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Neil Young

Cortez The Killer

di Salvatore Setola
Neil Young - Cortez The Killer
                                              (1975 - Inclusa in "Zuma", Reprise, 1975)


Sono partito per la vacanza dei miei diciott’anni con "Harvest" nel lettore, ho visto precipitare le fotografie della mia vita dalla parete dove le avevo attaccate il giorno prima e le ho rimesse a posto sulle note di “On The Beach”, ho pianto anch’io i cadaveri di Bruce Berry e Danny Whitten consolando a  fatica i miei “Tired Eyes”, ho dedicato con nove anni di ritardo “Like A Hurricane” a una ragazza bellissima che nove anni prima mi avrebbe amato senza esitare, ho scritto il testo di “My My, Hey Hey” su una lavagna di un’aula vuota un minuto dopo aver concluso l’esame di maturità, giusto per ricordare alla mia adolescenza che “Once you’re gone you can never come back”. Le speranze, le paure, l’eccitazione di nuove avventure, le delusioni, le depressioni, i rimpianti. Qualunque cosa, il vecchio Neil c’è sempre stato. C’è sempre. È un cassetto dell’anima dove sai di trovare quello di cui hai bisogno. Un pezzo di vita. Quando sono troppo a terra per rialzarmi da solo ma ancora troppo vivo per rassegnarmi al fallimento, mi ripasso in testa l’assolo di "Cortez The Killer". Divento l’assolo di “Cortez The Killer”. Al tempo stesso un colpo di grazia e la spinta che rimette tutto in moto. La benzina per sedare l’incendio, il dolore come rimedio al dolore. Cosa non può quell’assolo: non esiste creazione altrettanto enorme partorita da una mano che tormenta le corde di una chitarra elettrica. Malinconia infinita sullo sfondo di un paradiso obliato nelle pagine di un libro che racconta la tua storia. Reinventando la Storia. 
 
L’8 novembre 1519 i conquistadores spagnoli, capitanati da Hernan Cortés, entrarono a Città del Messico, soggiogando la popolazione indigena governata dall’imperatore Montezuma II. Il regno azteco si reggeva sulla sottomissione delle tribù limitrofe, utilizzate come serbatoi di sacrifici umani da offrire agli dei. L’instabilità interna dell’impero -  generata dal sentimento di rivalsa dei popoli sottomessi - e l’ingenuità dello stesso Montezuma – che individuò in Cortés una sorta di messaggero divino – favorirono l’avanzata degli europei, che nel 1522 fondarono nel cuore dell’America Centrale la colonia iberica battezzata Nuova Spagna. 
Neil Young descrive lo sbarco di Cortés sulle coste del Messico come una visione onirica, introdotta da quell’assolo di elettrica che, livido, si dimena: tre minuti e venti di catarsi e agonia. “Lui arrivò danzando sull’acqua/ Con le sue galee e le pistole/ Cercando un nuovo mondo/ In quel palazzo nel sole”. L’immagine epica e minacciosa dei conquistadores si contrappone a quella speculare e inversa di Montezuma, disteso sulla spiaggia “con le sue foglie di coca e le perle”.  Il florido edonismo di una civiltà che sta per sparire sotto i colpi di invasori astuti e senza scrupoli si riflette nell’immagine di Montezuma, che “nelle sue stanze si consulta con i segreti del mondo”. Ma i conquistatori sono più scaltri e pragmatici: approfittano delle credenze azteche, sfruttando a proprio vantaggio le presunte qualità divinatorie di Montezuma che li scambia per semidei.
La furbizia della ragione contro la magia del culto, la comprensione del mondo contro la sua invenzione poetica, la cognizione contro il mistero. Neil Young parteggia apertamente per gli indigeni e ne decanta le virtù: “Le donne erano tutte belle/ Gli uomini retti e forti”, “L’odio era solo una leggenda/ La guerra una sconosciuta”. Si tratta chiaramente di una ricostruzione letteraria della società azteca che giustifica persino la barbarie dei sacrifici umani, ritenuti atti necessari a placare l’ira degli dei per guadagnarsi la loro benevolenza (“Offrivano la  vita in sacrificio/ Perché altre potessero andare avanti”).
 
Storici e dotti analisti si sono spesso scagliati contro la descrizione idealizzata degli Aztechi in “Cortez The Killer”, accusando Young di revisionismo, di ricamare romanzescamente intorno alla vicenda controversa e drammatica dell’impero di Montezuma, tra i più truculenti che la storia ricordi. Prima però di muovere qualsiasi obiezione si dovrebbe avere almeno l’umiltà di svestire i panni dell’accademico e mettersi in quelli dell’artista. Per Neil Young le vicende storiche dell’impero azteco sono solo un pretesto narrativo, un’ambientazione scenica, l’allegoria di un universo vergine e puro destinato a essere cancellato. Cortez è l’assassino, metaforicamente il fattore esterno che spezza l’idillio, lo corrompe e lo annienta. Il virus della violenza che una volta entrato in circolo non si può più estirpare. Il momento dell’infezione arriva per tutti prima o poi, che sia una civiltà presa in scacco da spietati colonizzatori o la barcollante coscienza individuale stordita, come un pugile prossimo al ko, dai pugni della vita. Si chiama perdita dell’innocenza e “Cortez The Killer” la racconta come fosse una favola cinica, una parabola al contrario, una leggenda senza eroi.  
 
Nella parte finale della canzone, la narrazione abbandona la terza persona per adottare la prima.  Il narratore diventa protagonista:  “E io so che lei vive laggiù/ E che mi ama ancora oggi/ Tuttora non riesco a ricordare quando o come ho smarrito la mia strada”. Il mito si incarna, la storia si sgretola sulle macerie del quotidiano, la disfatta dell’epopea azteca riaccade in un microcosmo. Mentre la chitarra riprende il suo soliloquio al contempo graffiante e accorato come una dichiarazione di resa a spade sguainate, l’eco di quelle parole è una sentenza perentoria. Non esiste nulla: l'Eden è un inganno, un’illusione fatua. Montezuma è morto di nuovo e si è trascinato i sogni sottoterra. Anche l’amore si trova laggiù, in un’Atlantide che mai più riemergerà, in una terra promessa ripudiata da tutti e lasciata in balìa degli invasori. Ognuno è il Cortés di se stesso.  
 
“Per indole sono una persona molto distruttiva e questo viene fuori nel mio modo di suonare la chitarra”, dichiarò Neil Young al termine delle registrazione di "Zuma", il primo album inciso dopo la cosiddetta trilogia del dolore. "Time Fades Away" era la tristezza che prelude al pianto, "On The Beach" era il pianto e "Tonight's The Night" il fazzoletto che asciugava le lacrime. "Zuma" lavava via il dolore, ma lasciava due segni indelebili sulla pelle. “Danger Bird” il primo, “Cortez The Killer” il secondo. Quando quest’ultima venne registrata, un guasto tecnico causò la perdita del verso finale. Il produttore David Briggs avvisò Neil, che gli rispose laconico: “Comunque quel verso non mi è mai piaciuto”.
 
“Cortez The Killer” è verosimilmente il pezzo del loner di Toronto più coverizzato in assoluto. Tra le tante (Drones, Marissa Nadler, Matthew Sweet, Screaming Females), memorabili restano l’interpretazione implosiva degli Slint  - rintracciabile sul bootleg di un live al Club Dreamerz di Chicago nel 1989 - che protrae il chitarrismo dolente dell’originale in direzione delle brume armoniche di "Spiderland", e la monumentale versione dei Built To Spill (dal loro "Live" del 2000), una cavalcata elettrica che riversa ventuno minuti di diluvi psych-noise. A fronte dei molti attestati di stima ricevuti nel tempo, il regime franchista invece - non comprendendo che si trattava di una metafora amara e bellissima - vietò di diffondere “Cortez The Killer” sul suolo spagnolo, ritenendola un affronto all’imperialismo patrio. Certe volte un lamento è più sovversivo di una bestemmia. Le lacrime colgono nel segno meglio di uno sputo. Nessuno è più pericoloso di un assassino. Tranne un canadese solitario con la chitarra.
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