruolo, un gioco di sopravvivenza ambientato in un futuro post-atomico e battezzato “Trace Italian”. Non un gioco online, ma un gioco vecchio stile, tutto tramite posta cartacea. E sono proprio le sottoscrizioni a pagamento a “Trace Italian” raccolte nel corso degli anni a garantire a Sean il necessario per vivere.

 

L’esordio letterario di Darnielle, nel 2008, era ancora legato a doppio filo con la musica: per raccontare “Master Of Reality” dei Black Sabbath, il songwriter americano aveva trasformato la rilettura del disco nel diario di un ragazzo rinchiuso in un istituto psichiatrico, per il quale quelle canzoni erano diventate l’ultima ancora di salvezza.

“Wolf In White Van” è un affare completamente diverso: un romanzo a tutto tondo, in cui Darnielle trasfonde lo spirito immaginifico del canzoniere dei Mountain Goats in un labirinto narrativo più articolato e complesso che mai. Una storia che si sviluppa a ritroso, riavvolgendo il nastro della memoria quasi alla maniera di “Memento”, in un climax che procede ineluttabilmente verso l’inizio, verso il momento che ha segnato per sempre l’esistenza del protagonista.

È la voce di Sean che conduce il racconto, portando direttamente ad immergersi nel flusso di pensieri e fantasie che affolla la sua mente. Ma dentro c’è tutto l’immaginario più familiare ai fan dei Mountain Goats: dai b-movie ai romanzi fantasy, dagli anni Ottanta ai colori della California, dalle sale giochi alle cassette, da Dio a Satana. Con quella leggerezza nell’arrivare al cuore anche degli argomenti più drammatici tipica della penna di Darnielle.

 

 

“Shelter from what?”

 

Trace ItalienneQuattro bambini su una spiaggia deserta e un gioco da tavolo di nome “Stay Alive. The survival game”. È la scena di un vecchio spot televisivo, la stessa che compare anche in “Spent Gladiator 2” (una delle canzoni di “Transcendental Youth”). È lì che Sean ha avuto per la prima volta l’idea di “Trace Italian”. Il nome, invece, l’ha preso da una lezione di storia: trace italienne è una fortificazione a forma di stella, ideata come protezione contro le prime artiglierie. Nel cuore del deserto radioattivo del Kansas futuribile si nasconde da qualche parte un baluardo del genere: “stelle all’interno di stelle all’interno di altre stelle, visibili dallo spazio, un bastione di fronte all’altro per miglia”. Un miraggio chiamato “Trace Italian”. Riuscire a raggiungerlo è lo scopo del gioco. Trovare un rifugio. Trovare una certezza.

 

“Trace Italian” offre a Sean la possibilità di scoprire una segreta comunione con spiriti come il suo: “giovani, puri, spaventati e in cerca di rifugio dal mondo”. Quasi una proiezione di quello che ha rappresentato per Darnielle l’avventura dei Mountain Goats. Uno più di tutti diventa per Sean quasi una sorta di alter ego: si chiama Chris Haynes, l’uomo “che vide il futuro e se ne chiamò fuori”. L’unico che, per lasciare “Trace Italian”, ha voluto mettere in scena il più teatrale dei finali: il proprio suicidio virtuale.

Ma un imprevisto arriva a mettere in crisi il mondo di Sean: due ragazzi, Lance e Carrie, finiscono per confondere il gioco con la realtà. E per pagarne le conseguenze nella maniera più tragica. Le accuse, gli avvocati, il processo: per Sean è come il riaprirsi di vecchie ferite, che lo costringono a guardare di nuovo in fondo alla propria anima. L’immaginazione è un luogo in cui ci si può perdere. Ma anche in cui si può scoprire qualcosa di sé stessi: è Chris Haynes che gliel’ha insegnato. Soprattutto, gli ha mostrato che, quando c’è una prova da superare, il punto non è come riuscire a riorganizzare la vita. Il punto è come può cambiare la propria visione.

 

 

“You do so know”

 

A volte solo i bambini hanno il coraggio di guardare le cose per quello che sono. Anche quando hanno l’aspetto terribile del volto di Sean, quel volto su cui nessuno sembra avere il coraggio di fissare lo sguardo. È proprio un bambino a porgli la domanda decisiva, dopo avergli chiesto che cosa è successo alla sua faccia: “Perché?”.
“Ero l’unico che potesse sapere perché avessi fatto quello che avevo fatto, e non potevo pensare a nessun altro che fosse in grado di tirar fuori un qualsiasi tipo di risposta. Eppure era comunque vero che non avevo nessun “perché” per lui; semplicemente non ne avevo”.

Il fatto è che, per un interrogativo del genere, non c’è mai una risposta a buon mercato. Tutti provano sempre a trovare qualche spiegazione di comodo: non aveva amici, andava male a scuola, ascoltava troppa musica metal… Niente di tutto questo, nel caso di Sean. Eppure, i suoi genitori cercano disperatamente qualcuno da incolpare. Ma è solo un altro modo di aggirare il nocciolo della questione: “Perché?”.

 

Nel 1990, i Judas Priest vennero accusati di avere indotto due ragazzi al suicidio attraverso i messaggi subliminali contenuti nelle loro canzoni. Uno dei due, però, non morì sul colpo. Visse ancora qualche anno, così sfigurato da essere soprannominato “Mr. Potato Head”. I Judas Priest, alla fine, vennero assolti: nessun messaggio segreto, nessun condizionamento inconscio. Nessuna scorciatoia per sfuggire alla realtà.

Anche il titolo di “Wolf In White Van” viene da un messaggio subliminale: lo si può sentire se si ascolta al contrario una canzone di Larry Norman, “666”. Qualcuno pensa che sia un’invocazione satanica. Anche se non sa bene che cosa potrebbe voler dire. Da ragazzo, Sean ne ha sentito parlare una notte alla televisione, su un canale religioso. Ma, esattamente come per i due fan dei Judas Priest, non c’è niente che l’abbia costretto a fare ciò che ha fatto. “Tutto quello che vedevo in quel momento era il lupo nel van bianco, così vivo, così forte. E ho pensato, forse è reale, questo lupo, ed è davvero là fuori da qualche parte in un van bianco, a girare intorno”. Forse il male è reale. Forse il male ci circonda. Forse il male è dentro di noi.

 

 

 

“Start digging”

 

Conan il BarbaroSean ha un’ossessione: Conan il barbaro. Ha letto tutti i libri di Robert E. Howard, ha divorato tutti i fumetti, è andato alla caccia di ogni informazione. Ma, nella sua fantasia, si è immedesimato fin da bambino in un Conan molto distante dall’originale: “Quando diventai Conan, le cose erano diverse; la sua nuova nascita aveva lasciato delle cicatrici. Dominavo un regno devastato e fumante con pugno duro e letale. Era un mondo oscuro e sanguinoso. Nessuno amava vivere lì, nemmeno il suo re”.

In fondo, tutti nascondiamo da qualche parte l’ombra di un Conan oscuro. Il punto è essere disposti a guardarsi allo specchio così in profondità da arrivare a riconoscerlo. Da imparare a vedere davvero il proprio volto. È uno dei temi ricorrenti di “Wolf In White Van”: la realtà si rivela solo a chi la osserva intensamente. Proprio come il soffitto di una camera di ospedale.

Ma se il cuore nero di Conan fosse più forte? Se alla fine fosse destinato a prevalere? In un gioco di ruolo c’è sempre una scelta giusta da prendere. Nella vita, invece, le strade che potremmo imboccare ad ogni bivio sono una tale infinità da lasciare sopraffatti. Una vertigine insostenibile. “È per questo che la gente piange quando va al cinema: perché tutti sono condannati”, riflette Sean sull’eco dello stesso tema tratteggiato dai Mountain Goats in “The Diaz Brothers”. “Nessun personaggio di un film può farci nulla. Il fato ha già rivendicato il proprio diritto su di loro fin dal primo momento in cui appaiono sullo schermo”. A togliere il respiro, più di tutto, è il pensiero che tutte quelle strade possano non portare da nessuna parte. Che siano destinate a finire nel nulla. “È difficile sovrastimare quanto possa essere profondo il bisogno che le cose abbiano un senso”.

 

Tutto quello che possiamo fare è continuare a scavare. Scavare per arrivare a quelle mura che nessun giocatore di “Trace Italian” è mai riuscito a raggiungere. “Start digging”, come l’ultima mossa di Lance e Carrie: “dentro c’era speranza: determinazione, slancio, tutto quell’ardore giovanile”. Scavare anche se non ci sono mappe del futuro a guidarci. “Guardare negli occhi qualcuno il cui bisogno di trovare un ordine e una ragione è diventato disperato oltre ogni misura e dirgli che non importa quanto freddo faccia la notte, non deve fare altro che mettersi a scavare”.

E magari, un giorno, volgere indietro lo sguardo e sorprendersi pieni di gratitudine per la strada che si è percorsa. Comincia proprio così, “Wolf In White Van”: con l’epilogo di un’improvvisa, stupefatta confessione di gioia. Perché la realtà, nonostante tutto, non ha tradito la sua promessa. “Era esattamente quello che avevo nel cuore. Era proprio lì, in superficie, pronto a uscire fuori. Impossibile calcolare le mie benedizioni. Impossibile per chiunque calcolare così tanto”.

 

 

If ever a testament is needed to the existence of the great fortress, the final stand, the place within which the search for some unnamed final shelter within the shelter would then begin and continue on forever and forever, it’s here. This is what it looks like; these are its girders and panels. It is visible. It exists.

TRACE VISIBLE

TRACE NEARER

TRACE BREACH

Playlist
 Zopilote Machine (Ajax, 1994)

7

Sweden (Shrimper, 1995)

7

 Nothing For Juice (Ajax, 1996)

6,5

 Full Force Galesburg (Emperor Jones, 1997) 6,5
 The Coroner's Gambit (Absolutely Kosher, 2000)

6,5

All Hail West Texas (Emperor Jones, 2002) 

7,5

Tallahassee (4AD, 2002) 

7,5

 We Shall All Be Healed (4AD, 2004) 

7

The Sunset Tree (4AD, 2005) 

8

 Get Lonely (4AD, 2006) 

7

 Heretic Pride (4AD, 2008) 

7

 The Life Of The World To Come (4AD, 2009) 

7

 All Eternals Deck (Merge, 2011)

7

 Transcendental Youth (Merge, 2012)7,5
 Beat The Champ (Merge, 2015)7
 Goths (Merge, 2017)6,5
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