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Third Ear Band

Ghetto Raga

di Michele Saran

Third Ear Band - Ghetto Raga
(Harvest, 1969)



Nel milieu dell’underground londinese l’India è ben radicata fin dalla metà dei 60. I trip dell’Ufo Club, i Pink Floyd underground del periodo Syd Barrett, i Beatles più Harrison-oriented, sono soli i maggiori fari del fronte orientaleggiante della psichedelia in divenire. Tra questi vi è anche il batterista jazz Glen Sweeney, per l’occasione tramutatosi, proprio secondo il perfetto stile indiano, in percussionista alle tabla. I suoi primi tentativi di attorniarsi di musicisti, confluiti nell’allargato National-Balkan Ensemble (supportati da quel Ron Geesin che di lì a poco farà faville in “Atom Heart Mother”), sembrano destinati a rendere semplicemente una versione più dotta di esperimenti armonici già noti e ben rodati. Distorsioni espandi-coscienza veicolate da jam virtualmente infinite.

E’ un evento fortuito a far evolvere queste primarie intenzioni. Sweeney e compagni si trovano svaligiati di tutta la strumentazione elettrica ed elettronica fino a quel punto messa assieme; non rimangono che gli strumenti acustici, per la precisione un oboe, una viola e un violoncello, oltre alle percussioni del fondatore.
Nasce qui la grande idea di fare di necessità virtù, un’idea che spingerà il principio di contaminazione oriente-occidente ben oltre il già tentato, verso anzi la scoperta dell’origine arcana e metafisica di tutti i linguaggi musicali. Il sound esclusivamente acustico permette alla Third Ear Band, il così neonato quartetto (oltre a Sweeney, Paul Minns all’oboe, Mel Davis al cello, Dave Tomlin al violino, Richard Coff alla viola), di concentrarsi sullo spettro stilistico, di aumentare a dismisura i riferimenti, fino a perdere il contatto e varcare la soglia dell’assoluto, fino appunto al “terzo orecchio”. Cavare il tutto dal nulla, in altre parole.

Libro dei morti dell’Antico Egitto, folk rinascimentale, saltarello medievale, percussionismo africano: gli intrecci della Third Ear Band danno la meravigliosa illusione di essere illimitati. Vi è comunque una costante, o un elemento ricorrente, nelle loro prime composizioni, e cioè la scala diatonica del raga indiano e persiano. Questo parametro, usato come un libero paradigma più che come uno schema fisso, aiuta i quattro a comporre uno dei loro brani più monumentali e iconici, un’icona che esemplifica al meglio il loro suono, il “Ghetto Raga”. Punta di diamante del loro primo album vero e proprio, “Alchemy” (Harvest, 1969), e primo dei loro due capolavori assieme al successivo - e anche più radicale - “Elements” (Harvest, 1970), “Ghetto Raga” oltrepassa i 10 minuti di durata. In realtà è una pièce che sembra durare in eterno, quasi fosse una sorta di preghiera sconfinata - pur priva di parole - che allo stesso tempo accresce e trascende proprio quell’effetto complessivo delle jam classiche della psichedelia storica da cui era partito.

“Ghetto Raga” è la celebrazione del significato spirituale del raga, cioè il sistema musicale basato sui “modi” monotonici, in luogo dell’armonia occidentale invece basata su accordi di più note. E’ soprattutto una celebrazione che passa per culture, epoche, stili remoti: la frenesia del coevo Terry Riley, le polifonie occidentali, l’estasi del mantra, il gamelan dell’Asia del sud, il bolero, il jazz modale Miles Davis-iano, Vivaldi e Albinoni nelle rifrangenti pieghe dell’oboe, una ritmica esile ma insistente e danzante, che mima le musiche popolari dal mondo. Questi e anche altri sono gli elementi che si possono scorgere in “Ghetto Raga”, anche se, alla fin fine, la conta si smarrisce nel fluire estatico e fluttuante del brano.

Attacca come un risveglio, un’alba, un richiamo. Segue una libera fantasia di note di oboe e archi su di un solo accordo allungato. Le percussioni insistenti fanno aumentare trilli e onde armoniche, innervandole di ancor maggiore trasporto spirituale, fino ad abbozzare una maestosa fuga in crescendo.
Figure minimaliste s’intervallano senza sosta, fino a giungere, al sesto minuto, a un pinnacolo sovrannaturale di armonici dissonanti, un’ipnosi mantrica che poi decresce in mezzopiano, con ficcante senso di mistero, in una sonata per incantatori di serpenti e risonanze estatiche.

E’ un insieme di lande sonore vibranti quello del “Ghetto Raga”, destinato come detto non solo ad aprire le porte della percezione delle musiche del mondo (è, in tutto e per tutto, la nascita della world music), ma anche a trovarne un ceppo originario che riedifichi la musica rock in senso estatico, di liturgia universale, di fusione totale tra conoscenza e umanesimo, naturalismo e sovrannaturale. Una fusione ad oggi ancora insuperata, nonostante il le frange più sperimentali di certo jazz-rock, la new age e la coeva musica drone. Una lezione per il futuro, forse ancora da assimilare appieno.

Playlist
Ascolta Ghetto Raga

Dall'album Alchemy (Harvest)
Pubblicazione: 1969
Autori: Sweeney, Coff, Minns, Smith
Produttore: Peter Jenner
Durata: 10'30"

Improvvisazione live per un'emittente francese (1970) 
Third Ear Band su OndaRock
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