Juke-Box

The Only Ones

Another Girl, Another Planet

di Salvatore Setola
The Only Ones - Another Girl, Another Planet
(Singolo, Columbia, 1978 - Inclusa nell'album "The Only Ones", Columbia, 1978)




C’è chi per trovare l’America ha dovuto percorrere migliaia di chilometri  e chi invece, l’America, l’ha trovata dietro casa. C’è chi ha aspettato invano un’intera vita che arrivasse il proprio momento  e chi, quel momento, è andato a stanarlo prima di domani, che oggi è già troppo tardi. C’è chi per essere ammesso al club esclusivo dei grandi del rock ha dovuto immaginare suoni inauditi - convogliandoli in dischi inenarrabili che hanno segnato epoche - e chi invece, nella storia, ci è entrato sfondando la porta, con una canzone di tre minuti e un paio di assoli che valgono almeno un’eternità. Se - come dicono - la vita è un bivio, allora gli Only Ones hanno scelto la seconda strada. O meglio, è la seconda strada ad aver scelto loro, perché un pezzo dell’intensità di “Another Girl, Another Planet” non si scrive, si vive. Non te lo vai a cercare, lo trovi. Come Dio, l’amore o la morte.

Non che di dischi memorabili la band di Peter Perrett, formatasi a Londra nel 1976, non ne abbia pubblicati. Anzi, i loro tre album ufficiali – l’omonimo del 1978, “Even Serpents Shine” dell’anno successivo (il migliore) e  “Baby’s Got A Gun” del 1980 – sono titoli cruciali per comprendere la traumatica traversata del punk verso la new wave, nella quale i Nostri ebbero un ruolo decisivo in virtù di una non comune indole melodica, figlia del power-pop più suadente, che li spinse a ripensare il punk da un’angolazione al contempo muliebre e - via Velvet Underground - decadente. Tuttavia, nell’immaginario collettivo spesso rimangono i gesti più che i progetti, l’attimo fuggente più che l’opera compiuta. Vale per Duchamp come per Roberto Baggio. Vale per i grandissimi di ogni arte o disciplina.

Anche gli Only Ones sono stati in qualche modo dei grandissimi perché il loro gesto – effimero e immortale come tutti i gesti – travalica i concetti,  vincolanti per ogni appassionato di rock, di disco e di carriera. Non c’è album o discografia che tenga: quando hai inciso un pezzo del calibro di  “Another Girl, Another Planet”, hai fatto già tutto. In quanto rocker e forse pure in quanto uomo. C’è qualcosa di più genuinamente eroico dell’assolo di chitarra che lancia verso orbite ineffabili lo shuttle diretto al sangue di cui vaneggia la voce amabilmente cartavetrata di Perrett? Esiste qualcosa di più autenticamente epico di quel crescendo di tamburi che sprigiona tutta la sensualità selvaggia insita nella musica rock? E dove trovare un intermezzo strumentale più commovente di quello che, a metà del brano, sembra trasfigurare la melodia tanto languida quanto mordace del canto? È l’erezione di un innamorato, “Another Girl, Another Planet”:  carica animale che sorge dai battiti appassionati del cuore.

Non parla d’amore, però, questo brano straordinario. O almeno non solo, dato che fin dalla prima strofa oscilla sull’esile filo dell’ambiguità: “I always flirt with death/ I look ill but I don’t  care about it/ I can face your threats/ and stand up straight and tall and shout about it” (“Amoreggio con la morte/ Sembro malato ma non me ne curo/ Posso fronteggiare le tue minacce e restare dritto in piedi e urlartelo”). No, questi versi non parlano di una ragazza, ma di una droga che entra in circolo (ecco cos’è lo space shuttle che fluttua nelle vene!), probabilmente l’eroina (l’indizio è il verso “You get under my skin”). Nondimeno, ogni amore è una droga, stupefacente sostanza in grado di acuire la nostra sensibilità, le nostre percezioni, rendendoci dei visionari: là fuori c’è una ragazza pronta ad amarci, un pianeta inesplorato che ci aspetta. E non conta tanto andarci, quanto crederci. La differenza tra la realtà e la magia sta tutta lì.

Come detto, gli artefici di questo miracolo post-punk furono quattro ragazzi londinesi, organizzatisi nel classico assetto a quattro (Perrett voce e chitarra, John Perry all’altra chitarra, Alan Mair al basso e  Mike Kellie alla batteria) e coadiuvati in cabina di regia prima da John Burns e poi da Robert Ash. A dispetto della breve durata del brano e della foga istintiva del sound, le session di registrazione di “Another Girl, Another Planet”  furono molto elaborate. La band inizialmente lavorò con un registratore 16 piste; in una fase successiva il materiale venne riversato su un 24 piste, grazie al quale poterono essere aggiunti alcuni dettagli determinanti, come i riverberi dell’incipit e il cameo di un organo Hammond praticamente impercettibile. Una volta terminato tale processo, “Another Girl, Another Planet” era diventata, per dirla con le parole di Mair, “puro rock’n’roll dalla prima all’ultima nota”.

Contenuto nel  disco d’esordio della band londinese e pubblicato anche come singolo, il brano capolavoro degli Only Ones non ebbe tuttavia il successo dirompente che ci si aspetterebbe da una canzone entrata di dovere, più che di diritto, tra gli evergreen. Il punto è che fu tutt’altro che un instant classic. Spulciando le classifiche del 1978, infatti, si apprende che il pezzo restò fuori dalle Top 50 dei principali mercati anglofoni, toccando la posizione numero 44 della classifica neozelandese soltanto tre anni più tardi. Non furono dunque tantissimi a fiutare in diretta la grandezza di “Another Girl, Another Planet”, ma chi lo fece aveva spalle larghe e un ruolo di primo piano nella storia del rock. Per esempio, il mai troppo lodato John Peel, che fu tra gli estimatori della prim’ora del singolo, tanto da inserirlo nel suo "Festive Fifty", il programma radiofonico della Bbc che passava in rassegna le migliori cinquanta canzoni pubblicate nell’arco dell’anno solare.

Il resto lo farà il tempo, che è sempre generoso con chi sa aspettare. A cominciare dalla metà degli anni Ottanta fino ai giorni nostri, “Another Girl, Another Planet” si vedrà tributare omaggi da ogni parte: dagli immensi Replacements, che interpreteranno il brano con la loro ineguagliabile vena di romanticismo rock, ai Blink 182, che la rileggeranno tenendo fede all’approccio ottusamente pestone che li contraddistingue, fino alla sgangherata e sorprendente versione acustica – un po’ saudade brasileira e un po’ Roky Erickson – datane da Pete Doherty. In molti, insomma, si confronteranno col suo fascino elusivo e la sua vitalità penetrante. In tanti, ascoltandola, vagheggeranno pianeti altri e amori impossibili. Che, a pensarci, sono stati sempre a portata di mano – lì, sotto i nostri occhi - solo che li abbiamo fuggiti, preferendo, piuttosto che viverli, fantasticarli. Come fosse l’effetto di una droga dolce.

Playlist
Ascolta "Another Girl, Another Planet"

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Singolo (Columbia)
Autore: Peter Perrett
Produttori: John Burns e Robert Ash
Durata: 3'02''

Cover e Live

The Only Ones - Another Girl, Another Planet (live 1979)

Replacements cover  

Blink 182 cover

Babyshambles cover
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