Juke-Box

Ricky Nelson

Garden Party

di Alberto Farinone
Ricky Nelson - Garden Party
(inclusa nell'album "Garden Party", Decca Records, 1972)


Ricky Nelson è passato alla storia come il primo - e l'originale - teen idol della musica americana. In pochi sanno, però, che questo talento precoce, immerso fin da piccolo nel mondo dello spettacolo (recitava, insieme ai genitori, nella popolare sitcom "The Adventures of Ozzie and Harriet"), è stato anche uno dei primi musicisti a contaminare rock e country, due generi fino a quel momento ritenuti incompatibili. Di lui si ricorda soltanto il folgorante inizio di carriera, quando era in grado di piazzare - tra il 1957 e il 1962 - trenta canzoni nella top-40 di Billboard (un risultato inferiore soltanto a quello ottenuto da Elvis Presley e Pat Boone).

I primi tempi il suo repertorio è composto principalmente da cover, a cui presto si aggiungeranno fortunati brani scritti appositamente per lui da stimati autori come Scott Wiseman e i fratelli Dorsey e Johnny Burnette. Ma il ragazzo dimostra di possedere anche fiuto per gli affari, circondandosi di alcuni tra i migliori musicisti rock sulla piazza (a partire dal leggendario chitarrista James Burton) e coniando uno stile in grado di alternare vivaci numeri rockabilly a ballate man mano sempre più malinconiche e indolenti, come la splendida "Lonesome Town" (in seguito omaggiata da Quentin Tarantino in "Pulp Fiction"). L'aspetto curato e il faccino pulito da bravo ragazzo si rivelano essere, come spesso accade in questi casi, un'arma a doppio taglio: se da una parte gli permettono di conquistare milioni di adolescenti, dall'altra lo portano a essere sottostimato da una buona fetta della critica. Ma il primo a essere insoddisfatto di questa situazione è proprio il diretto interessato, con il passare degli anni maturato sia come interprete che come musicista. Appena raggiunta la maggiore età, leverà quella y dal diminutivo, proponendosi al pubblico come Rick Nelson: un simbolico passaggio, da parte dell'artista, all'età adulta.

Di lì a poco, un'ondata britannica invade gli Usa e per i sopravvissuti del rock'n'roll la ruota non gira più nel verso giusto. Avvantaggiato dalla giovane età, Rick Nelson cerca di non farsi cogliere impreparato: segue da vicino Bob Dylan e - con qualche anno d'anticipo rispetto all'esplosione commerciale del genere - si avvicina alla musica country con un approccio rock. Infatti, benché i suoi meriti non verranno mai sottolineati a sufficienza, Rick si può a tutti gli effetti considerare un pioniere di quello che verrà in seguito definito California Sound. Summa di questa svolta stilistica è l'eccellente live pubblicato nel 1970 ("In Concert"), con un repertorio basato principalmente su elettrici brani country rock e su brillanti reinterpretazioni di folk songs firmate da Bob Dylan, Tim Hardin ed Eric Andersen; del suo passato rockabilly non v'è quasi traccia, giusto qualche contentino per rendere felice il pubblico.
Seguono la stessa strada indicata da "In Concert" i successivi quattro album in studio ("Rick Sings Nelson", "Rudy The Fifth", "Garden Party" e "Windfall"), realizzati da Nelson con la Stone Canyon Band come gruppo di supporto. Ma la maggior parte del pubblico sembra non voler accettare l'idea che l'ex-teen idol si sia allontanato dal rock'n'roll dei bei tempi andati. Per chi lo aveva conosciuto nel suo periodo d'oro, Nelson avrebbe dovuto continuare a proporre lo stesso tipo di musica, senza evolvere. E anche le nuove generazioni non prendono troppo in considerazione quello che, in fondo, ritengono un reduce del vecchio e ormai superato rock'n'roll. Insomma, nonostante tutti gli sforzi compiuti, Rick Nelson non riesce a togliersi di dosso l'etichetta di icona adolescenziale. Per accontentare i suoi vecchi fan, che si sentono traditi, avrebbe dovuto continuare a riproporre all'infinito pezzi come "Waitin' In School", "Stood Up" o "My Bucket's Got A Hole In It".

foto_articolo_01Il povero Rick se ne rende definitivamente conto in una serata di rock'n'roll revival organizzata, nel 1971, da Richard Nader al Madison Square Garden, un evento al quale partecipano, tra gli altri, anche Chuck Berry, Bo Diddley e Bobby Rydell. Il ricordo di quell'esperienza lo porterà a comporre uno dei suoi brani più noti: "Garden Party".
Incurante del clima decisamente nostalgico che si respira nell'aria, Nelson si presenta sul palco secondo le mode del momento (capelli lunghi e look da tipica rockstar californiana dei primi anni 70), ma non viene riconosciuto dal pubblico. Sarà lui stesso a ironizzare su ciò, con un verso tratto da "Garden Party": "When I got to the garden party/ They all knew my name/ No one recognized me/ I didn't look the same". Un concetto poi ribadito con maggior disapprovazione: "No one heard the music/ We didn't look the same".
La scaletta preparata da Nelson non fa che peggiorare le cose, perché - a fianco di alcuni suoi classici - propone i nuovi brani country rock scritti negli ultimi anni assieme alla Stone Canyon Band. E quando attacca una versione country di "Honky Tonk Women" degli Stones succede il patatrac: per il pubblico è troppo, la classica goccia che fa traboccare il vaso. L'ex-teen idol, ricoperto da fischi e insulti, abbandona così il palco, letteralmente furente ("When I sang a song about a honky-tonk/ It was time to leave"). E così quella che avrebbe dovuto essere una tranquilla rimpatriata nostalgica si trasforma in un fiasco completo, che segnerà per sempre la carriera di Rick Nelson. Ma l'artista apprende una lezione da quella sfortunata esperienza, come ripete più volte - con un certo distacco - nell'orecchiabile ritornello ("But it's all right now/ I learned my lesson well/ You see, ya can't please everyone/ So ya got to please yourself").

"Garden Party", a partire dal titolo, è anche un continuo susseguirsi di riferimenti velati, non sempre così immediati da cogliere: Nelson cita "Johnny B. Goode", vecchi compagni di scorribande negli anni ruggenti del rock'n'roll, amici come George Harrison (di cui era tra i pochi a conoscere lo pseudonimo di "Mr. Hughes" che l'ex-Beatle usava per viaggiare in incognito), prende in giro bonariamente John Lennon (definendolo "Yoko's walrus") ed Elvis Presley (ironizzando sulla sua precedente professione di camionista: persino guidare un camion sarebbe stato infatti più appagante rispetto a esibirsi dinanzi al pubblico del Madison Squadre Garden!).
Il testo, sarcastico più che realmente piccato ("If you gotta play at garden parties/ I wish you a lotta luck"), descrive in modo lucido il sentimento di rassegnazione con cui un'artista non più di tendenza è costretto a convivere e a rapportarsi con il suo vecchio pubblico, composto da persone che ricordano un unico Ricky Nelson - quello della loro gioventù - e soltanto quello pretendono di ascoltare. E pazienza se, nel frattempo, l'artista in questione ha cambiato stile e realizzato nuova musica altrettanto interessante: tutto ciò agli spettatori presenti al Madison Square Garden non interessa minimamente. Sono lì per godersi, ancora una volta, le same old songs, mica le nuove!

"Garden Party" si può quindi leggere come un atto di accusa nei confronti della pigrizia degli ascoltatori rock, impauriti dai cambiamenti e intrappolati in una bolla nostalgica. Ma è, allo stesso tempo, anche uno sfogo disincantato di un autore ormai consapevole che la sua nuova musica non interessi più a (quasi) nessuno. È impossibile per Rick Nelson disfarsi dell'ingombrante passato: per tutti rimane il ragazzino che cantava "Hello, Mary Lou" (non a caso menzionata nel testo, in contrapposizione a una più recente cover di "She Belongs To Me" di Dylan da lui pubblicata come singolo), non l'uomo che aveva approcciato il country con uno spirito rock, preconizzando quello che sarebbe stato il filone aurifero della musica americana nella prima metà degli anni 70. Nell'immaginario collettivo c'è spazio per un solo Rick (anzi, Ricky, come è ricordato da tutti ancora oggi) Nelson, quello a cavallo tra la fine dei Fifties e l'inizio dei Sixties. Un teenager in grado di oscurare, in termini di popolarità, star di prima grandezza come John Wayne e Dean Martin in "Un dollaro d'onore", il capolavoro western diretto nel 1958 da Howard Hawks (che motiverà il trionfo ottenuto ai botteghini in virtù della presenza di Ricky nel cast).
Ironicamente, sarà proprio "Garden Party" a riportare in auge il nome di Rick Nelson. Grazie a una melodia di sicura presa, un puro distillato del West Coast Sound, "Garden Party" diventerà una hit (al sesto posto nella classifica di Billboard), il primo singolo di successo dell'artista dopo quasi dieci anni. Ma resterà comunque un caso isolato, che non cambierà le sorti della sua carriera.

Soltanto nel 1981, con quello che - suo malgrado - sarebbe diventato il suo testamento artistico, Rick Nelson avrà modo di riconciliarsi una volta per tutte con il rock'n'roll: "Playing To Win" sarà infatti un disco di stampo vintage, con brani in stile anni 50 ringiovaniti da una strumentazione più potente e moderna (emblematica la rilettura di "Believe What You Say"). Quattro anni dopo, Rick perirà tragicamente, insieme alla sua compagna e ai componenti della sua band, in un incidente aereo. A quel punto, sarà pronto per entrare nel mito, nel novero delle più grandi leggende del rock'n'roll. Brani come "Garden Party" servono a ricordarci il suo eclettismo e quell'amara presa di coscienza con la quale, prima o poi, tutti gli artisti più o meno noti dovranno fare i conti. Un inno alla disillusione che, tuttavia, contiene anche un messaggio di speranza: la storia di "Garden Party" è infatti la dimostrazione di come si possa trasformare un'umiliazione in fonte di ispirazione.

I went to a garden party to reminisce with my old friends
A chance to share old memories and play our songs again
When I got to the garden party, they all knew my name
No one recognized me, I didn't look the same
 
But it's all right now, I learned my lesson well
You see, ya can't please everyone, so ya got to please yourself
 
People came from miles around, everyone was there
Yoko brought her walrus, there was magic in the air
And over in the corner, much to my surprise
Mr. Hughes hid in Dylan's shoes wearing his disguise
 
But it's all right now, I learned my lesson well
You see, ya can't please everyone, so ya got to please yourself
 
Played them all the old songs, thought that's why they came
No one heard the music, we didn't look the same
I said hello to "Mary Lou", she belongs to me
When I sang a song about a honky-tonk, it was time to leave
 
But it's all right now, I learned my lesson well
You see, ya can't please everyone, so ya got to please yourself
 
Someone opened up a closet door and out stepped Johnny B. Goode
Playing guitar like a-ringin' a bell and lookin' like he should
If you gotta play at garden parties, I wish you a lotta luck
But if memories were all I sang, I rather drive a truck
 
And it's all right now, I learned my lesson well
You see, ya can't please everyone, so you got to please yourself


Playlist
Autore: Rick Nelson
Produttore: Rick Nelson
Etichetta: Decca Records
Pubblicazione: 1972
Durata: 3:45

Musicisti:
Rick Nelson - voce, chitarra
Allen Kemp - chitarra solista, cori
Tom Brumley - chitarra
Stephen A. Love - basso, cori
Patrick Shanahan - batteria
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