Juke-Box

Bruce Springsteen

Atlantic City

di Salvatore Setola
Bruce Springsteen - Atlantic City
(1982 - Inclusa nell'album "Nebraska", Columbia, 1982)



“Nelle canzoni di Bruce Springsteen puoi restare e marcire, oppure fuggire e bruciarti”, con queste parole lapidarie Rob Fleming – il protagonista di “Alta Fedeltà” di Nick Hornby – riassume l’intera poetica del Boss. Ed è davvero così. Quelli che amano Springsteen lo amano per la stessa identica ragione di chi lo odia: le sue canzoni ti mettono con le spalle al muro. Puoi scegliere di inseguire i tuoi sogni o resistere una vita intera in nome di un ideale che, se non hai già tradito, prima o poi tradirai; puoi scegliere di rischiare tutto sui tuoi desideri o rassegnarti al fallimento, ma non c’è ignavia. Nessun fottuto compromesso. O ci credi o non ci credi. Che sia una fuga romantica, un riscatto impossibile o una “Promised Land” che probabilmente non è mai esistita ma che lo sguardo non smette di cercare oltre la “Darkness On The Edge Of Town”, il mondo per il Boss si divide in due categorie: quelli che continuano a crederci e quelli che semplicemente si arrendono. E quando l'armonica, la chitarra o il sax si alzano sugli scudi, ogni volta è un'interrogazione: "Allora, tu da che parte stai?".

In “Thunder Road”, la canzone che apre il bellissimo “Born To Run” (1975), è impossibile - a meno di non essere già decrepiti nell’anima - non stare dalla parte di chi ci crede: Mary sta danzando sulla veranda e il vento muove sinuosamente il suo vestito, la radio passa “Only The Lonely” di Roy Orbison in suffragio dei cuori solitari, lui arriva e vuole portarla via. Lei è spaventata, sente di non possedere più l’ingenuo entusiasmo degli anni in fiore, però è una vita che prega affinché qualcosa arrivi a redimerla dall’esistenza incolore a cui si è condannata. Lui non è un eroe, intendiamoci, eppure le offre una possibilità. Prende la chitarra e inizia a farla parlare, per lei. Poi mette in moto l’auto senza curarsi della destinazione. Non importa dove finirà quella corsa, importa che lei ci salga, su quell’auto. Per un giro o per sempre, in fondo cosa cambia saperlo. Due innamorati – amanti forse - evadono da una “città piena di perdenti” e sfrecciano verso un domani che è già oggi, il sassofono di Clarence Clemons irrompe trionfale lasciando presagire che, forse sì, ce l’hanno fatta. Vero come solo la letteratura può essere.

In “Nebraska” (1982) - il disco che Springsteen fece seguire al monumentale “The River" (1980) che lo aveva consacrato nuovo profeta del rock mondiale – invece non lo sai se stare dalla parte di chi ci crede, perché la fiducia adesso è svuotata della magia. Somiglia più a un dovere al quale attaccarsi per non affondare in un mare di merda, all’abitudine di sperare per non morire: “Alla fine di ogni dura giornata certa gente trova ancora una qualche ragione per credere”. Sulla copertina di “The River” c’è il primo piano del Boss: sguardo fiero e determinato, occhio cattivo, tempra ferrea; sembra quasi un David di Michelangelo plasmato nella polvere di stelle della bandiera statunitense. Al contrario, sulla copertina di “Nebraska” c’è il bianco e nero di un’autostrada americana immersa nel nulla del paesaggio. L’abito a volte fa il monaco, almeno per i grandi dischi spesso è così. “Nebraska” suona esattamente come quella strada –  desolato ma proiettato verso un dove -  ed è un album agli antipodi del suo predecessore. Se “The River” aveva modellato la figura del rocker duro, fascinoso e spietatamente impossibile, “Nebraska” prendeva quel ritratto e lo capovolgeva verso l’interno. Visto che il mondo voleva attaccargli addosso una sorta di bollino di qualità dal vago sapore machista, Springsteen si divincolava e – armato di un registratore quattro piste - registrava in perfetta solitudine un pugno di canzoni fragilissime negli arrangiamenti ma robuste nella struttura. Chitarra (sempre acustica tranne che in un episodio), voce, armonica e pochissimo altro. Di rock ce n’era ancora tanto, solo nella sua forma archetipica. La stessa che aveva reso aggressivi oltre ogni plausibile elettrificazione i sermoni acustici  di Johnny Cash (insieme a Woody Guthrie e al primo Bob Dylan uno dei numi tutelari di “Nebraska”). Fan e critica si aspettavano da Springsteen nuova carne al sangue da cucinare sul grande braciere del rock, lui gli diede lo scheletro (concettualmente alcuni episodi ricordano addirittura i Suicide per come disossano la forma-canzone rock’n’roll). Un attestato di indipendenza artistica inestimabile.

“Nebraska” è un disco intimo, letterario, cinematografico. Le sue storie – come quelle raccontate in “New York” di Lou Reed – appartengono di diritto alla grande narrazione americana, a quell’immaginario fatto di parole, suoni e materia visiva che, quasi si trattasse di un unico flusso, va da Aaron Copland a Martin Scorsese.  Non a caso una delle fonti di ispirazione del disco è La storia del popolo americano di Howard Zinn in cui le vicende politiche, economiche e sociali degli Stati Uniti d’America dal 1492 sono raccontate da una prospettiva radicale: quella delle classi subalterne, delle minoranze, degli sconfitti. Effettivamente non c’è un vincitore che sia uno in “Nebraska”. Non lo è la coppia di assassini che si lancia in una folle corsa lasciandosi dietro dieci vittime solo per divertirsi un po’ e non lo è il giudice che li condanna a morte. Non lo è Joe, l’integerrimo poliziotto di “Highway Patrolman” che per una volta disattende il suo codice, permettendo al fratello Frankie, ricercato per tentato omicidio, di varcare il confine con il Canada ed evitargli la galera. Non può certo esserlo, infine,  chi ha “debiti che nessun uomo onesto può pagare”.

La stessa frase è pronunciata due volte all’interno del disco: la prima dal protagonista di “Atlantic City”, la canzone scelta come singolo per il lancio dell’album e primo video in assoluto di un brano del Boss; la seconda da “Johnny 99”, un operaio che - dopo aver perso il lavoro ed essersi ubriacato - ha ucciso un guardiano notturno e per questo è stato condannato a novantanove anni di reclusione. Ma se Johnny avrebbe preferito la pena capitale piuttosto che marcire in galera per il resto dei propri giorni, l’uomo di “Atlantic City” sembra avere un’ultima possibilità per ricominciare da capo. Il suo passato è legato alla malavita di Philadelphia, il primo verso cita infatti un certo Chicken Man, che è stato appena fatto saltare per aria da una bomba piazzata nel portico davanti alla sua abitazione. Chicken Man era il soprannome del boss Phil Testa, che insieme ad Angelo Bruno gestiva il racket del gioco d’azzardo ad Atlantic City alla fine degli anni Settanta. Dopo la loro morte si venne a creare un vuoto di potere nella mafia locale in cui cercò di inserirsi Nicky Scarfo, mandante dei loro omicidi. Anche il protagonista della canzone sembra deciso a sfruttare l’occasione per tirarsi finalmente fuori dal mondo criminale. Il suo futuro è incerto, forse però in New Jersey potrà riaccendere l’amore e trovare la forza per redimersi: “Tutto muore piccola, è normale, ma forse tutto quello che muore un giorno tornerà indietro. Rifatti il trucco, sistemati i capelli e incontriamoci stanotte ad Atlantic City”.

Musicalmente la canzone si regge su uno strumming indolente e un canto rassegnato che – con l’entrata impetuosa dell’armonica - si accende, diventa appassionato, rovente: “Forse la nostra fortuna è finita e il nostro amore si è raffreddato ma rimarrò con te per sempre. Andremo dove la sabbia diventa oro, mettiti le calze perché le notti si fanno fredde”. Debiti dialettici impegnati da un uomo che sa di non poterli saldare perché prima o poi il passato – allegorizzato dai cori che si perdono come echi nel vuoto e da un mandolino accorato in sottofondo -  sta tornando alla sua porta, per bussare o sfondarla: “Sono stanco di finire dalla parte dei perdenti, per questo, cara, ieri notte ho incontrato questo tipo e gli farò un piccolo favore”.
Finire dalla parte dei perdenti è il terrore di ogni uomo occidentale giacché, nelle nostre ultracompetitive società cosiddette sviluppate, “il mondo si divide in vincenti e perdenti e bisogna fare attenzione a non finire dalla parte sbagliata”. Far credere agli uomini che davvero si possa evitare la sconfitta è il grande inganno su cui si regge l’Occidente. L’inganno di poter vincere, accumulare successo, affari, autoaffermazione pena l’ignominia di passare per uno che non ce l’ha fatta. Atlantic City - città che a un certo punto della sua storia, per riabilitare un’economia malconcia, ha investito sul gioco d’azzardo erigendo file di casinò - in questo senso è un toponimo assurto a simbolo di un sistema corrotto che ti adula con fatue promesse di ricchezza e poi – quando non gli sei più utile - ti lascia in mezzo a una strada con la tua disperazione. Tutto “Nebraska”, allora, attraverso le sue storie torbide è una lunga ballata al disinganno che insinua il dubbio. Forse da questo lato del mondo lo scopo del gioco è sempre lo stesso: perdere. Noi, al massimo, possiamo scegliere solo come giocare. Farci il culo una vita intera, imbracciare un fucile o prendere a testate il destino nella camera di un albergo ad Atlantic City.

Playlist

Ascolta

Bruce Springsteen - Atlantic City


http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/a/a1/Bruce_Springsteen_-_Atlantic_city.jpg

Autore: Bruce Springsteen

Produttore: Bruce Springsteen

Etichetta: Columbia

Durata: 4'00"

Cinque cover da ascoltare:

Automatic 7 (2007, dall'album "At Funeral Speed")

Band (1993, dall'album "Jericho")

Ed Harcourt (2005, dal disco "Elephant Graveyard")

Ben Harper (2012, live at the Machine Shop)

Hold Steady (2009, dalla compilation "War Child Presents Heroes")

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