Juke-Box

Soft Machine

Moon In June

di Valeria Ferro

Soft Machine - Moon In June
(inclusa nell'album "Third", Cbs, 1970)

 

"Moon In June" sembra molto strutturata ma in realtà era solo un ammasso di canzoni incompiute: invece di completarle, le avevo giuntate tra loro. Anche letteralmente: spezzoni di nastro sparsi per tutto lo studio! Che casino.
(Robert Wyatt)

Come ha confessato il buon Robert Wyatt, con la solita umiltà che lo contraddistingue, "Moon In June" non è nientemeno che il frutto di uno straordinario lavoro di collage. La storia di questo immortale capolavoro inizia nel lontano 1967, quando i Soft Machine si erano appena formati dalle ceneri dei Wilde Flowers, la stele di Rosetta da cui discenderanno tutti i gruppi della scena di Canterbury. La formazione originale della macchina contava quattro ruote motrici: Robert Wyatt (batteria, voce), Daevid Allen (chitarra), Mike Ratledge (tastiere) e Kevin Ayers (basso, voce). È con questa line-up che i Soft Machine registrano alcuni demo, che rimarranno inediti fino alla pubblicazione del disco postumo "Jet-Propelled Photographs" nel 1972, quando il gruppo aveva ormai già imboccato la strada del jazz-rock. Di questo repertorio risalente ai primi giorni, ai fini della nostra storia vanno segnalate due canzoni in particolare: "You Don't Remember" e "That's How Much I Need You Now". Si tratta di due canzoni che, nei loro testi, costituiranno di fatto l'ossatura lirica della futura "Moon In June".

Dimenticati quei nastri e perso l'australiano Daevid Allen alla frontiera di Dover, nel 1968 i Soft Machine registrano il primo album omonimo e partono per un tour promozionale di supporto alla Jimi Hendrix Experience. La convivenza forzata e i ritmi estenuanti dei concerti mettono a dura prova la band, facendo sorgere le prime crepe interne. In pratica, quando esce il debutto discografico, la macchina morbida ha già spento il motore. La delusione è talmente cocente che i tre componenti si dividono in altrettanti stati diversi. Mentre Kevin Ayers si rifugia sull'isola di Maiorca, manifestando i primi sintomi di quella tendenza alla fuga che segnerà inesorabilmente tutta la sua carriera, il serioso Mike Ratledge torna in Inghilterra, per completare i suoi studi musicali. Poco male, si intende, dato che ad aspettarlo c'è la bellissima moglie e attrice Marsha Hunt, la brown sugar destinata a strappare il cuore di Mick Jagger. Robert Wyatt non segue invece i dettami del marito fedele e, nonostante avesse anche lui una moglie e un figlio ad attenderlo, decide di rimanere in America, dove lo assale la classica sindrome del ragazzino in gita scolastica. Oltre a soddisfare la sua libidine, negli Usa il batterista si ubriaca con Keith Moon e frequenta il gruppo di Jimi Hendrix, che gli offre anche un letto in cui dormire nella sua mega-villa appena fuori Los Angeles. 

Si fa la bella vita qui nello stato di New York
Ah, ma vorrei essere di nuovo a casa...

ahenryNel frattempo, Robert Wyatt non dimentica però la sua vecchia band, rifiutando diverse proposte tra cui quella dei New Buffalo Springfield. Quando non ha nulla da fare, si aggira negli studi californiani dove sta registrando Jimi Hendrix. L'ispirazione scaturisce proprio in una di quelle sale, dove incide il primo abbozzo di "Moon In June", oggi ascoltabile sulla compilation "'68", accanto a un curioso duetto con Hendrix nelle vesti inedite del bassista ("Slow Walkin' Talk"). Sulle note di copertina del disco, Robert scrive che il testo e il titolo definitivo di "Moon In June" nascono come un riferimento scherzoso alle soap-opera americane.
Il sogno a stelle e strisce di Wyatt viene tuttavia brutalmente interrotto quando è costretto a rientrare nel Regno Unito a causa del visto scaduto, ma soprattutto per le pressioni della casa discografica, che impone ai Soft Machine di rispettare i vincoli contrattuali e lavorare a un secondo album. La "luna in giugno" se ne rimane invece là, negli Stati Uniti, eclissata tra le pareti dei Ttg studios di Los Angeles. I Soft Machine hanno altre priorità, tra cui un enorme grattacapo da risolvere: il pigro Kevin Ayers risulta infatti irrintracciabile (anche se in realtà, nello stupore generale, esordisce da solista lo stesso anno con "Joy Of A Toy"). La band lo sostituisce con Hugh Hopper, promosso da roadie a bassista, e dà alle stampe "Volume Two" (1969), album che si conclude con la suite di "Esther’s Nose Job" e l'immersione definitiva nelle acque del jazz-rock.

Dopo la pubblicazione del secondo disco, i Soft Machine iniziano a sperimentare nei concerti un nuovo possibile repertorio. Wyatt si ricorda solo allora della sua "Moon In June", ma i compagni non sembrano gradirla particolarmente. Per divertirsi, spesso improvvisa il testo dal vivo, come accade negli studi della trasmissione "Top Gear". È probabilmente quella sera che il batterista dà il meglio di sé, fornendo la versione perfetta di un capolavoro già perfetto, come documentato dall'album "Bbc Radio 1967-71". Durante l'esecuzione Wyatt cita i Pink Floyd, i Caravan, John Peel, il transfugo Kevin Ayers e persino la macchinetta del tè posta in corridoio, per la gioia dei suoi posatissimi compagni. Se si ascoltano le registrazioni del periodo, i Soft Machine sembrano divisi in due: da un lato c'è la formazione a sei, quella corredata dalla sezione di fiati "prestata" da Keith Tippett; dall'altra c'è Robert Wyatt, in disparte contro tutti, con la sua ironia patafisica che gli altri non vogliono più comprendere né assecondare. Che gli umori fossero a terra lo si intuisce anche dalla foto contenuta all'interno copertina di "Third", in cui i quattro componenti (ndr, il quarto è Elton Dean) guardano svogliati in diverse direzioni. I loro sguardi non si incrociano neanche musicalmente nel corso del disco, dato che le loro idee vengono tenute separate in compartimenti stagni, divise in quattro brani solisti: due di Ratledge, uno di Wyatt e uno di Hopper.

La guerra per l'egemonia è stata dichiarata. Robert Wyatt rispolvera quindi l'artiglieria pesante e si trincera in studio per assemblare la sua bomba H: "Moon In June". Il risultato finale è
 un fulgido esempio di Wort-Ton-Drama, un ibrido esplosivo di jazz, avanguardia, psichedelia, dadaismo e un clima malinconico che non manca mai quando c’è la voce di Wyatt (“la voce più triste del mondo”, secondo la stampa inglese). La cosa che differenzia "Moon In June" dagli altri brani è proprio l'eclettismo dell’autore, che qui suona in solitudine la batteria, le tastiere e si improvvisa perfino bassista. Svincolandosi da ogni barriera di genere, Wyatt firma così uno dei suoi più grandi capolavori, facendo collidere lo spirito dionisiaco e quello apollineo, come nella più perfetta delle tragedie greche. 

In un dilemma tra ciò di cui ho bisogno e quel che semplicemente voglio 
Tra le tue cosce avverto una sensazione 
Quanto tempo potrò resistere alla tentazione?
Io ho la mia ragazza, tu hai il tuo uomo
Perciò di chi altri abbiamo davvero bisogno?

Fino al nono minuto la canzone segue un tema melodico piuttosto orecchiabile, con la voce di Wyatt a metà tra la filastrocca e la nenia, seppur più misurata che nella versione live alla Bbc. I primi versi espongono già il suo "dilemma" tra la nostalgia di casa e le avventure con qualche inebriante sconosciuta. Come fosse un'abluzione sonora, Wyatt confessa poi i suoi tradimenti alla prima moglie Pam, giustificandosi con il fatto che "vivere è facile nello stato di New York". Più che un musicista, sembra quasi un attore uscito da un film di Godard, soprattutto quando guarda spavaldo in camera e si rivolge direttamente allo spettatore, gridando: "Oh, aspettate un attimo!". È sempre lui stesso ad avvisarci che sta per "passare alla parte successiva della canzone", contrassegnata da un "rumore di fondo per persone che tramano, seducono, insorgono e insegnano". Questo espediente della narrazione "mimica" del brano sarà poi utilizzato anche nella sua carriera solista e nei Matching Mole, soprattutto in "Signed Curted", dove elenca - cantandoli - i vari versi della canzone.

Dal decimo minuto, "Moon In June" si trasforma in un puzzle orchestrale dominato da un vibrante assolo dell'organo di Mike Ratledge, che prosegue fino al poltergeist del violino di Veleroy "Rab" Spall, il quale infesta la coda finale con un suono diabolico, sfigurato dagli effetti del nastro. Nella seconda metà del brano, oltre a Mike Ratledge, irrompe anche il basso distorto di Hugh Hopper, giusto per ricordare all'ascoltatore che - in fondo - è ancora un disco dei Soft Machine. Le porte rimangono invece totalmente chiuse per Elton Dean, con cui Wyatt aveva avuto le discussioni più dure riguardo alla svolta jazz del gruppo. Ma Wyatt non mette solo a tacere i suoi compagni con la voce, in quella che sarà di fatto l'ultima canzone cantata della storia dei Soft Machine. Durante lo scorrere dei minuti, Robert si mette infatti in gioco con ritmi piuttosto complessi, dimostrando tutto il suo virtuosismo sullo sgabello della batteria. La sua rabbia raggiunge la vetta sul finale del brano, dando la stilettata definitiva quando canticchia - come un lupo smarrito al chiarore della luna - alcune parole provenienti da due brani di Kevin Ayers, “Singing A Song In The Morning” e “Hat Song”. I versi che usa non solo casuali:

Cantando una canzone di mattina
Cantandola di nuovo alla notte
Non so bene di cosa sto cantando
Ma mi fa sentire bene...

Dici che ti piace la mia camicia
Dici che ti piace il mio cappello
Oh ma non dici mai che ti piaccio io 
O qualcosa di carino.
Cosa ne pensi di me?

Wyatt esorcizza così il suo malessere, ironizzando sul suo non essere accettato dai compagni, che si ostinano a volerlo come un semplice batterista jazz à-la Billy Cobham, disdegnando il suo essere anche un eccelso cantante e improvvisatore patafisico. Chi invece apprezza particolarmente l'omaggio è Kevin Ayers, che non si lascia sfuggire l'occasione di ringraziarlo durante le registrazioni di "Shooting At The Moon" (1970). In "Clarence In Wonderland", che era solito eseguire a doppia voce nei Softs proprio assieme a Robert Wyatt, il verso "Miss Juliet Kate/ queen of the moon" diviene magicamente "Miss Juliet Kate/ queen of the MOON IN JUNE".
Dopo "Third", in cui Wyatt aveva fornito con il suo brano il perfetto trait d'union tra il passato psichedelico e il cerebrale jazz-rock del futuro, come sappiamo le idee di Ratledge avranno la meglio, portando il batterista a eseguire "Fourth" con lo spirito di un mero turnista. Robert se ne sarebbe andato per la sua strada, dapprima con i Matching Mole, poi inventandosi da solo una straordinaria carriera che neanche l'incidente ha saputo fermare. Con il passare del tempo, più volte Wyatt avrebbe ripensato a "Moon In June" come al suo primo vero album solista: non possiamo dargli torto, visto che nei suoi 19 minuti di orologio contiene idee a sufficienza persino per l'intera discografia di un qualsiasi altro musicista.

On a dilemma between what I need and what I just want
Between your thighs I feel a sensation
How long can I resist the temptation?
I've got my bird, you've got your man
So who else do we need, really?

Now I'm here, I may as well put my other hand in yours
While we decide how far to go and if we've got time to do it now
And if it's half as good for you as it is for me
Then you won't mind if we lie down for a while, just for a while
Till all the thing I want is need
You are the thing I are, I knew

I want you more than ever now
We're on the floor, and you want more, and I feel almost sure
That cause now we've agreed, that we got what we need
Then all the thing us needs is wanting

I realized when I saw you last
We've been together now and then
From time to time - just here and there
Now I know how it feels from my hair to my heels
To have you haunt the horns of my dilemma
- Oh! Wait a minute! -

Over - Up - Over - Up - Down
Down - Over - Up - Over - Up

Living can be lovely, here in New York State
Ah, but I wish that I were home
And I wish I were home again - back home again, home again

There are places and people that I'm so glad to have seen
Ah, but I miss the trees, and I wish that I were home again
Back home again

The sun shines here all summer
Its nice cause you can get quite brown
Ah, but I miss the rain - ticky tacky ticky
And I wish that I were home again - home again, home again...

Living is easy here in New York State
Ah, but I wish that I were home again
Back in West Dulwich again

Just before we go on to the next part of our song
Let's all make sure we've got the time
Music-making still performs the normal functions -
Background noise for people scheming, seducing, revolting and teaching
That's all right by me, don't think that I'm complaining
After all, it's only leisure time, isn't it?

Now I love your eyes - see how the time flies
She's learning to hate, but it's just too late for me
It was the same with her love
It just wasn't enough for me
But before this feeling dies
Remember how distance can tell lies!

You can almost see her eyes, is it me she despises or you?
You're awfully nice to me and I'm sure you can see what her game is
She sees you in her place, just as if it's a race
And you're winning, and you're winning
She just can't undertsand that for me everything's just beginning
Until I get more homesick
So before this feeling dies, remember how distance tells us lies...

Singing a song in the morning
Singing it again at night
Don't really know what I'm singing about
But it makes me feel I feel all right

You say you like my shirt
You say you like my hat
Oh but you never say you like me
Or something nice like that
What about me?

Playlist



Autore: Robert Wyatt
Produttore: Soft Machine
Etichetta: Cbs
Pubblicazione: 1970
Durata: 19:07

Musicisti:
Robert Wyatt - batteria, voce, organo Hammond, mellotron, pianoforte elettrico, basso
Rab Spall - violino elettrico 
Mike Ratledge - organo Lowrey
Hugh Hopper - basso


Genesi del brano

Soft Machine - You Don't Remember (1967)

Soft Machine - That's How Much I Need You Now (1967)

Soft Machine - Moon In June (prima versione, 1968)

Soft Machine - Moon In June (live Bbc, 1969)

Soft Machine - Moon In June (Third, 1970)
Soft Machine su OndaRock
Recensioni

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Third

(1970 - Cbs)
"Weird music" al servizio della scena di Canterbury

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